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Testo e
commento
Capitolo
1 3
4
Il
profeta Giona è menzionato nel secondo Libro dei Re (14,25), ed è
contemporaneo di Geroboamo II (783-743). Considerando i dati linguistici, il
testo venne scritto nel postesilio; nel quinto secolo, probabilmente. Il testo
rimarca la riluttanza di Giona ad una missione di salvezza per Ninive, capitale
dell'Assiria e nemica di Israele. Il profeta cercò di fuggire lontano per non
essere più a disposizione del Signore per quella missione; ma Dio usò del
profeta ugualmente facendo vedere
la sua misericordia verso i pagani e anche verso di lui, colpevole; così si
scatenò in mare una tempesta che mise in difficoltà la nave su cui Giona si
era imbarcato. Seguì una sorprendente conversione dei marinai al Dio del
cielo, creatore del mare e della terra, che i marinai, pur lontani
dall'abbracciare l'Alleanza, invocarono con il nome di Jahvéh (1,14s).
Giona, riconosciuto colpevole, venne gettato in mare, ma un grande pesce lo
inghiottì, e fu la sua salvezza. A Ninive Giona fu annunciatore di una triste
notizia basata sulla giustizia di Dio, ma che era anche una buona notizia,
poiché presentava Dio, sempre disposto al perdono e a dare tempo per
convertirsi. Certamente
l'azione di Giona passò attraverso la narrazione
popolare, prima di giungere al testo sacro, dove la descrizione degli
eventi è scarna, essenziale, tutta rivolta a trasmettere il messaggio
religioso. Concludendo, il libro - un vero gioiello - possiede un grande respiro
universalistico circa la misericordia di Dio, e un grande invito alla fiducia
che la parola di Dio, quando non sia volutamente, coscientemente rifiutata,
opera sempre; sembrerà che la zolla di terra non abbia recepito nulla
della pioggia, ma un po’ di acqua vi è penetrata e ha reso la zolla
migliore. Ci
si domanda se il miracolo di Giona inghiottito dal pesce e poi rilasciato fu un
fatto reale? Per gli uomini del tempo di Gesù il miracolo del pesce esistette;
bastò loro sapere della grandezza dei cetacei per fermare i loro interrogativi;
del resto nulla è impossibile a Dio. Per molti di oggi le cose sono meno
facili: così si è pensato che Giona sia stato sostenuto da un delfino;
sostenuto da una carcassa di balena morta; accolto da una nave avente il nome di
un pesce, o portante sulla prua la figura di un pesce, ma in questi casi si
dovrebbe parlare di caso provvidenziale, e non di miracolo; altri parlano di
invenzione letteraria simbolica dello scrittore, dove il grande pesce
rappresenta le forze avverse ad Israele. Comunque è indubitabile che
balenottere, lunghe fino a 15-30 metri, possono giungere ad essere presenti nel
Mediterraneo.Giona, salvato da Dio, si trovò ancora dinanzi alla missione
Ninive, che accettò, ma con la riserva che fosse inutile. La città
di Ninive, che verrà distrutta nel 612 dal Babilonese Nabopolassar, è
presentata come “la grande città” di tre giornate di cammino: un dato
esorbitante. Ma se si pensa che si tratti del “triangolo assiro”, che è la
regione tra le città di Ninive, Nimrud e il fiume Zab, la difficoltà cade.
(1)
(1-3)
"Fu rivolta a Giona figlio di Amittai questa parola del Signore: “<Alzati, va’
a Ninive la grande città e in essa proclama che la loro malizia è giunta fino
a me>. Giona però si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal
Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo
del trasporto, s’imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore".
Giona
non accettò di andare in missione a Ninive perché città nemica di Israele.
Giona sapeva che Dio è presente ovunque, ma va verso Tarsis per sottrarsi al
suo servizio. Lontano dall’area geografica in questione, Dio non potrà più
servirsi di lui. Regolarmente Giona paga quanto deve per il viaggio. Tarsis è
probabilmente Tartassos in Spagna.
(4-6)
"Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e ne venne in mare una tempesta
tale che la nave stava per sfasciarsi. I marinai impauriti invocavano ciascuno
il proprio dio e gettarono a mare quanto avevano sulla nave per alleggerirla.
Intanto Giona, sceso nel luogo più riposto della nave, si era coricato e
dormiva profondamente. Gli si avvicinò il capo dell’equipaggio e gli disse:
<Che cos’hai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà
pensiero di noi e non periremo>”.
Giona
in mezzo al rullare e beccheggiare della nave dormiva profondamente, nel luogo
più lontano dal ponte. Un sonno profondo che sorprese il capo
dell’equipaggio. Tale sonno rende benissimo lo stato di Giona, il quale pensa
che Dio dovrà tener conto della sua protesta; ma Dio non lo lascia, non
rinuncia a lui, come non rinuncia a Ninive.
(7-10)
"Quindi dissero tra di loro: <Venite, gettiamo le sorti per sapere per colpa di
chi ci è capitata questa sciagura”. Tirarono a sorte e la sorte cadde su
Giona. Gli domandarono: <Spiegaci dunque per causa di chi abbiamo questa
sciagura. Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale
popolo appartieni?>. Egli rispose: <Sono Ebreo e venero il Signore Dio del
cielo, il quale ha fatto il mare e la terra>. Quegli uomini furono presi da
grande timore e gli domandarono: <Che cosa hai fatto?>. Quegli uomini
infatti erano venuti a sapere che egli fuggiva il Signore, perché lo aveva loro
raccontato".
La
tempesta non cessa neppure quando Giona si mette a pregare. Dunque, c’è un
colpevole in mezzo a loro che attira l’immane tempesta, che sta per farli
naufragare. Tirate le sorti (forse pietruzze con incisioni sopra),
scoprono che è Giona la causa di quella tempesta. Giona dice che il suo
Dio è il creatore del cielo, della terra e del mare. Di fronte a un tale Dio i
marinai sono presi da timore.
(11-12)
"Essi gli dissero: <Che cosa dobbiamo fare di te perché si calmi il mare, che
è contro di noi?>. Infatti il mare infuriava sempre di più. Egli disse loro:
<Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di
voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia>”.
Ci
rivelano molta umanità questi marinai che aspettano da Giona la spontanea
soluzione del dramma, che comporta per loro che venga giustiziato. Giona per
farla finita con tutto, dice che la soluzione è proprio quella.
(13-16)
"Quegli uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la spiaggia, ma non ci
riuscivano perché il mare andava sempre più crescendo contro di loro. Allora
implorarono il Signore e dissero: <Signore, fa che noi non periamo a causa
della vita di questo uomo e non imputarci il sangue innocente poiché tu,
Signore, agisci secondo il tuo volere>. Presero Giona e lo gettarono in mare e
il mare placò la sua furia. Quegli uomini ebbero grande timore del Signore,
offrirono sacrifici al Signore e fecero voti".
I
marinai implorarono che il Signore non imputasse loro il sangue innocente;
quindi buttarono in mare Giona. I marinai poi ebbero un grande timore del
Signore e a lui offrirono sacrifici e voti. L’insegnamento è chiaro: i pagani
sono capaci di umanità e di fronte alla potenza di Dio si aprono a lui,
riconoscendolo sovrano della terra, del mare e del cielo.
(3)
(1-9)
"Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: <Alzati, va’
a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò>. Giona si alzò e
andò a Ninive secondo la parola del Signore. Ninive era una città molto
grande, di tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città, per
un giorno di cammino e predicava: <Ancora quaranta giorni e Ninive sarà
distrutta>. I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno,
vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al
re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e
si mise a sedere sulla cenere. Poi fu proclamato in Ninive questo decreto, per
ordine del re e dei suoi grandi: <Uomini e animali, grandi e piccoli, non
gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. Uomini e bestie si coprano di
sacco e si invochi Dio con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta
malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non cambi, si
impietosisca, deponga il suo ardente sdegno sì che noi non moriamo?>”.
La
predicazione di Giona è quanto mai scarna. Egli annuncia solo il castigo, ma la
possibilità di conversione è deducibile dal fatto che ci sono ancora quaranta
giorni. Giona non predicò la fede di Israele, fece solo appello al Dio supremo,
“al Dio ignoto” (At 17,23), al quale ogni uomo può giungere. La paura della
distruzione, che poteva avvenire per terremoto o per cicloni o per epidemia o
per invasione bellica, o per tutte queste cose messe insieme, fece sì che
quelli di Ninive iniziassero una collettiva opera penitenziale per stornare
l’ira del Dio del cielo. Si ebbe un pentimento rivolto a Dio supremo,
che nel pantheon Assiro coincideva, solo in parte, con Assur, il formatore (non
il Creatore dal nulla) dell’universo. A Ninive si innescò un
processo di penitenza che venne sancito da un decreto del re.
(10.4,1-4)
"Dio vide le loro opere, cioè che si erano convertiti dalla loro vita malvagia,
e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo
fece. Ma Giona ne provò grande dispiacere e ne fu indispettito. Pregò il
Signore: <Signore, non era forse questo che dicevo quand’ero nel mio paese?
Per ciò mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio
misericordioso e clemente, longanime, di grande amore e che ti lasci impietosire
riguardo al male minacciato. Or dunque, Signore, toglimi la vita, perché meglio
è per me morire che vivere!>. Ma il Signore gli rispose: <Ti sembra giusto
essere sdegnato così?>”.
Giona
vide l’azione penitenziale dei Niniviti, ma pensò che tutto fosse invalido,
perché vide rimanere gli idoli. Ma Dio non la reputò invalida quella
penitenza; essa, pur con tutte le
imperfezioni e gli errori circa l'unico Dio, era rivolta a lui, e diminuiva il
tasso di peccato di Ninive. Giona pensò ancora che la misericordia di Dio verso
Ninive fosse un dare forza alla grande nemica di Israele: “Perciò
mi affrettai a fuggire a
Tarsis…”.
Giona credette che il suo sdegno fosse tanto giusto da invocare la morte per
farla finita, piuttosto che sottostare al proposito misericordioso di Dio. Dio
però gli rispose facendogli rilevare il suo torto: “Ti
sembra giusto essere
sdegnato così?”.
Giona non voleva accedere alla conoscenza del cuore di Dio, nel quale vi è
infinita giustizia, ma anche infinita misericordia.
(4)
(5-8)
"Giona allora uscì dalla città e sostò a oriente di essa. Si fece lì un
riparo di frasche e vi si mise all’ombra in attesa di vedere ciò che sarebbe
avvenuto nella città. Allora il Signore Dio fece crescere una pianta di ricino
al di sopra di Giona per fare ombre sulla sua testa e liberarlo dal suo male.
Giona provò una grande gioia per quel ricino. Ma il giorno dopo, allo spuntar
dell’alba, Dio mandò un verme a rodere il ricino e questo si seccò. Quando
il sole si fu alzato, Dio fece soffiare il vento d’oriente, afoso. Il sole
colpì la testa di Giona, che si sentì venir meno e chiese di morire, dicendo:
<Meglio per me morire che vivere>”.
Giona
pensò che fosse solo questione di tempo: Dio avrebbe certamente colpito la città,
perché, secondo lui, era da colpire. Si mise in un punto di comoda osservazione
erigendo una capanna di frasche. Le frasche della capanna si seccarono, ma ecco
un ricino cresciuto in breve diede ombra a Giona. Un ricino che era stato dato
da Dio perché Giona fosse liberato “dal suo male”, cioè
dall’attaccamento alle due idee, dalla sua mancata volontà di lasciarsi
plasmare da Dio, di riconoscere la misericordia di Dio verso tutte le genti.
Quel ricino si caricò subito d’importanza per Giona poiché gli dava
benessere e letizia alla vista, e gli permetteva di restare nel suo posto di
osservazione. Il ricino però subito si seccò e nello stesso tempo si alzò un
vento afoso d’oriente, che gli tolse del tutto ogni benessere. Così Giona
sperimentò la fine del suo piccolo benessere legato alla pianta di ricino, e si
incupì augurandosi la morte.
(9-11)
"Dio disse a Giona: <Ti sembra giusto essere così sdegnato per una pianta di
ricino?>. Egli rispose: <Si, è giusto; ne sono sdegnato al punto da
invocare la morte!>. Ma il Signore gli rispose: <Tu ti dai pena per quella
pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto
spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita: e io non
dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di
centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la
sinistra, e una grande quantità di animali?>”.
Dio
puntualmente riprese Giona: “Ti sembra giusto essere così sdegnato per una
pianta di ricino?”. Giona però rimase irriducibile, e ancor più si
chiuse in se stesso stizzito, continuando a invocare la morte; Giona stava
facendo affiorare dal suo cuore una piccineria così grande che lo sorprenderà.
In definitiva si dava al turbamento, al disappunto, all’agitazione, per una
pianta di ricino. Giona, chiuso all’iniziativa di Dio, cade in un abisso: una
pianta vale per lui più di tutto; ma Dio lo coglie mentre cade in
quell’abisso, presentandogli l’assurdità della sua situazione: lui si dà
turbamento, pena, per una pianta, e non vorrebbe che Dio avesse misericordia per
la città di Ninive: “E io non dovrei aver pietà di Ninive?
”.
Quelli
che non distinguono la destra dalla sinistra sono gli infanti. La sollecitudine
divina si preoccupa pure degli animali, e dunque quanto più degli uomini.
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