Evoluzione, ma non autoevoluzione
 

La posizione generale del cristiano di fronte alle teorie dell'evoluzionismo

Sull'evoluzione si hanno due visioni a confronto: quella evoluzionista e quella creazionista

Pio XII: Enciclica Humani Generis, 22 agosto 1950  

Giovanni Paolo II: Discorso ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze: 22 Ottobre 1996

Benedetto XVI omelia a Regensburg: 12 Settembre 2006

Benedetto XVI discorso alla Pontificia Commissione per le Scienze: 30 Novembre 2008

La reazione critica all'evoluzionismo

Le ere della paleontologia

Organismi persistenti “fossili viventi”

Il salto tra Procarioti ed Eucarioti: un fatto impressionante 
L'esplosione del Cambrico o Cambriano

Comparsa repentina degli invertebrati

Comparsa repentina dei vertebrati

Comparsa repentina dei vegetali

La mancanza di forme intermedie

Archaeopteryx

Microratpor gui

Darwinius Masillae

Le “serie genealogiche”

Omologia degli organi

L'argomento organi rudimentali

Ontogenesi

Gli “equilibri punteggiati”

DNA: tutto funzionale

La radicale insufficienza della “teoria sintetica”, o neoevoluzionismo

L'accumulo delle mutazioni

Le nicchie ecologiche (segregazione)

Deriva genica

Le microevoluzioni casuali

Le microevoluzioni di adattamento

L'abiogenesi

Il punto sull'evoluzione

Sahelanthropus tchadensis

Orrorin tugenensis

Ardipithecus kadabba

Ardipithecus ramidus

Le forme australopitecine

Australopiteco (Australopithecus) africanus

Australopiteco (Australopithecus) robustus

Australopiteco (Australopithecus) boisei

Australopiteco (Australopithecus) anamensis

Australopiteco (Australopithecus) aehtiopicus

Australopiteco (Australopithecus) afarensis

Australopiteco (Australopithecus) bahrelghazali

Australopiteco (Australopithecus) garhi

Australopiteco (Australopithecus) sediba

Lo scompiglio filetico del Pierolapitecus catalanus

Prospetto Homo  

Orme di Laetoli

Kenyanthropus platyops
Mandibola LD 350-1

Mascella di uomo A.L.666-1

Homo habilis

Homo rudolfensis

Mandibola di uomo OH65

Homo ergaster

Homo erectus
Homo naledi

Homo georgicus

Homo antecessor

Homo heidelbergensis

Homo sapiens arcaicus

Homo neanderthalensis

Homo sapiens

Homo floresiensis o floriensis o florensis   
Il poligenismo, serbatoio di discriminazione

Teoria africana e teoria regionale

Le forme umane avvilite

Una parola dalla Bibbia

L'orologio molecolare

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

La posizione generale del cristiano di fronte alle teorie dell'evoluzionismo

 

Il cristiano non ha mai accusato nessuna delegittimazione dei testi biblici della Genesi di fronte alle teorie evoluzioniste, per la ragione che la fede cristiana parte dall'incontro con Cristo. Non si può mettere a confronto l'evento ebraico-cristiano con una teoria, che è ancora una teoria, per concludere che la scienza ha intaccato l'evento storico-biblico. E' certezza della Chiesa che una verità scientifica, una volta veramente accertata, non si oppone alla Scrittura, in quello che la Scrittura vuole veramente dire.

L'idea di evoluzione è in piena sintonia con il testo biblico (Gn 1,1-31), che presenta una successione nel tempo delle opere create, che vanno dal meno perfetto al più perfetto. Prima il mondo vegetale (terzo giorno), poi i pesci e gli uccelli (quinto giorno), poi gli animali terrestri con al vertice l'uomo fatto ad immagine e somiglianza con Dio (sesto giorno).

 

Sull'evoluzione si hanno due visioni a confronto: quella evoluzionista e quella creazionista

 

L'evoluzionismo

Georges Luis Leclerc Buffon (1707-1788) è il precursore dell'evoluzionismo. Segue Jean Baptiste de Monnet de Lamarck (1744-1829), il vero fondatore dell'evoluzionismo. Lamarck venne confutato da Gerigie Cuvier (1769-1832). 

Seguì Charles Robert Darwin (1809-1882), che trovò in Ernst Haeckel (1834-1919), materialista, areligioso, il più fanatico sostenitore.

La teoria di Lamarck considerava che l'uso fortifica e sviluppa un organo, mentre il contrario lo atrofizza facendolo alla fine scomparire. Vero è che l'organo esercitato mantiene e sviluppa la sua funzionalità, ma una nuova formazione di organi non è prodotta dalla funzione, che non è l'autrice dell'organo, ma il fatto finale a cui tutto è predisposto. Il secondo punto di Lamarck è che tutto ciò che è avvenuto in un vivente circa lo sviluppo d'organo e di funzione o di estinzione d'organo e di cessazione di funzione, si trasmette con la generazione ai nuovi individui. Contro ciò si oppone il fatto che si trasmettono solo i caratteri genetici. Tutta la teoria di Lamarck poggia sull'adattamento all'ambiente. L'animale si trasforma sottoposto alle sollecitazioni ambientali e, nel desiderio di sopravvivere, forma gli organi adatti. Vero è che si deve considerare una capacità di adattamento dell'animale all'ambiente, ma non è vero che ciò produca l'evoluzione della specie. La teoria di Lamarck (1809) ebbe poca fortuna.

Darwin (1859) e Alfred Russel Wallace (1823-1913), in accordo con le tesi di Thomas Robert Malthus (1766-1834), introdussero nel mondo animale i concetti di lotta per la vita e di selezione in un determinato ambiente. Questo in sostanza il loro discorso: I viventi tendono per loro natura a crescere di numero in modo esponenziale, ma, poiché l'ambiente offre risorse finite, essi lo saturano ben presto, dopodiché ogni popolazione è costretta a perdere per morte prematura un'aliquota di nati di ciascuna generazione.

Darwin, invece di puntare come Lamarck sul desiderio interno del vivente all'esistenza, su fattori interni, puntò sulla selezione naturale e la lotta per l'esistenza. Da ciò l'evoluzione della specie. Così scrisse nella sua opera “Sull'origine della specie”: “La selezione naturale agisce in modo da accumulare in una determinata direzione le differenze d'organizzazione, rendendo queste differenze sempre maggiori sino alla formazione d'una specie nuova”. Ma la selezione naturale non è creatrice di nulla e così Darwin dovette anche parlare di “accumulo in una determinata direzione”, cioè in definitiva di un disegno nel vivente (per questo Darwin non giunse a diventare un militante dell'ateismo). L'impostazione di Darwin, che considera selezione e accumulo in una determinata direzione, può esercitarsi solo nella varietà di una specie ma non nella formazione di una nuova specie, e quindi dell'imponente fenomeno dell'apparire dello sterminato numero di specie vegetali e animali lungo l'arco dei milioni di anni.

August Weissman (1834-1914) nel 1885, andando oltre Darwin, osservò che solo le modificazioni che intaccano il plasma germinativo, e non tutto il corpo, sono trasmissibili. Hugo de Vries (1848-1935) nel 1903, dopo aver studiato le mutazioni di in moscerino, la Drosophila melanogaster - che per queste mutazioni non cambiava però la sua specie - parlò nettamente, sconfinando da quanto gli davano le sue esperienze, di brusche mutazioni genetiche capaci di creare nuove specie. Thomas Hunt Morgan (1866-1945) nel 1908 cominciò a sottoporre la Drosofila melanogaster a ogni genere di esperimenti: fame, sete, caldo, freddo, raggi Rontgen, infrarossi, ultravioletti, luminosi, e altri. In trent’anni di esperimenti giunse ad avere un migliaio di mutazioni, ma nessuna fece apparire un organo nuovo, il formarsi di un'entità che potesse suggerire una macroevoluzione. Si ebbero ali più grandi o più piccole, occhi bianchi o rossi, peli lunghi o corti, zampe in numero di sei o dodici, ecc., ma con la particolarità che la maggior parte delle mutazioni erano debilitanti.

Le acquisizioni della genetica, sconosciute al tempo di Darwin, portarono così all'avvento del neodarwinismo, che oggi si preferisce definire neo-evoluzionismo. Esso pone a monte della selezione naturale l'apporto di casuali, piccole, anche minime, mutazioni genetiche, e come tali ereditarie, affermando che queste micromutazioni genetiche, nel decorso del tempo e sotto il vaglio della selezione naturale - sottolineata grandemente da Darwin - hanno prodotto le macroevoluzioni. Questa teoria è stata chiamata "teoria sintetica".

 

Evoluzionismo ateo (autoevoluzionismo) ed evoluzionismo teista

L'evoluzionismo è stato usato, ed è usato, come una prova della non esistenza di Dio, e in questo caso va definito autoevoluzionismo, ma esso è stato anche inteso come compatibile con una lettura teista, alla condizione che la prima cellula (monofiletismo), o le prime cellule (polifiletismo), siano state create da Dio. Dal primordiale impianto poi sarebbero scaturiti tutti gli altri esseri viventi. L'impianto teista, dovendo scartare il caso, poiché si sarebbe dovuto eliminare un programma creativo divino, pensò ad una programmazione intrinseca ai viventi.

L'evoluzionismo teista, quanto alla creazione dell'uomo, pur facendolo derivare dall'animale, afferma un salto sostanziale, una trasformazione sostanziale, dall'animale all'uomo, essendo l'uomo un essere dotato di anima razionale, e quindi con un corpo idoneo a riceverla e a formare con essa l'unità uomo.

E pensò ad un passaggio morfologico graduale, linearmente ascendente, tra la scimmia e l'uomo, programmato da Dio, con mutazione sostanziale finale ad opera di Dio per avere, appunto, l'uomo.

La soluzione teista dell'intima programmazione dei viventi è sempre stata scientificamente generica, nella sua formulazione, poiché è oggettivamente impensabile che le prime rudimentali cellule avessero la totipotenza, che meglio si dovrebbe dire onnipotenza, di dare il via a tutto il mondo vivente, nelle sue varie forme, sotto l'azione delle cause ambientali, in una sorta di armonia complessiva con l'evolversi delle forme viventi. La soluzione teista è piuttosto uno sguardo filosofico che salva l'esistenza di Dio creatore. La ragione dominante della persistenza di questo pensiero evoluzionista-teista è certamente dovuta al prestigio avuto dal gesuita Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955). I suoi scritti teologici subirono il rifiuto della Santa Sede (Cf. Osservatore Romano, 30 agosto 1962). Anche la sua carriera di paleontologo, che peraltro ha meriti scientifici, è stata recentemente offuscata dal riconoscimento del suo coinvolgimento nel clamoroso falso esposto nel British Museum. Furono il geologo Charles Dawson e il direttore del dipartimento di geologia del British Museum, Artur Smith Woodward, che annunciarono al mondo intero che a Piltdown nel Sussex era stato trovato l'anello mancante tra l'uomo e la scimmia. Teilhard de Chardin, che aveva lavorato con Dawson fin dal 1908 e già era un personaggio discusso, andò sul luogo e trovò un dente di scimmia e bevve una buona sorsata della panzana ordita dai due; di conseguenza finì sulla cattedra universitaria di geologia a Parigi. L'Homo Piltdowni venne completato in tutte le sue parti con cartapesta e fu collocato nel British Museum. Unici elementi ossei erano un pezzo di calotta cranica umana e una mandibola scimmiesca. Per quarant'anni le scolaresche andarono a vedere l'Homo Piltdowni. Poi nel 1953 si seppe che la mascella era di un orango morto di recente: i condili erano stati limati per farli combaciare con il cranio e i denti erano stati invecchiati col pennello. Gli inventori dell'Homo Piltdowni dissero anche di avere trovato accanto ai reperti un femore di Mammuth  lavorato per farne una mazza, certamente usata dal loro Homo; ma l'osso di Mammut era stato sottratto al Museum da un certo Martin A. Hinton, che lo limò e lo seppellì nella zona degli scavi, e poi fu oggetto di ritrovamento.

Darwin aveva profetato che dovevano esserci delle forme intermedie, un anello tra l'uomo e la scimmia, e non trovandolo lo si costruì, in fede al dogma Darwiniano.

Pierre Teilhard de Chardin ebbe il merito, insieme ad altri, di ritenere la “teoria sintetica” o “neo-evoluzionismo” insufficiente a spiegare le macroevoluzioni, e, da teista, sostenne la presenza di un programma finalistico, agente per mezzo delle leggi della natura, per la formazione delle macroevoluzioni. La sua posizione è però aerea perché dovette pensare alla presenza di cellule iniziali onnipotenti - il che non trova nessun corrispondente scientifico -, atte a dare il via allo svolgimento di un programmato disegno di formazione di tutte le specie viventi, per scatto impresso dalle leggi della natura. Pierre Theilard de Chardin lasciò il rigoroso pensiero scientifico per una sorta di misticismo della materia, dove, pur affermando la trascendenza divina, Dio si trova in qualche vago modo incorporato all'universo, come azione unificatrice dell'evoluzione: “L'action unificatrice de Dieu”. Giunse così a una forma di panteismo, che pensa l'onnipotenza divina immanente la materia biologica per una evoluzione pilotata dall'interno della materia biologica stessa. Theilard de Chardin viene a porre le cause seconde come assorbite nella causa prima, cioè Dio, cioè senza un pieno rispetto della loro propria autonomia.

 

Esiste oggi un evoluzionismo teista (Cf. Fiorenzo Facchini, limitatamente all'uomo: “Il cammino dell'evoluzione umana, le scoperte e i dibattiti della paleantropologia” ed. Jaca Book, 1985; "Evoluzione, uomo e ambiente, lineamenti di antropologia", ed. UTET, 1988; “Origini dell'uomo ed evoluzione culturale”, ed. Jaka Book 2002; prefazione a “Il dono di Darwin alla scienza e alla religione”, ed. Jaka Book-san Paolo, 2009 di Francisco José Ayala; vari articoli sul giornale Avvenire) che accoglie, almeno tendenzialmente, la “teoria sintetica”. Si distanzia, tuttavia, dal panteismo di Teilhard de Chardin e anche dal caso per non dover rinunciare al finalismo, e attribuirlo ad un sovrano potere della selezione naturale, che indubbiamente esiste quanto alla formazione delle varietà e alla conservazione della specie, ma non alla formazione delle specie. In questa visione non si ha più l'onnipotenza divina in una simbiosi panteistica con la realtà vivente alla Teilhard de Chardin, ma un disegno divino iscritto nella materia vivente, così da renderla capace di dare il via, e sostenere, il processo gigantesco dell'evoluzione. La prima cellula avrebbe in sé, in germe, gli svolgimenti successivi, sui quali agirà l'ambiente e anche la selezione naturale, ma non in maniera totalmente determinante; in tal modo vengono evitate le macromutazioni affidate al caso, e quindi l'assurdo di un disegno senza un disegnatore (Francisco José Ayala op. citata, pag. 54s). L'evoluzionismo teista, affermando che c'è un Disegnatore, si dichiara in una posizione teologicamente rispettosa del magistero della Chiesa, ma appare distante dal concreto dei fatti, disattendendo, così, le indicazioni di Giovanni Paolo II (22 Ottobre 1996): “La teoria dimostra la sua validità nella misura in cui è suscettibile di verifica; è costantemente valutata a livello dei fatti; laddove non viene dimostrata dai fatti, manifesta i suoi limiti e la sua inadeguatezza". Per la problematica della formazione del corpo dell'uomo si pensa ad un phylum (si usa anche l'adattamento fylum - filo  > latino: filum - in italiano, tedesco, olandese, spagnolo, portoghese, svedese.... Phylum deriva dal greco phylai: "clan, tribù, gente") specializzato che porta all'uomo, ma le risultanze fossili presentano nel genere australopithecus una complessità inestricabile per cui tale phylum   rappresenta solo una pura ipotesi.

Una posizione curiosa occupa Etienne Gilson (1884-1978) autore di (“Biofilosofia da Aristotile a Darwin e ritorno”, Parigi 1971, ed. Marietti 2003, traduzione in italiano di Silvia Corradini). Egli  si pone nel dibattito considerando il tema dell'evoluzione alla luce del finalismo di Aristotile. Ogni essere singolo tende al conseguimento di una certa struttura o forma. La natura, una volta costituita,  tende al conseguimento della perfezione a cui è destinata. C'è una “vis” che spinge gli enti a raggiungere quella perfezione che li costituisce nella loro specificità. Lo sviluppo di un essere vivente (embrione) manifesta infatti un piano intrinseco alla formazione di un vivente. Il vivente, che poi cresce, agisce realizzando la propria specificità. Etienne, con ciò, non è un innovatore poiché il finalismo, in chiave teista, era già stato espresso.
Posta la nozione di finalità, Etienne Gilson introduce, al termine del suo saggio, la considerazione, stiracchiando Darwin e raccogliendo le perplessità di Lamarck, che non ha senso parlare di specie, ma solo di individui, pur ammettendo l'evidenza che “nessuno ha esitazioni nel distinguere un individuo della specie rondine da un individuo della specie elefante” (pag. 227). Darwin, rileva Etienne Gilson, giunse a dire che la specie è un ente ideale, ma Darwin lo disse più che per la complessità delle classificazioni per il fatto che le paratie delle specie erano di imbarazzo alla sua teoria. Darwin, tuttavia, non nega che ci siano le specie, sostenendo che esse si sono avute nel tempo come mutazioni sostanziali da una specie ad un'altra, attraverso la selezione, ecc. Ovviamente, il finalismo di Etienne non può accettare il caso e la selezione di Darwin. Etienne Gilson considera l'azione delle cause seconde e le valuta compenetrate da un finalismo impresso da Dio, ma con ciò crea lo spazio al pensiero che esiste la realtà di una materia vivente che, procedente da Dio, è capace di finalizzarsi sotto la spinta delle cause seconde producendo delle forme viventi che sono manifestazioni di se stessa. Etienne Gilson inconsapevolmente, mentre critica ed esamina il tema evoluzione/generazione/creazione per aprire ad orizzonti più profondi e chiari, sospinge il finalismo all'idea di una plurimanifestazione della materia vivente in molteplici forme, quasi fossero senza individua identità sostanziale.


Il creazionismo

Nel passato il creazionismo è stato polemicamente chiamato
fissismo dagli evoluzionisti, che si sono compiaciuti di relegarlo alla narrazione dei sette giorni della Genesi, considerata in ottuso contrasto con l'amplissimo svolgersi delle ere e l'apparire nel tempo delle varie specie (Cf. Etienne Gilson “Biofilosofia da Aristotile a Darwin”, Genova-Milano, ed. Marietti 1820, 2003; “si potrebbe dire che è il trasformismo che ha creato il fissismo” (pag. 53).  Il fissismo ha avuto come promotore Carl von Linné (Linneo) (1707-1778), che affermava che le specie che esistono attualmente sono quelle stesse che esistevano all'origine del mondo (“Tot numeramus species quot primum creavit infinitum Ens”).

Il creazionismo non è oggi così elementare, ha forti argomenti capaci di mettere in minoranza l'evoluzionismo, di fronte alla dominante diffusione di esso, ma deve stare attento a non essere condotto ad uno scontro tra religione e scienza, tra fede e scienza, in una esclusione della ragione, il che avrebbe come risultato lo scetticismo. E' infatti quello che è stato fatto in passato e ancora lo si fa (Cf. Le Scienze n° 446, Ottobre 2005, pag. 43).

Su questo terreno nessun vero credente può lasciarsi impantanare, dal momento che la ragione non è affatto obnobulata dalla fede, ma anzi avere fede significa avere vigore di mente.

La vera scienza non è in contrasto con la fede, anzi ha bisogno di ragione e fede, per non cadere nell'antro della negazione della stessa ragione.

 

Il creazionismo si basa su tre punti:

1) Piena accettazione del dato che le varie specie sono apparse sulla terra non contemporaneamente, ma in successione, passando mediamente dalle più semplici a quelle più complesse. 2) Rifiuto di maggiorare le microevoluzioni fino a farle diventare macroevoluzioni, cioè produttrici di specie da una specie. 3) Rifiuto dell'autoevoluzionismo.