Testo e commento

 

Capitolo    2   3   4   6   7     11  

 

ll libro della Genesi è il primo libro del Pentateuco (cinque libri; in origine tutti in un unico rotolo: la Torà) e tratta della origini dell’universo, del genere umano del peccato originale, della storia dei patriarchi prediluviani, della chiamata di Abramo fino alla morte di Giacobbe. Il libro fu attribuito fino a tempi recenti a Mosè, così come del resto tutto il Pentateuco, ma in realtà venne composto più tardi del tempo di Mosè, e non da una medesima mano.

Nel Pentateuco si rilevano tre tradizioni compositive: quella jahvista, quella elohista e quella sacerdotale. La tradizione jahvista ebbe origine nella Giudea, mentre quella elohista nel nord della Palestina. Le due tradizioni convergono sostanzialmente sulla stessa storia, per cui ebbero un’origine comune nella tradizione orale, e in tradizioni scritte, anche antichissime. I testi della tradizione jahvista ed elohista fanno parte del disegno divino di giungere al testo biblico e vanno considerate come ispirate. Le due tradizioni cominciarono a confluire in un unico patrimonio al tempo della costruzione del tempio di Salomone, centro religioso fondamentale sia del regno di Giuda che del regno di Israele (il regno del Nord). L’unificazione delle tradizioni jahvista ed elohista fu opera della tradizione sacerdotale.

La composizione del libro della Genesi va collocata nell'arco di tempo che intercorre tra Salomone ed Ezechia. Le tradizioni jahvista ed elohista entrarono anche nel libro dell’Esodo, del Levitico e dei Numeri, ma con minore possibilità di essere rintracciate.

La tradizione jahvista è caratterizzata dall’uso del nome divino Jahvéh. Ha uno stile vivace, colorito, con ricchezza di immagini simboliche. Essa dà risposte ai grandi interrogativi dell’uomo sulla sua origine, sulla sua fragilità.

La tradizione elohista è caratterizzata dall’uso del nome comune Elohim (Dio). Ha uno stile più sobrio di quella jahvista, meno vivace.
 
La tradizione sacerdotale ha la caratteristica di riguardare l’organizzazione del culto e della vita sociale. Ha uno stile tecnicamente astratto, ma non privo della capacità di appassionare.

La tradizione sacerdotale ha la sua radice nella Legge scritta da Mosè (Cf. Es 17,14; 24,4; Dt 31,9-21.24) ed è legata ai vari santuari di Israele e massimamente al tempio di Gerusalemme, che sarà nel postesilio l'unico centro cultuale legittimo.

 

La tradizione deuteronomista è caratterizzata da uno stile ampio e oratorio. Prende il nome dal libro del Deuteronomio, la cui composizione va collocata durante gli ultimi tempi dell’esilio a Babilonia. Nel Deuteronomio confluì un materiale che non era stato pubblicizzato prima dell’esilio, perché la monarchia non lo vide opportuno per il suo prestigio, viste le punizioni che esso annunciava in caso di infedeltà (Cf. Dt 28,32; 28,49; 29,21; 30,1s). Il patrimonio che fu alla base della composizione del Deuteronomio fu conservato nell'ambito dei circoli profetici di Israele, pronti a contestare le inadempienze della monarchia circa l'alleanza del Sinai.

 

La prima narrazione della Genesi

Tutte le religioni si sono preoccupate di tracciare narrazioni sulle origini del cosmo e del genere umano. Anche il mondo contemporaneo non sfugge a questa regola, e fa le sue narrazioni quando formula ipotesi sull'origine del cosmo.

La Bibbia, Parola rivelatrice di Dio, non poteva non trattare anch'essa il tema delle origini.

I racconti della creazione sono due. Il primo è di origine sacerdotale e presenta la creazione nel suo evolversi ascendente: cielo-terra, vegetali, sole e luna e astri, animali, l'uomo. Il secondo, di origine jahvista, parla più in specifico della creazione dell'uomo e della donna e introduce l'evento del peccato originale. Le due narrazioni non sono un doppione, ma realizzano un binomio necessario.

 

(1) (1-2) "In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque".

 

Prima di tutte le cose c'è Dio. All'inizio dell'universo c'è un atto creatore di Dio. Non c'è una materia coeterna a Dio. All'inizio non c'è una materia che si sia autoformata, poiché una cosa prima di agire (autoformarsi) deve essere. La materia è stata semplicemente creata dal nulla "ex nihilo" da Dio. Dio creò dal nulla la materia; e dal nulla formale della materia caotica creò tutte le cose. 

Il binomio cielo-terra indica, secondo un dire comune nella Bibbia, tutta la creazione.

La terra è presentata informe (tohu vabohu), deserta di vita, sommersa dalle acque (hammayim), avvolta dall'abisso (tehom), cioè dalle profondità abissali di una caotica massa gassosa, che verrà poi organizzata in cielo atmosferico e cielo degli astri. La tehom non è l'oceano sotterraneo da cui scaturiscono le sorgenti, come si legge in altri punti biblici, poichè l'acqua  (le acque) è ancora un'unica massa indifferenziata.

Le tenebre ricoprivano l'abisso poiché  “il firmamento del cielo” (v14), che poi verrà attuato, è privo di fonti di luce.

Lo spirito di Dio aleggia sulle acque, "covava" dice la traduzione latina "vulgata". L'immagine di un uccello che aleggia sulle acque è efficace per indicare come ogni opera è frutto dell'amore di Dio, e perciò ha una ragione d'amore. L'immagine di un uccello che cova sulle acque esclude nettamente la riduzione dello spirito ad un vento impetuoso.

I padri della Chiesa vi videro lo Spirito Santo.

Dunque non si ha un'autoevoluzione, ma l'intervento di Dio creatore. Evoluzione si, dal meno perfetto al più perfetto; dal disordine ad un ordine sempre più mirabile, ma non autoevoluzione. 

 

(3-4) "Dio disse: <Sia la luce!>. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce giorno, mentre chiamò le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: giorno primo".

 

La prima parola creatrice di Dio è :"Sia la luce!"

Una luce che non parte da una sorgente già esistente. Una luce creata che procede direttamente da Dio.

La creazione di questa luce ottempera a tre obiettivi. Il primo scopo è che la creazione della  luce introduce la terza condizione necessaria per la vita: acqua, terra (ancora sommersa), luce. Il secondo scopo è quello di affermare che la luce non è altro che una creatura di Dio e non l'emanazione di una divinità: sole o luna divinizzati.

Il terzo è che la creazione della luce determina il primo mattino del mondo; per questo il testo presenterà sempre: "E fu sera e fu mattino".  

La sorgente di questa luce la si deve vedere, considerando la visione degli antichi, (Cf. Gb 38,19) in serbatoi dai quali esce e rientra. Si ha così il giorno-notte, che viene sostituito, o meglio confluisce, nel giorno-notte determinato dalla luce delle stelle, del sole e della luna.

E' piena di suggestione l'immagine di una distesa immane di acque, sotto una luce debole, misteriosa, spettrale: una luce senza astri.

Una lettura trinitaria conduce ad attribuire le parole creatrici ("Sia la luce!", ecc) al Verbo eterno, uno con il Padre e creatore come il Padre, in perfetta e obbediente concordia con il Padre nell'atto creatore; il Verbo, la seconda persona della Trinità, per mezzo della quale tutte le cose sono state create (Cf. Gv 1,3; Col 1,14; Eb 1,2).
 

(6-8) "Dio disse: <Sia un firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque>. Dio fece il firmamento e separò le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno".

 

L'atmosfera primordiale toccata dalla potenza di Dio acquista le condizioni (densità dell'aria, realtà dei gas) per avere le nubi e quindi la pioggia. Le nubi sono sospese in alto dall'esistenza di “un firmamento", cioè di una realtà x che tiene ferme in alto le nubi.

 

(9-13) "Dio disse: <Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un unico luogo e appaia l'asciutto>. E così avvenne. Dio chiamò l'asciutto terra, mentre  chiamò la massa delle acque mare. Dio vide che era cosa buona. Dio disse: <La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che fanno sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la propria specie>. E così avvenne. E la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie, e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: terzo giorno".

 

Prima la luce, poi un ordinato sistema di nuvole-pioggia, infine l'asciutto.

La costituzione del mare e dell'asciutto (terra) determina le condizioni finali per l'esistere della vita vegetale.

L'atmosfera, con la creazione dei vegetali, si va sempre più arricchendosi di ossigeno, cosa necessaria per la vita animale.

Prima il disordine e poi l'ordine con opere sempre più elevate, fino all'uomo.

 

(14-19) "Dio disse: <Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per separare il giorno dalla notte; siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni e siano fonti di luce nel firmamento del cielo per illuminare la terra>. E così avvenne. E Dio fece le due fonti di luce grandi: la fonte di luce maggiore per governare il giorno e la luce minore per governare la notte, e le stelle. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per governare il giorno e la notte e per separare la luce dalle tenebre. Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: quarto giorno".

 

La luce primordiale, enormemente rafforzata dalla creazione del sole, si lancia sulla terra creando le condizioni per la vita animale.

Il firmamento del cielo è la volta celeste, quella che appare a tutti gli uomini. Essa non è intesa come una semplice superficie, ma come una zona, dal momento che sole, stelle, luna vi sono collocati. Il "firmamento del cielo" è il cielo degli astri.

E' firmamento perché tiene fermo il sole, le stelle, la luna: il sole non cade e neppure le stelle, né la luna. Gli astri sono dotati di movimento, per questo regolano le stagioni, l'alternarsi del giorno della notte.

Il sole e la luna non sono mai nominati con nome per paura di dare spazio all'idolatria: sono solo segni e luminari.

 

(20-23) "Dio disse: <Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo>. Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati, secondo la loro specie. Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse: <Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra>. E fu sera e fu mattina: quinto giorno".

 

L'atmosfera ricca dell'ossigeno prodotto dal mondo vegetale ora ha le condizioni per la vita degli uccelli e la condizione ossigenata delle acque quella dei pesci. La luce del sole rende tutto bello, luminoso, vivo. La luna rischiara la notte. Le stelle brillano nel cielo. Grandi foreste coprono la terra.

 

(24-25) "Dio disse: <La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche, secondo la loro specie>. E così avvenne: Dio fece gli animali selvatici, secondo la loro specie, il bestiame, secondo la propria specie, e tutti i rettili del suolo, secondo la loro specie. Dio vide che era cosa buona".

 

Sulla terra viene creata la vita animale, come nel mare e nel cielo; in particolare viene creato l'uomo.

 

"Dio disse: <Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra>: 

 

E Dio creò l'uomo a sua immagine;

a immagine di Dio lo creò;

maschio e femmina li creò.

Dio li benedisse e disse loro:

 

<Siate fecondi e moltiplicatevi,

riempite la terra e soggiogatela,

dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo

e su ogni essere vivente che striscia sulla terra>.

Dio disse: <Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutti gli animali selvatici, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde>. E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno".

 

Il "facciamo l'uomo, ecc,", non va inteso esclusivamente come un plurale maiestatico, ma come un'indicazione velata della realtà trinitaria di Dio: così intesero i padri della Chiesa.

Essere creato ad immagine, secondo la somiglianza con Dio, vuol dire che l'uomo ha una radicale vocazione alla vita di relazione interpersonale: non può crescere, non può sviluppare pienamente se stesso, senza relazioni interpersonali.

Vuol dire che ha in sé la capacità di dominare ogni essere animale del mare, del cielo, della terra. Un dominio che gli era facile perché tutto era buono. Buono l'uomo, di una bontà soprannaturale, e buoni anche gli animali di fronte all'uomo di cui avvertivano, nel loro istinto, la sovranità, la maestà della sua posizione eretta e del suo incedere magnifico che non aveva l'eguale.

L'uomo ha una radicale diversità che lo distanzia incommensurabilmente dall'animale. Come un pesce egli è capace di nuotare nelle acque, con l'agilità di una scimmia può arrampicarsi sulle piante, come gli uccelli può sollevarsi in aria con un salto prodigioso e volteggiare in acrobazie e, in più, ha un più altissimo: la parola, il pensiero, la creatività.

Essere fatto ad immagine, a somiglianza con Dio, vuol dire che è concreatore, capace col lavoro creativo di produrre quanto gli è necessario.

Vuol dire anche che attraverso il coniugio sponsale - il rito della vita - egli è procreatore, cioè collaboratore con Dio, nella formazione di nuovi uomini e donne.

 

(2) (1-4a) "Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato ogni lavoro che egli aveva fatto creando. Queste sono le origini del cielo e della terra, quando vennero creati".

 

"Tutte le loro schiere", indica gli astri del cielo e tutte le creature viventi del cielo e della terra "secondo la loro specie". Il testo non parla in specifico della creazione degli angeli, ma essi fanno rigorosamente parte della creazione. Nella parola "cielo" va inteso non solo il cielo astronomico, ma anche quello delle schiere angeliche (Gn 28,12). Gli angeli formano "L'esercito del cielo che sta attorno a Dio" (Cf.1Re 22,19). Essi furono creati prima che cominciasse il computo dei giorni del cammino creatore verso l'uomo, prima che la luce fosse e vincesse le tenebre. Essi sono in un cielo che è sopra tutti i cieli astronomici. Quel cielo è in alto, in alto, ma gli angeli da quel cielo possono venire presso di noi a velocità immensamente superiori a quelle della luce, tanto che in pochi istanti un angelo può scendere dal cielo sulla terra, come si intende pensando agli angeli custodi che veloci scendono dal cielo per essere accanto ad un nuovo nato.

Non resta, dunque, che adorare il Creatore di tutto.

  

La seconda narrazione della Genesi

La seconda narrazione delle origini ha un'indole diversa dalla prima essendo molto marcata di espressività figurate, che pur dandole un'apparenza popolare, le permettono una straordinaria densità di insegnamento, e rivelano, così, un sorprendente grado di dimestichezza dell'autore ispirato con l'uso della simbologia.

Il racconto parte dall'uomo come prima creatura , il resto (stagioni, piante e animali) è tutto in relazione a lui. Nella prima narrazione l'uomo era posto al vertice, quale dominatore di tutto, qua è posto al centro per sottolineare come tutto è stato creato con una ragione d'amore per lui.

 

(4b-7) "Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c'era uomo che lavorasse il suolo, ma una polla d'acqua sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo. Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente".

 

L'autore sacro conduce il lettore a formarsi un'immagine della situazione primordiale per via di esclusione, partendo da ciò che era famigliare al popolo a cui apparteneva: Non c'era la pioggia...non c'era i segni del lavoro dell'uomo. L'immagine è quella di una landa deserta, senza vita, ma però con le condizioni per la vita: dal sottosuolo sgorga una polla d'acqua.

L'uomo viene plasmato da Dio con la polvere del suolo, come sarà per gli animali (Gn 2,19), ma l'uomo ha da Dio un alito di vita (nismat hayyiim) procedente direttamente da Dio, che gli animali non ricevono. Questo alito di vita è ciò per cui l'uomo è un essere vivente (nefes hayya). Chiarissimo, esiste un'anima spirituale nell'uomo.

Dio ha plasmato l'uomo dalla polvere, attuando con la sua onnipotenza un formidabile e assolutamente inimitabile laboratorio chimico-biologico, oppure è partito da una realtà biologica preesistente? Se partito da una preesistente realtà biologica vivente, questa realtà deve essere stata assolutamente oggetto di una trasformazione sostanziale capace di ricevere l'anima spirituale. Chi segue l'evoluzionismo teista, che esclude l'autoevoluzionismo, presenta l'uomo quale frutto di una trasformazione sostanziale di una antecedente realtà biologica vivente. Opinione rispettabilissima, ma che presenta la difficoltà di dovere pensare ad un Adamo partorito e allevato da un animale: l'educazione, ci avvertono gli psicologi, è basilare nella formazione di un uomo con personalità normale. Ricorrere, per ovviare a questo, a degli angeli, non sarebbe ovviamente cosa proponibile. Dunque rispetto massimo per l'opinione precedente, ma per l'uomo mi sento di poter avanzare che sia meglio pensare ad un intervento totalmente diretto di Dio; ne è ampiamente capace, Dio. Lazzaro ridotto a putredine non uscì intatto dalla tomba?

L'uomo tratto dalla terra dice che c'è una relazione stabile dell'uomo con la terra.

 

(8-15) "Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre attorno a tutta la regione di Avìla, dove si trova l'oro e l'oro di quella terra è fino; vi si trova pure la resina odorosa e la pietra d'onice. Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre attorno a tutta la regione d'Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre a oriente di Assur. Il quarto fiume è l'Eufrate.

Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse".

 

Il giardino (gan) che viene piantato in Eden, non è tutto l'Eden; né è una parte speciale. Tale giardino è dato all'uomo come sua abitazione felice. Dall' Eden esce un fiume che irriga il giardino e poi si divide in quattro fiumi, il Pison (il Phasis della Colchide) Il Ghicon (l'Araxes, nella regione del Caspio), Il Tigri, L'Eufrate. L'impianto idrico del fiume del giardino è pensato fornito dalle acque del sottosuolo, dell'abisso (Cf. 8,11). La seconda narrazione della Genesi procede così in modo diverso dalla prima narrazione.

I quattro fiumi sono presentati con una geografia che va presa come eco di antiche concezioni sulla configurazione della terra. Due dei quattro fiumi (Tigri, Eufrate) hanno origine nei monti dell'Armenia, gli altri due fiumi sono del tutto sconosciuti.

Quel fiume che si divide in quattro non presenta altro che un'immagine della speciale provvidenza di Dio verso l'uomo e la terra, in quel tempo delle origini.

Il paese di Avila è una regione dell'Arabia (Gn 10,29; 25,18; ecc.). Gli studiosi fanno coincidere il paese d'Etiopia (Kus) con la Nubia, regione dell'Africa nord-orientale. Assur fu la città capitale dell'Assiria.

L'albero della vita è un albero simbolico, nel quale è espresso il dono dell'immortalità. L'albero è nel mezzo del giardino a significare che esso è al centro di tutto e mai va dimenticato. Esso è a disposizione dell'uomo alla condizione che non mangi dell'altro albero: quello della conoscenza del bene e del male.

Il racconto (3,22) ci dice che Adamo non aveva mai mangiato prima dell'albero della vita. Questa precisazione ci avverte che il corpo dell'uomo non era in una condizione speciale rispetto alle malattie. Pieno di perfezione aveva sistema immunitario funzionante perfettamente e l'assenza della malattia era dovuta all'ordine morale e alle condizioni ottimali di vita del giardino. Non è da pensare che l'uomo non si sarebbe mai fatto una scalfittura, ma certo Dio avrebbe agito preservandolo da situazioni rovinose di morte. Ci sarebbero stati i terremoti, ma sotto il controllo di Dio per il mantenimento della situazione paradisiaca del giardino. In particolare la donna non avrebbe conosciuto, per dono preternaturale, le doglie del parto (Cf. 3,16).

Pure l'albero della conoscenza del bene e del male è albero simbolico. Esso indica il male della disobbedienza a Dio. Mangiarne era decidere in proprio quello che era bene e quello che era male. Il secondo albero, di distinto significato dal primo, è in correlazione col primo: mangiato del secondo albero si muore non avendo più la possibilità di avere accesso all'albero della vita.

 

(16-17) "Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: <Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire>".

 

Dio comunica ad Adamo il suo amore, ma l'uomo deve rispettare una condizione, che non è condizione di oppressione ma di vincolo di libertà dal male. Di tutti gli alberi del giardino può mangiare, e suo è anche l'albero della vita, ma non può mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male. Deve fidarsi di Dio che sa quello che è bene per lui, e non volere fare l'esperienza del male della disobbedienza perché non riuscirebbe a rimanere illeso dal male, che lo afferrerebbe deformandolo e schiavizzandolo, e così morirebbe alla vita interiore della grazia e non avrebbe accesso al dono dell'albero della vita.

 

(18-25) "E il Signore Dio disse: <Non è bene che l'uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda>. Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l'uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo. Allora l'uomo disse:

 

<Questa volta

è osso dalle mie ossa,

carne dalla mia carne.

La si chiamerà donna,

perché dall'uomo è stata tolta>.

Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un'unica carne. Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, e non  provavano vergogna>".

 

Il testo dice che Dio osservò che non era bene che l'uomo fosse solo. L'uomo ha in se stesso la vocazione alla vita di relazione interpersonale e questa deve esprimersi. L'aiuto che gli corrisponda è per la crescita della sua persona, per la sua gioia. La narrazione inserisce a questo punto la creazione degli animali perché in tal modo viene espresso come l'uomo non ha in essi un aiuto che corrisponda a lui. E' l'uomo stesso che tra gli animali, senza alcuna indicazione di Dio, non trova “per l'uomo” alcunché che gli possa stare alla pari. Dando i nomi agli animali l'uomo manifesta di comprenderne la natura e ben vede che tra lui e loro c'è un immenso salto sostanziale di qualità.

Dio allora crea la donna. Fa scendere un torpore sull'uomo che si addormenta. L'uomo è assente durante la creazione della donna al fine di lasciargli il riconoscimento che lei è ossa dalle sue ossa e carne dalla sua carne.

La costola dalla quale parte Dio per creare la donna esprime la relazione di reciprocità tra i due chiamata a formare "un'unica carne", dopo avere lasciato il padre e la madre.

L'innocenza originale non poneva il concetto di essere nudi, il che non vuol dire che non ci sarebbero state vesti di protezione dal freddo o di ornamento. Il testo dice che "non provavano vergogna" e quindi afferma che la carne era assopita, per il dono preternaturale dell'assenza del fomite della concupiscenza.

 

(3) (1-7) "Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: <E' vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?>. Rispose la donna al serpente: <Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete>. Ma il serpente disse alla donna: <Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male>. Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture".

 

Il serpente è definito la più astuta delle bestie selvatiche perché capace di avvicinarsi silenziosamente per avvolgere la preda, di acquattarsi sulle piante e confondersi con i rami, di ammaliare la preda coi suoi movimenti. La più astuta delle bestie viene scelta da Satana per dare efficacia alla sua fredda e insinuante tentazione. Il serpente parlante messo in campo dalla narrazione ha un riscontro culturale nell'area semitica nel serpente mantico da cui si volevano in qualche modo responsi (Cf. Dn 14,23). Satana può camuffarsi dietro un serpente reale e pronunciare parole che sembrano dette dal serpente.

Già il fatto che un serpente parli era elemento sufficiente per vedervi un'insidia dalla quale allontanarsi, ma Eva non si allontanò. L'esordio del serpente è insinuante, falso. Il serpente finge di essere allibito, di volere controllare la notizia se è vero che Dio ha detto di non mangiare di nessuno degli alberi. Il discorso è rivolto ad ottenere una risposta e, nello stesso tempo, ad iniettare il sospetto che egli sappia dei retroscena da far conoscere alla donna. La donna risponde che Dio ha detto che si possono mangiare di tutti gli alberi del giardino eccettuato quello della conoscenza del bene e del male, ma non scaccia il serpente. A questo punto il serpente ha campo libero e presenta Dio come un menzognero, un invidioso, un oppressore. La donna accoglie l'insinuazione e compie la sua separazione da Dio con la disobbedienza.

La donna si fa poi tentatrice del compagno. I due si ritrovano nudi, sconvolti e intrecciano delle foglie di fico per coprirsi. La carne si è destata, il fomite della concupiscenza si è stabilito, la grazia santificante è perduta.

Quale sia stato esattamente l'elemento materiale del peccato non è detto nel testo. Il peccato è sicuramente di disobbedienza alla parola ricevuta, ma deve essersi esercitato in qualcosa. Si dice spesso che abbia riguardato la sfera sessuale. In tal caso l'essere come Dio significava avere un incontro sessuale non deciso dal soffio dello Spirito Santo che avrebbe dato il via all'atto procreatore, ma deciso a partire da se stessi.

L'atto sessuale sarà ancora luce perché atto procreatore, ma la prole non nascerà con la grazia santificante come era previsto, dal momento che la carne destata produrrà sempre una forza di trascinamento che il senso prima non aveva.

 

(8-13) "Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l'uomo, con sua moglie, si nascose dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: <Dove sei?>. Rispose: <Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto>.

Riprese: <Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?>.

Rispose l'uomo: <La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato>. Il Signore Dio disse alla donna: <Che hai fatto?>. Rispose la donna: <Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato>".

 

L'antropomorfismo del passeggiare del Signore Dio nel giardino presenta l'intimità offerta da Dio ai due. Ma ecco i due si nascondono. Si sentono colpevoli di avere disobbedito e temono la punizione. L'uomo scarica la colpa su Dio, dicendogli che se non gli avesse dato la donna non avrebbe fatto quello che ha fatto. Parimenti la donna scarica la colpa su Dio: se non avesse permesso al serpente di insidiarla non avrebbe mangiato del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male. I due sono spaventati, sconvolti, ma non pentiti. La loro è una lotta contro Dio e contro la loro coscienza nell'illusione che il serpente abbia detto il vero presentando che non sarebbero affatto morti e che perciò Dio si sarebbe piegato alla fine dando loro di mangiare anche dell'albero della vita.

 

(14-15) "Allora il Signore Dio disse al serpente:

 

<Poiché hai fatto questo,

maledetto tu fra tutto il bestiame

e fra tutti gli animali selvatici!

Sul tuo ventre camminerai

e polvere mangerai

per tutti i giorni della tua vita.

Io porrò inimicizia fra te e la donna,

fra la tua stirpe e la sua stirpe:

questa ti schiaccerà la testa

e tu le insidierai il calcagno>".

 

Satana viene condannato nella sua veste di serpente: "per tutti i giorni della tua vita" striscerà a terra e mangerà polvere; è la posizione di un vinto davanti al vincitore.

Tutti gli animali sono maledetti di riflesso alla maledizione del suolo, che darà triboli e spine, e il serpente lo è di più perché costretto a strisciare per terra, nella polvere. Ovviamente l'autore sacro si riferisce all'orizzonte della fauna da lui conosciuta.

Satana avrà una sconfitta all'interno del genere umano che egli ha infettato con il suo veleno e nel quale avrà una sua "stirpe". Dio susciterà inimicizia tra lui e una donna precisa ("la donna" non indica affatto il semplice genere femminile). La stirpe di questa donna contro la quale, strisciando da vinto, Satana si dirigerà all'altezza del tallone lo vincerà schiacciandolo col piede.

 

(16) "Alla donna disse:

 

<Moltiplicherò i tuoi dolori

e le tue gravidanze,

con dolore partorirai figli.

Verso tuo marito sarà il tuo istinto,

ed egli ti dominerà>".

 

I dolori della donna sono i disagi, le fatiche inevitabili di una gravidanza, connessi con il portare il peso del nascituro e la facilità all'affaticamento. Questi dolori (disagi), presenti anche nella condizione paradisiaca, si moltiplicheranno una volta fuori dal giardino, e anche le gravidanze saranno moltiplicate, perché il disamore tra gli uomini causerà guerre,con la voglia di imporsi sugli altri per numero e forza. Inoltre partorirà i figli nel dolore, cosa da cui prima per dono di Dio era esente. Lei poi vorrà attrarre a sé il marito con la sua seduzione, ma il marito la dominerà. La donna sarà immessa in un cammino di sofferenza, ma c'è davanti a lei e all'uomo la speranza del riscatto dal male.

 

(17-20) "All'uomo disse: <Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato: Non devi mangiarne,

 

maledetto il suolo per causa tua!

Con dolore ne trarrai il cibo

per tutti i giorni della tua vita.

Spine e cardi produrrà per te

e mangerai l'erba dei campi.

Con il sudore del tuo volto mangerai il pane,

finché non ritornerai alla terra,

perché da essa sei stato tratto:

polvere tu sei e in polvere ritornerai!>.

L'uomo chiamò la moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi".

 

Il suolo viene maledetto, ma non l'uomo. Nascono condizioni di vita ben diverse da quelle paradisiache del giardino. La situazione di speciale provvidenza che avvolgeva la terra è cessata e l'uomo dovrà conoscere la fatica. La terra produrrà spine e cardi in antagonismo col lavoro agricolo dell'uomo. Con sudore giungerà ad avere il pane. L'orizzonte della narrazione è quello agricolo, ma le parole hanno una portata generale su tutta l'attività dell'uomo. Pensiamo allo stress di oggi, causato per altro da un ingranaggio di vita che non riusciamo più a controllare.

L'uomo e la donna sperimenteranno la morte. Infettati dal pensiero di essere come Dio, l'uomo e la donna sperimenteranno in maniera radicale il loro essere stati tratti dalla terra.

L'uomo diede un nome alla donna. E' un nome teologico posto dall'agiografo. Esso indica che il genere umano risale ad una sola coppia primordiale. Tale coppia diede vita a figli, che senza peccato d'incesto - data la situazione iniziale di formazione della grande famiglia umana - ebbero, tra di loro, altri figli.

 

(21-24) "Il Signore Dio fece all'uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì. Poi il Signore Dio disse: <Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male. Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell'albero della vita, ne mangi e viva per sempre!>. Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. Scacciò l'uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all'albero della vita".

 

I due si erano già coperti con cinture di foglie di fico, ma ora Dio li riveste di tuniche di pelli, segno che Dio non farà mancare il suo aiuto.

L'uomo ora conosce il bene e il male, ma diversamente da Dio che nella sua onniscienza lo conosce. Dio lo conosce, ma non ne è preso, l'uomo invece ne viene preso, per cui il bene ora è inquinato nel suo cuore.

Adamo ed Eva hanno ancora l'illusione di avere partita vinta con Dio, pensano che riusciranno ad avere ugualmente l'immortalità. Ne risulterebbe il trionfo della disobbedienza, il cedimento di Dio. Ma Dio non è "amore vuoto"; Dio ama, e vuole l'uomo salvo. Cedere ad una falsa pietà verso l'uomo sarebbe renderlo un mostro di arroganza e di superbia, significherebbe consegnarlo al serpente.

La cacciata dal giardino è castigo, ma è anche evento salvifico.

In nessun modo l'uomo potrà ottenere l'albero della vita al di fuori del disegno salvifico di Dio, e il metaforico albero che dà l'immortalità corporea ora è in cielo (Cf. Ap 2,7).

Ogni tentativo, malsano e assolutamente illusorio, di rientrare nell'antico paradiso troverà di fronte a sé i cherubini e la fiamma della spada guizzante, cioè l'invariabile sconfitta.

 

Caino e Abele

Questo racconto posto di seguito alla cacciata dal paradiso terrestre presenta come la prima morte nella storia del genere umano sia dovuta ad un assassinio. Al disamore a Dio di Adamo ed Eva si aggiunse il disamore di Caino per il fratello, fino al delitto. Caino raggiunse il vertice del disamore e per questo venne maledetto.

Un'antica narrazione, trasmessa oralmente, di un delitto di fratricidio è alla base di questo racconto, posto dallo scrittore ispirato alle origini del genere umano.

Caino e Abele vengono presentati come uomini fatti, adulti. “Trascorso del tempo”, dice il testo che non ha difficoltà nel presentare l'esistenza di altri fratelli (Cf. 5,3), che potranno vendicare il sangue di Abele.

Caino (Qajn) deriva dal verbo qanah che significa "acquistare". Il nome è giustificato dalle parole di Eva: "Ho acquistato un uomo grazie al Signore".

Abele (Hèbel) vuol dire "vanità fugace; vapore". Questo nome non viene presentato come corrispondente ad una significazione di Eva, come lo sarà ancora per Set (4,25), indica non l'inizio della vita di Abele, ma la sua vita stroncata.

 

(4) (1-4a) "Adamo conobbe Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino e disse: <Ho acquistato un uomo grazie al Signore>. Poi partorì ancora  Abele, suo fratello. Ora Abele era pastore di greggi, mentre Caino era lavoratore del suolo.

Trascorso del tempo, Caino presentò frutti del suolo come offerta al Signore, mentre Abele presentò a sua volta primogeniti del suo gregge e il loro grasso".

 

Le due offerte sono rivolte ad impetrare la benedizione di Dio sui campi e sul gregge.

 

(4b-7) "Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. Il Signore disse allora a Caino: <Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovresti forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai>".

 

Dio benedisse l'attività di Abele e non quella di Caino. Il gregge di Abele si moltiplicò, mentre i campi di Caino non prosperarono. Caino concepì invidia verso il fratello e rancore verso Dio, che, secondo lui, lo umiliava davanti al fratello. Il volto di Caino è buio, abbattuto, un vero stato di invidia e di rancore accusatorio. Dio lo fece ragionare ponendogli degli interrogativi. Condizione per non avere il volto buio è l'agire bene. Allora avrà come Abele la benedizione sulla sua attività. Gli disse che il peccato come una belva era accovacciato alla sua porta pronto ad afferrarlo, ma lui aveva tutte le possibilità per dominarlo: “e tu lo dominerai”.

 

(8) "Caino parlò al fratello Abele. Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise".

 

Caino si dimostra comunicativo con il fratello per condurlo senza diffidenze in campagna, fuori dal nucleo famigliare. E' una spietata esecuzione.

 

(9-16) "Allora il Signore disse a Caino: <Dov'è Abele, tuo fratello?>. Egli rispose: <Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?>. Riprese: <Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto, lontano dal suolo che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra>. Disse Caino al Signore: <Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono. Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e dovrò nascondermi lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi ucciderà>. Ma il Signore gli disse: <Ebbene, chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!>. Il Signore impose a Caino un segno, perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse. Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, a oriente di Eden".

 

Dio chiama in giudizio Caino. Le domande sono proprie di un tribunale. Caino aggressivamente nega di sapere dov'è suo fratello e attacca Dio di inopportunità della domanda perché lui non è il custode di suo fratello. Ma Dio gli dice il suo delitto, e la condanna. La maledizione è sulla sua persona e gli risulterà inutile ogni affaticarsi sul suolo che è stato inzuppato dal sangue del fratello. Sarà poi ramingo sulla terra e sarà tallonato da chi vorrà vendetta del sangue di Abele.

Caino di fronte alla condanna si chiude in un'accusa sorda: Dio non è capace di perdono per una colpa così grande. Caino non domanda però perdono e pensa solo alla sua vita dandosi il volto della vittima, del perseguitato, e questo per colpa dell'insensibilità di Dio: i vendicatori del sangue del fratello lo potranno uccidere con facilità. Ma Dio gli toglie il ruolo della vittima e del perseguitato, perché gli svela che lui non morirà e darà il via ad una legge del taglione ben più grande: "Ebbene, chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!".

Dio pone poi un segno su Caino per avvisare che nessuno l'avesse ad uccidere per non incorrere nella legge del taglione di Caino (Cf. 4,24).

Quel segno voleva impedire l'innestarsi di una spirale di vendetta cieca, orribile. Non è l'occhio per occhio e il dente per dente della legislazione veterotestamentaria, ma qualcosa di mostruoso. Ma il non essere ucciso non significò per Caino l'avere avuto scampo dalla voce della coscienza, che lo rimproverò per tutta la vita impedendogli la gioia del lavoro, dei figli, di tutto.

 

(17-24) "Ora Caino conobbe sua moglie, che concepì e partorì Enoc; poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoc, dal nome del figlio. A Enoc nacque Irad; Irad generò Mecuiaèl e Mecuiaél generò Metusaèl e Metusaèl generò Lamec. Lamec si prese due mogli: una chiamata Ada e l'altra Silla. Ada partorì Iabal: egli fu il padre di quanti abitano sotto le tende presso il bestiame. Il fratello di questi si chiamava Iubal: egli fu il padre di tutti suonatori di cetra e di flauto. Silla a sua volta partorì Tubal-kain, il fabbro, padre di quanti lavorano il bronzo e il ferro. La sorella di Tubal-kain fu Naamà.

Lamec disse alle mogli:

 

<Ada e Silla, ascoltate la mia voce;

mogli di Lamec, porgete l'orecchio al mio dire.

Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura

e un ragazzo per un mio livido.

Sette volte sarà vendicato Caino,

ma Lamec settantasette>".

 

Caino costruisce una città a sua difesa e per la sua prosperità. La sua discendenza si occuperà di allevamento di bestiame in forma organizzata, di lavori in ferro e rame, e di musica.

La forza, la ricchezza, la sicurezza accumulate rendono Lamech pieno di prepotenza e violenza.

Non è condannata la vita cittadina.

Chiaro che la narrazione presenta una cultura che ai primordi del genere umano non c'era: l'età del rame e del ferro venne millenni e millenni dopo. Si deve così pensare all'utilizzo così come già detto per il racconto di Caino ed Abele di un'antica tradizione di un qualche gruppo seminomade.

 

Il diluvio universale

Dopo una serie di dati genealogici il testo presenta una sezione dove si parla della commistione tra i figli di Dio, cioè tra i credenti in Dio e i chiusi a Dio. La commistione avviene per via di unione tra i figli di Dio e le figlie degli uomini. “Ne presero per mogli a loro scelta”, dice il testo. La tradizione esegetica fa risalire a Set (Gn 4,25-26) il figli di Dio e a Caino le figlie degli uomini.

 

Preliminare: i figli di Dio e le figlie degli uomini

(6) (1-2) "Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro delle figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli a loro scelta".

 

Le figlie degli uomini erano belle, ma certamente erano belle anche quelle dei figli di Dio. Le figlie degli uomini, belle e in aggiunta seducenti, vengono prese per mogli senza problema di numero. Le figlie degli uomini portarono la corruzione ai figli di Dio e sulla terra si instaurò una lussuria sempre più carica di ingordigia.

 

(3) "Allora il Signore disse: <Il mio spirito non resterà sempre nell'uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni>".

 

L'anima è detta "il mio spirito" conformemente a (Gn 2,7). L'uomo riempie la terra (v.1) di figli e figlie abbandonandosi a lussurie. Dio fissa la vita dell'uomo a 120 anni. Questa data che non ha nessun fondamento biologico obbedisce ad un'antica idea che tanto più l'uomo si addentra nel peccato e tanto più vede accorciarsi i suoi giorni. Il testo presentando 120 anni dice una vita molto breve. Adamo visse 930 anni. Da dove sono scaturiti tali numeri? Da antichissime tradizioni di sapore nettamente mitologico, che alla fine si radicarono come dati sui quali l'antichità non esercitò alcuna critica. Presso i sumeri si davano cifre ben più iperboliche. Prima del diluvio della narrazione babilonese, A-lu-lim regnò per 28.000 anni, A-lal-gar per 36.000, ecc.

 

(4) "C'erano sulla terra i giganti a quei tempi - e anche dopo -, quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell'antichità, uomini famosi".

"Anche dopo": (Cf. Nm 13,33; Dt 1,28; 2,10; 9,2)

I giganti provengono dalle unioni di uomini e donne avviliti dalle lussurie. C'è un cedimento genetico nell'uomo. Personaggi forti nella lotta armata, ma deformi nella bellezza delle proporzioni. Viene da pensare all'uomo di Neandertal.

 

La generale corruzione dell'umanità

(5-11) "Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre. E il Signore si pentì di avere fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: <Cancellerò dalla faccia della terra l'uomo che ho creato e, con l'uomo, anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti>. Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.

Questa è la discendenza di Noè. Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio. Noè generò tre figli: Sem, Cam e Iafet. Ma la terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza.

Dio guardò la terra ed ecco, essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra".

Il testo presenta la terra piena di incubazione incessante del peccato. Dio non si pente di avere creato l'uomo nel senso che cade su di lui la responsabilità degli errori umani, ma perché l'uomo lo disgusta. Lo disgusta perché le azioni degli uomini, oltre che essere disgustose in se stesse, sono manifestazione di disprezzo per lui; sono misconoscimento della prospettiva di salvezza da lui data (Gn 3,15). Dio reagisce decidendo un castigo che nello stesso tempo è un evento salvifico per il genere umano (1Pt 3,19). Infatti il diluvio verrà a liberare ciò che di buono è rimasto sulla terra. Il pentirsi di Dio è il segno della sua ira sugli uomini di quel tempo, non del fatto che abbia intenzione di annullare la storia della salvezza.

I preparativi del diluvio

(13-16) "Allora Dio disse a Noè: <E' venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. Fatti un'arca di legno di cipresso; dividerai l'arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. Ecco come devi farla: l'arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. Farai nell'arca un tetto e, a un cubito più sopra, la terminerai; da un lato metterai la porta dell'arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore.

Ecco, io sto per mandare il diluvio, cioè le acque, sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne in cui c'è soffio di vita; quanto è sulla terrà perirà. Ma con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell'arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli. Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell'arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina. Degli uccelli, secondo la loro specie, del bestiame, secondo la propria specie, e di tutti i rettili del suolo, secondo la loro specie, due di ognuna verranno con te, per essere conservati in vita. Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e fanne provvista: sarà di nutrimento per te e per loro>. Noè eseguì ogni cosa come Dio gli aveva comandato: così fece".

Dio prima della costruzione dell'arca stabilisce un'alleanza con Noè che sarà operativa nell'immediato se ci sarà l'obbedienza di costruire l'arca, altrimenti sarà vanificata. Noè, uomo giusta, crede e corrisponde. Tale alleanza verrà poi approfondita (Gn 9,8), e abbraccerà tutti i discendenti di Noè, cioè gli uomini che ripopoleranno la terra.

L'arca non è proprio una nave, ma una casa galleggiante dalle approssimative dimensioni di 150 metri di lunghezza, 25 di larghezza, 15 di altezza (un cubito vale circa 0,50 metri).

Una storicità della narrazione deve essere corretta da due condizioni. La prima è che il diluvio non colpi tutte le zone della terra: impossibile pensare che l'arca potesse contenere tutte le specie di animali e per di più tutta l'alimentazione necessaria. La seconda è che si tratti di una notizia che derivi da un'operazione di salvataggio di proporzioni limitate. Ne segue che il diluvio universale fu caratterizzato da una molteplicità di grandi inondazioni, che colpirono pesantemente gli insediamenti umani. In una di queste inondazioni si salvò, per un intervento di Dio, Noè e il suo bestiame. Il gruppo noetico non fu il solo ad essere salvato, quasi che da esso emergesse una razza noetica; altri gruppi umani rimasero, come si può vedere da una lettura dei dati della paleoantropologia. Il diluvio sbloccò l'umanità da una spirale di abbrutimento, dando spazio i gruppi sani.

La descrizione biblica dell'acqua che sommerge ogni cosa, anche i monti (7,19), deriva da amplificazioni narrative (vedi quelle sumeriche e babilonesi) che alla fine vennero accettate come storiche. La narrazione biblica, come gli studiosi hanno notato, lascia trasparire l'esistenza di due narrazioni precedenti; queste, a loro volta, discesero da antichissime narrazioni orali, dalle quali derivarono anche quelle politeiste della letteratura sumerica e babilonese.

Dal punto di vista dell'ispirazione non era necessario che Dio procedesse ad un intervento di precisazione storica su narrazioni consolidate, avendo di mira l'insegnamento religioso. 

Quanto al tempo ci si può orientare alla fine del paleolitico medio nel quale avvenne la scomparsa della razza di Neandertal e di altre razze umane. La narrazione utilizza date consegnate da antiche tradizione orali (7,10-11).

 

(7) (1-5) "Il Signore disse a Noè: <Entra nell'arca tu con tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione. Di ogni animale puro prendine con te sette paia, il maschio e la sua femmina; degli animali che non sono puri un paio, il maschio e la sua femmina. Anche degli uccelli del cielo, sette paia, il maschio e la sua femmina; degli animali che non sono puri un paio, il maschio e la sua femmina. Anche degli uccelli del cielo, sette paia, maschio e femmina, per conservarne in vita la razza su tutta la terra. Perché tra sette giorni farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti; cancellerò dalla terra ogni essere che ho fatto>. Noè fece quanto il Signore gli aveva comandato".

 

Il numero maggiore di animali mondi è in funzione di una distribuzione di essi nella terra. Da essi verranno prese le vittime per gli olocausti..

 

L'immane inondazione

(6-16) "Noè aveva seicento anni quando venne il diluvio, cioè le acque sulla terra. Noè entrò nell'arca e con lui i suoi figli, sua moglie e le mogli dei suoi figli, per sottrarsi alle acque del diluvio. Degli animali puri e di quelli impuri, degli uccelli e di tutti gli esseri che strisciano sul suolo un maschio e una femmina entrarono, a due a due, nell'arca, come Dio aveva comandato a Noè.

Dopo sette giorni, le acque del diluvio furono sopra la terra; nell'anno seicentesimo della vita di Noè, nel secondo mese, il diciassette del mese, in quello stesso giorno, eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono. Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. In quello stesso giorno entrarono nell'arca Noè, con i figli Sem, Cam e Iafet, la moglie di Noè, le tre mogli dei suoi tre figli; essi e tutti i viventi, secondo la loro specie, e tutto il bestiame, secondo la loro propria specie, e tutti i rettili che strisciano sulla terra, secondo la loro specie, tutti i volatili, secondo la loro specie, tutti gli uccelli, tutti gli esseri alati. Vennero dunque a Noè nell'arca, a due a due, di ogni carne in cui c'è il soffio di vita. Quelli che venivano, maschio e femmina d'ogni carne, entrarono come gli aveva comandato Dio. Il Signore chiuse la porta dietro di lui".

 

Oltre il diluviare dal cielo il testo presenta che “eruppero tutte le sorgenti del grande abisso”. Con “grande abisso” vengono indicate le profondità della terra pensate come un immenso serbatoio di acque attraversato da immani colonne che sostenevano la terra (Cf. Gb 9,6). Evidentemente questa idea ha potuto svilupparsi a contatto con le oasi del deserto dove sgorgava sorgenti che gli antichi non riuscivano a spiegarsi ciò poteva accadere.

La situazione del diluvio riporta sulla terra le condizioni primarie narrate dal primo racconto della Genesi.

 

(17-24) "l diluvio durò sulla terra quaranta giorni: le acque crebbero e sollevarono l'arca, che s'innalzò sulla terra. Le acque furono travolgenti e crebbero molto sopra la terra e l'arca galleggiava sulle acque. Le acque furono sempre più travolgenti sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. Le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto.

Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta, morì.

Così fu cancellato ogni essere che era sulla terra: dagli uomini agli animali domestici, ai rettili e agli uccelli del cielo; essi furono cancellati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell'arca.

Le acque furono travolgenti sopra la terra centocinquanta giorni".

 

Le amplificazione sono rivolte ad esaltare la potenza di Dio di fronte alla quale l'uomo è un nulla. Le acque coprono tutto, a dare inizio ad una creazione rinnovata a partire da ciò che è presente nell'arca. Le acque coprono anche le cime dei monti più alti perché deve essere chiaro che non ci fu scampo a nessun uomo fuorché i presenti nell'arca; gli animali terresti vengono colpiti di conseguenza. I pesci rimangono indenni.

Le acque liberarono il gruppo Noetico dalla pressione delle mostruosità morali, e in tal modo furono una figura del Battesimo che salva (Cf. 1Pt 3,21).

 

(1-14) "Dio si ricordò di Noè, di tutte le fiere e di tutti gli animali domestici che erano con lui nell'arca. Dio fece passare un vento sulla terra e le acque si abbassarono. Le fonti dell'abisso e le cateratte del cielo furono chiuse e fu trattenuta la pioggia dal cielo; le acque andarono via ritirandosi dalla terra e calarono dopo centocinquanta giorni. Nel settimo mese, il diciassette del mese, l'arca si posò sui monti dell'Araràt. Le acque andarono via via diminuendo fino al decimo mese. Nel decimo mese, il primo giorno del mese, apparvero le cime dei monti.

Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatto nell'arca e fece uscire un corvo. Esso uscì andando e tornando, finché si prosciugarono le acque sulla terra. Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo; ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell'arca, perché c'era ancora l'acqua su tutta terra. Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé nell'arca. Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall'arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco una tenera foglia di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra. Aspettò altri sette giorni, poi lasciò andare la colomba; essa non tornò più da lui.

L'anno seicentouno della vita di Noè, il primo mese, il primo giorno del mese, le acque si erano prosciugate sulla terra; Noè tolse la copertura dell'arca ed ecco, la superficie del suolo era asciutta. Nel secondo mese, il ventisette del mese, tutta la terra si era prosciugata".

 

Il vento sulla terra è un vento che sospinge le acque nella loro posizione iniziale. Chiaro che tale vento non ha corrispondenza meteorologica, ma che il diluvio cessa per un immane repentino mutamento climatico che ristabilisce le condizioni precedenti.

Il testo presenta anche un corvo, ma normalmente si ricorda solo la colomba con foglie di ulivo. Il corvo è autonomo nell'andare e nel tornare. La colomba invece deve essere presa di nuovo nell'arca e poi di nuovo inviata. E' un uccello mite, che si dimostra affezionato a Noè.

L'Ararat  non è il nome di un monte, ma di una regione: l'Armenia. Non si può identificare il monte Ararat con il Massis (oggi Aghri-Dagh; metri 5156).

 

(8) (15-22) "Dio ordinò a Noè: <Esci dall'arca tu e tua moglie, i tuoi figli e le mogli dei tuoi figli con te. Tutti gli animali d'ogni carne che hai con te, uccelli, bestiame e tutti i rettili che strisciano sulla terra, falli uscire con te, perché possano diffondersi sulla terra, siano fecondi e si moltiplichino su di essa>.

Noè uscì con i figli, la moglie e le mogli dei figli. Tutti i viventi e tutto il bestiame e tutti gli uccelli e tutti i rettili che strisciano sulla terra, secondo la loro specie, uscirono dall'arca. Allora Noè edificò un altare al Signore; prese ogni sorta di animali puri e di uccelli puri e offrì olocausti sull'altare. Il Signore ne odorò il profumo gradito e disse in cuor suo: <Non maledirò più il suolo a causa dell'uomo, perché ogni intento del cuore umano è incline al male fin dall'adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto.

 

Finché durerà la terra,

seme e messe,

freddo e caldo,

estate e inverno,

giorno e notte

non cesseranno>".

Gli olocausti che Noè compie con gli animali mondi sono di ringraziamento (Cf. Lv 7,11). "Il Signore ne odorò il profumo gradito", è un antropomorfismo che rende l'idea del gradimento di Dio. Dio riaccoglie l'uomo con misericordia anche se "l'intento del cuore umano è incline al male fin dall'adolescenza". Le stagioni, che erano state sconvolte dall'irrompere del diluvio, rimarranno. Rimarrà il giorno e la notte che sembravano abolite sotto le nubi continue del diluvio. Il suolo non conoscerà più la maledizione del diluvio. Bisogna notare che Dio decide di non maledire più la terra con il diluvio per un atto di rinnovata misericordia verso gli uomini, e lo decide dopo aver odorato il soave odore del sacrificio di Noè; è il primo olocausto che la Bibbia presenta. Prima Abele aveva presentato a Dio i primogeniti del gregge e il loro grasso; e solo il grasso veniva consumato sul fuoco: era un sacrificio di comunione dove ancora non c'era la disposizione sul sangue. Non era un olocausto poiché questo implica la consumazione sul fuoco di tutta la vittima (Lv 1,1s). Noè vede bene che la sua vita non una realtà che ha in proprio, ma che è dono di Dio; peccatore deve riconoscerlo, e l'olocausto è un segno che indica che davanti a Dio l'uomo deve dare tutto di sè.  Esisteva già una distinzione tra animali puri e impuri perché già gli uomini mangiavano carne. Dio ora permette che ne mangino, ma il sangue appartiene a lui e va versato sulla terra.

(9) (1-7) "Dio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: <Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra. Il timore e il terrore di voi sia in tutti gli animali della terra e in  tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono dati in vostro potere. Ogni essere che striscia e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe. Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè con il suo sangue. Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell'uomo all'uomo, a ognuno di suo fratello.

 

Chi sparge il sangue dell'uomo,

dall'uomo il suo sangue sarà sparso,

perché a immagine di Dio

è stato fatto l'uomo.

E voi, siate fecondi e moltiplicatevi,

siate numerosi sulla terra e dominatela>".

 

Dio permette all'uomo di mangiare della carne degli animali. La narrazione dello stato paradisiaco presentava l'uomo esente dalla necessità di uccidere gli animali (Gn 1,29). Il quadro dell'alimentazione vegetariana nel paradiso terrestre è simbolo dell'armonia che c'era tra l'uomo e l'animale e tra gli animali tra di loro. E' dopo il peccato che si introduce la strage degli animali da parte dell'uomo; e si introduce una ferocia tra gli animali, che va oltre il semplice procacciarsi la preda da parte degli animali carnivori.

L'uomo, afferma il testo, non può farsi assoluto padrone degli animali, attuando la strage degli animali. Non ne dovrà mangiare il sangue, segno forte della vita, perché occorre che sia riconosciuta la sovranità di Dio su ogni vita.

Il testo presenta la sanzione punitiva circa l'omicidio.

Anche l'animale - "ogni essere vivente" - che avrà sparso il sangue dell'uomo sarà oggetto di punizione, il che vuol dire che è ben giusto abbattere un animale che è diventato un pericolo per la vita dell'uomo.

 

(8-17) "Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: <Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall'arca, con tutti gli animali della terra. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra>.

 

Dio disse:

<Questo è il segno dell'alleanza,

che io pongo tra me e voi

e ogni essere vivente che è con voi,

per tutte le generazioni future.

Pongo il mio arco sulle nubi,

perché sia il segno dell'alleanza

tra me e la terra.

Quando ammasserò le nubi sulla terra

e apparirà l'arco sulle nubi

ricorderò la mia alleanza

che è tra me e voi

e ogni essere che vive in ogni carne,

e non ci saranno più le acque per il diluvio,

per distruggere ogni carne.

L'arco sarà sulle nubi,

e io lo guarderò per ricordare l'alleanza eterna

tra Dio e ogni essere

che vive in ogni carne che è sulla terra>.

Disse Dio a Noè: <Questo è il segno dell'alleanza che io ho stabilito tra me e ogni carne che è sulla terra>".

 

L'arcobaleno esisteva anche prima del diluvio, ma l'arcobaleno durante i temporali, i nubifragi non c'è, compare dopo. Nel diluvio non comparì per giorni e giorni. Ora invece comparirà regolarmente. Lo pongo sulle nubi, ha in significato di una immutabile stabilità. Non ci sarà più il diluvio. L'arcobaleno che Dio guarda non è quello atmosferico visto dall'uomo, ma è il futuro Cristo; lui è il vero arcobaleno per il genere umano.

 

La torre di Babele

Il racconto della torre di Babele è rivolto a dare ragione della differenza delle lingue dei vari popoli. Usciti dall’arca i figli di Noè generarono figli e figlie e tutti parlavano una stessa lingua. Avevano ricevuto da Dio il comando di moltiplicarsi e riempire la terra (9,1) e sentendosi all’origine di un fatto grandioso pensarono ad un disegno di unità che faceva capo a loro e non a Dio.
Decisero di costruire una torre tempio in modo da poter salire verso il cielo e trattare, sulla cima della torre, alla pari con Dio. Salire a Dio, senza Dio, per condizionarlo al proprio disegno. Avere un culto a Dio per asservire Dio. La torre-tempio doveva essere il segno centrale della città che volevano costruire quale capitale di tutto il mondo.
Nel paradiso terreste Dio scendeva nel giardino (3,8) proprio per elevare a sé l’uomo. Qua si vuole arrivare a Dio e trattarlo alla pari pretendendo da lui la prosperità, un nuovo giardino in terra.
 

Lo scrittore sacro giunse a pensare che le torri-templari sumerico-babilonesi (ziggurat; una di queste era alta oltre 90 metri) dovevano procedere da un’idea antichissima, fatalmente ricorrente. E questo pensiero lo utilizzò per la spiegazione dell’insorgere della diversità delle lingue sulla terra.

Certo il formarsi di lingue diverse non poté che essere un fatto lungo e complesso, ma il testo sacro ne presenta la causa profonda, al di là della storicità del tentativo di costruire precisamente una torre e una città, ma certo un culto e una unità sociale.

 

(11) (1-3) "Tutta la terra aveva un'unica lingua e uniche parole. Emigrando dall’oriente, gli uomini capitarono in una pianura nella regione di Sinar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: <Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco>. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da malta".

Tutta la terra, dice il testo, aveva una sola lingua e “uniche parole. Il che vuol dire che c’era non solo l’unità linguistica, ma anche culturale. Le “uniche parole” non rimandavano a concezioni diverse, opposte, ma c’era un’intesa tra gli uomini. Gli uomini che procedevano dai figli di Noè cominciarono a diffondersi per tutta la terra, ma arrivati nella prosperosa pianura del paese di Sinar si fermarono. Niente di male, la densità demografica è fonte di collaborazione, di civiltà. Così si diedero un primo assetto comunitario. Il testo presenta un bando di convocazione: “Venite”. Cominciarono a costruire mattoni di argilla cotti al fuoco e non semplicemente seccati al sole; ed essendoci poi molto bitume in quella pianura lo usarono come collante dei mattoni. Ci furono così tutte le premesse per grandi costruzioni.

(4) "Poi dissero: <Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra>”.

 

Fare una città capitale della terra e un tempio-torre che fissava il culto da tenersi in tutta la terra era il progetto. “Facciamoci un nome”, dissero, cioè diamo basi forti all’unità che ora possediamo perché altrimenti nel nostro estenderci, di generazione in generazione, sulla terra sarà compromessa l'unità, e ne seguiranno discordie. Un magnifico progetto di pace, di unità, ma con un vizio di fondo: quello di non porre Dio alla base di tutto. Il culto a Dio sarà impostato sulla volontà dell’uomo di salire a Dio, ma con l’errore tragico di pensare di farlo senza Dio. Il centro dell’unità sono loro: Dio dovrà seguirli. L’iniziativa è la loro. Hanno sperimentato che stando uniti possono molto e riuscirci. Daranno leggi, direttive, forma di governo, che dureranno nei secoli. L’iniziativa dell’unità è dunque la loro e possono interloquire con Dio affermando il loro giustissimo progetto di unità, e Dio li dovrà seguire, perché sono nel giusto. E saliranno sulla torre che tocca il cielo per parlare con Dio. Il “facciamoci un nome” è l’espressione della loro l’ambizione, e l’ambizione li cementa, e si comincia a costruire città e torre.

(5) "Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che i figli degli uomini stavano costruendo".

Mentre “gli uomini”, mattone dopo mattone, salgono verso il cielo, Dio scende a vedere le loro grandi opere. Nello scendere di Dio, al di là dell’antropomorfismo, è espressa l’affermazione che Dio non è intimorito, che la sua grandezza non è di certo minacciata dagli uomini.

(6-7) "Il Signore disse: <Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un'unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro>”.

Dio rileva che il progetto degli uomini circa la torre e la città capitale del mondo non è per loro impossibile. L’unità venuta dopo il diluvio era fondata sulla bontà di Dio, ma gli uomini giunsero ad attribuirla a se stessi. Se questa veniva a mancare l'unità tutto sarebbe crollato. Bastò a Dio togliere la sua assistenza per far crollare tutto. E così mentre tutti concordi nell’ambizione di farsi un nome costruivano città e torre, si trovarono lacerati dalle invidie e non si capirono più nelle parole. Ognuno stava dando contorni diversi ai vari problemi, ognuno aveva le sue vedute. Chi era al governo dell’impresa venne dichiarata colpevole, responsabile delle discordie. Si invocò la repressione degli elementi dissidenti, si arrivò alla repressione, ma tutto fu vano. La superbia, il “facciamoci un nome”, compì la sua azione devastante: gli uomini cominciarono a disperdersi sulla terra senza più comprendersi.

(8-9) "Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra".

Babele è un nome che il testo spiega con una etimologia popolare derivante dalla radice “bll”: "confondere".
Sarà a Pentecoste, nel dono dello Spirito Santo, che la situazione di Babele verrà rimossa.