Deriva genica

 

Avviene quando si ha la presenza in un territorio ristretto di pochi individui di una medesima specie, ma con molte mutazioni a livello di singoli. Questa situazione di segregazione porta ad una trasmissione delle mutazioni tra i pochi individui dando l'avvio ad una differenziazione rispetto alla specie iniziale. Ovviamente non si ha nessuna specie nuova.

 

Le microevoluzioni casuali

 

Mutazioni genetiche non determinate da una programmazione di adattamento all'ambiente, ma da errori casuali - il caso deve comunque scaturire da qualcosa - nella duplicazione del DNA, ai quali è seguita una selezione naturale, ci possono essere state; ad esempio la talpa possiede occhi regrediti, che le permettono di distinguere solo la luce dal buio, pur avendo l'occhio tutti gli elementi base per vedere. Nel passato doveva avere una vista migliore, ma la regressione degli occhi deve essere stata compensata da una maggior capacità di affrontare la vita nel sottosuolo, per via dei meccanismi di adattamento. Si arriva così al paradosso che il neoevoluzionismo spiega l'involuzione.

 

Le microevoluzioni di adattamento

 

Nelle isole Galapagos, visitate ampiamente da Darwin, vi sono 14 sottospecie (non specie) di fringuelli; ma queste varietà da dove derivano? Esse rientrano tutte nel genere fringuello, e pare ragionevole che tante varietà scaturiscano da un numero molto inferiore di specie.

Non pare di poter dire che Dio per ogni isola, atollo, abbia fatto tante varietà di specie di uccelli, ecc., ma c'è da pensare che ci sia un programma dell'insorgere di mutazioni positive, perché i fringuelli primitivi si diversificassero in tante sottospecie di fringuelli. Mutazioni avvenute non per un errore, che sfugge alle capacità di riparazione del DNA, ma dovute alla relazione con l'ambiente.

La diversificazione delle specie-varietà da tipi primitivi, la si può vedere anche nella fauna marina presente a oriente e a occidente dell'istmo di Panama. La fauna comprende circa 100 specie diverse in parallelo: quelle atlantiche e quelle pacifiche. Prima, invece, nel miocene, quando l'istmo non esisteva, c'era una fauna unica.

Gli evoluzionisti, cultori delle mutazioni operate dal fantomatico caso, fanno rientrare l'adattamento ambientale nel quadro della selezione naturale, ma non può essere scientificamente proposta la tesi che nega la capacità di un dialogo del vivente con l'ambiente; infatti alcune ricerche rivelano l'esistenza di piccoli cambiamenti genetici (ad es. amplificazione genica) che non avvengano per opera del caso, per poi passare al vaglio della selezione, ma direttamente dalle situazioni di vita del vivente.

 

L'abiogenesi

 

L'idea prescientifica della “generazione spontanea”, creduta anche da un teologo come S. Tommaso D'Aquino che attribuiva la generazione spontanea dei moscerini chiamando in gioco l'influsso delle stelle, fu smontata dagli studi di Francesco Redi (1626-1698), a cui seguirono quelli dell'abate Lazzaro Spallanzani (1729-1799) e di Luis Pasteur (1822-1895). L'idea venne tuttavia mantenuta dai materialisti, anche perché Leibnitz Gottfried Wilhelm (1646-1716) aveva diffuso, con la sua concezione filosofica del mondo centrata sull'ipotesi delle “monadi”, aggregati di sostanze semplici realizzanti un'armonia prestabilita da Dio creatore, l'idea che tra il mondo non vivente e quello vivente ci sia solo una differenza di grado. Il risultato che ne scaturiva era un evidente oscuramento della profonda differenza tra il vivente e il non vivente. I materialisti non si fermarono a Leibnitz, che parlava di armonia prestabilita, ma vollero parlare di “caso”, in modo da escludere ogni finalismo che contraddiceva la loro negazione di Dio.

Così si cominciò a parlare di “abiogenesi”, di “fase prebiotica dell'evoluzione”, di “evoluzione chimica”.

Negli anni 1930 il biologo russo Aleksandr Ivanovic Oparin (1894-1980) fece l'ipotesi che all'inizio sulla terra ci fosse un'atmosfera composta da idrogeno, vapore acqueo, metano, azoto e ammoniaca (l'ammoniaca però non c'era nell'atmosfera primitiva). In tale atmosfera, per via dei campi elettromagnetici dei fulmini, delle radiazioni ultraviolette solari, si sarebbero prodotti i più semplici composti organici (purine, pirimidine, amminoacidi) che poi si sono dispersi negli oceani dando origine al “brodo prebiotico”. Da questo “brodo prebiotico” per via di reazioni chimiche successive si sarebbero formate le proteine, gli acidi nucleici, e quindi le prime cellule.

Nel 1955 il chimico statunitense Stanley Lloyd Miller, facendo passare attraverso miscele gassose di metano, ammoniaca, vapore acqueo e idrogeno, delle scariche elettriche, aveva ottenuto un insieme di composti organici tra cui alcuni semplici amminoacidi, e altri composti, ma mai in un solo esperimento ebbe tutti i venti amminoacidi, che sono presenti nelle proteine; inoltre dovette salvare in “trappole” gli aminoacidi prodotti prima che venissero scomposti durante le operazioni di laboratorio.

Gli esperimenti di Miller vennero pubblicati in tutti i libri di chimica come “la prova sperimentale” che la vita si sia formata spontaneamente dalla materia. I prodotti delle sue esperienze furono classificati come “precursori prebiotici” di tutti i costituenti di una cellula, quali le proteine e gli acidi nucleici.

Nel 1982 Allen J. Bard ottenne, con luce ultravioletta passante una atmosfera primitiva, degli amminoacidi; ma nella sua atmosfera primitiva mise, per avere quei risultati, del biossido di titanio polverizzato e ricoperto di platino, cosa che non esiste in natura.

Si deve notare che questi risultati di laboratorio si fermano solo al livello di amminoacidi e non di proteine. Per giungere a delle proteine sono state fatte delle vere alchimie di laboratorio, ma le proteine non sono ancora la vita, come non lo è un DNA separato da una cellula.

Va osservato che se si prendesse una cellula e se ne separassero tutti gli elementi: le proteine, DNA e RNA, ecc. e si mettessero tutti insieme in una provetta, mai il caso produrrebbe una cellula. Sarebbe un'impresa ancor più disperata e insensata di chi pensasse che i vari pezzi di un aeroplano, trascinati nel gorgo di una tromba d'aria si traducessero in un aeroplano, cioè il caso costruisse l'aeroplano.

Recentemente (ottobre 2003) alcuni biologi dello Hovward Hughes Medica Institute e del Massachusetts General Hospital di Boston (Jack Szostak, Martin Hanczyc, Shelly Fjikawa), mettendo della montmorillonite (un'argilla: silicato idrato di sodio, magnesio, alluminio, del gruppo dei fillosilicati, principale elemento delle bentoniti) polverizzata in acqua a contatto con acidi grassi, ottenevano delle pellicole che si avvolgevano in se stesse formando delle piccole sacche, e qui nasceva la supposizione della formazione di un antenato delle membrane delle cellule. Se dentro ad una piccola sacca rimaneva un po' di montmorillonite e anche la presenza di una frazione di RNA, messa dagli sperimentatori nell'insieme dell'operazione, l'argilla agiva da catalizzatore e si aveva una duplicazione della frazione di RNA. Si formava così un “iperciclo”, cioè un processo di autoorganizzazione, già conosciuto oltre vent'anni fa da Manred Eigen, Francis Crik, Leslie Orgel; ma va notato che per avere un “iperciclo” bisogna fornire un flusso continuo di energia elettrica, in modo che lo renda instabile.

Da tutto ciò si giungeva a pensare che nelle ceneri di un qualche vulcano - vicino ad un mare con depositi di argilla nel fondale - si fosse formata, in un brodo, l'operazione fatta in laboratori, e poi, per selezione naturale da altri ipercicli concorrenti, pian piano si sarebbe arrivati alla prima cellula.

Cosa dire? Intanto bisogna avere il brodo con grande densità di elementi, e questo il mare non lo concede, poi dal brodo si dovrebbe formare un RNA e qui sono cose solo da laboratorio sofisticato, poi il sacchetto che ha anche un microscopico pezzetto d'argilla, che mai farà parte della futura ipotetica cellula, come mai ovviamente ne farà parte il sacchetto. Poi ci vorrebbe la temperatura giusta e quindi il tutto dovrebbe avvenire vicino a tranquille fumarole vulcaniche sottomarine, per non avere l'inconveniente di movimenti d'acqua. Poi il laboratorio naturale, dotato anche di correnti di elettricità dosate, deve fornire un prodotto vincente su quello di altri contigui laboratori; poi nuovi ipercicli, che devono conservarsi dentro nuove vescicolette, per poi uscirne ed affrontare la “selezione naturale”. Ma alla fine di questa fantascienza a cosa si giungerebbe? A niente che assomigli neppur lontanamente ad una realtà cellulare vivente!

Altri, anche recentemente in occasione del prelievo mediante una sonda spaziale di granelli di polvere contenenti molecole organiche (dicembre 2006) della coda della cometa Wild2, hanno pensato che la materia prebiotica sia giunta sulla terra con la caduta di comete, cosa che si è avuta in maniera massiccia 3,9 miliardi di anni fa, cioè cento milioni di anni prima dell'apparizione dei Procarioti; ma facilmente si pone la fondatissima difficoltà di come la materia prebiotica abbia potuto conservarsi nell'impatto con l'atmosfera terrestre, e poi nell'impatto con la terra, con le conseguenti altissime temperature, senza disintegrarsi.

All'ipotetico arrivo a terra di molecole prebiotiche dovrebbe poi seguire la già vista fantascienza del caso e della selezione naturale, per arrivare ad una cellula.

Il caso! Non ha alcun senso per noi parlare di caso se non in una situazione di disordine permanente, cosicché appare a tutti che l'ordine non lo può produrre il caso. Il caso è la manifestazione della nostra incapacità di seguire tutto l'insieme dei fenomeni dell'universo. Io vedo una stella in una certa posizione e non so perché sia in quella posizione, ma è certo che quella posizione ha una qualche ragione alla quale io non riesco ad accedere. Dovrei sapere tutto dell'andamento dell'universo, tutto della sua storia, per dire il perché quella stella è in quella posizione. Un esempio semplice e acuto ci viene dal grande fisico Enrico Medi. In sostanza Medi diceva: “Se io lancio un dado in aria penso che il risultato a terra sarà una sorpresa per me; ma in realtà il dado finirà in una posizione esattamente prestabilita, conseguente alla velocità iniziale che gli ho impresso, alla posizione delle facce del dado nella mia mano, all'altezza della mia mano rispetto al suolo, all'angolo di lancio, all'attrito con l'aria, all'angolazione del dado nel suo impatto a terra, all'elasticità del dado, alle condizioni del piano di caduta. Se io conoscessi fin dall'inizio tutti questi dati e potessi matematicamente elaborarli io saprei esattamente se il dado mi presenta la faccia sei, o quattro, o due, ecc.”.

Ci si può domandare come mai nella coda di una cometa ci siano delle molecole organiche. La risposta ci viene data dalle esperienze di  Stanley Lloyd Miller, ma non solo. Bisogna infatti osservare che la materia, il regno minerale, ha un’attitudine ad essere assunto nel regno vegetale e in quello animale. Gli esprimenti sull'autorganizzazione di strutture molecolari in determinate situazioni (ipercicli) non fanno altro che dichiarare questa attitudine; ma da ciò non ne deriva che la vita sia solo una questione di complessità, ma di novità sostanziale, che ha bisogno di una causa esterna alla stessa materia per prodursi. Ma anche sul piano della complessità nulla potrebbe fare l'uomo per costruire una cellula in laboratorio. Infatti posti i vari componenti bisognerebbe assemblarli, e questo non potrebbe avvenire senza un cantiere di assemblaggio, ma si richiederebbe una molteplicità innumerevole di operazioni in contemporanea sul punto. La cellula di un Batterio, ad es. non è, infatti, un edificio, non è un computer, ma un'unità sostanziale; ed è capace di vita, cioè di riprodursi, di muoversi (ameba), di nutrirsi, di ricambiare il suo materiale senza perdere la sua identità, di adattarsi all'ambiente.

Concludendo, l'abiogenesi non ha alcun riscontro nella realtà. La vita non si è prodotta per autoformazione.

Craig Venter recentemente (aprile 2010) ha presentato l'operazione di un DNA sintetizzato mediante un sintetizzatore guidato da un computer, che analizzava il DNA di un batterio il Mycoplasma mycoides. Il sintetizzatore offriva solo piccoli pezzetti di DNA copiati da quello del Mycoides. Si è dovuto, perciò, ricorrere all'azione di una cellula di lievito per unire i vari pezzetti. Il DNA è stato, poi, innestato nel batterio Mycoplasma capricolum privato del suo DNA. Il risultato è stato che il DNA prodotto ha attecchito, dando origine al suo set di proteine. Alla fine è risultato un batterio, capace di moltiplicarsi, che è stato denominato Mycoplasma mycoides JCVI - syn 1.0. 

 

Il punto sull'evoluzione

 

L'evoluzionismo spiega tutto l'imponente fenomeno dell'evoluzione con tre elementi: mutazioni casuali, nicchie ecologiche, deriva genica. Tre elementi che non rendono per nulla ragione del grande fenomeno dell'evoluzione.

Non si ha affatto il passaggio da una specie all'altra per autoevoluzione, ma salti che richiedono input esterni provenienti da una causa adeguata, cioè creante: Dio.

E' giusto pensare che Dio abbia prodotto le varie specie agendo su quelle precedenti e non partendo tutte le volte dalla terra. Ci sono passaggi con salti non completi (vedi Balene), ma sempre rilevanti un atto creatore su di una realtà antecedente.

Esistono gli adattamenti all'ambiente, non provenienti da errori genetici, ma da meccanismi propri della vita; vedi l'esempio dei Batteri di fronte agli antibiotici.

Esistono mutazioni che sono casuali (vedi l'esempio della Talpa), e questo è il solo ambito dove funziona la “teoria sintetica”.

L'evoluzione è, in conclusione, una magnifica scala offerta alla ragione per giungere a riconoscere l'esistenza di Dio trascendente e creatore.

E' bene far subentrare alla terminologia di dibattito - evoluzionismo-creazionismo - la semplice affermazione: “evoluzione sì, ma non autoevoluzione”.