Libro del profeta Malachia
  Libro del profeta Malachia
 
Testo e commento

Capitolo   1   2    

Un profeta che si fa anonimo, per sua iniziativa, non è pensabile perché in tal modo non darebbe testimonianza alla parola pronunciata. Per cui il profeta non si dichiarò un anonimo.
Il nome in ebraico Mal'ākhī significa "il mio messaggero” e si ritrova in (3,1); ne segue che potrebbe non essere il nome di una persona.
Che Mal'ākhī non fosse il nome proprio del profeta lo avvertì la traduzione del LXX, dove al posto di “mio messaggero” mise “suo messaggero”. I LXX aggiunsero: “mettete dunque (ciò) sul vostro cuore”.

L’interpretazione ebraica tradizionale ha identificato Mal'ākhī con Esdra, sulla base delle realtà trattate, che corrispondono al tempo di Esdra-Neemia.
Nella versione in aramaico (Targum) si legge: "Il mio messaggero, il cui nome è Esdra, lo scriba".
Questa tradizione è stata accolta da S. Girolamo, Tertulliano, S. Giovanni Crisostomo, S. Agostino, e altri, ma ha il difetto che sarebbe dovuta comparire nel testo, e non in una traduzione.

Si è considerato Mal'ākhī come un'apocope di Mal'ākhi[yyah] "messaggero di Jahvè", ma non convince perché non ha altri esempi nella Bibbia.
Notevole chiarimento viene dal sapere che originariamente i tre capitoli di Malachia erano un’appendice del libro di Zaccaria (Deutero Zaccaria, cap. 9 - 14). Il Deutero Zaccaria ha brani anonimi e senza data. Il termine maśśā’ (peso, carico posto sulle spalle del profeta) che noi traduciamo con oracolo è usato due volte nel Deutero- Zaccaria (9,1 12,1), e lo si trova in Malachia (1,1). Quando il testo venne separato, riconoscendovi un profeta a parte, per lo stile e le tematiche che si riferivano al tempo delle missioni di Esdra e Neemia (458 - ), non si conosceva il nome del profeta. A maśśā’ si aggiunse secondo la titolazione consueta: “Parola del Signore a Israele per mezzo di Malachia”. Il nome Malachia venne posto non come nome storico del profeta, ma - più debolmente - come nome proprio, differenziandolo così da (3,1). E’ tutto quello che il redattore poteva fare.

II resto di Israele che ritornò da Babilonia si trovò di fronte a profondi cambiamenti. Erano nella loro terra, ma sotto il dominio di un governatore persiano. Dovevano riedificare il tempio di Salomone e nello stesso tempo pensare alla propria sussistenza, e cedendo all’umano preferirono pensare alla loro sistemazione economica. Due profeti, Aggeo e Zaccaria, sollecitarono il popolo a impegnarsi per la ricostruzione del tempio, che giunse a compimento (515) pur senza lo splendore di ornamenti che aveva prima.

Il Tempio fu il punto fermo del popolo, e dal Tempio ci si aspettava prosperità e magari la restaurazione dell’indipendenza politica. La prosperità ci fu, ma per poco tempo, perché l’attenzione del popolo si orientò sempre di più all’immediato della vita.
La tendenza a ricostruire il regno di Israele era ben presente, così quando sotto Artasese III Ocos (tempo reame 425 - 338) ci furono ribellioni in varie Satrapie dell’impero persiano, i Giudei aderirono alla sollevazione della Satrapia Transeufrate, nella speranza di liberarsi del dominio persiano. La repressione non mancò e molti furono deportati dalla Giudea a Ircania sul mar Caspio.
Non c’era più il male degli idoli, ma era subentrato un clima di compromesso tra l’Alleanza e la mondanità. Un clima che aveva elaborato nel profondo del cuore di tanti una posizione addirittura da difendere come pratica e realistica. Il compromesso aveva investito anche la classe sacerdotale, accelerando il processo.
Pare di dover dire che l’azione di Malachia fu di poco antecedente gli arrivi in Giudea di Esdra e Neemia, proprio come un Mal'ākhī che prepara l’avvento della riforma.

Esdra fu presente per la prima volta in Giudea (428) regnante Artaserse I Longimano (tempo di reame 464 - 424), riportando da Babilonia i vasi sacri d’oro e d’argento e gli altri preziosi utensili (Esd 1,7).
Una seconda presenza (398) di Esdra ci fu sotto Artaserse II Mnemone (tempo di reame 405 - 358). Neemia fece la sua prima presenza (445/443) sotto Artaserse I Longimano; ne seguì una seconda poco prima della morte del re.

1 1 Oracolo. Parola del Signore a Israele per mezzo di Malachia.

Dio ama Israele e lo ha dimostrato da sempre
2 Vi ho amati, dice il Signore. E voi dite: “Come ci hai amati?”. Non era forse Esaù fratello di Giacobbe? Oracolo del Signore. Eppure ho amato Giacobbe 3 e ho odiato Esaù. Ho fatto dei suoi monti un deserto e ho dato la sua eredità agli sciacalli del deserto. 4 Se Edom dice: “Siamo stati distrutti, ma ci rialzeremo dalle nostre rovine!”, il Signore degli eserciti dichiara: "Essi ricostruiranno, ma io demolirò". Saranno chiamati “Territorio malvagio”"e “Popolo contro cui il Signore è adirato per sempre”. 5 I vostri occhi lo vedranno e voi direte: “Grande è il Signore anche al di là dei confini d’Israele”.

Vi ho amati, dice il Signore. E voi dite: ‹Come ci hai amati?›”. I Giudei non vedono i segni dell’amore di Dio.
Il problema è dato da Edom, altro nome di Esaù (rossiccio, da 'admōnî; Gen 25,25). Edom significa ancora rosso ('ādōm) questo per la minestra rossa che preferì alla primogenitura Gen 26,30). Sono nomi coniati popolarmente.
Edom abitava il deserto del Negev e il Wadi Araba, e viveva dei traffici commerciali che avvenivano fra Egitto, il Levante, la Mesopotamia e l’Arabia meridionale.
Ho fatto dei suoi monti un deserto e ho dato la sua eredità agli sciacalli del deserto”. Edom durante l’esilio di Israele a Babilonia (Ps 137,7; Abd 10-14) si insediò nella regione a sud di Hebron appartenente alla Giudea. Tale regione venne chiamata dai Greci e dai Romani Idumea, secondo un antico passaggio fonetico che risaliva agli Assiri: "Udumi" o "Udumu". Quando gli Edomiti entrarono nel terreno di Giuda, i Nabatei cominciarono la penetrazione nei territori di Edom.
Petra che fu l’antica capitale di Edom passò ai Nabatei, e gli Edomiti vennero sospinti a sud e a est del loro territorio.
I Nabatei sono chiamati “
gli sciacalli del deserto”, perché erano riusciti a viverci con una serie di ingegnose cisterne d’acqua e canalizzazioni sotterranee, note solo a loro. I nemici che li attaccavano li vedevano rifugiarsi nel deserto. Gli attaccanti prima o poi rimanevano privi di acqua dovendo per questo arrendersi.
Se Edom dice: ‹Siamo stati distrutti, ma ci rialzeremo dalle nostre rovine!›, il Signore degli eserciti dichiara: ‹Essi ricostruiranno, ma io demolirò›”. Gli Edomiti rimasero sotto la pressione dei Nabatei, i quali furono alleati dei Giudei contro la dinastia dei Seleucidi, stabilitasi alla morte di Alessandro Magno. All’epoca della rivolta dei Maccabei, Giuda Maccabeo, verso il 163 a.C., riconquistò l’Idumea, ex terra della Giudea. La prosperità dei Giudei portò da 140 in poi al conflitto tra Nabatei e Giudei, conflitto che venne estinto con la presenza militare di Gneo Pompeo Magno (63).
Gli Edomiti furono assoggettati dal re di Giuda, e sommo sacerdote, Giovanni Ircano (125), per poi estinguersi all’epoca delle Guerre Giudaiche contro Roma.


Le gravi inadempienze dei sacerdoti
6 Il figlio onora suo padre e il servo rispetta il suo padrone. Se io sono padre, dov’è l’onore che mi spetta? Se sono il padrone, dov’è il timore di me? Dice il Signore degli eserciti a voi, sacerdoti che disprezzate il mio nome. Voi domandate: “Come lo abbiamo disprezzato il tuo nome?”. 7 Offrite sul mio altare un cibo impuro e dite: «In che modo te lo abbiamo reso impuro?». Quando voi dite: “La tavola del Signore è spregevole” 8 e offrite un animale cieco in sacrificio, non è forse un male? Quando voi offrite un animale zoppo o malato, non è forse un male? Offritelo pure al vostro governatore: pensate che sarà soddisfatto di voi o che vi accoglierà con benevolenza? Dice il Signore degli eserciti.
9
Ora supplicate pure Dio perché abbia pietà di voi! Se fate tali cose, dovrebbe accogliervi con benevolenza? Dice il Signore degli eserciti.


Voi domandate: ‹Come lo abbiamo disprezzato il tuo nome?›”. C’è una resistenza alla verità nel cuore dei sacerdoti, frutto dell’abitudine al compromesso, dei cavilli morali, dei distinguo pretestuosi, dell’illudere se stessi, e del lasciarsi illudere dalle lodi umane (Cf. Ps 35/36,2-5).
Offrite sul mio altare un cibo impuro e dite: ‹In che modo te lo abbiamo reso impuro?›”.
Un cibo impuro”. Il termine “cibo” lo si ritrova in (Lv 3,11: “E’ un alimento consumato dal fuoco in onore del Signore”; 22,25: “Offrirla come cibo in onore del vostro Dio”), ma va chiarito che assolutamente Dio non prendeva cibo, come le divinità pagane, che non mangiavano poi nulla. (Ps 49/50,12-13): ”Se avessi fame, a te non lo direi: mio è il mondo e quanto contiene. Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri?”. Il cibo è cibo dell’uomo. In un’economia agricola il valore di un animale domestico (Bue, vitello, pecora, agnello, capro) era rilevante, e l’animale doveva essere perfetto, non di scarto (Lv 22,20-22).
Al posto di cibo, che poteva creare equivoco si usava anche l’espressione “
profumo gradito in onore del Signore” a indicare il gradimento divino (Lv 1,9.17).
Sulla testa dell’animale prima di essere immolato l’offerente posava la sua mano a significare che ne aveva fino a quel punto il possesso (Lv 1,4), ma che vi rinunciava offrendolo in sacrificio sull’altare. L’animale poteva essere ucciso dall’offerente stesso (Lv 1,5) o dai leviti (Ez 44,11) per poi passare all’azione dei sacerdoti che lo ponevano sull’altare degli olocausti.
L’imposizione della mano da parte dell’offerente non era affatto un rito di sostituzione o di trasmissione del peccato dall’offerente alla vittima: una vittima carica di peccato non sarebbe stata gradita. Solo il capro che veniva portato nel deserto era caricato dei peccati del popolo (Lv 16,8.21), ma era una pratica antica accettata per non urtare il popolo ad essa abituato. Il capro non veniva ucciso, poiché non poteva essere vittima gradita, ma inviato nel deserto per il demone Azael.
Il sangue della vittima veniva sparso ai piedi dell’altare, perché il segno della vita, il segno primo del sacrificio.
Il fuoco dell’altare rimaneva sempre acceso. C’erano vari tipi di sacrificio, descritti nel libro del Levitico.
I sacrifici erano per rammentare, ravvivare l’Alleanza, e per restaurala se compromessa col peccato.
Il valore teologico di tali sacrifici era quello di rimandare il perdono dei peccati a un sangue che non poteva essere di animali (Lv 4,1s; 5,1s; 7,1s; Ps 21/22,7s; 39/40,7-9; Is 50,6s; 52,13; 53,1s; 54,5; Dn 9,26; Eb 10,5s).
Quando voi dite: ‹La tavola del Signore è spregevole› e offrite un animale cieco in sacrificio, non è forse un male?”. “La tavola del Signore è spregevole”. Ovviamente non lo dicono con il labbro, ma con il cuore, scegliendo di presentare all’altare animali difettosi. La noncuranza di ciò che riguarda il Signore è in definitiva disprezzo di lui. Ma non c’è solo questo: i sacerdoti, abbracciando con falsificazione la predicazione profetica che poneva l’accento non sui sacrifici, ma sulla vita morale, ritengono di basso profilo i sacrifici. Ora se i sacrifici hanno ben poco valore, allora il Signore che li vuole ha una
tavola spregevole”, per cui anche un animale difettoso va bene..
Offritelo pure al vostro governatore: pensate che sarà soddisfatto di voi o che vi accoglierà con benevolenza?”. Il Signore riporta i sacerdoti alla realtà da chiunque constatabile: un’offerta difettosa di certo non la gradirebbe il “governatore”, al quale sono tanto ossequiosi, cosicché non si permetterebbero mai di fare una tale cosa.
Ora supplicate pure Dio perché abbia pietà di voi! Se fate tali cose, dovrebbe accogliervi con benevolenza? Dice il Signore degli eserciti”. Il profeta smaschera la contraddizione presente in tante suppliche a Dio per essere salvati dalle incursioni degli Edomiti, dei Moabiti, degli Ammoniti, insistenti nell’immediato post esilio. Non possono chiedere pietà al Signore, che organizzi le loro milizie e le faccia vincenti. “Il Signore degli eserciti”, dice che è il Signore che decide le vittorie o le sconfitte (Ps 107,11-12): “Chi mi condurrà fino all’Idumea? Non forse tu, Dio, che ci hai respinti, e più non esci con i nostri eserciti?”.


Meglio che il tempio fosse chiuso, e l’altare spento
10 Oh, ci fosse fra voi chi chiude le porte, perché non arda più invano il mio altare! Non mi compiaccio di voi - dice il Signore degli eserciti - e non accetto l’offerta delle vostre mani! 11 Poiché dall’oriente all’occidente grande è il mio nome fra le nazioni e in ogni luogo si brucia incenso al mio nome e si fanno offerte pure , perché grande è il mio nome fra le nazioni. Dice il Signore degli eserciti. 12 Ma voi lo profanate quando dite: “Impura è la tavola del Signore e spregevole il cibo che vi è sopra”. 13 Voi aggiungete: “Ah! che pena!”. E lo disprezzate. Dice il Signore degli eserciti. Offrite animali rubati, zoppi, malati e li portate in offerta! Posso io accettarla dalle vostre mani? Dice il Signore. 14 Maledetto il fraudolento che ha nel gregge un maschio, ne fa voto e poi mi sacrifica una bestia difettosa. Poiché io sono un re grande - dice il Signore degli eserciti - e il mio nome è terribile fra le nazioni.

Oh, ci fosse fra voi chi chiude le porte, perché non arda più invano il mio altare!”. Almeno l’onestà di chiudere il tempio e spegnere il fuoco dell’altare: sarebbe stato già qualcosa di onesto.
Di fronte a un culto condotto come un mestiere per di più fatto senza passione, Dio dice che ne può fare a meno, anzi si facesse così: chiuso tutto, spento tutto, perché egli guarda ben oltre i piccoli confini di Israele, che, ceppo da lui creato, non si limiterà a se stesso, ma per mezzo del Messia, che da lui verrà secondo la carne, si vedrà unito a tutte la nazioni, nell’unità dell’unica Chiesa (Gen 12,3; 17,5).
Un culto ben diverso da quello del Tempio, si stabilirà “
Dall’oriente all’occidente”. Lui stesso immetterà tale realtà nuova con il “suo servo” La predicazione dei profeti dell’esilio l’aveva annunciato (Isaia 42,1; Deutero-Isaia 49,6).
In ogni luogo si brucia incenso al mio nome e si fanno offerte pure” E’ usato il tempo presente, poiché in connessione alla grandezza del “mio nome” su tutte le nazioni (“dall’oriente all’occidente grande è il mio nome fra le nazioni”), che è realtà presente, poiché egli ne è il sovrano supremo, e non manca di agire in esse, anche se esse non lo conoscono (Cf. Is 45,1-4; Am 9,7). Questa presenza di azione culminerà con il dono di un culto nuovo, tanto certo che è come già presente. Questo nuovo culto abolirà completamente quello del Tempio. Ne segue che i sacerdoti non devono credere che Dio avesse bisogno di sacrifici di animali, concludendo con disprezzo che la “tavola del Signore è spregevole”. Dio chiedeva obbedienza, virtù, amore; i sacrifici erano solo un segno rituale della generosità di sacrificare dei beni, riconoscendo la sovranità di Dio su tutto.
Si brucia incenso al mio nome”; muqtār, il termine è connesso all’incenso, ma ha pure un uso più ampio. “Si fanno offerte pure”; minḥȃ, è associato al grano, ma ha anche un uso in generale.
Offerte pure” perché gradite a Dio, non essendo in nulla contaminate da peccato.
L’interpretazione autentica di questo passo è data Il Concilio di Trento interpreta questo passo come profezia dell’offerta eucaristica del tempo messianico (C. d. T. Sess. 22, cap. 1. Denzinger 1742).
Nel Trito-Isaia (scritto dopo il ritorno dall’esilio: 537/520) si trova la stessa inedita prospettiva cultuale (66,21): “
Anche tra di loro mi prenderò sacerdoti leviti, dice il Signore”.
Ma voi lo profanate quando dite: ‹Impura è la tavola del Signore e spregevole il cibo che vi è sopra›. Voi aggiungete: ‹Ah! che pena!›”. Il compromesso con il popolo li portava ad accettare vittime non sane; scaricando poi la colpa sul popoli dicevano “Ah! Che pena!”. Le contorsione delle ipocrisie dei sacerdoti è resa in pieno, perché erano loro che dovevano essere i primi difensori della Legge, e invece erano compiacenti: “Offrite animali rubati, zoppi, malati e li portate in offerta! Posso io accettarla dalle vostre mani?”.
Maledetto il fraudolento che ha nel gregge un maschio, ne fa voto e poi mi sacrifica una bestia difettosa”. Fuori dubbio che la colpa dei sacerdoti era di non far rispettare la Legge accettando vittime difettose.
Il mio nome è terribile fra le nazioni”, perché ha il potere di lanciare eserciti contro coloro che violano la Legge, disprezzando l’Alleanza (Lv 26,14s).

Sui sacerdoti incombe la maledizione
2 1 Ora a voi questo monito, o sacerdoti. 2 Se non mi ascolterete e non vi darete premura di dare gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni. Anzi le ho già cambiate, perché nessuno tra voi se ne dà premura.

Manderò su voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni”. Le benedizioni erano le preghiere sacerdotali: Birkat Kohanim o Nesiat Kapayim, cioè “ alzando le mani”. Le preghiere erano dette con animo sporco di peccato, per cui tali benedizioni, fatte nel nome del Signore (Dt 10,8) si ritorcevano come maledizioni di Dio su di loro. La maledizione era per chi violava l’Alleanza (Lv 26,14s):
Anzi le ho già cambiate, perché nessuno tra voi se ne dà premura”. Il Tempio è in difficoltà circa il suo sostentamento.

L’alleanza con Levi tradita
  3 Ecco, io spezzerò il vostro braccio
e spanderò sulla vostra faccia escrementi,
gli escrementi delle vittime
immolate nelle vostre feste solenni,
perché siate spazzati via insieme con essi.
4 Così saprete che io ho diretto a voi questo monito,
perché sussista la mia alleanza con Levi,
dice il Signore degli eserciti.
5 La mia alleanza con lui
era alleanza di vita e di benessere,
che io gli concessi,
e anche di timore,
ed egli mi temette ed ebbe riverenza del mio nome.
6 Un insegnamento veritiero era sulla sua bocca
né c’era falsità sulle sue labbra;
con pace e rettitudine ha camminato davanti a me
e ha fatto allontanare molti dal male.
7 Infatti le labbra del sacerdote
devono custodire la scienza
e dalla sua bocca si ricerca insegnamento,
perché egli è messaggero del Signore degli eserciti.
8 Voi invece avete deviato dalla retta via
e siete stati d’inciampo a molti
con il vostro insegnamento;
avete distrutto l’alleanza di Levi,
dice il Signore degli eserciti.
9 Perciò anche io vi ho reso spregevoli
e abietti davanti a tutto il popolo,
perché non avete seguito le mie vie
e avete usato parzialità nel vostro insegnamento.
 

Spezzerò il vostro braccio”, cioè farò venire meno il vostro potere. “Spanderò sulla vostra faccia escrementi, gli escrementi delle vittime immolate”. Nella preparazione delle vittime immolate, cioè già scannate, venivano eliminati gli escrementi e lavate le interiora (Lv 1,9.13; 4,11). “Perché siate spazzati via insieme con essi”. Gli escrementi venivano poi spazzati via e inceneriti su di un fuoco, in un luogo distante (Lv 4,12). L’umiliazione prospettata è estrema. Escrementi sono messi, a loro vergogna, sulle loro facce, e poi spazzati via.
Dio non minaccia la distruzione del tempio, ma minaccia il sacerdozio che aveva assecondato i matrimoni con donne straniere, entrando così a contatto con i loro culti, come già fece Salomone con le sue mogli.
I matrimoni con donne straniere erano accettati in antico (Gen 41,45; 48,5s; Nm 12,1), a condizione che esse lasciassero i culti pagani. Tali matrimoni vennero poi proibiti per il pericolo reale che le donne, non passando alla fede di Israele (Dt 21,10s; Rut 1,16), diventassero la via per l’infiltrazione dell’idolatria (Es 34,16; Dt 7,1-4). Ora non si vigila su questo. L’importante è creare legami con chi possiede ricchezze.

Esdra, fin dall’inizio, in preparazione del viaggio verso Gerusalemme, volle accanto a sé il capo sacerdote Serebia con i suoi figli, destinati al tempio del Signore (Esd 8,17), e il capo sacerdote Casabia, e dieci persone scelte tra i fratelli di entrambi (Esd 8,24). Ciò vuol dire che Esdra non voleva affidarsi alla situazione che avrebbe trovato, ma servirsi di persone della massima fiducia. Darà poi fiducia al sacerdote Meremot, figlio di Uria, a Eleazaro, e ai leviti Iozabàd, figlio di Giosuè, e Noiada figli di Binnùì (Esd 8,30).
I sacerdoti e i loro figli, che avevano contratto matrimoni con donne straniere, verranno censiti, e quindi disonorati (Esd 10,18s). Malachia aveva augurato loro la morte (Cf. Lv 10,1s), poiché impuri per i matrimoni contratti con donne straniere, ma la evitarono rimandando le donne straniere (Esd 10,5.18s).
Così saprete che io ho diretto a voi questo monito, perché sussista la mia alleanza con Levi, dice il Signore degli eserciti”. L’azione di Esdra recuperò i contenuti dell’alleanza di Dio con Levi (Es 32,26s; Dt 33,8s). Il titolo “Signore degli eserciti” viene ripetuto perché egli dà vittoria a chi vuole, indipendentemente dalla sua forza numerica (Gdc 7,2.4-7).
Infatti le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca insegnamento, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti”. “Devono custodire la scienza”, perciò viverla loro stessi, poiché non si conserva ciò che non si vive, e non si vive se non se ne vede il valore. Il popolo va dal sacerdote per essere istruito, chiarito nelle sue incertezze, accompagnato nel suo agire, non per sentire parole di ribellione al potere costituito, in questo caso quello persiano. E’ “Il Signore degli eserciti”, non solo di quello di Israele, ora inesistente, ma anche quelli Assiri, Babilonesi coi quali Dio umiliò Israele. Una riconquista dei territori e la difesa degli stessi era in mano a Dio. Gli israeliti liberati da Babilonia ora erano sottoposti alla Persia, che però si rivelava molto benevola con dei vinti in guerra, con dei deportati (Esd 9,9s).
Voi invece avete deviato dalla retta via e siete stati d’inciampo a molti con il vostro insegnamento; avete distrutto l’alleanza di Levi”. L’insegnamento non era corretto, fedele all’alleanza di Levi, che si era distinto per la fedeltà a Dio contro gli idolatri (Es 32,25-29).
Perciò anche io vi ho reso spregevoli e abietti davanti a tutto il popolo, perché non avete seguito le mie vie e avete usato parzialità nel vostro insegnamento”. Il popolo, che seguiva le denunce dei profeti, vedendo le contraddizioni, i compromessi, le parzialità, dei sacerdoti, non aveva più per loro il rispetto dovuto.

Il disordine nei matrimoni
10 Non abbiamo forse tutti noi un solo padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro, profanando l’alleanza dei nostri padri? 11 Giuda è stato sleale e l’abominio è stato commesso in Israele e a Gerusalemme. Giuda infatti ha osato profanare il santuario caro al Signore e ha sposato la figlia di un dio straniero! 12 Il Signore elimini chi ha agito così, chiunque egli sia, dalle tende di Giacobbe e da coloro che offrono l’offerta al Signore degli eserciti.

Non abbiamo forse tutti noi un solo padre? Forse non ci ha creati un unico Dio?”. Malachia richiama alla consapevolezza di essere stirpe di Abramo: “Non abbiamo forse tutti un solo padre?”. Israele non è solo una discendenza di sangue (lo era anche Edom: 1,2), ma ha ricevuto l’elezione, e in tal modo è stato creato da Dio (Is 43,1): “Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe, che ti ha plasmato, o Israele”; (Is 43,15): “Io sono il Signore, il vostro Santo, il creatore d’Israele, il vostro re”; (Is 45,4): “Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto”; (Is 45,11): “Così dice il Signore, il Santo d’Israele, che lo ha plasmato”. (Est 4,17): “Hai preso Israele tra tutte le nazioni”. (Ps 149,2): “Gioisca Israele nel suo creatore”.
Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro, profanando l’alleanza dei nostri padri?”. I matrimoni con donne straniere era una tendenza anche delle guide religiose, distruggendo progressivamente l’identità di Israele, e di conseguenza l’alleanza stabilita con Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Davide. Il popolo progressivamente si disgregava in un agire “con perfidia l’uno contro l’altro”.
Giuda è stato sleale e l’abominio è stato commesso in Israele e a Gerusalemme”. L’abominio consiste nel depauperamento dell’identità etnica e religiosa, cosicché le promesse fatte “per mezzo di Abramo e la sua discendenza” (Cf. Lc 1,55) venivano vanificate.
Giuda infatti ha osato profanare il santuario caro al Signore e ha sposato la figlia di un dio straniero!”. Giuda, è la tribù di Giuda, che nel post esilio è tutto Israele. La tribù di Levi era presente, ma senza territorio. La tribù di Beniamino era ormai una cosa sola con quella di Giuda. Non tutti i Giudei, e Leviti, vollero ritornare dai territori della deportazione, tuttavia molte comunità di Giudei rimasero legate al tempio di Gerusalemme.
Le altre nove tribù si erano dissolte tra le genti, indubbiamente con matrimoni, anche sotto la pressione Assira, che con le deportazioni mirava, più dei Babilonesi, a fiaccare l’identità dei popoli.
Nella Samaria, la cui popolazione ebrea venne massicciamente deportata dagli Assiri, rimasero pochi ebrei delle altre nove tribù, che si unirono per via di matrimoni con le popolazioni pagane immesse dagli Assiri, dando origine ai Samaritani, che si separarono definitivamente dai Giudei con la costruzione di un tempio alternativo a quello di Gerusalemme, sul monte Garizìm (328).
Il “
santuario caro al Signore” è Israele (Ps 114/113a,2), che Giuda, ormai unico erede delle promesse, profanava con i suoi comportamenti, fino a sposare “la figlia di un dio straniero”. Si avverte in queste sintetiche parole tutto il dolore di Malachia. Si capisce il dolore, la confusione, di Esdra, sacerdote e scriba (Esd 9,3): “All’udire questa parola, stracciai il mio vestito e il mio mantello, mi strappai i capelli del capo e della barba e mi sedetti costernato”.

Le lacrime, non di pentimento, ma per i danni subiti nelle cose materiali
13 Un’altra cosa fate ancora: voi coprite di lacrime, di pianti e di sospiri l’altare del Signore, perché egli non guarda all’offerta né l’accetta con benevolenza dalle vostre mani. 14 E chiedete: “Perché?”. Perché il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che hai tradito, mentre era la tua compagna, la donna legata a te da un patto. 15 Non fece egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? Che cosa cerca quest’unico essere, se non prole da parte di Dio? Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. 16 Perché io detesto il ripudio, dice il Signore, Dio d’Israele, e chi copre d’iniquità la propria veste, dice il Signore degli eserciti. Custodite dunque il vostro soffio vitale e non siate infedeli. 17 Voi avete stancato il Signore con le vostre parole; eppure chiedete: “Come lo abbiamo stancato?”. Quando affermate: “Chiunque fa il male è come se fosse buono agli occhi del Signore e in lui si compiace”, o quando esclamate: “Dov’è il Dio della giustizia?”.

Un’altra cosa fate ancora: voi coprite di lacrime, di pianti e di sospiri l’altare del Signore, perché egli non guarda all’offerta né l’accetta con benevolenza dalle vostre mani”. E’ un pianto per le disavventure, per le cose che non possono avere. E’ un pianto che ha una ragione egoistica, ma è presentato come pianto giusto davanti a Dio, che non accetta le oblazioni offerte dalle loro mani. “E chiedete:‹Perché?› ”. Pianto, ipocritamente tanto giusto, che avevano il coraggio di domandare il perché a Dio. La loro colpa veniva trasferita a Dio, colpevole secondo la loro distorsione mentale. Il perché è una colpa. Essi piangono mentre fanno piangere le donne legate a loro da un patto sancito davanti a Dio, ripudiandole, dopo averle tradite. Il ripudio causava un dolore immenso alla donna, che veniva pure in tal modo pubblicamente disonorata (Dt 21,14) “Perché il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che hai tradito, mentre era la tua compagna, la donna legata a te da un patto”. Il patto nuziale era un evento di carattere pubblico, religioso, con la partecipazione dei parenti e con la manifestazione di promesse di amore e di fedeltà. C’era un banchetto festoso che sanciva l’ingresso nella comunità della nuova coppia.

La donna della giovinezza era colei alla quale era stato dato il massimo di affettività di cui uno era capace nella sua giovinezza, era la carne con la quale era diventato una sola carne, la poligamia non poteva cancellare questo. Bisognava usare con lei riguardo, mantenere viva la gioia per lei (Pr 5,18) invece per lussuria - “
che hai tradito” - la si cacciava, usando del libello di ripudio, che Mosè aveva concesso, in parallelo ai popoli vicini, come si vede nel codice di Hammurabi.
Loro piangevano davanti all’altare come degli sventurati, mentre crudelmente facevano piangere.

Non fece egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale?”. Il profeta conosce le narrazioni della creazione del libro della Genesi. L’uomo e la donna hanno la medesima dignità e natura, nella diversità dei sessi e nella complementarietà dei ruoli, e nell’unione sponsale formano una sola carne (Gen 3,24). Hanno “carne e soffio vitale”. La carne è tratta dalla terra, mentre il “soffio vitale” procede da Dio. Tale soffio vitale è l’anima, per cui senza l’anima l’uomo non è un essere vivente (Gen 2,9). Non così per gli animali che sono esseri viventi senza che Dio vi ponga il soffio vitale (Gen 2,19).
Custodite dunque il vostro soffio vitale”. L’anima, il soffio vitale che viene da Dio, che è essenza spirituale creata e posta da Dio a dare vita al corpo, deve essere custodita. Non tanto il corpo, quanto l’anima che, essenza spirituale, non può venire corrotta dalla tomba.
Nessuno tradisca la donna della sua giovinezza”. E’ un tradimento che rompe l’ordine creato da Dio, poiché essi sono diventati una carne sola.
Ma qui c’è una sorpresa, ed è che Dio detesta il ripudio concesso da Mosè per evitare, vista la durezza dei cuori, mali maggiori alla donna: “
Perché io detesto il ripudio”. Ne segue che quando Gesù disse (Mt 19.7-8): “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così”, di ciò si aveva già coscienza. Gesù ha elevato il patto nuziale del Vecchio Testamento a sacramento perché non vi fosse più la “durezza del cuore”; quando c’è essa è colpevole, e non può essere misericordiosamente compatita, ma misericordiosamente medicata, rimossa, con la preghiera e l’obbedienza alla verità.
Il libello di ripudio, già faceva un grande male alla donna, esponendola a tutte le paure della vita e alla vergogna, ma si poteva andare oltre e per questo Mosè tollerò il ripudio. Infatti il marito poteva angariare la donna con umiliazioni, diffamazione, percosse, creando dei falsi testimoni per un adulterio inesistente, che avrebbe condotto la donna alla lapidazione.
C’era anche un sistema di verifica della fedeltà della moglie, nel caso che non ci fossero prove di adulterio. Esso consisteva nel diritto di gelosia, sul presupposto non soggetto a prova, che la gelosia non fosse pretestuosa e quindi che il marito fosse integerrimo.
Era la richiesta di una prova (Nm 5,13-21), che in modi diversi era prescritta già dal codice di Hammurabi e dalle usanze dei popoli orientali.
Malachia mette in evidenza che il marito poteva essere lui stesso un adultero, e che perdeva ipso facto il diritto di gelosia. Mette in evidenza che il marito poteva desiderare di sbarazzarsi della donna sposata nella “
sua giovinezza” perché sazio di lei, non ponendo il coniugio come rito della vita: “Che cosa cerca quest’unico essere, se non prole da parte di Dio?”.
Voi avete stancato il Signore con le vostre parole; eppure chiedete: ‹Come lo abbiamo stancato?›. Quando affermate: ‹Chiunque fa il male è come se fosse buono agli occhi del Signore e in lui si compiace›, o quando esclamate: ‹Dov’è il Dio della giustizia?›”.
Il profeta denuncia che il Signore si è stancato delle loro false parole; ma hanno l’impertinenza di dire: “
Come lo abbiamo stancato?”. Lo hanno stancato dicendo che l’empio pur meritevole di condanna, prospera come se fosse “buono agli occhi del Signore“ e anzi Dio “in lui si compiace” poiché gli dà ogni abbondanza.
Ne seguiva l’insulto: “
Dov’è il Dio della giustizia?”.

Futuro di amore del Signore per il suo popolo
3 1 Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti. 2 Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. 3 Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia. 4 Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani. 5 Io mi accosterò a voi per il giudizio e sarò un testimone pronto contro gli incantatori, contro gli adùlteri, contro gli spergiuri, contro chi froda il salario all’operaio, contro gli oppressori della vedova e dell’orfano e contro chi fa torto al forestiero. Costoro non mi temono, dice il Signore degli eserciti.

Ecco, io manderò un mio messaggero (Mal'ākhī ) a preparare la via davanti a me”. Dio è Dio della giustizia e provvederà al suo popolo, inviando un messaggero che lo prepari all’incontro con lui.
E subito entrerà nel suo tempio il Signore (Ădōnāy) che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza (mal’ak habberît), che voi sospirate, eccolo venire”. “Subito” dopo l’intervento del messaggero, poiché non avvenga che il popolo attendendo a lungo si corrompa di nuovo. Questo passo è un nodo esegetico, ma non impossibile da sciogliere. Si tratta di una medesima persona presentata in due aspetti: Signore e angelo dell’alleanza. L’ingresso nel tempio non è in successione, ma in un unico momento; inoltre, “eccolo venire” è al singolare. Linguisticamente si ha un parallelismo sinonimico complementare.
L’angelo dell’alleanza è il Messia, che è Signore (Cf. Lc 2,11), nel ministero dell’incarnazione (Is 4,2; 7,14; Is 9,5; Ps 2,7; 110/109,3; Sap 9,10). Egli stabilirà la nuova ed eterna alleanza (Is 42,6; Ger 31,31; 33,1s; Ez 34,25; Os 2,20; ecc.). La parola di Gesù (Mt 11,11) ci dice che “
un mio messaggero”; “il mio messaggero”, è Giovanni Battista.

Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai”. “Sopporterà”, “resisterà”. Non si può resistere se non pervertendosi totalmente, non si può combatterlo se non uccidendosi nell’odio, se non fuggendo nelle tenebre per non essere illuminati e scaldati dal fuoco divino (Gv 3,20). Per stare accanto al fuoco, per accoglierlo, c’è bisogno di conversione, ma la conversione non è difficile di fronte a quel fuoco infiammante e purificante. La sua azione chiede di essere accolta, non per suo atto di impero, ma per il suo essere fuoco d’amore e luce di verità. Il fuoco rimanda al roveto ardente visto da Mosè (Es 3,2s); rimanda alla colonna di fuoco che guidava Israele nel deserto (Es 13,21s; Nm 14,14). Il tema del fuoco è già presentato in Isaia (33,14s): Solo chi cammina nella giustizia, nella lealtà può stare accanto al fuoco, alle fiamme perenni.
Il fuoco fonde la durezza dei cuori, brucia tutto ciò che è inutile e perciò purifica, come purifica la “
lisciva dei lavandai”, che toglie lo sporco dalle vesti.
Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia”. “Siederà”; non sarà un passaggio frettoloso quello del Signore, ma di impegno, come di buon fonditore che conosce l’arte della purificazione dell’argento e dell’oro. Così con ogni cura purificherà i figli di Levi da ciò che è caduco. Si ha una prospettiva futura dove agisce non un profeta, un riformatore, ma il Signore stesso, l’Emmanuele (Is 7,14), che entra nel suo tempio. Non entra la gloria del Signore a dimorare nel santo dei santi, cosa già presente, ma il Signore stesso vi entrerà per istruire (Gv 6,45; Is 54,13; Ger 31,33s), purificare attraverso il fuoco dell’amore e della verità i cuori dei figli di Levi, compresi i sacerdoti essendo della linea levitica di Aronne, a compiere i loro uffici con dedizione a Dio - “un’offerta secondo giustizia” -, e comprendere che essi indicavano non il termine, ma erano parte di un cammino pedagogico verso il Signore stesso (Gal 3,24).
Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani”. Gesù ha rispettato i riti del tempio, ha partecipato alle feste liturgiche, poiché dall’interno, non per via traumatica, doveva avvenire il passaggio di Israele alla nuova ed eterna alleanza.
L’ostilità scaturita dall’invidia, dalla difesa del proprio orgoglio, del proprio presunto prestigio, impedì questo svolgimento, che avrebbe dato un ultimo tempo alle oblazioni dei “
figli di Levi”. Qualcuno può domandare: “Ma il Signore non sarebbe stato ucciso allora?”. Sarebbe stato ucciso, ma non con l’iniziativa del Tempio, che lo doveva accogliere (Gv 1,11).
Io mi accosterò a voi per il giudizio e sarò un testimone pronto contro gli incantatori, contro gli adùlteri, contro gli spergiuri, contro chi froda il salario all’operaio, contro gli oppressori della vedova e dell’orfano e contro chi fa torto al forestiero”. Non è il Cristo giudice dell’ultimo giorno. La sua presenza è per denunciare, non per giudicare e condannare; ma pur è giudicante perché non c’è ragione per rifiutare la sua parola. E’ la sua parola che giudicherà, perché essa è verità (Gv 12,44s). “Sarò un testimone pronto contro gli incantatori…”. Il Signore vede il male che è nel cuore dell’uomo, vede i suoi pensieri, ed è con ciò testimone autentico, che può denunciare ciò che sta dietro le facciate imbiancate.

Invito a ritornare al Signore
  6 Io sono il Signore, non cambio;
voi, figli di Giacobbe, non siete ancora al termine.
7
Fin dai tempi dei vostri padri
vi siete allontanati dai miei precetti,
non li avete osservati.
Tornate a me e io tornerò a voi,
dice il Signore degli eserciti.
Ma voi dite:
“Come dobbiamo tornare?”.
 

Io sono il Signore, non cambio; voi, figli di Giacobbe, non siete ancora al termine”.
Dio è fedele all’alleanza: “
Non cambio”. Essi devono percorrere un cammino verso una liberazione che non sarà da una schiavitù politica come per l’Egitto, ma una liberazione che toccherà lo spirito: “figli di Giacobbe, non siete ancora al termine”.
Fin dai tempi dei vostri padri vi siete allontanati dai miei precetti, non li avete osservati”. Essi “figli di Giacobbe”, già al tempo dei Giudici e anche prima, hanno voluto pensare secondo l’egoismo e le cose della terra, non vivendo i suoi precetti che scarsamente o per niente: “non li avete osservati”. La loro situazione presente non è dovuta alle lentezze di Dio, ma alle loro lentezze nel mettere in pratica quanto aveva prescritto il Signore.
Tornate a me e io tornerò a voi, dice il Signore degli eserciti. Ma voi dite: ‹Come dobbiamo tornare?›”. Sempre si obietta di non sapere quello che si deve fare, quando invece quello che si deve fare è a portata di mano, solo se lo si voglia. (Dt 30, 11-14): “Questi ordini, che oggi vi do, non sono incomprensibili per voi, e neppure irraggiungibili (…). La parola del Signore è molto vicina a voi, l'avete imparata e la conoscete bene; vi è possibile metterla in pratica”.

La frode delle decime per il tempio
  8 Può un uomo frodare Dio?
Eppure voi mi frodate
e andate dicendo:
“Come ti abbiamo frodato?”.
Nelle decime e nelle primizie.
9 Siete già stati colpiti dalla maledizione
e andate ancora frodandomi,
voi, la nazione tutta!
10 Portate le decime intere nel tesoro del tempio,
perché ci sia cibo nella mia casa;
poi mettetemi pure alla prova in questo
- dice il Signore degli eserciti -,
se io non vi aprirò le cateratte del cielo
e non riverserò su di voi benedizioni sovrabbondanti.
11 Terrò indietro gli insetti divoratori,
perché non vi distruggano i frutti della terra
e la vite non sia sterile nel campo,
dice il Signore degli eserciti. dice il Signore degli eserciti.
12 Felici vi diranno tutte le genti,
perché sarete una terra di delizie,
dice il Signore degli eserciti.
 

Può un uomo frodare Dio? Eppure voi mi frodate e andate dicendo: ‹Come ti abbiamo frodato?›. Nelle decime e nelle primizie”. Si obietta innocente il popolo: “Come ti abbiamo frodato?”, ma le decime facevano parte delle disposizioni da osservare per Legge. Il regime delle decime era presente anche presso i santuari pagani Mesopotamici, e dunque era una consuetudine diffusa.
La decima ma‛ăśêr era un tassa imposta agli agricoltori e agli alleviatori di bestiame, che dovevano erogare per il sostentamento dei Leviti, che avevano uffici di servizio, e dei sacerdoti, che si occupavano dei sacrifici (Lv 27,30-32; Dt 14,22; Num 18,20-32). Deuteronomio (27,12) ne destinava una parte anche per i poveri. A ciò si univano le primizie (Num 18,12.17). Il Tempio viveva della decima della decima riservata al Leviti (Nm 18,28). I Sacerdoti avevano pure parte delle carni dei sacrifici (Nm 18,8s).
Le decime e le primizie vennero date anche dai Giudei che rimasero in Mesopotamia, ma pur legati al Tempio di Gerusalemme. Al tempo di Malachia questo gettito di beni era carente e ne soffriva l’andamento del Tempio.
Felici vi diranno tutte le genti, perché sarete una terra di delizie”. La ripesa dei termini dell’Alleanza immancabilmente avrebbe portato prosperità da parte di Dio.
Siete già stati colpiti dalla maledizione e andate ancora frodandomi, voi, la nazione tutta!”. Dopo un primo momento di ritorno a Dio con ricostruzione del tempio (Ag 2,18), il popolo era ripiombato nella trascuratezza e da qui “la maledizione”, che colpisce “la nazione tutta”, cioè anche i Giudei della diaspora legati dalla fede a Gerusalemme. I Leviti erano presenti anche nelle comunità Mesopotamiche e avevano diritto al sostentamento per le ritualità che potevano compiere (insegnamento della Legge, circoncisione, riti di purificazione, matrimoni, preghiere, oblazioni agrarie) soccorso ai poveri. Era la prima struttura sinagogale.
Portate le decime intere nel tesoro del tempio, perché ci sia cibo nella mia casa”. La decima non era un’oblazione a Dio, perché la sua ragione risiedeva nel fatto che la tribù di Levi non ebbe un suo territorio nella conquista delle terra promessa, avendo compiti cultuali. In un secondo tempo, parte dei Leviti ebbero qualche città e il territorio circostante per il bestiame (Nm 35,1-8). Le città erano deputate ad essere città asilo per i perseguitati di omicidio involontario (Gs 20,1-6).
Quasi in ogni città della diaspora, visto che i contatti con Gerusalemme non erano facili, c’erano delle casse deputate a raccogliere le decime, il denaro sacro. La decima della decima era per il Tempio di Gerusalemme. Il denaro veniva portato a Gerusalemme con i pellegrinaggi. Dalla decima della decima il Tempio ricavava anche le spese per gli animali (2Mac 3,6) da immolare nel rito quotidiano al mattino (Lv 6,1; 2Re 16,15; Ez 46,13; Dn 12,11).
Terrò indietro gli insetti divoratori, perché non vi distruggano i frutti della terra e la vite non sia sterile nel campo, dice il Signore degli eserciti”. Dio promette per coloro che osservano i comandamenti la prosperità. Regolerà le cose in modo che gli insetti divoratori (locuste e bruchi), non distruggano i raccolti, così come regolerà le piogge

Sfiducia nel Signore
13 Duri sono i vostri discorsi contro di me - dice il Signore - e voi andate dicendo: “Che cosa abbiamo detto contro di te?”. 14 Avete affermato: “È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall’aver osservato i suoi comandamenti o dall’aver camminato in lutto davanti al Signore degli eserciti? 15 Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo il male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti”.
16
Allora parlarono tra loro i timorati di Dio. Il Signore porse l’orecchio e li ascoltò: un libro di memorie fu scritto davanti a lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome.


Duri sono i vostri discorsi contro di me - dice il Signore - e voi andate dicendo: ‹Che cosa abbiamo detto contro di te?› ”. Si dicono innocenti davanti a Dio perché illudono se stessi, non ricercando le loro colpe e detestarle (Ps 35/36,3).
Avete affermato: ‹È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall’aver osservato i suoi comandamenti o dall’aver camminato in lutto davanti al Signore degli eserciti? Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo il male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti›”. Non hanno mai osservato i comandamenti e dicono di averli osservati per giungere a dire che “È inutile servire Dio”. Le loro affermazioni sono un capolavoro di offese a Dio: “Dobbiamo invece proclamare beati i superbi…”. E’ il delirio; ma non tutti sono così; ci sono dei “timorati di Dio” in mezzo a loro che si organizzano per difendere la verità.
Allora parlarono tra loro i timorati di Dio. Il Signore porse l’orecchio e li ascoltò: un libro di memorie fu scritto davanti a lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome”. “I timorati di Dio” danno la risposta ai deliri degli empi, scrivendo “un libro di memorie” dove appare la fedeltà di Dio, Il libro è indirizzato a “coloro che lo temono e che onorano il suo nome”, perché sappiano dare una risposta al delirio degli empi. Tale memoria va identificata con i due libri delle Cronache, composti in quel tempo.

I giusti saranno sua proprietà particolare nel giorno di giustizia che sta per venire
17 Essi diverranno - dice il Signore degli eserciti - la mia proprietà particolare nel giorno che io preparo. Avrò cura di loro come il padre ha cura del figlio che lo serve. 18 Voi allora di nuovo vedrete la differenza fra il giusto e il malvagio, fra chi serve Dio e chi non lo serve.
19
Ecco infatti: sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà - dice il Signore degli eserciti - fino a non lasciar loro né radice né germoglio. 20 Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia e voi uscirete saltellanti come vitelli dalla stalla. 21 Calpesterete i malvagi ridotti in cenere sotto le piante dei vostri piedi nel giorno che io preparo, dice il Signore degli eserciti.


Essi diverranno - dice il Signore degli eserciti - la mia proprietà particolare nel giorno che io preparo”. I giusti, che non avranno dubitato di Dio, ma creduto nella sua Parola e nelle sue promesse diventeranno “la mia proprietà particolare” nel giorno che Dio sta preparando. “Proprietà particolare”, perché oltre alla proprietà di Israele, dovuta all’elezione, ci sarà il compimento in Cristo nella novità della nuova ed eterna alleanza, in una comunione di vita, portata da Cristo, aperta a tutti i popoli. (1Re 8,43; 8,60; 2Cr 6,32; Tb 14,61; Mac 4,11; Is 25,6; 45,6; 52,7; 59,19; 60,3s; 66,21; Ger 3,17; 16,19; ecc.). “Il giorno che io preparo”, è il giorno messianico annunciato dai profeti e che avrà un messaggero precursore (3,1).
Ecco infatti: sta per venire il giorno rovente come un forno”. “Il giorno rovente come un forno” è il giorno della fine della terra.
Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà - dice il Signore degli eserciti - fino a non lasciar loro né radice né germoglio” Gli empi periranno nel fuoco, senza speranza di futuro, “né radice né germoglio”, poiché ci sarà la condanna eterna.
Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia e voi uscirete saltellanti come vitelli dalla stalla”. I giusti invece, pur coinvolti nella fine del mondo, vedranno il “sole di giustizia” presentarsi loro con raggi benefici, di vita eterna. Essi usciranno dalla morte nella luce della risurrezione “come vitelli saltellanti dalla stalla”.
Calpesterete i malvagi ridotti in cenere sotto le piante dei vostri piedi nel giorno che io preparo, dice il Signore degli eserciti”. I giusti parteciperanno al giudizio universale, condannando con il Giudice, Cristo, coloro che sono già stati ridotti a “cenere” nel giudizio particolare, a cui seguirà, dopo la risurrezione, il giudizio universale.

Invito finale e promessa di invio del profeta Elia
  22 Tenete a mente la legge del mio servo Mosè,
al quale ordinai sull’Oreb
precetti e norme per tutto Israele.
23 Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga
il giorno grande e terribile del Signore:
24 egli convertirà il cuore dei padri verso i figli
e il cuore dei figli verso i padri,
perché io, venendo,
non colpisca
la terra con lo sterminio.
 

Tenete a mente la legge del mio servo Mosè, al quale ordinai sull’Oreb precetti e norme per tutto Israele”. E’ la consegna finale.
Devono essere fedeli alla Legge data a Mosè sul monte Oreb. Il monte Oreb coincide con il monte Sinai. Nel Pentateuco è riportato che la tradizione Jhavista usa il nome Sinai, e quelle Eloista e Deuteronomista, usano il nome Oreb. Così sarebbe solo una differenza di denominazione di uno stesso monte.
L’esatta collocazione del monte, che ancora Elia conosceva, venne smarrita. San Paolo dice genericamente che il Sinai era un monte dell’Arabia (Gal 4,25), essendo, allora, la penisola del Sinai inclusa nell’amplissima provincia romana dell’Arabia.
La tradizione cristiana identificò dal 330 d.C. il monte Sinai con il Jebel Musa (monte di Mosè), alto 2.285 m., facente parte di una giogaia, nell’estremità meridionale della penisola.
Il popolo, in uscita dall’Egitto, dopo la sosta a Elim (Es 15,27), dove c’erano sorgenti d’acqua e palme ombreggianti, passò per il deserto di Sin (Es 16,1) (Sin era una divinità lunare; da qui Sinai). Poi giunse, costeggiando una catena di alture, nella pianura di Refidim dove ci fu la battaglia con Amalèk (Es 17,8). La pianura confinava con il mare, con la giogaia dopo il deserto di Sin e con quella dove si innalzava il monte Sinai. Il tutto era una trappola contro Israele perché poteva essere accerchiato contro le catene montuose: Amalek non poteva non avere studiato il terreno per sferrare il suo attacco.
Dopo il combattimento, vittorioso per la preghiera di Mosè, salito sulla cima di un colle a pregare (Es 17,9s), Israele giunse al vicino Sinai, per poi, dopo una lunga sosta, risalire a nord senza incontrare sbarramenti montuosi. Il nome del monte Oreb, che “significa Spada, da Herev”, è nome dato al monte Sinai, in ricordo del combattimento, e quindi indicante “
il Signore degli eserciti”.
Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore”.
Elia venne rapito in cielo con un carro di fuoco. Una notizia affidata non a un solo passo della Bibbia, ma a più passi, tanto che nessuno può minimizzarla (2Re 2,11; 1Mac 2,58; Sir 48,12). Poiché questo è avvenuto deve esserci una ragione, e la ragione viene qui detta: Egli è riservato per un tempo futuro per compattare nelle fede Israele “
prima che venga il giorno grande e terribile del Signore”, cioè il giorno della fine del mondo.
Il passo di Malachia non è una esplicitazione aggiuntiva di un autore per dare un’identificazione al Mal'ākhī di (3,1). Tutto il contesto lo vieta, poiché molto diverso. Qui Elia non è neppure la figura di Giovanni il Battista, per il quale Gesù applicò il passo profetico (Mt 11,14), ma il Tisbite, come esplicitò la versione dei LXX. Giovanni venne “
con lo spirito e la potenza di Elia” (Lc 1,17), e mai si identifico con Elia, anzi negò (Gv 1,21).
Gesù non negò il ritorno di Elia annunciato da questo passo di Malachia e ripreso dal Siracide (48,10). (Mt 17,11): “
Sì verrà Elia e ristabilirà ogni cosa”; (Mc 9,12): “Sì prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa”.
L’azione di Elia sarà forte e porterà Israele alla conversione a Cristo, e con ciò a una grande ripresa della forza della Chiesa. Molti padri della Chiesa (Tertulliano, San Girolamo, Sant’Agostino, San Gregorio Magno), e molti interpreti di (Ap 11,1s) hanno visto l’azione di Elia congiuntamente a quella di Henoc, anch’egli rapito in cielo (Gn 5,21; Sir 44,16; Eb 11,5), come oppositori dell’anticristo.
Dire che la Chiesa, per arginare l’anticristo, non avrà bisogno dell’aiuto dei due è dire una stoltezza, che va contro il perché i due sono stati assunti momentaneamente in un cielo.
Egli convertirà il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri”. Sarà una profonda riconciliazione, contro la lacerazione di lotte tra generazioni, che sono le più distruttive del tessuto sociale.
Perché io, venendo, non colpisca la terra con lo sterminio”. C’è ancora un futuro dell’uomo sulla terra prima della fine del mondo (Dn 12,1.11; Mt 24,6.14, Mc 13,10; Lc 21,9; Ap 20,4: in visione e senza millenarismi)

Appendice: Gli elementi cultuali del Tempio
Il procedere sacerdotale: l’arca, il propiziatorio, i cherubini, il candelabro, l’altare dei profumi.
Il tempio ricostruito nel post esilio non aveva sicuramente l’arca. L’arca, che era stata posta nel santuario di Silo (Gs 18,1; Gdc 18,31), venne presa dai Filistei e restituita da loro (1Sm 4,3s; 5,1s; 6,1s). Poi l’arca in mano israelite venne posta a Kiriat-Ierarìm nella casa di Abinadàb (1Sam 7,1). L’arca non ritornò a Silo perché il santuario venne distrutto. Venne ritrovata da Davide (2Sam 6,2s) e portata infine a Gerusalemme sotto una tenda (2Sam 7,2), che non era quella del deserto, che fu la “prima tenda” (Eb 9,2). Infine, introdotta nel santo dei santi del tempio edificato da Salomone.

L’arca seguì questo percorso, ma senza il propiziatorio d’oro (Ebraico: Kapporeth) (LXX: ἱλαστήριον) (Vg: propitiatorium), con in due cherubini ad esso strutturalmente connessi (Es 25,18; 36,7). Il propiziatorio di per sé non faceva parte dell’arca, che era un’unità, e era perciò chiusa con un coperchio piatto, che si incastrava nelle pareti laterali dell’arca a livello del bordo d’oro [non mancano esempi egizi di tale sistema]. Il propiziatorio vi era collocato sopra (Es 25,10s.21; 26,34; 27,34; 31,7; 35,12; 37,6; 39,35), probabilmente reso fermo con un incastro di lamelle d’oro all’interno di tacche. Qualcosa potrebbe dirci Giuseppe Flavio in “Antichità giudaiche” che parla molto genericamente di “ganci d’oro” (Libro III, 136). Il propiziatorio non era, perciò, il coperchio dell’arca.
Non è probabile che il propiziatorio uscisse dal tempio di Silo insieme all’arca, per dare forza all’esercito di Israele contro i Filistei (1Sam 4,3). Infatti era l’arca dell’alleanza (1Re 3,15) o anche della Testimonianza (Nm 2,89), che attestava la fedeltà di Dio all’alleanza del Sinai, alla condizione che il popolo vivesse i comandamenti scritti nelle due tavole poste dentro di essa. Il propiziatorio con i cherubini era connesso alla gloria di Dio manifestatasi nel tempio nel segno di una nube luminosa (Nm 14,10; 1Re 8,11; 2Cr 5,13; 7,1).
Il santuario di Silo venne di lì a poco saccheggiato e distrutto. Il propiziatorio d’oro massiccio (Es 25,17), venne depredato, insieme al candelabro d’oro, pure d’oro massiccio (Es 25,31) (Menorah).
Depredato e distrutto l’altare dei profumi rivestito d’oro, così la tavola dei pani, pure rivestita d’oro.
Distrutta la tenda del deserto. Distrutto l’altare degli olocausti. Saccheggiati gli arredi cultuali.
Della distruzione del Santuario di Silo, che fu un trauma per Israele, ma pure una lezione da imparare, si parlò poco. La notizia la ritroviamo nella Bibbia solo tre volte (Ger 7,12s; 26,6s; Ps 78/77,60).
Circa il propiziatorio saccheggiato non ci sono dubbi, perché il propiziatorio del Tempio di Salomone non ha connessi strutturalmente i due cherubini, come nel propiziatorio del deserto e quindi di Silo (1Re 6,23-28; 8,7; 2Cr 3,10-13; 5,8).

Nel tempio di Salomone solo l’arca del deserto venne portata e collocata nel santo dei santi (Qodesh ha-Qodashim). Dentro l’arca c’erano le due tavole della legge date a Mosè sul Sinai (Es 31,18; 43,1; 1Re 8,9).
La narrazione della traslazione della tenda fatta erigere a Gerusalemme da Davide al tempio di Salomone parla solo dell’arca (1Re 6,19; 8,4) e non menziona il propiziatorio; la ragione è che il propiziatorio venne trasportato come un tutt’uno con l’arca, che venne posta sotto le ali dei cherubini (1Re 8,6), posti a lato.
La tenda eretta da Davide era a tutti gli effetti un luogo di culto con tanto di altare (1Re 1,50), con tutti gli oggetti sacri (1Re 8,4; 2Cr 5,5) e quindi anche di propiziatorio.
La tenda del convegno trasferita nel tempio (1Re 8,1) non era quella del deserto persa nella distruzione del tempio di Silo. Neanche del candelabro saccheggiato a Silo si ha notizia, ma Salomone ne fece collocare dieci: cinque per lato del santo, antecedente al Qodesh ha-Qodashim.
Dentro l’arca c’erano le due tavole della legge (Es 31,18; 43,1; 1Re 8,9).

Il fondamento di queste scelte è fatto risalire a uno scritto procedente dal Signore (1Cr 28,19). Del resto tutte le scelte per il tempio erano date in base a una luce data da Dio per mezzo di un profeta (1Mac 4,46).

Con la distruzione del tempio di Salomone da parte di Nabucodonosor (586) l’arca, con le due tavole della legge, andò perduta nell’incendio, e il propiziatorio d’oro saccheggiato, come il candeliere d’oro a sette braccia, gli ori dell’altare degli incensi e della tavola dei pani.
Gli oggetti che rimasero fuori saccheggio letteralmente inteso, furono quelli portati a Babilonia (2Re 25,8s) nel tempio di Marduk. Nell’elenco di tali oggetti non c’è l’arca, né il propiziatorio, né il candelabro, ma solo vasi d’oro e d’argento, palette e coltelli utili per il tempio di Marduk. Tutti questi oggetti vennero restituiti (Esd 1,9) e risultarono presenti nel tempio del post esilio.

Nel tempio del post esilio l’arca dovette essere ricostruita. L’arca era deputata a accogliere fondamentalmente le tavole della legge, che non c’erano più, ma, come fatto secondario, era deputata a essere il basamento del propiziatorio. Si ragiona sull’episodio del trasferimento dell’arca nel tempio durante la riforma di Giosia (640 - 609). L’azione empia (1Re 21,1s) del re Manasse (687 - 642) ne aveva determinato la rimozione dal Tempio, e molto probabilmente la distruzione. Il testo del secondo libro delle Cronache (35,1-3) non dice da dove venne presa l’arca, per cui pare di dover dire che venne distrutta da Manasse e ricostruita, anche perché un evento così importante dovrebbe trovare riscontro nella parallela descrizione del secondo libro dei Re (23,1s), mentre così non è.
Il concetto - come fatto lecito - di ricostruzione dell’arca lo presenta il profeta Geremia (650 ---) (Ger 3,16), derivandolo con tutta probabilità proprio dall’episodio della riforma di Giosia.
Bisogna veramente abbattere il pensiero che l’arca non potesse essere ricostruita. Pensiero popolare, ma non sacerdotale. Altra cosa per le due tavole della legge, che erano un pezzo a sé, non rientrando nel modello visto da Mosè.
Così nel tempio del post esilio c’era l’arca, ricostruita come gli altri oggetti sacri. Ricostruita, non una copia, perché il modello non è l’arca di Mosè, ma quello che Mosè vide: l’arca del deserto era copia di quanto visto da Mosè (Es 25,9.40; Eb 8,5).
Ci fu un altro saccheggio del tempio, quello attuato da Antioco Epifane (175 - 164). Il tempio non venne distrutto, ma Antioco Epifane eresse sull’altare degli olocausti un idolo di Zeus (1Mac 1,54). Venne asportato da Antioco Epifane (1Mac 1,21s): “l’altare d’oro (dei profumi), il candelabro d’oro, la tavola rivestita d’oro dei pani, i vasi per le libagioni. Le coppe e gli incensieri d’oro, il velo [quello che separava il santo dei santi dal santo; c’era anche un velo che separava il santo dall’atrio], le corone e i fregi d’oro della facciata del tempio e lo spogliò tutto”. Le “celle sacre”, cioè il santo e il santo dei santi, furono ridotte in “rovina”. Quindi anche dell’oro che rivestiva l’arca rifatta, i cherubini e l’oro massiccio del propiziatorio rifatto, poiché necessario per il grande giorno annuale dell’espiazione (Lv 16,1s), furono saccheggiati.
Non viene elencata nella narrazione del saccheggio né l’arca né il propiziatorio né i cherubini, perché troppo doloroso nominare la profanazione del santo dei santi. Purificato il tempio (1Mac 4,36s), “rifecero gli arredi sacri e collocarono il candelabro e l’altare degli incensi e la tavola del tempio”. Dell’arca e dei cherubini e del propiziatorio non si fa menzione, lasciando intendere quello che uno voleva, magari che gli elementi del santo dei santi erano stati messi in salvo (Cf 2Mac 1,19s; 2,1s), ma non avvenne indubbiamente così.

Tacito (Historiae, V, 9) riferisce quanto udì circa l’ingresso nel santo dei santi di Pompeo Gneo Magno nel 63: “Inde vulgatum nulla intus deum effigie vacuam sedem et inania arcana”. “Si seppe allora che non vi era dentro alcuna immagine di divinità, che la sede era vuota e senza realtà arcana”. Pompeo non vide la gloria di Jahvèh, nella sua sede: dimora. Non poteva vederla, perché essa la si poteva vedere solo per visione divina, nell’immagine di una nube luminosa (Es 25,8; 40,34; 1Re 8,10; Ez 43,1; Mt 17,5; At 1,9).
La visita di Pompeo è ricordata anche da Giuseppe Flavio (Guerra Giudaica; Libro I, 152): “Pompeo col suo seguito entrò in quella parte del tempio ove soltanto al sommo sacerdote era lecito di entrare, e contemplò ciò che vi era, il candelabro, le lampade e la tavola e i vasi per libagioni e gli incensieri, tutti d'oro massiccio, una grande abbondanza di aromi accumulati”.
Purtroppo Giuseppe Flavio esibisce notizie solo sul santo e non sul santo dei santi, facendo confusione tra i due spazi del tempio; infatti era il sommo sacerdote che poteva entrare nel santo dei santi, potendo nel santo entrare anche gli altri sacerdoti.

Il santo dei santi è descritto così da Giuseppe Flavio (Guerra giudaica; Libro I, 219): “La parte più interna misurava venti cubiti ed era ugualmente separata dall'esterno per mezzo di una tenda. In essa non c'era assolutamente nulla; inaccessibile, inviolabile, invisibile a chiunque, si chiamava il santo dei santi”.
Giuseppe Flavio, mai entrato nel santo dei santi, dà però nelle notizie sul bottino preso dal tempio due notizie importantissime. (Guerra Giudaica; Libro VII, 148): “Il resto del bottino veniva trasportato alla rinfusa, ma fra tutto spiccavano gli oggetti presi nel tempio di Gerusalemme, una tavola d'oro del peso di molti talenti e un candelabro fatto ugualmente d'oro, ma di foggia diversa da quelli che noi usiamo”. La tavola di oro del peso di molti talenti, era evidentemente di oro massiccio (Es 25,17; 37,6) e non era altro che il propiziatorio, che misurava 2,5 cubiti di lunghezza x 1,5 cubiti di larghezza Es 25,10; 37,1); lo spessore ci è del tutto ignoto.
Un cubito equivaleva a 50 cm. Un talento romano equivaleva a ca. 32,7168 kg; oro: Kg/dm³ 19,36. Considerando il propiziatorio leggermente bombato, così da renderlo più leggero e più rigido, e considerando uno spessore medio di 1,5 cm. si ha, semplificando le cifre, circa 7 talenti d’oro, quindi circa 225 kg: ciò collima coi molti talenti. L’arca, poi, aveva una cornice periferica d’oro: un leggero sbalzo a curva verso l’esterno, che estendeva il piano dell’arca, come si può vedere in modelli egizi di scrigno (Es 25,11; 37,2).
Il candelabro era anch’esso d’oro massiccio (Es 25,31; 37,17), ed è quello scolpito nel bassorilievo dell’arco trionfale di Tito a Roma.
Nel tempio di Gerusalemme, quando venne distrutto dai Romani, nel santo dei santi c’era il propiziatorio, necessario per il rito dell’espiazione annuale (Lv 16,1s; Nm 29,7s; Eb 9,7), poggiante sull’arca, magari vuota. C’erano i cherubini. Nel santo poi c’era l’altare dei profumi o dell’incenso (Es 30,7.34; Lc 1,9), il candelabro a sette braccia e la tavola per i pani dell’offerta.
Tutti questi elementi erano consacrati mediante il rituale prescritto da Mosè.

La visione popolare dell’arca. Le leggende.
La corrente popolare volle pensare che tutto quello, o almeno le parti salienti, che fece Mosè nel deserto, venisse nascosto per preservarlo dalle distruzioni babilonesi. Si pensò che il profeta Geremia nascondesse in una grotta del monte Nebo (2Mac 2,1-8) l’arca, la tenda e l’altare dei profumi. Il fuoco dell’altare, parimenti, secondo altra narrazione sarebbe stato nascosto anch’esso in una grotta (2Mac 1,18). Ritrovata la grotta da Neemia, non c’era più il fuoco. C’era invece un liquido oleoso, che sparso sulla legna dell’altare degli olocausti, sotto il sole, accese la legna.
Oltre queste due leggende c’è quella che si legge nel Talmud, trattato (Joma, V,2). Essa narra come Salomone facesse sotto il santo dei santi un locale segretissimo, dove poter porre l’arca in tempo di calamità. Così quando il tempio di Salomone venne distrutto, l’arca venne nascosta nel sotterraneo segreto. Ci si avvale della narrazione del trasferimento dell’arca nel tempio da parte del re Giosia (2Cr 35,1-3). L’arca sarebbe stata nascosta proprio nel sotterraneo predisposto da Salomone. Poi l’arca rimase nascosta durante la distruzione del tempio da parte di Nabucodonosor (587). Nella ricostruzione del tempio nel dopo esilio, l’arca sarebbe rimasta nel sotterraneo sotto il santo dei santi. Al suo posto, nel santo dei santi, venne collocata, sempre secondo Joma 2, una lastra di pietra spessa tre dita: la cosiddetta pietra di fondazione, affinché segnalasse, non solo l’arca, ma la base sulla quale Dio creò il mondo.
L’archeologia non dice proprio niente su questa pietra di fondazione. Sopra il luogo del tempio di Erode ora c’è la Moschea di Omar. La pietra di fondazione o pietra nuda, che si trova sotto la Cupola, è oggetto delle più disparate ipotesi, tra le quali quella che potrebbe indicare il luogo dell’altare degli olocausti, oppure il luogo del santo dei santi.
La narrazione (Joma 2,14) non considera che la prima cosa che si sarebbe dovuta fare nel tempio del dopo esilio, era quella di riporre trionfalmente l’arca costruita nel deserto, e nascosta, nel santo dei santi, come fece Giosia dopo le profanazioni di Manasse, e invece tutto rimase nel sotterraneo segreto. Questa leggenda del Talmud (Joma, V,2) venne formulata nel tempo della riscossa giudaica, dopo la distruzione di Gerusalemme e del tempio (70 d.C.). La ribellione ebbe una prima fase (115 - 117) e una seconda fase (132 - 135), ed era motivata di attesa messianica politica e di tinte apocalittiche: tutto era salvo, perché l’arca era nel sotterraneo di Salomone. Il risultato finale della riscossa fu di centinaia di migliaia di morte e l’annientamento della Giudea.

In questo tempo l’arca, come segno della presenza del Dio degli eserciti, produsse parecchie altre tradizioni fiabesche.
Secondo una di queste leggende sarebbe in Etiopia, essendone stata donata una copia a Menelik leggendario figlio di Salomone avuto dalla regina di Saba. Menelik avrebbe poi con abilità preso l’originale, lasciando a Salomone la copia. Il luogo della conservazione sarebbe presso la cattedrale copta di Axum. Rinchiusa in un piccolo edificio, nessuno la può guardate, poiché grande è la sua sacralità. Solo il custode, che vive come un eremita, lo può fare.
Scavi archeologici avrebbero trovato ad Axum delle tracce di un palazzo, che è stato attribuito a quello della regina di Saba. Una leggenda dice, però, che il palazzo delle regina di Saba venne distrutto dal figlio Menelik, quello avuto con Salomone, che lo riedificò orientato verso la stella Sirio della quale era adoratore. C’è proprio di tutto nella fantasia delle favole.

Altra leggenda vuole l’arca nello Zimbabwe, nella località delle miniere d’oro di Salomone. L’arca sarebbe della forma di un tamburo con il fondo bucato da fuoco; resti di anelli fanno pensare alle stanghe. L’oggetto è stato trovato nella polvere di un angolo dimenticato del Museo delle Scienze umane a Hazare, e quindi non circondato da culto. L’oggetto sarebbe giunto prima nello Yemen, ivi portato da degli Israeliti, poi, rappresentanti della tribù Lumba l’avrebbero prelevata e portata nello Zimbabwe. La datazione al carbonio ha sentenziato che l’oggetto a forma di tamburo, chiamato dalle tradizioni locali “ngoma lungundu” risale al 1350 ca. d.C.

Altra leggenda pone l’arca in Egitto, dove sarebbe stata portata dal faraone Sisak, che conquistò Gerusalemme (2Cr 12,9). Il luogo dove sarebbe l’arca è ignoto.
La leggenda, è stata affidata alla fervida fantasia del film ”Indiana Jones and the Raiders of the Lost Ark”. Un intreccio di nazisti e americani per il possesso dell’arca, ritrovata in un immaginato pozzo, tana di serpenti, a Tanis. Trasporto su camion, in un sommergibile tedesco, arca aperta che sprigiona un’esplosione immane. Prevalgono gli americani, che però mettono l’arca in una cassa, in mezzo alle casse di un immenso magazzino, e così, introvabile, scompare ancora. Tutto qui.

Anche dalla Cilicia viene una leggenda sull’arca. In questo caso sarebbe stata donata da Tito a Berenice di Cilicia, sorella di Erode Agrippa, e tale arca sarebbe nascosta