Uno sguardo sulla cosmologia moderna

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La genesi del modello Big Bang

 

Albert Einstein (1879-1955) quando presentò nel 1916 la sua teoria della relatività generale aveva alle spalle la certezza dell'inesistenza dell'etere data dall'esperimento del 1887 condotto da Albert Abraham (1852-1931) e Edward Morley (1838-1923), cioè quell'ipotetico mezzo rigido che si pensava facesse da supporto al viaggiare della luce e della gravità, e che, essendo statico, diventava il riferimento assoluto del moto dei corpi. Einstein si trovò di fronte al vuoto, ma non lo considerò precisamente tale, poiché lo pensò come spazio, inteso non come pura estensione, ma come qualcosa soggetto a prodursi in campo gravitazionale o elettromagnetico. Einstein delineò un Universo con spazio quadrimensionale, dove la quarta dimensione era il tempo, giungendo con ciò ad una geometria non euclidea, il che voleva dire che due linee parallele nell'Universo non rimanevano separate all'infinito, ma venivano a confluire in un punto e per viceversa si aprivano. Con ciò l'universo non poteva essere pensato statico, ma in contrazione o in espansione, e lo spazio,  in presenza di una massa di attrazione, viene inteso come spazio gravitazionale, diventa curvilineo. La luce che ha traiettoria lineare quando passa per un campo gravitazionale risente della curvatura spazio-tempo e subisce un deflessione.

Va detto subito che lo spazio quadrimensionale fornisce solo un modello di facilitazione del calcolo in sede gravitazionale, poiché il tempo ha carattere ben distinto dallo spazio.

Un Universo in contrazione o in espansione rese però perplesso Einstein che introdusse una costante cosmologica alle sue equazioni per rendere il suo Universo stazionario, cioè non in espansione né in contrazione.

 

   Albert Einstein

 

Nel 1917 l'astronomo Vesto Slipher (1875-1969) del Lowel observatory notò che le sue osservazioni su alcune nebulose evidenziavano l’esistenza di spettri di luce con spostamento verso il rosso, cioè verso frequenze minori. Successivamente, nel 1918, l'astronomo Carl Wirtz (1876-1939) dell'osservatorio di Strasburgo, notò lo stesso fenomeno e trovò una relazione lineare tra il red shift (spostamento verso il rosso) delle nebulose e la loro distanza da terra misurata con una serie di calcoli sulla base di metri di paragone detti “candele standard”, ingegnosamente elaborate considerando la luminosità degli oggetti siderei. Ovviamente, queste distanze non sono distanze assolute, cioè non esenti da margini di errore.

La teoria di Vesto Slipher e di Carl Wirtz nonché la Teoria della Relatività di Einstein portarono il fisico belga Georges Eduard Lemaitre (1894-1966), indipendentemente dal fisico russo Alexander Friedman che giunse alle medesime ipotesi, a prospettare l'esistenza di un Universo in espansione.

Lemaitre formulò una legge di proporzionalità fra la distanza delle formazioni celesti e la loro velocità di recessione, cioè la velocità con la quale le galassie sembrano allontanarsi a causa dell'Universo in espansione. A tale legge approdò anche, indipendentemente dalle conclusioni di Lemaitre, Edwin Powell Hubble (1889-1953) con le sue osservazioni, rese pubbliche nel 1926, e venne conosciuta come Legge di Hubble. Hubble ipotizzò che l'Universo fosse omogeneo, cioè presentasse pressoché lo stesso volto in tutte le direzioni, e con ciò non ebbe difficoltà a pensare ad un Universo in espansione come se fosse un pallone gonfiato.

In seguito alle osservazioni di Hubble, Albert Einstein non introdusse più nelle equazioni la costante cosmologica.

Lemaitre nel 1931 giunse a prospettare l'esistenza di un “atomo primevo” che sarebbe esploso dando origine all'Universo. Lemaitre valutò l'età dell'Universo come risalente a 10/20 miliardi di anni fa.

La teoria di Lemaitre venne chiamata del Big Bang (grande esplosione) da Fred Hoyle (1915-2001) nel 1948-50. Fred Hoyle fu il promotore di un modello di Universo stazionario dove la materia mancante per l'espansione veniva continuamente creata.

Negli anni 40, sulla base del modello Big Bang, George Antonovich Gamow (1904-1968) prospettò l'esistenza di una radiazione fossile presente nell'Universo, ciò in base al pensiero che la materia nei primi istanti dell'espansione fosse talmente densa da impedire il passaggio della radiazione prodotta dal Big Bang. In seguito, rarefacendosi la materia, la radiazione poté filtrare inondando l'Universo quando già era molto espanso. Si noti che l'espansione dell'Universo non viene considerata dalla teoria come materia lanciata nel vuoto, ma come materia che forma lo spazio. Gamow stimò che la temperatura della radiazione fosse di 50 gradi Kelvin; in seguito rettificò questo dato portandolo a 5 gradi Kelvin, un dato di previsione che si rivelerà inesatto per eccesso di circa il doppio.

 

Queste considerazioni determinarono l'ingresso nella comunità scientifica della teoria del Big Bang, pur presentando aspetti tutti da motivare. Il Big Bang, in particolare, parla di una grande esplosione a partire dalla materia concentrata in un solo punto a temperatura elevatissima. Una situazione di singolarità che deroga da tutte le leggi della fisica, senza essere o, meglio, poter essere, sostenuta da nessuna prova.

 

   Acceleratore di particelle LHC

 

Nessun acceleratore di particelle, neppure il gigantesco LHC (Large Hadron Collider) di Ginevra può riprodurre tale singolarità iniziale, ma solo lo stato di plasma della materia. LHC per gli aderenti al Big Bang può essere definito una macchina del tempo, una corsa verso le condizioni del plasma iniziale, ma non può andare oltre. In realtà, se si guardano le sperimentazioni di LHC in se stesse, non sono altro che il sondaggio della realtà della materia, ovviamente per quello che è accessibile all'uomo.

La singolarità iniziale risulta così non verificabile da nessuna esperienza possibile e perciò non rientra precisamente nella dignità di teoria, ma solo di un artificio matematico fondato sull’applicazione della teoria della Relatività Generale alle dimensioni globali dell’Universo. Si invoca una nuova teoria la “gravità quantistica”, ma non potrà che muoversi su di una pura astrazione matematica, non verificabile col metodo Galileiano dell'esperimento.

 

La radiazione cosmica di fondo

 

Nel 1964 due fisici, Arno Penzias e Robert Woodrov Wilson, mentre attuavano delle rilevazioni di controllo con un nuovo ricevitore a microonde della Bell Thelephone Laboratories, rilevarono una radiazione a microonde sconosciuta. Successivamente, il gruppo facente capo a Phillip James Peebles dell'Università di Princeton, che si era messo a ricercare tale radiazione pensandola come la radiazione cosmica di fondo (CMBR: Cosmic Microwave Background Radiation), la ritrovò. La radiazione si presentava isotropa, cioè di temperatura uguale in ogni direzione, e ciò contrastava con il pensiero che l'Universo non è così omogeneo. Inoltre, il livellamento della temperatura esigeva lo scambio tra le varie zone in espansione, infatti se l'espansione fosse avvenuta a velocità maggiore della radiazione elettromagnetica non sarebbe stato possibile lo scambio e quindi la CMBR avrebbe dovuto essere molto anisostropa. Per spiegare questo, e non veder annullarsi  la teoria del Big Bang, si ricorse alla “teoria inflazionistica” il cui nome deriva da to inflate (gonfiarsi), secondo la quale subito dopo il Big Bang ci fu un momento nel quale agì “una densità negativa dell'energia di pressione di espansione”. Per questo Alan Guth, artefice del modello inflazionario (1979-1981), si inventò una particella  ipotizzata in azione in quegli istanti: l'Inflatone.

Con ciò si sarebbe avuto all'inizio una singolare espansione velocissima (stiramento dello spazio), con embrioni cosmici, dovuti all'azione gravitazionale e alle onde di pressione dell'esplosione e alla ipotetica energia oscura, tanto vicini da permettere l'omogeneizzazione della temperatura. L'esperimento (1998-1999) Boomerang (Balloon observation of milimetric extagalactis radiation anisotropy and geophisics; un pallone elevato nell'Antartide per sfruttare un varco presente nella nostra galassia) approdò ad affermare che l'Universo ha attualmente una geometria euclidea (universo piatto) sulla base di una “densità critica” dell'Universo. Se l'Universo fosse composto solo da stelle si avrebbe lo spazio non euclideo, ma ciò non è.

 

   Il lancio del pallone Boomerang

 

Il pallone Boomerang, nella cui navetta era collocato un telescopio e un serie di strumenti di misurazione della radiazione cosmica di fondo, rilevò la radiazione spingendosi a misure cento volte inferiori di quelle del satellite COBE (Cosmic Background Explorer), che, messo in orbita nel 1989, registrò anisotropia con variazioni di temperatura dell'ordine del milionesimo di grado Kelvin sul dato di 2,726 gradi Kelvin.

Nel 2003 i dati del satellite WMAP (Wilkinson Microwave Anisotropy Probe) segnalavano differenze di temperatura da punto a punto dell'ordine di alcuni milionesimi di grado Kelvin.

I dati del satellite WMAP esaminati a lungo fornirono  la sorpresa che c'era una zona oscura, nella direzione della costellazione di Eridano, da cui non proveniva radiazione cosmica. Era una zona larga 900 milioni di anni luce. I radiotelescopi del VLA (Very Large Array) nel 2007 confermarono che da quella zona oscura non proveniva alcuna radiazione. L'isotropia (sempre salva una certa anisotropia con la quale il to inflate è allineato) della radiazione di fondo necessaria per pensare all'inizio dello spazio-tempo ne viene profondamente scossa. Nuove misurazioni più approfondite saranno fatte dal satellite Plank collocato su di un orbita particolare ad 1 milione e mezzo di km dalla terra, dove le attrazioni del sole e della terra agiscono in posizione di equilibrio sul satellite (punto lagrangiano L2). La posizione in direzione opposta al sole permetterà al satellite di essere nella zona d'ombra generata dalla terra e dalla luna. Le nuove misurazione probabilmente riveleranno anche per la zona oscura un minimo di radiazione, ma fin da ora bisogna  necessariamente pensare che al momento della to inflate l'Universo era disomogeneo. Del resto già Margaret Geller, unitamente a John Huchra e Louis Nicolaci Da Costa, nel 1989 aveva segnalato disomogeneità nella distribuzione delle galassie, cioè la presenza di grumi di galassie. La cosa venne confermata nel 1996-98 da un team internazionale guidato da Jean Einasto e Maret Einasto.

Glen Starkman, docente di fisica e astronomia all'Università di Stanford, nella sua conferenza al convegno di Moncao (Portogallo, estate 2003), prospettava che la CMBR, piuttosto che essere vista come il resto energetico del Big Bang, era da considerare come proveniente dai corpi stellari attraverso la mediazione delle nubi di gas e polvere cosmica presenti nel cosmo giungendo infine all'integrazione col sistema della nostra galassia, e da qui la nostra registrazione strumentale di isotropia e anisotropia.

 

Il red shift  

 

Le varie sostanze generano o assorbono determinati colori, così ad esempio, un gas di sodio produce luce gialla se riscaldato, come si vede nei lampioni stradali. Ora, Hubble vide che i colori negli spettri di luce che registrava guardando le galassie erano spostati verso il rosso, dalla loro posizione normale. Hubble pensò che questo spostamento fosse dovuto all'effetto Doppler per il quale la luce o il suono, emessi da un corpo in movimento, subiscono uno stiramento o una compressione. Tutti hanno notato che un treno in avvicinamento veloce emette un suono acuto (compressione delle onde sonore) e poi dopo il passaggio un suono grave (stiramento delle onde sonore). Hubble pensò così al red shift.

Ma il red shift  è stato considerato proveniente anche da altri fenomeni.

Si è pensato ad uno spostamento verso il rosso di tipo gravitazionale, ma ciò bisogna dire che implica masse enormi e quindi curvatura dello spazio-tempo con conseguente abbandono della geometria euclidea.

C'è poi il cosiddetto “effetto Doppler trasversale” che nasce dalla rotazione dell'oggetto celeste sul suo asse, ma questo si accompagna nella zona opposta al blue shift, cioè allo spostamento verso il blu, e non rende ragione del red shift globale di un oggetto celeste.

C'è la teoria della “luce stanca”, cioè della luce che nel percorrere gli spazi siderali attenua la sua energia spostandosi verso il rosso. La teoria della luce stanca è stata poco esaminata, ma lo meriterebbe.

C'è poi il pensiero che la luce attraversando campi magnetici fortissimi si sposti verso il rosso. Questo effetto è stato previsto teoricamente da Albert Einstein e verificato sperimentalmente da Walter Sydney Adams (1875-1956), direttore dell'osservatorio di Monte Wilson.

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Lo scompiglio portato dai quasar al red shift

 

   Telescopio orbitante Hubble

 

Il dato valido che porta alla considerazione dell'esistenza di un fenomeno non ancora spiegato proviene da una stella quasar (quasi-stellar radio source; radiosorgente quasi stellare) posta dinanzi al nucleo della galassia NGC 7319. Tale galassia ha dense nubi che nascondono gli oggetti siderei al di là del suo nucleo. L'evento è stato fotografato il 3 ottobre 2003 dal telescopio orbitante Hubble ed è stato notato da Pasquale Galianni dell'Università di Lecce, e verificato come quasar, con il telescopio Kech I, da Halton Christian Arp e da Margaret Burbidge. Ora, le stelle quasar presentano un red shift tanto alto che vengono collocate agli estremi confini dell'Universo. Quella stella quasar, luminosissima come tutte i quasar, stando al suo red shift, avrebbe dovuto trovarsi 90 volte più in profondità.

 

   Quasar posto davanti alla galassia NGC 7319. Foto dal telescopio orbitante Hubble

 

Il red shift, dunque, non può essere indizio esclusivo della velocità di allontanamento degli oggetti astrali. Questo fatto si accompagna ad altre osservazioni dell'astronomo Halton Christian Arp, operante presso il Max-Planch Institute di Monaco. Arp è un grande esperto di distanze astronomiche e dei quasar. Egli vide che in prossimità di quasi tutte le galassie attive, quelle con  grandi emissioni lungo quasi tutto lo spettro elettromagnetico, come infrarossi, onde radio, ultravioletti, raggi x, raggi gamma, si ha un numero di quasar superiore alla media. Arp considerò poi l'esistenza di collegamenti di stelle quasar con alcune galassie che presentavano un basso red shift. Ovviamente, resta l'effetto Doppler, e quindi resta il red shift da velocità degli oggetti celesti, ma tutto diventa più complesso, cioè più ricco, e l'approccio all'Universo non può che diventare molto più cauto e umile.

Ci sarà da spiegare perché i quasar hanno un cosi elevato red shift, ma ciò non potrà più essere interpretato solo come un effetto Doppler. Una spiegazione potrebbe essere proprio quella di Albert Einstein e Walter Sydney Adams, cioè dovuta all'interazione della luce con un fortissimo campo magnetico stellare.

E' stato scoperto anche che le galassie hanno un loro campo magnetico (campo magnetico galattico) diverso dall'addizionarsi dei campi magnetici delle singole stelle, e questi campi magnetici galattici hanno il loro peso nella formazione del red shift galattico.

Ma esistono anche fenomeni impressionanti come galassie che collidono tra di loro rendendo complesso lo schema del Big Bang, che a questo punto appare solo come un semplice abbozzo della realtà.

 

La cosmologia del plasma

 

Fortemente alternativa alla teoria del Big Bang è la cosiddetta cosmologia del plasma proposta negli anni 60 del XX sec. da Hannes Alfven, premio Nobel per la fisica nel 1970.

Esperto nel campo della magnetodinamica, Alfven sostenne che i campi magnetici hanno avuto e hanno un ruolo fondamentale nella composizione delle strutture cosmiche. Fu lui che dimostrò che la Via Lattea aveva un campo magnetico che non era la semplice somma di quelli stellari e ipotizzò che tale campo magnetico galattico fosse dovuto ai moti del plasma interstellare. Il premio Nobel ipotizzò che anche il plasma intergalattico abbia, con i suoi moti, la capacità di generare forti campi magnetici in grado di sovrapporsi all'azione della forza di gravità. Propose anche che nel cosmo da lui congetturato, senza origine e senza limite di estensione, cioè infinito, ci fossero immani scontri tra materia e antimateria che dessero origine a moltitudini di Big Bang. Benché pensato eterno, e quindi in un quadro statico, il cosmo è attraversato dal tempo e quindi in continua evoluzione, il che equivale a dire che ha in sé il divenire e quindi il tempo.

Hannes Alfven vide la sua teoria perdere di interesse negli anni 90 ma, dopo che si sono riscontrate difficoltà nel modello Big Bang, una serie di scienziati come Eric Lerner ha ripreso in mano la teoria con toni combattivi, ed estremizzazioni facilmente riconoscibili. Infatti, la radiazione proveniente dai flussi elettrici del plasma non potrebbe essere che radiazione di sincrotone e quindi fortemente polarizzata, ma la radiazione cosmica di fondo registrata dalle strumentazioni non è affatto tale. Non si osservano poi come fatto presente e costante le grandi annichilazioni di materia e antimateria congetturate. Ci sono in orbita laboratori spaziali per intercettare segni dell'antimateria, ma non si può concludere che materia e antimateria siano in una dialettica costante. Infatti, è la materia che ha avuto il sopravvento sull'antimateria in processi cosmici postulati nel passato.

Indubbiamente, sono preziose le osservazioni scientifiche di Hannes Alfven, ma l'aver confuso scienza con filosofia non gli fa nessun onore. Infatti, la teoria della cosmologia del plasma dice che l'Universo è in continuo divenire, ed è costretta a dire questo dalla realtà delle cose, ma nello stesso tempo presenta come ciò sia dentro un quadro statico, che è proprio di ciò che è eterno. Tanto per fare un esempio, se in una bacinella piena d'acqua l'acqua viene agitata o da una scossa, o da una raffica di vento, o da un vibratore posto nell'acqua, o da una reazione chimica, dopo un po' l'acqua si compone in quiete e non ha in sé la capacità di tornare in moto, ma lo deve ricevere da un'azione esterna. Così un Universo senza causa prima del suo divenire, perché pensato eterno e infinito, non solo cessa ad un certo punto di avere moto in se stesso, ma neppure lo può avere dal principio, proprio perché essendo eterno non ha principio. In definitiva, la teoria della cosmologia del plasma, almeno così come viene divulgata, si presenta con i tratti dell'ideologia materialista e trasferisce nella materia la dialettica tesi-antitesi e sintesi. Ma la materia e l'antimateria non sono in opposizione, ma sono funzionali all'insieme dell'Universo; l'antimateria è entrata, infatti, a far parte della materia.

La cosmologia del plasma ha tuttavia posto il dito sull'inconsistenza dell'astratto punto singolare iniziale, ha evidenziato che si avrebbero leggi fisiche ignote e scardinanti tutte le conoscenze della fisica. Hannes Alfven ha per questo affermato che il plasma prodotto nei laboratori è uguale a quello dello spazio interstellare, uguale a quello delle reazioni nucleari delle stelle. Ha detto che non c'è un cambio di leggi fisiche per cui esse siano mutate. Molto probabilmente, proprio ponendosi contro "l'astratto punto singolare iniziale" Hannes Alfven è finito nell'affermazione di un Universo eterno.

 

La nucleosintesi problema dei problemi

 

Le visioni cosmologiche moderne non possono sostenere, se non verbalmente, che la nucleosintesi, cioè la formazione dei primi nuclei di materia capaci di attirare attorno a sé la materia cosmica, per poi dare inizio e formazione agli oggetti cosmici, sia avvenuta per autoevoluzione. Infatti, il dinamismo di espansione dell'Universo, affermato dalla teoria del Big Bang, avrebbe dovuto conoscere delle barriere di frenamento della materia per raddensarla nel pieno della velocità di espansione. Il gioco tra l'ipotetica forza oscura (l'idea risale al 1915; la denominazione al 1988), che sarebbe la forza antagonista alla forza di gravità e quindi responsabile della surplus di accelerazione - ipotizzato esso stesso da calcoli - dell'espansione dell'Universo e la forza di gravità, mettendo in gioco anche le iniziali pressioni acustiche del Big Bang, annulla l'affermazione della possibilità che il processo di nucleosintesi sia avvenuto per autoevoluzione, infatti ciò non produce alcun tipo di frenamento, ma anzi il contrario. Per questo i cosmologi del Big Bang ammettono di non avere alcuna idea sulla formazione delle strutture cosmiche.

Il termine nucleosintesi è poi elegante, ma impotente ad esprimere la formazione delle grandi strutture sideree, perché fa riferimento solo alla formazione delle stelle. La realtà invece è ben più complessa perché le stelle fanno parte di grandiose strutture quali sono le galassie, e la complessità della nucleosintesi sale ancora immensamente di grado se si pensa che gruppi di galassie sono in concatenazione gravitazionale attorno ad un loro centro galattico ruotando attorno ad esso, mentre ognuna ruota attorno al proprio centro gravitazionale; e infine la complessità sale ancora immensamente se si pensa che tutto l'Universo è in mirabile concatenazione gravitazionale.

E impotente più che mai è la cosmologia del plasma a spiegare la nucleosintesi, anche perché l'ideologia materialista ne deforma il cammino scientifico.

 

La materia oscura è stata rintracciata

 

Il primo astronomo che ipotizzò l'esistenza di una quantità di materia maggiore di quella visibile fu Fritz Zwicky nel 1933. L'astronomo studiò il comportamento gravitazionale di due ammassi di galassie, quello della Vergine e quello del Cigno giungendo alla conclusione che per spiegare la gravitazione occorreva la presenza di una grande quantità di materia (disse 400 volte quella visibile).

Fu tuttavia negli anni 70 che si impose il dubbio che la materia dell'Universo fosse decisamente maggiore di quella che si poteva osservare se si applicavano le leggi della gravitazione di Newton. Ad esempio, le stelle della via Lattea senza una grande massa di materia che non appariva si sarebbero sparse per l'universo a causa della forza centrifuga. Si notò pure che le stelle del centro galassie orbitavano con una forte velocità, mentre nelle zone periferiche le stelle non avevano una velocità bassa come avrebbero postulato i calcoli gravitazionali, ma erano più veloci (Tutti sappiamo che i pianeti vicino al sole ruotano più velocemente di quello lontani). Anche in questo caso bisognava ipotizzare la presenza di grandi masse di materia extragalattica capace di dare ragione gravitazionale del comportamento delle stelle periferiche che avevano una velocità maggiore di quella dei calcoli.

Questa materia che i calcoli postulavano venne detta “materia oscura”, cioè non visibile. Essa è costituita da  circa il doppio di quella osservata.

L'esistenza della “materia oscura” venne tuttavia negata in particolare dall'astronomo Mordehai Milgrom  postulando che le leggi di Newton non fossero più valide in scala galattica. Tuttavia si cercò di rintracciare la “materia oscura” sfruttando il fatto che un raggio di luce subisce una deflessione gravitazionale. Il procedimento complesso venne definito di “lente gravitazionale”. In poche parole, senza alcuna pretesa di spiegare il procedimento, che si avvaleva del confronto di migliaia di foto, se un raggio di luce proveniente da una galassia subiva una flessione di traiettoria anche in assenza di massa visibile voleva dire che c'era la “materia oscura”. Gli astrofisici nel frattempo postularono che la “materia oscura” doveva essere di gas molto rarefatto con temperature altissime di un milione di gradi Celsius. Tale materia era nelle condizioni di emettere dei raggi X, che dovevano essere rintracciati dalle strumentazioni. Di fatto furono rintracciati dalle strumentazioni, ma con risultato oltre le loro programmazioni, e nessuno li rintracciò nelle raccolte dei dati. A rintracciarli nelle raccolte dei dati è stata una signorina di 22 anni, Amelia Fraser-McKelvie, studentessa di ingegneria aerospaziale dell'Università Monash di Melbourne, durante uno stage presso la School of Phisics dell'Università. L'osservazione attenta delle documentazioni ha fatto si che la giovane in soli tre mesi risolvesse il rompicapo di due decenni degli astronomi e degli astrofici: la “materia oscura” esiste. Ha le caratteristiche generali preconizzate, e fuori delle galassie si presenta in giganteschi filamenti. I risultati ottenuti da Amelia Fraser-McKelvie sono stati pubblicizzati il 4 e il 6 aprile del 2011 e sono stati pubblicati nella prestigiosa rivista “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society”.

Il risultato è che viene annullata la teoria che ipotizzava la non validità delle leggi di Newton in scala cosmica.

 

Ma cosa si può dire di fronte a tanti dati, tante osservazioni? Personalmente dico: Dio

 

Personalmente penso alla creazione iniziale di un universo in stato di caos, dove gli elementi erano in urto, in esplosione, in stato di plasma e di immani moti. Il cosmo in stato di caos, non va affatto inteso come privo di un ordine implicito, immanente, di un ordine pronto ad essere mirabilmente espresso.

Il Caos era pronto a ricevere da Dio un  impulso onnipotente per l'attuarsi della nucleosintesi.

 

 

Dunque evoluzione, ma non autoevoluzione, ed è questa la sostanza del discorso che papa Ratzinger ha rivolto alla Pontificia Commissione per le Scienze (Osservatore Romano, 1 novembre 2008): “Per svilupparsi ed evolversi il mondo deve prima essere, e quindi essere passato dal nulla all'essere. Deve essere creato, in altre parole, dal primo Essere che è tale per essenza.

Affermare che il fondamento del cosmo e dei suoi sviluppi è la sapienza provvida del Creatore non è dire che la creazione ha a che fare soltanto con l'inizio della storia del mondo e della vita. Ciò implica, piuttosto, che il Creatore fonda questi sviluppi e li sostiene, li fissa e li mantiene costantemente. (...) Il mondo, lungi dall'essere stato originato dal caos, assomiglia a un libro ordinato. È un cosmo. Nonostante elementi irrazionali, caotici e distruttivi nei lunghi processi di cambiamento del cosmo, la materia in quanto tale è "leggibile". Possiede una "matematica" innata. La mente umana, quindi, può impegnarsi non solo in una "cosmografia" che studia fenomeni misurabili, ma anche in una "cosmologia" che discerne la logica interna visibile del cosmo”.

Non fa problema pensare ad un Universo che abbia conosciuto espansioni, fa problema pensare che tutto derivi da un'unica sorgente, perché è difficile dare ragione di galassie che si avvicinano (la galassia Andromeda si avvicina alla Via lattea e si ipotizza che tra 4 miliardi di anni potrebbero entrare in collisione e fondersi in una sola galassia) e poi si collidono diventando un'unica galassia, come il telescopio orbitante Hubble ci ha fatto vedere.

 

      Galassie prossime alla collisione. Dal telescopio orbitante Hubble

 

Un universo allo stato di caos non è affatto incompatibile con la narrazione della Genesi, dove la creazione delle cose è vista procedere per tappe e nello stesso tempo senza discontinuità perché, fin dall'inizio, la materia era stata creata atta a formare, con atto creatore di Dio, le piante, gli animali, e infine il corpo dell'uomo, dotato di un'anima spirituale.

 

La narrazione della Genesi

 

Indubbiamente, nella Bibbia è presente la nozione di un Universo di partenza per giungere all'attuale, come si può vedere nella narrazione della Genesi (1,1 - 2,4). Questo Universo di partenza lo si può chiamare con il nome classico di caos.

Il testo dice che Dio in principio creò, il cielo e la terra. Il tempo comincia con l'atto creatore che produce tutte le cose dal nulla, cioè non a partire da una materia eterna preesistente.

Il testo prosegue dicendo che la terra era avvolta dalle acque e che le tenebre ricoprivano l'abisso. L'abisso (tehom) indica usualmente le profondità dell'oceano, oppure le acque sotterranee in quanto sono nelle profondità. Ma il testo lascia intendere che le acque dell'abisso non esistono ancora, esiste un'unica massa indifferenziata che ricopre la terra, per cui per abisso deve intendersi la massa gassosa che ricopre le acque. Il cielo, dove saranno poste stelle e sole, è come un panno tenebroso che ricopre l'abisso; manca la luce.

La terra è presentata antecedente alla creazione della luce e alla creazione del sole e delle stelle. Il fatto è estremamente singolare, e non può considerarsi una semplice deroga all'esperienza comune della luce proveniente dagli astri dal sole e dalla luna, tanto per introdurre la serie dei giorni.

La creazione della luce è così un evento nuovo, cardine, che determina il passaggio dall'Universo di partenza all'Universo attuale. La sorgente di questa luce la si deve vedere, considerando la visione degli antichi (Cf. Gb 38,19), in serbatoi dai quali esce e rientra. Si ha così  il giorno-notte, che viene sostituito dal giorno-notte determinato dalla luce delle stelle e del sole.

Il testo così configura un Universo di partenza. Retrocedendo si può pensare ad un caos primordiale, dove gli elementi sono in urto, in esplosione, così l'Universo di partenza assume la configurazione di tappa verso l'universo attuale.

 

L'uomo al vertice di tutto

 

L'uomo è certo in relazione con la terra perché l'abita, perché ne trae alimenti e mezzi per la sua vita, ma con la terra è pure in una relazione costituzionale perché da essa è stato tratto, come dice la narrazione della Genesi (Gn 2,7) circa il suo corpo, essendo che la sua anima viene da Dio: “Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente”.

Non è precisamente esatto dire che Dio ha posto l'uomo sulla terra, poiché Dio l'ha tratto dalla terra. La Bibbia dice così che prima viene il corpo e poi, immediatamente, l'anima che dà vita al corpo; e così è sempre: prima la formazione dell'embrione poi, immediatamente, l'infusione dell'anima creata  all'istante.

Si ha esattamente il contrario nella dottrina della reincarnazione: prima c'è l'anima e poi il corpo che la immette in un cammino di espiazione di peccati antecedenti. La dottrina della reincarnazione  è  chiaramente erronea anche se si considera il solo fatto che spezza l'unità uomo, riducendo il corpo dell'uomo a realtà esterna, accidentale.

 

Il testo biblico (Gn 1,1s) presenta l'uomo come il vertice dell'opera creatrice di Dio. L'uomo è al vertice delle cose create, ed è perfettamente conseguente che esse siano poste sotto i suoi piedi (Ps 8,7).

 

   Collocazione del sistema solare nella Via Lattea

 

Nel secolo scorso molti si sono sentiti sconfortati nel sapere che la terra non è al centro della Via Lattea. Per essi il non essere al centro costituiva motivo per registrare un vulnus in se stessi, che traducevano in pessimismo sul valore dell'uomo, ma dimenticavano che l'uomo è al vertice delle opere di Dio, ed essere al vertice vuol dire essere al centro di un disegno di Dio, che Dio ci ha fatto conoscere con Cristo che è il vertice assoluto.

Il pensiero che su altri pianeti ci sia vita vegetale e animale, non è senza fondamento, poiché una lunga, immane, storia di forme di vita animale e vegetale già era stata sulla terra prima che l'uomo fosse creato. Non è pensiero deviante poiché è pensiero che rende gloria a Dio creatore di un Universo degno di lui.

Il disegno di Dio è disegno d'amore, e l'amore  gratuito di Dio chiede che l'amore dell'uomo per lui cresca nell'esistenza terrena affinché si abbia poi l'apoteosi nell'eterno abbraccio con lui nel cielo; in quel cielo che è al di sopra di ogni cielo sidereo.

L'essere al vertice delle opere di Dio allora si esprimerà, nell'eterno abbraccio con Dio, nel fruire delle bellezze del cosmo, delle meraviglie di tante e tante vite vegetali e animali poste nei pianeti adatti alla vita. L'essere al vertice coinciderà allora con l'essere veramente al centro di tutto, poiché Dio darà a chi ha corrisposto al suo amore il possesso di tutto. 

Poi il cosmo sarà sconvolto e ne emergerà ad opera di Dio l'ultima forma, quella eterna e gloriosa (Cf. Rm 8,21; 2Pt 3,10).

 

   "In Cristo furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono" (Col 1,16-17). Lui è il vertice di ogni vertice. Lui il disegno del Padre.