Testo e commento 

 

Capitolo         6   7   8   9   10   11   12   13  

 

E' molto difficile sottrarsi al desiderio di sapere chi ha scritto la lettera agli Ebrei, e ognuno di fatto ci ha provato, pur sapendo che il risultato sarebbe solo probabile. Quello che è ormai certo è che l’autore della lettera agli Ebrei non è Paolo, e ciò per una serie di diversità stilistiche e  anche di vocabolario che non si ritrovano nelle lettere paoline, rimanendo però fermo che esiste un'innegabile affinità di pensiero e talvolta di espressione con le lettere di Paolo. Va notato come l'autore citi sistematicamente e con fedeltà la versione greca detta dei LXX (Septuaginta), mentre Paolo la cita solitamente in una forma molto vicina, facendo con ciò sentire la sua conoscenza della Bibbia in ebraico. Paolo è tuttavia un grande conoscitore della versione dei LXX.

Circa l'autore della lettera, i nomi più ipotizzati sono quelli di Barnaba, di Apollo, di Luca, di Clemente Romano, di Sila.

 

Punto di partenza per un approdo ad una ricerca congetturale dell'autore della lettera agli Ebrei, è che l'autore rivela una profonda intesa con Timoteo. A partire da questo dato e considerando che il pensiero della lettera è paolino, anche se esposto in forma personale, si può pensare a Sila quale autore della lettera agli Ebrei.

Sila, in greco Silan: corrisponde all'aramaico Séiladomandato”, come pure all'ebraico Sauldomandato”. Sila è chiamato da Paolo col suo secondo nome: Σιλουανός (1Tess1,1, 2Tess 1,1, 2Cor 1,19), che deriva dal latino Silvanus. Sila aveva cittadinanza romana (At 16,37) ed era persona autorevole a Gerusalemme. Venne inviato ad Antiochia di Siria, terza città dell'impero romano, dopo Roma e Alessandria, per comunicare, insieme a Paolo e Barnaba, le decisioni del Concilio di Gerusalemme (At 15,22). Sila è stato vicinissimo a san Paolo, che lo scelse per la sua seconda missione (At 15,40), e lo ebbe compagno di prigionia a Filippi. Sila andò a Tessalonica con Paolo e a Berea; giunse poi dalla Macedonia a Corinto insieme a Timoteo, che era stato aggregato da Paolo a Listra (At 16,1); entrambi erano attesi da Paolo che lavorava nella casa di Aquila e Priscilla. Sila e Timoteo evangelizzarono con Paolo a Corinto, dove Paolo si rivolse ai pagani (At 18,6), come già con Barnaba ad Antiochia di Pisidia (At 13,46). Sila, dopo la presenza a Corinto con Paolo, non viene più nominato negli Atti.

Σιλουανός lo troviamo a Roma (63/64) agli inizi della persecuzione di Nerone (luglio/agosto 64), quale scriba della prima lettera di Pietro (1Pt 5,12) e anche latore della stessa alle Chiese del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell'Asia e della Bitinia. Un tempo (anni 1950) si avanzavano incertezze circa l'identificazione di Sila con il Silvano della prima lettera di Pietro, ma ora gli studiosi correntemente avvalorano l'identificazione.

 

Non conosciamo la città di origine di Sila, ma il fatto che avesse cittadinanza romana e che il nome Silan sia una grecizzazione dell'aramaico Séilafa pensare che fosse un giudeo di lingua greca traferitosi a Gerusalemme e quindi non disinformato della cultura giudaico ellenistica alessandrina.

 

Si è pensato a Barnaba come autore della lettera, perché nativo di Cipro e perciò in sicuro possesso di una cultura giudaico-ellenista. Tuttavia, fa difficoltà che la lettera nomina Timoteo, presentato molto vicino all'autore della lettera, mentre Barnaba non ebbe una frequentazione con Timoteo.

Si è pensato ad Apollo quale autore della lettera perché nativo di Alessandria di Egitto. Il colorito alessandrino della lettera, l'eloquenza della stessa, ben si armonizzerebbe con lui. Diversi hanno visto nella lettera agli Ebrei dei riferimenti, nell'uso allegorico della scrittura, a Filone di Alessandria, che ricorse sistematicamente all’allegoria. Ma, piuttosto che l'uso dell'allegoria, nella lettera agli Ebrei si ha un uso tipologico dei passi scritturistici, unitamente ad un'aderenza puntuale alla storia dell'economia divina, mentre in Filone tutto è orientato ad un impianto filosofico-teologico, di impronta neoplatonica.

Apollo, tuttavia, pur gravitando attorno a Paolo non ne risulta molto legato (1Cor 16,12), e non appare vicino a Timoteo, in modo tale da creare una consolidata vicinanza. Apollo giunse ad Efeso (At 18,24) annunciando Cristo, ma avendo ricevuto solo il battesimo di Giovanni. Furono Aquila e Priscilla che gli completarono la formazione (At 18,26). Partì poi, di sua iniziativa, per l'Acaia. Giunse a Corinto dove ebbe successo, e dove è probabile che incontrasse Timoteo e Sila, come anche indubbiamente Paolo, ma non ci fu un cammino missionario comune tra i tre tale da creare un profondo affiatamento.

Si è pensato all'evangelista Luca perché fu molto vicino a Paolo (Col 4,14; 2Tm 4,11; Fm 24), ma non vi sono stringenti somiglianze letterarie tra gli scritti di Luca e la lettera agli Ebrei.

Si è pensato a papa Clemente Romano poiché la sua lettera ai Corinzi (fine secolo I) ha forma e contenuti affini alla lettera agli Ebrei, ma la critica ha stabilito che tale lettera ai Corinzi dipende dalla lettera agli Ebrei.

 

La grande maggioranza pensa che la lettera sia stata indirizzata a ebrei cristiani, adducendo che solo essi erano in grado di capire adeguatamente i riferimenti al culto mosaico. Questa posizione presenta pure come scelta preferenziale la comunità di Gerusalemme. L'uso della Septuaginta nella lettera non farebbe difficoltà a pensare Gerusalemme come destinataria perché vi erano presenti da tempo delle sinagoghe dove si leggeva la Septuaginta.

 

Ma che la lettera sia stata effettivamente indirizzata agli Ebrei comporta una forte obiezione proprio nel fatto che l'autore presenta che i lettori devono essere istruiti su elementi del culto veterotestamentario (9,1s): “Fu costruita infatti una tenda, la prima, nella quale vi erano il candelabro, la tavola....Tale considerazione sposta l'attenzione verso comunità cristiane etnico miste (giudeo-cristiani e pagani divenuti cristiani) esposte alla propaganda sia dei Giudei, sia dei cristiani giudaizzanti, che predicavano la necessità delle pratiche del culto giudaico per la salvezza. Se la lettera è stata scritta da Sila è molto probabile che sia rivolta ad una comunità tra quelle fondate nel secondo viaggio apostolico di Paolo.

 

Alla comunità destinataria lo scrivente dà l'incarico di trasmettere i suoi saluti: “Salutate tutti i vostri capi e tutti i santi. Il saluto da dare ai capi è segno di riguardo. I capi sono quelli che hanno responsabilità di governo della comunità.

 

La comunità legata allo scrivente la lettera agli Ebrei sapeva che questi era in una missione, e la lettera li informa della sua situazione. L'autore della lettera ha la sicurezza di pensare che la sua restituzione alla comunità sia di forte gradimento.

E' trattenuto, ma può dare una valutazione dei giorni che mancano alla fine della sua situazione. Questo fa pensare ad una malattia in via di guarigione, oppure ad una fase di ripresa dopo una fustigazione inflittagli dai Giudei.

Se l'autore può dare una valutazione dei giorni del suo impedimento, non può fare altrettanto per Timoteo, che spera giunga presto.

La situazione di Timoteo consisteva con tutta probabilità in una liberazione da una carcerazione romana causata da un'accusa dei Giudei.

 

Quelli dell'Italia” sono forse Aquila e Priscilla (At 18,2): non sarebbe infatti impossibile che fossero conosciuti dai destinatari della lettera con una tale designazione. Aquila e Priscilla vennero lasciati da Paolo a Efeso, area dell'azione apostolica di Timoteo (1Tim 1,3; At 18,19).

 

Si pensa comunemente che la lettera agli Ebrei sia stata scritta nell'arco di tempo che va dal martirio di Giacomo il Minore (62/63 d.C.) alla distruzione del tempio (70 d.C.). Circa la fondatezza di datare la lettera oltre la distruzione del tempio si sono avute discussioni argomentando che nella lettera agli Ebrei non si parla del tempio di Gerusalemme, ma della tenda del deserto, e quindi il tempio appare distrutto. A questa osservazione si può opporre che il tempio di Gerusalemme non era altro che l'edizione in pietra e in chiave monumentale della tenda del deserto.

Si può presentare pure il fatto che nella distruzione del tempio si attuava la profezia di Cristo (Mt 24,2): “Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sarà distrutta”; così, se la lettera fosse stata scritta dopo il 70 certamente avrebbe fatto leva su questo per indicare come il giudaismo aveva fallito le sue prospettive sul Messia, e che il vero Messia, quello annunciato dalla Legge e dai profeti, era Gesù Cristo. Considerando che Sila fu il latore della prima lettera di Pietro alle comunità Asiatiche si potrebbe dire che, se fu Sila a scrivere la lettera agli Ebrei, la lettera venne scritta dall'Asia a partire dal 64 d.C.

 

L'occasione della lettera agli Ebrei era determinata dalla preoccupazione che le comunità cristiane, probabilmente dell'Asia, subissero il fascino del culto mosaico presentato dai predicatori giudaizzanti. Accanto a questo, c'era il grave pericolo delle azioni ereticali rivolte a ledere alla radice il messaggio cristiano. Poco dopo il martirio di Giacomo il Minore (62/63), ci fu nell'area di Gerusalemme un certo Tebuthe (Eusebio di Cesarea, Hist. Eccle, IV, 22, che dipende in ciò da Egisippo), che, apostatando, riconosceva in Gesù il Messia, ma non quale Figlio di Dio, e affermava che si doveva osservare la legge di Mosè. Probabilmente Tebuthe fu uno dei promotori, se non l'iniziatore, della setta degli Ebioniti (ebhyonim: poveri). Le insidie degli Ebioniti si aggiunsero a quelle dei falsi maestri già denunciati nelle lettere ai Colossesi e agli Efesini, e ne furono probabilmente l'estremizzazione. Non a caso le due lettere di Paolo ai Colossesi e agli Efesini sono le più affini alla lettera agli Ebrei.

 

Dalla mancanza degli elementi iniziali propri di una lettera e dallo stile, qualche studioso ha pensato che la lettera agli Ebrei sia da classificarsi come un trattato di teologia. Va detto che indubbiamente la lettera è densa di contenuti teologici, ma possiede anche i segni di un dialogo con i destinatari, chiamati “fratelli” e “carissimi”, e non manca di esortazioni alla perseveranza nel bene. Si ha così una lettera intonata a discorso o parola di esortazione” (13,22).

 

Il luogo dove fu scritta la lettera agli Ebrei non lo si conosce e non si può neppure congetturare.

 

Prologo

1 1 Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, 2 ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo.

  

Dio “nei tempi antichi” ha parlato al popolo per mezzo dei profeti “in diversi modi”: con visioni, con locuzioni interne (udite nel cuore) o esterne (udite nell'orecchio), con ispirazioni, con sogni, o per mezzo di angeli. Ora invece ha parlato per mezzo del Figlio, che per questo ha assunto una natura umana. Questa comunicazione mediante il Figlio è il vertice di tutta la comunicazione di Dio. Il Figlio, che ha obbedito al disegno del Padre fino alla morte di croce, ha ricevuto la sovranità su tutte le cose (Mt 28,17): è la sovranità per conquista ratificata dal Padre.

Mediante il quale ha fatto anche il mondo”, oltre la sovranità per conquista e prima di questa c'è la sovranità che appartiene a Cristo per la sua natura divina (Gv 1,3; 1; Cor 8,6; Col 1,16). La lettera dà luce per comprendere perché il Figlio si è incarnato e non il Padre o lo Spirito Santo. Infatti se tutte le cose sono state create per mezzo di lui, nel senso che il Padre ha visto nel Figlio, che è il Pensiero persona del Padre, consustanziale al Padre, era giusto che venissero ricreate, cioè liberate dalla caducità del peccato, dal Figlio.

 

3 Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente.

 

Irradiazione della sua gloria”. Il Figlio incarnatosi è irraggiamento della gloria del Padre. La metafora dell'irraggiamento è ispirata a (Sap 7,26), ma la parola apaugasma (riflesso, splendore) è usata in senso attivo. L'irraggiamento procede dalla fonte, mentre il riflesso ha prima incontrato un corpo che riflette il raggio. Così, la metafora esprime la divinità del Figlio. Il Padre generando da tutta l'eternità, senza cominciamento, il Figlio gli comunica la sua maestà e la potenza, cioè la sua gloria, senza per questo perdere nulla di sé, poiché è Luce che genera Luce: “Lumen de lumine”, si dice nel Credo.

Impronta della sua sostanza”. L'impronta ha in sé i tratti del sigillo che la genera, ed è fatta su materia diversa (cera, o altro materiale impressionabile). Il testo parte dall'immagine dell'impronta, ma afferma che il Figlio essendo impronta sostanziale del Padre, ha in se stesso la natura e le stesse perfezioni del Padre. Così il Figlio è consustanziale al Padre e nello stesso tempo distinto dal Padre.

Tutto sostiene con la sua parola potente”. Il Figlio sostiene tutte le cose nell'essere (Col 1,17). Se ciò non fosse vorrebbe dire che la creazione è diventata sussistente, cioè avendo ragione del proprio essere in sé, ma ciò non può essere.

 

Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli, 4 divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.

 

Sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli”. La glorificazione del Figlio incarnatosi con la missione di liberare gli uomini dai peccati, lo rende re plenipotenziario, il che vuol dire che tutto gli è sottomesso, anche le schiere angeliche. Secondo la natura umana assunta il Figlio  fu fatto di poco inferiore agli angeli” (2,7-8), ma ora nella gloria della destra del Padre è anche riguardo alla natura umana assunta superiore agli angeli. La divinità di Cristo ha preso totale possesso dell'umanità assunta per cui nella lettera ai Romani viene detto (1,4): “Costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti”.

La lettera agli Ebrei rilancia quanto Paolo ha detto nella lettera ai Colossesi circa il primato di Cristo sugli angeli. Un errore dei giudaizzanti era quello di seguire, introducendolo nel pensiero teologico, come già Filone Alessandrino, il modello platonico, dove il mondo delle idee è intermedio tra l'uomo e l'Uno. I giudaizzanti   mettevano come intermediari necessari per giungere a Dio gli angeli facendo così venire meno tutta la realtà di Cristo, ridotto a semplice uomo-Messia. Negando il Figlio non avevano accesso al Padre e negavano parimenti la divinità dello Spirito Santo che la lettera nomina più volte (2,4; 3,7; 9,14; 10,15.29)

 

Cristo è superiore agli angeli

5 Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto:

Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato? (Ps 2,7)

E ancora:

Io sarò per lui padre

ed egli sarà per me figlio? (2Sam 7,14)

6 Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice:

Lo adorino tutti gli angeli di Dio. (Dt 32,43; Ps 96/97,7)

7 Mentre degli angeli dice:

Egli fa i suoi angeli simili al vento,

e i suoi ministri come fiamma di fuoco, (Ps 103/104,4)

8 al Figlio invece dice:

Il tuo trono, Dio, sta nei secoli dei secoli; e:

Lo scettro del tuo regno è scettro di equità;

9 hai amato la giustizia e odiato l’iniquità,

perciò Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato

con olio di esultanza, a preferenza dei tuoi compagni.(Ps 44/45,7-8)

10 E ancora:

In principio tu, Signore, hai fondato la terra

e i cieli sono opera delle tue mani.

11 Essi periranno, ma tu rimani;

tutti si logoreranno come un vestito.

12 Come un mantello li avvolgerai,

come un vestito anch’essi saranno cambiati;

ma tu rimani lo stesso e i tuoi anni non avranno fine. (Ps 101/102,26-28)

13 E a quale degli angeli poi ha mai detto:

Siedi alla mia destra,

finché io non abbia messo i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi? (Ps 109/110,1)

14 Non sono forse tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati a servire coloro che erediteranno la salvezza?

 

L'autore della lettera presenta come la Scrittura dichiari la supremazia di Cristo sugli angeli

Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”. “Oggi” si riferisce all'incarnazione del Figlio nel grembo di Maria per potenza di Spirito Santo. Ma l'oggi include pure la  risurrezione e glorificazione dell'umanità di Cristo (Rm 1,4).

Il tuo trono, Dio, sta nei secoli dei secoli”. Questa citazione è posta in contrapposto agli angeli che sono dei messaggeri soggetti all'eterno Re, che siede stabile sul trono.

Perciò Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato con olio di esultanza, a preferenza dei tuoi compagni”. Il testo viene letto come una dichiarazione della divinità di Cristo, e non più come un titolo protollare di corte dato al re di Gerusalemme.

A preferenza dei tuoi compagni” Nei compagni sono da vedersi i discendenti dinastici di Davide. La designazione del Padre trascende la dinastia davidica - interrotta con l'esilio a Babilonia. La consacrazione di Cristo davanti a Israele avvenne nella discesa dello Spirito Santo dopo il battesimo nel Giordano.

In principio tu, Signore, hai fondato la terra e i cieli sono opera delle tue mani”. L'autore ispirato passa subito, dopo aver presentato la trascendente investitura regale di Cristo, all'affermazione, citando la Scrittura, che Cristo possiede come il Padre la natura divina, essendo l'Essenza rigorosamente una. Il Figlio è così creatore ed è prima di tutte le cose essendo eterno, anzi la stessa eternità. “I tuoi anni non avranno fine”.

Siedi alla mia destra”. La consacrazione al Giordano ha trovato il suo glorioso compimento nello stare in cielo alla destra del Padre. Nessun angelo ha mai avuto una tale grandezza. Essi sono solo dei ministri “inviati a servire coloro che erediteranno la salvezza”.

 

Esortazione

2 1 Per questo bisogna che ci dedichiamo con maggiore impegno alle cose che abbiamo ascoltato, per non andare fuori rotta. 2 Se, infatti, la parola trasmessa per mezzo degli angeli si è dimostrata salda, e ogni trasgressione e disobbedienza ha ricevuto giusta punizione, 3 come potremo noi scampare se avremo trascurato una salvezza così grande? Essa cominciò a essere annunciata dal Signore, e fu confermata a noi da coloro che l’avevano ascoltata, 4 mentre Dio ne dava testimonianza con segni e prodigi e miracoli d’ogni genere e doni dello Spirito Santo, distribuiti secondo la sua volontà.

 

Alle cose che abbiamo ascoltato”, cioè l'annuncio del Vangelo da parte degli apostoli.

La parola trasmessa per mezzo degli angeli”. I Sadducei interpretavano l'angelo di Jahvéh (Gn 18,7; 22,11;  22,15; Es 3,2; 14,19; Nm 22,22; Gdc 2,1; 5,23; 6,11; 13,3.6.9; 13,20; 1Re 19,7; 2Re 1,3.15; 19,35) come una raffigurazione di Dio. I Farisei invece avevano disunito l'angelo da Jahvéh, ne seguiva che si doveva trattare di angeli inviati dal Signore. Per accentuare la trascendenza di Dio avevano poi concluso che a Mosè avevano parlato degli angeli (At 7,38.53; Gal 3,19). Questa posizione aveva presso i Giudei il favore maggioritario.

Fu confermata a noi da coloro che l’avevano ascoltata”; cioè dagli apostoli. “Confermata”, perché l'annuncio era accompagnato da “segni e prodigi e miracoli”. Gesù aveva molte volte insegnato nel tempio di Gerusalemme, così gli apostoli confermarono a quanti avevano ascoltato Gesù il valore delle sue parole.

 

Sovranità di Cristo su tutto il creato

5 Non certo a degli angeli Dio ha sottomesso il mondo futuro, del quale parliamo. 6 Anzi, in un passo della Scrittura qualcuno ha dichiarato:

Che cos’è l’uomo perché di lui ti ricordi

o il figlio dell’uomo perché te ne curi?

7 Di poco l’hai fatto inferiore agli angeli,

di gloria e di onore l’hai coronato

8 e hai messo ogni cosa sotto i suoi piedi. (Ps 8,5-7)

Avendo sottomesso a lui tutte le cose, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso. Al momento presente però non vediamo ancora che ogni cosa sia a lui sottomessa. 9 Tuttavia quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti.

 

Il mondo futuro” è il tempo della nuova alleanza che non ha come l'antica la mediazione angelica. Il mondo futuro, presentato in confronto a quello passato, è sottoposto direttamente al Figlio di Dio, e avrà il suo compimento nel mondo futuro (Mt 12,32; Ef 1,21), cioè quello eterno del cielo.

Fu fatto di poco inferiore agli angeli”. Inferiore quanto alla natura umana assunta, ma questa, immolata sulla croce, nella risurrezione gloriosa è posta al disopra di quella angelica (Fil 2,10), poiché Cristo siede alla destra del Padre.

Perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti”. La passione sostenuta da Cristo è grazia di Dio per la salvezza di tutti. Infatti, in quella morte di croce noi siamo salvati e possiamo vedere in essa l'immisurabile amore di Dio per noi.

 

La perfezione di Cristo in quanto uomo raggiunta mediante la sofferenza

10 Conveniva infatti che Dio - per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria - rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza. 11 Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli, 12 dicendo:

Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,

in mezzo all’assemblea canterò le tue lodi; (Ps 21/22,23)

13 e ancora:

Io metterò la mia fiducia in lui; (Is 8,17)

e inoltre:

Eccomi, io e i figli che Dio mi ha dato. (Is 8,18)

 

Conveniva infatti che Dio”; quando si parla di Dio non si parla di necessità, poiché la sua azione è sempre libera. La salvezza dalla triste condizione dei figli di Adamo non è dovuta, ma donata.

Rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza”. L'amore si afferma in tutta la sua potenza nella sofferenza. La sofferenza pone ad un bivio: da una parte c'è la voce della carne e dall'altra c'è l'obbedienza a Dio attuata nell'amore. Cristo scelse l'obbedienza portando il suo cuore ad un incendio d'amore per gli uomini, conquistandoli. E' il capo che guida, non come Mosè che guidò alla liberazione dal faraone terreno per l'ingresso alla terra promessa, ma alla salvezza, cioè alla liberazione dalle catene del peccato e al cielo, già chiuso per i peccati. “Perfetto”, cioè capace di attirare gli uomini distruggendo ogni possibile dubbio circa l'amore di Dio per gli uomini.

Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine”. Cristo assumendo una natura umana è entrato a far parte della stirpe di Adamo, nato da donna figlia di Adamo, ma senza la macchia della colpa originale.

Per questo non si vergogna di chiamarli fratelli”. La natura umana assunta dal Figlio lo fa fratello degli uomini.

Io metterò la mia fiducia in lui”. Cristo come uomo si è abbandonato alla volontà del Padre.

Eccomi, io e i figli che Dio mi ha dato”. Cristo per la sua obbedienza al Padre è il nuovo Adamo, così da ottenere che la discendenza di Adamo diventasse secondo la grazia sua discendenza.

 

Come si vede i testi biblici non si susseguono a caso, ma hanno una concatenazione logica.

 

14 Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, 15 e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. 16 Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. 17 Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. 18 Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.

 

Per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo”. La morte di croce, sostenuta da Cristo nell'amore, ha reso impotente il diavolo, cioè gli ha spuntato tutte le armi che può mettere in campo per portare gli uomini a dubitare dell'amore di Dio. Il diavolo pone il suo potere sulla morte,  sulla morte tragica inflitta dagli uomini che sono sua stirpe, agli altri uomini.

Liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita”. La paura della condanna a morte inflitta dagli empi per mantenere il loro potere teneva nel timore gli uomini, sottomettendoli loro malgrado alla schiavitù dell'ingiustizia. Più generalmente, la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo (Sap 2,24) e su questa continua a far leva il Maligno affinché gli uomini si appiattiscano al presente.

Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura”. L'uomo è così liberato in Cristo dal timore della morte, avendo cura “della stirpe di Abramo”. I credenti in Cristo, sono per la fede stirpe vera di Abramo (Gal 3,7).29. Con queste parole l'autore pone già l'accento sulla fede, che svilupperà verso il termine della lettera (11,1s).

Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova”. Essendo stato sottoposto alla prova dell'obbedienza di fronte alle sofferenze della morte di croce (5,7) e averla sostenuta, Cristo ha ogni titolo davanti al Padre per essere nostro aiuto nel momento della prova; il Padre potrà avere momenti di silenzio su di noi, potrà “abbandonarci”, cioè lasciarci senza consolazione nel momento della prova, ma Cristo sempre rimane con noi sostenendoci.

 

Cristo è superiore a Mosè

3 1 Perciò, fratelli santi, voi che siete partecipi di una vocazione celeste, prestate attenzione a Gesù, l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo, 2 il quale è degno di fede per colui che l’ha costituito tale, come lo fu anche Mosè in tutta la sua casa. 3 Ma, in confronto a Mosè, egli è stato giudicato degno di una gloria tanto maggiore quanto l’onore del costruttore della casa supera quello della casa stessa. 4 Ogni casa infatti viene costruita da qualcuno; ma colui che ha costruito tutto è Dio. 5 In verità Mosè fu degno di fede in tutta la sua casa come servitore, per dare testimonianza di ciò che doveva essere annunciato più tardi. 6 Cristo, invece, lo fu come figlio, posto sopra la sua casa. E la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo.

 

La lettera qui si riferisce a quanto sostenevano i Sadducei, che misconoscendo l'esistenza degli angeli ponevano ogni grandezza in Mosè, quale persona più importante, mediatore dell'alleanza e maestro di Israele per eccellenza. I Sadducei riconoscevano come scritto da Mosè solo il Pentateuco, rifiutando così gli altri libri biblici. Essi indubbiamente consideravano l'angelo del Signore (Gn 16,7; 22,11, ecc. Es 3,2; 14,19; Nm 22,22; Gdc 2,1; ecc) come un segno, un'immagine, della presenza di Jahvéh, e dunque non un angelo; e su questo si può essere d'accordo. I Farisei invece accoglievano anche gli altri libri biblici e sostenevano, giustamente, che esistono gli angeli. Essi parlavano anche di spiriti distinti dagli angeli (At 23,8), intendendo con tutta probabilità le anime dei defunti, che potevano, secondo il loro pensiero, uscire dallo Sheol. Il caso di Samuele (1Sam 28,14) non indica però, una regola. I Farisei credevano nell'esistenza dell'anima. L'esistenza delle anime non pare che fosse negata dai Sadducei, anche se Giuseppe Flavio ne pone il sospetto (Bell. Iud., II, 8, 14), ed è congetturabile quindi che affermassero semplicemente che gli spiriti non potessero uscire dallo Sheol. Quello che di più profondo caratterizzava i Sadducei rispetto ai Farisei era il non credere nella risurrezione dei morti, ed è su questo punto che Paolo fece leva per uscire da una situazione estremamente difficile.

Ma circa la celebrazione della figura di Mosè c'erano rabbini che erano giunti a considerarlo addirittura superiore agli angeli per il suo ruolo in Israele (Cf. Manuel Biblique: Fulcran Vigouroux - Augustin Brassac -, Vol. IV, pag. 521-522, Paris 1908/1909).

Era dunque necessario che la lettera agli Ebrei ponesse Mosè a diretto confronto con Cristo mostrando che Mosè non è il costruttore della casa, ma fu soltanto un servitore della casa. Il costruttore della casa è Cristo, il Figlio del Padre.

 

L'obbedienza alla Parola è fonte di pace

7 Per questo, come dice lo Spirito Santo:

Oggi, se udite la sua voce,

8 non indurite i vostri cuori

come nel giorno della ribellione,

il giorno della tentazione nel deserto,

9 dove mi tentarono i vostri padri mettendomi alla prova,

pur avendo visto per quarant’anni le mie opere.

10 Perciò mi disgustai di quella generazione

e dissi: hanno sempre il cuore sviato.

Non hanno conosciuto le mie vie.

11 Così ho giurato nella mia ira:

non entreranno nel mio riposo. (Ps 94/95,7-11)

 

Oggi, se udite la sua voce...”. Il passo del salmo è usato in senso tipologico per Cristo, Parola del Padre. Non ascoltare tale Parola equivale ad indurire il cuore “come nel giorno della ribellione”. La ribellione si manifestò nel provocare Dio considerandolo inaffidabile  (Es 17,1; Nm 14,22; 16,1s; 20,2-13; Dt 6,16; 33,8). Ma Dio è infinitamente affidabile e lo ha testimoniato, ben oltre la grande e fortemente convincente testimonianza della liberazione dall'Egitto, con il Figlio inviato per spezzare le catene dei nostri peccati, tenute in mano dal faraone infernale.

 

12 Badate, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente. 13 Esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura questo oggi, perché nessuno di voi si ostini, sedotto dal peccato. 14 Siamo infatti diventati partecipi di Cristo, a condizione di mantenere salda fino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall’inizio. 15 Quando si dice:

Oggi, se udite la sua voce,

non indurite i vostri cuori

come nel giorno della ribellione, (Ps 94/95,7s)

16 chi furono quelli che, dopo aver udito la sua voce, si ribellarono? Non furono tutti quelli che erano usciti dall’Egitto sotto la guida di Mosè? 17 E chi furono coloro di cui si è disgustato per quarant’anni? Non furono quelli che avevano peccato e poi caddero cadaveri nel deserto? 18 E a chi giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo, se non a quelli che non avevano creduto? 19 E noi vediamo che non poterono entrarvi a causa della loro mancanza di fede.

 

Attenzione a non perdere la meta della gioia del Cielo

4 1 Dovremmo dunque avere il timore che, mentre rimane ancora in vigore la promessa di entrare nel suo riposo, qualcuno di voi ne sia giudicato escluso. 2 Poiché anche noi, come quelli, abbiamo ricevuto il Vangelo: ma a loro la parola udita non giovò affatto, perché non sono rimasti uniti a quelli che avevano ascoltato con fede. 3 Infatti noi, che abbiamo creduto, entriamo in quel riposo, come egli ha detto:

Così ho giurato nella mia ira:

non entreranno nel mio riposo! (Ps 94/95,11)

 

Ma a loro la parola udita non giovò affatto”. Sono i Giudei che ascoltarono il messaggio evangelico direttamente da Cristo e vi aderirono per un attimo, ma non rimasero uniti a quelli che l'ascoltarono con fede e perseverarono. Chi si allietò per un attimo della parola di Cristo, non può entrare nel suo riposo, cioè il cielo. Non più la terra promessa, come riposo dal lungo cammino nel deserto, ma il cielo come riposo nel premio eterno.

 

Questo, benché le sue opere fossero compiute fin dalla fondazione del mondo. 4 Si dice infatti in un passo della Scrittura a proposito del settimo giorno: E nel settimo giorno Dio si riposò da tutte le sue opere (Gn 2,2). 5 E ancora in questo passo: Non entreranno nel mio riposo! 6 Poiché dunque risulta che alcuni entrano in quel riposo e quelli che per primi ricevettero il Vangelo non vi entrarono a causa della loro disobbedienza, 7 Dio fissa di nuovo un giorno, oggi, dicendo mediante Davide, dopo tanto tempo:

Oggi, se udite la sua voce,

non indurite i vostri cuori! (Ps 94/95,7s)

8 Se Giosuè infatti li avesse introdotti in quel riposo, Dio non avrebbe parlato, in seguito, di un altro giorno. 9 Dunque, per il popolo di Dio è riservato un riposo sabbatico. 10 Chi infatti è entrato nel riposo di lui, riposa anch’egli dalle sue opere, come Dio dalle proprie. 11 Affrettiamoci dunque a entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza.

 

Questo, benché le sue opere fossero compiute fin dalla fondazione del mondo...”. Al termine della creazione Dio riposò dalle sue opere (Gn 2,2), e questo era il riferimento del riposo sabbatico ”per il popolo di Dio è riservato un riposo sabbatico”, e c'era pure il riposo nella terra promessa (Nm 14,30; Ps 94/95,11) al termine del cammino nel deserto e delle battaglie per la conquista della terra di Canaan “Se Giosuè infatti li avesse introdotti in quel riposo “. Nonostante il riposo sabbatico riferito alla creazione del mondo apparisse fondato definitivamente per sempre, come pure il riposo nella terra di Canaan, Dio nel salmo parla di un oggi, e quindi presenta un nuovo giorno di riposo (è a questo fine viene ripresentato il versetto del salmo 94/95), un giorno senza tramonto, che è quello eterno nel cielo: “riposa anch’egli dalle sue opere, come Dio dalle proprie”. Questo giorno eterno di riposo sorge dalla morte e risurrezione di Cristo, che ha aperto i cieli. Il giorno di riposo fissato per il sabato è sostituito dal giorno dopo il sabato (1Cor 16,2), giorno della risurrezione, primo giorno di una rinnovata creazione, che prelude ai nuovi cieli e nuova terra (Is 65,17; Ap 21,1).

 

12 Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al

punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. 13 Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto.

 

Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio...”. La parola di Dio non è solo letta o ascoltata, ma è fatta brillare dallo Spirito Santo nell'interiore dell'uomo. La parola di Dio è così penetrante, e quindi crea situazioni nel cuore (Is 55,10-11). La spada a tue tagli penetra più facilmente di quella a un solo taglio.

Punto di divisione dell’anima e dello spirito”. L'anima è una, ma si dice spirito, per intenderci, la parte superiore dell'anima: intelletto e volontà. Il punto di divisione è quello che segna il dominio dell'intelletto e della volontà sulla parte inferiore dell'anima, che è quella delle potenze sensitive e vegetative, che si attuano nell'unione col corpo. Così, la parola di Dio chiama a dominare i bassi istinti della carne.

La parola di Dio è efficace poiché mette l'uomo allo scoperto, lo smaschera, gli denuncia le ipocrisie e se l'uomo la rifiuta, rifiuta non solo Dio, ma la verità su se stesso.

Gli effetti della Parola in un cuore non sfuggono a Dio, che vede la risposta dell'uomo alla sua Parola e su ciò basa il suo giudizio (Gv 12,48) di premio o di condanna .

 

Gesù sommo sacerdote della nuova alleanza

14 Dunque, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. 15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato.

16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.

 

Dunque, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande”. La lettera riprende il tema del sommo sacerdozio di Cristo (3,1), dopo aver dimostrato coi testi biblici la superiorità di Cristo sugli angeli e su Mosè. La forza di confutazione dell'argomentazione biblica sta nel fatto che i Giudei conoscevano quei passi per i quali, insieme a tutti gli altri della Scrittura (Mt 21,13; 22,42; Lc 11,52; 16,19) avrebbero dovuto accogliere Cristo.

Che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio”. La lettera fa riferimento al sommo sacerdote dell'antica alleanza, che entrava una volta all'anno nel Santo dei Santi per il rito di espiazione dei peccati del popolo (Lv 16,1s; 23,26; Nm 29,7-11). Cristo è passato nel tempio celeste della gloria e non attraverso il velo del tempio, come il sommo sacerdote della passata e provvisoria alleanza, ma attraverso i cieli, e non si è posto davanti all'arca, ma alla destra del Padre.

Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze...”. Riprende quanto ha già presentato in (2,18), ma con nuove profondità. Cristo dall'interno della sua esperienza - “egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi” -, che non ha conosciuto il peccato, comprende la nostra realtà di uomini e con ciò la sua grande misericordia nel soccorrerci.  Il suo aiuto non consiste solo nell'esserci misericordiosamente vicino, ma anche nel fatto che lo sentiamo vicino avendo egli sofferto tutto ciò che si può soffrire: emarginazione, fraintendimento, insulto, tradimento, abbandono dei discepoli, accusa  di essere più colpevole di un criminale, quale era Barabba, scherni, flagellazione, coronazione di spine, arsura, morte di croce,  silenzio del Padre.

 

5 1 Ogni sommo sacerdote, infatti, è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. 2 Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. 3 A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo.

4 Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. 5 Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato (Ps 2,7), gliela conferì 6 come è detto in un altro passo:

Tu sei sacerdote per sempre,

secondo l’ordine di Melchìsedek. (Ps 109/110,4)

7 Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. 8 Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì 9 e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, 10 essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek.

 

Ogni sommo sacerdote”. La lettera pone ora l'accento sui punti che provano come Cristo sia veramente Sommo sacerdote.

Il sommo sacerdote era eletto tra gli uomini, dunque un uomo e Cristo era vero Dio e vero uomo, membro dell'umanità, e quindi non un angelo.

Il sommo sacerdote deve compatire quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. La debolezza del sommo sacerdote dell'antica alleanza comprendeva anche la debolezza verso il peccato, per questo doveva offrire sacrifici di espiazione per se stesso.

Il nuovo e grande sacerdote non ha conosciuto il peccato, e la sua debolezza è stata quella di non usare della sua onnipotenza di fronte agli accusatori e crocifissori, volendo avere la debolezza di un uomo indifeso, difeso solo dall'obbedienza al Padre, ma in tal modo ha sperimentato la debolezza della carne di fronte al dolore e anche di fronte alla tentazione, e dunque è un sommo sacerdote che comprende le debolezze umane.

Il sommo sacerdote è preposto alle “cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati”. Ora Cristo non ha offerto sacrifici di immolazione di animali per i peccati, ma ha offerto se stesso in espiazione dei peccati del mondo.

Il sommo sacerdote ebraico aveva la radice della sua chiamata nella chiamata di Aronne e dei suoi figli ad un sacerdozio che sarebbe stato ereditario (Es 28,1s; 29,4s; Nm 3,10; 17,6.8, ecc). Ora Cristo è stato eletto Sommo sacerdote dal Padre (2,17-18; 4,15): “Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote”.

Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek”. Ma il sacerdozio di Cristo non è secondo quello di Aronne, ma secondo l'ordine di Melchìsedek.

Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime”. Cristo sommo sacerdote perseguitato e messo a morte ha offerto con ciò un sacrificio perfetto a Dio Padre in espiazione dei peccati del mondo. Egli ha sentito nella sua umanità la ripulsione per la morte di croce, e pregò il Padre con forti grida e lacrime: il riferimento è l'agonia dell'orto degli ulivi (Mt 26,37s; Mc 14,34s; Lc 22,42s). I particolari che la lettera agli Ebrei riferisce sono del tutto drammatici e ben concordano col la sudorazione di sangue.

A Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito”. Dio poteva liberarlo dalla morte di croce e Gesù lo chiese: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice”; ma poi si abbandonò alla volontà del Padre: “Però non come voglio io, ma come vuoi tu”.

Per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito”. Venne esaudito secondo il disegno del Padre, mediante la risurrezione gloriosa.

Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì”. Cristo poteva presentarsi al Padre nell'orto degli ulivi presentando il sangue sparso come sufficiente alla redenzione, e perciò come uguale al Padre poteva sottrarsi alla morte di croce. Ma non lo fece poiché in realtà non ci avrebbe salvati dandoci come esempio la fuga dalla sofferenza. Per questo il Padre volle che il Figlio non si sottraesse alla morte di croce. Con ciò egli divenne perfetto salvatore: “Reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”.

Essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek”. Cristo è stato Sommo sacerdote fin dalla nascita e ha esercitato il suo sacerdozio mediante l'accettazione, nell'obbedienza al Padre, della sua immolazione sul calvario: vittima, ma anche sacerdote, e non secondo l'ordine di Aronne, ma secondo un nuovo ordine che aboliva il primo..

 

Esortazione

11 Su questo argomento abbiamo molte cose da dire, difficili da spiegare perché siete diventati lenti a capire. 12 Infatti voi, che a motivo del tempo trascorso dovreste essere maestri, avete ancora bisogno che qualcuno v’insegni i primi elementi delle parole di Dio e siete diventati bisognosi di latte e non di cibo solido. 13 Ora, chi si nutre ancora di latte non ha l’esperienza della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino. 14 Il nutrimento solido è invece per gli adulti, per quelli che, mediante l’esperienza, hanno le facoltà esercitate a distinguere il bene dal male.

 

Infatti voi, che a motivo del tempo trascorso dovreste essere maestri”. La comunità dopo il primo fervore non ha sfruttato il tempo per crescere nell'assimilazione della verità. E' bisognosa ancora che qualcuno le insegni “i primi elementi delle parole di Dio”. Questa situazione fa pensare che l'autore della lettera sia stato assente dalla comunità per diversi anni.

Ora, chi si nutre ancora di latte non ha l’esperienza della dottrina della giustizia”. Non basta conoscere gli elementi della dottrina cristiana “dottrina della giustizia”, bisogna tradurli in realtà di vita. In tal modo la dottrina di giustizia viene compresa nella sua bellezza e forza di cambiamento per esperienza vissuta. L'esperienza fa comprendere quanto sia buio il male e luminoso il bene fino ad avere nausea del male e desiderio ardente del bene: “Il nutrimento solido è invece per gli adulti, per quelli che, mediante l’esperienza, hanno le facoltà esercitate a distinguere il bene dal male”.

 

6 1 Perciò, lasciando da parte il discorso iniziale su Cristo, passiamo a ciò che è completo, senza gettare di nuovo le fondamenta: la rinuncia alle opere morte e la fede in Dio, 2 la dottrina dei battesimi, l’imposizione delle mani, la risurrezione dei morti e il giudizio eterno. 3  Questo noi lo faremo, se Dio lo permette.

 

Perciò, lasciando da parte il discorso iniziale su Cristo”. Il rimprovero lascia il posto alla comunicazione di “ciò che è completo”. La comunità avrebbe dovuto arrivarci con i mezzi che aveva, cioè “le parole di Dio”, l'annuncio di Cristo da parte degli apostoli: “il discorso iniziale su Cristo (...) la dottrina dei battesimi...(la distinzione del Battesimo di Cristo, da quello di Giovanni e dalle varie abluzioni rituali giudaiche)”, i Sacramenti, la preghiera, i doni dello Spirito Santo, ma aveva rallentato la sua corsa iniziale di fronte alle difficoltà che i Giudei e i cristiani giudaizzanti e anche i seguaci di  Tebuthe le ponevano dinanzi.

Questo noi lo faremo, se Dio lo permette”. Cioè passare” a ciò che è completo”.

 

Dramma dell'indurimento del cuore

4 Quelli, infatti, che sono stati una volta illuminati e hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo 5 e hanno gustato la buona parola di Dio e i prodigi del mondo futuro. 6 Tuttavia, se sono caduti, è impossibile rinnovarli un’altra volta portandoli alla conversione, dal momento che, per quanto sta in loro, essi crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia. 7 Infatti, una terra imbevuta della pioggia che spesso cade su di essa, se produce erbe utili a quanti la coltivano, riceve benedizione da Dio; 8 ma se produce spine e rovi, non vale nulla ed è vicina alla maledizione: finirà bruciata!

 

Tuttavia, se sono caduti, è impossibile rinnovarli un’altra volta portandoli alla conversione”. L'apostasia è la rottura con la Verità. Qui si ha il “peccato contro lo Spirito Santo” (Mt 12,31; Mc 3,29; Lc 12,10), che non può essere perdonato perché il soggetto si radica nel ritenere vero ciò che è falso e falso ciò che è vero. Tale peccato non comporta un blocco della misericordia da parte di Dio, ma ne impedisce l'esercizio. L'apostasia è il vertice devastante di un'eresia, poiché l'eresia, se pervicacemente trattenuta e giustificata, come un virus micidiale viene a vulnerare, anche sottilmente, le verità ancora presenti in un cuore. San Paolo ci rammenta infatti che “un po' di lievito fa fermentare tutta la pasta” (Gal 5,9). Non si vuole parlare dei fratelli separati che hanno ereditato delle dottrine eretiche e sono in buona fede, ma di quelli che le hanno introdotte e propugnate.

Dal momento che, per quanto sta in loro, essi crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio”.  Il crocifiggere di nuovo Cristo equivale a rifiutarlo, a deriderlo e a soffocare l'orientamento a lui dato dal carattere ricevuto nel Battesimo.

 

Motivi di speranza

9 Anche se a vostro riguardo, carissimi, parliamo così, abbiamo fiducia che vi siano in voi cose migliori, che portano alla salvezza. 10 Dio infatti non è ingiusto tanto da dimenticare il vostro lavoro e la carità che avete dimostrato verso il suo nome, con i servizi che avete reso e che tuttora rendete ai santi. 11 Desideriamo soltanto che ciascuno di voi dimostri il medesimo zelo perché la sua speranza abbia compimento sino alla fine, 12 perché non diventiate pigri, ma piuttosto imitatori di coloro che, con la fede e la costanza, divengono eredi delle promesse.

13 Quando infatti Dio fece la promessa ad Abramo, non potendo giurare per uno superiore a sé, giurò per se stesso 14 dicendo: Ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza (Gn 22,17). 15 Così Abramo, con la sua costanza, ottenne ciò che gli era stato promesso. 16 Gli uomini infatti giurano per qualcuno maggiore di loro, e per loro il giuramento è una garanzia che pone fine a ogni controversia. 17 Perciò Dio, volendo mostrare più chiaramente agli eredi della promessa l’irrevocabilità della sua decisione, intervenne con un giuramento, 18 affinché, grazie a due atti irrevocabili, nei quali è impossibile che Dio mentisca, noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo un forte incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta. 19  In essa infatti abbiamo come un'ancora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, 20 dove Gesù è entrato come precursore per noi, divenuto sommo sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchìsedek.

 

Imitatori di coloro che, con la fede e la costanza, divengono eredi delle promesse”. Si tratta di coloro che mediante la fede e la costanza di vita, fondata sull'obbedienza vera alla Legge, ora riconoscono e accolgono Cristo e diventano eredi delle promesse fatte ai patriarchi che si attuano in Cristo e per mezzo di Cristo. Il loro esempio sollecita un impegno coraggioso per quei giudei divenuti cristiani, ora intimiditi dalle situazioni di ostilità giudaica.

Quando infatti Dio fece la promessa ad Abramo, non potendo giurare per uno superiore a sé, giurò per se stesso”. Le promesse di Dio non vengono mai meno, bisogna avere fede e costanza. Così Abramo ebbe fede nel giuramento fatto da Dio su se stesso (Gn 22,16s), poiché nessuno è al di sopra di lui. Abramo fondò la sua vita sulle promesse fatte a lui da Dio e fu costante nel vivere alla presenza di Dio.

Così Abramo, con la sua costanza, ottenne ciò che gli era stato promesso”. Gli era stato promesso un figlio e lo ebbe dopo circa 25 anni dalla promessa (Gn 12,4). Ma anche ebbe una numerosa discendenza, la quale è formata da quelli che al pari di Abramo, che vide il giorno di Cristo (Gv 8,56) attraverso il significato profondo della richiesta dell'immolazione di Isacco, credono, e credono in Cristo.

Grazie a due atti irrevocabili, nei quali è impossibile che Dio mentisca”. I due atti irrevocabili sono la promessa e il giuramento.

Al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi”. L'ancora è sicuro ormeggio della nave. Essa è presa a simbolo della stabilità data dalla speranza che rende stabile il cuore nell'attesa di  accedere oltre il velo - ci si riferisce al velo del tempio -, che è il cielo, dove Gesù è entrato come precursore a preparaci un posto (Gv 14,2).

Divenuto sommo sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchìsedek”. L'accesso oltre il velo è fondato nel sacerdozio di Cristo che vittima, oltre che sacerdote, ha aperto i cieli agli uomini.

 

Superiorità del sacerdozio di Cristo su quello levitico

7 1 Questo Melchìsedek infatti, re di Salem, sacerdote del Dio altissimo, andò incontro ad Abramo mentre ritornava dall’avere sconfitto i re e lo benedisse; 2 a lui Abramo diede la decima di ogni cosa (Gn 14,17-20). Anzitutto il suo nome significa “re di giustizia”; poi è anche re di Salem, cioè “re di pace”. 3 Egli, senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, rimane sacerdote per sempre.

4 Considerate dunque quanto sia grande costui, al quale Abramo, il patriarca, diede la decima del suo bottino. 5 In verità anche quelli tra i figli di Levi che assumono il sacerdozio hanno il mandato di riscuotere, secondo la Legge, la decima dal popolo, cioè dai loro fratelli, essi pure discendenti da Abramo. 6 Egli invece, che non era della loro stirpe, prese la decima da Abramo e benedisse colui che era depositario delle promesse. 7 Ora, senza alcun dubbio, è l’inferiore che è benedetto dal superiore. 8 Inoltre, qui riscuotono le decime uomini mortali; là invece, uno di cui si attesta che vive. 9 Anzi, si può dire che lo stesso Levi, il quale riceve le decime, in Abramo abbia versato la sua decima: 10 egli infatti, quando gli venne incontro Melchìsedek, si trovava ancora nei lombi del suo antenato.

 

Egli, senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, rimane sacerdote per sempre”. Il sacerdozio di Melchìsedek - “sacerdote del Dio altissimo” - non è ereditario come quello di Aronne. La persona di Melchìsedek, che non ha rapporti di sangue con Abramo, è presentata dalla Scrittura senza antenati, e non essendo neppure menzionata la sua morte non ha successori e perciò non ha passato ad altri il suo sacerdozio. Melchìsedek è così figura di Cristo, sommo ed eterno sacerdote.

Inoltre, Melchìsedek è figura di Cristo in quanto senza padre e senza madre. Infatti Cristo secondo la natura umana non ha padre e secondo la natura divina non ha madre.

Il sacerdozio di Melchìsedek venne riconosciuto da Abramo ricevendo da lui una benedizione e dandogli la decima di tutto il bottino, e questo molto tempo prima che Mosè la prescrivesse per il sacerdozio aronitico.

Uno di cui si attesta che vive”.  Vive non perché non sia morto, ma perché il suo sacerdozio non fu soggetto a trasmissione ereditaria: esso fu totalmente fondato sull'elezione divina. Così, il sacerdozio di Cristo procede non da trasmissione ereditaria come quello dei figli di Aronne, ma totalmente dall'elezione divina (5,8).

Anzi, si può dire che lo stesso Levi, il quale riceve le decime, in Abramo abbia versato la sua decima (...) si trovava ancora nei lombi del suo antenato”. Levi stesso, essendo discendenza di Abramo, in Abramo versò la decima a Melchìsedek, e ciò indica la superiorità di Melchisedek su Aronne perché chi riceve le decime è superiore a chi le dà.

 

Provvisorietà e imperfezione del sacerdozio levitico

11 Ora, se si fosse realizzata la perfezione per mezzo del sacerdozio levitico - sotto di esso il popolo ha ricevuto la Legge -, che bisogno c’era che sorgesse un altro sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek, e non invece secondo l’ordine di Aronne? 12 Infatti, mutato il sacerdozio, avviene necessariamente anche un mutamento della Legge. 13 Colui del quale si dice questo, appartiene a un’altra tribù, della quale nessuno mai fu addetto all’altare. 14 È noto infatti che il Signore nostro è germogliato dalla tribù di Giuda, e di essa Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio.

15 Ciò risulta ancora più evidente dal momento che sorge, a somiglianza di Melchìsedek, un sacerdote differente, 16 il quale non è diventato tale secondo una legge prescritta dagli uomini, ma per la potenza di una vita indistruttibile. 17 Gli è resa infatti questa testimonianza:

Tu sei sacerdote per sempre

secondo l’ordine di Melchìsedek. (Ps 109/110,4)

18 Si ha così l’abrogazione di un ordinamento precedente a causa della sua debolezza e inutilità - 19 la Legge infatti non ha portato nulla alla perfezione - e si ha invece l’introduzione di una speranza migliore, grazie alla quale noi ci avviciniamo a Dio.

 

Un sacerdote differente, il quale non è diventato tale secondo una legge prescritta dagli uomini, ma per la potenza di una vita indistruttibile”. La lettera continua a evidenziare come la Scrittura presentava per il Messia un sacerdozio differente da quello aronitico. Quello aronitico prevedeva la trasmissione del sacerdozio tra padre e figlio, poiché subentrava la morte, e ciò era una legge fondata sulla realtà degli uomini: “legge prescritta dagli uomini”. Il sacerdozio di Cristo, invece, è fondato su di una vita indistruttibile, che gli appartiene da sempre come Dio e che, in quanto uomo, ha per la “potenza” della risurrezione gloriosa; “Tu sei sacerdote per sempre”.

Si ha così l’abrogazione di un ordinamento precedente a causa della sua debolezza e inutilità”. Nel libro dell'Esodo si afferma che il sacerdozio di Aronne apparteneva a lui e ai suoi figli per decreto perenne (Es 29,9), ma ciò a riguardo della catena di successione e non perché non potesse essere abrogato  subentrando “una speranza migliore”, che è radicata nel sacrificio compiuto da Cristo. Infatti “la Legge non ha portato nulla alla perfezione” perché il sacerdozio che essa istituiva non era in grado di purificare gli uomini dalle colpe e unirli a Dio.

Noi ci avviciniamo a Dio”. Avvicinarsi è usato nel V.T per il servizio sacerdotale. Tutto il popolo redento ora ha caratteristiche sacerdotali e si può avvicinare a Dio offrendo come culto la propria esistenza.

 

Cristo garante di un'alleanza nuova ed eterna

20 Inoltre ciò non avvenne senza giuramento. Quelli infatti diventavano sacerdoti senza giuramento; 21 costui al contrario con il giuramento di colui che gli dice:

Il Signore ha giurato e non si pentirà:

tu sei sacerdote per sempre. (Ps 109/110,4)

22 Per questo Gesù è diventato garante di un’alleanza migliore.

23 Inoltre, quelli sono diventati sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare a lungo. 24 Egli invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. 25 Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro

favore.

 

Inoltre ciò non avvenne senza giuramento”. L'istituzione del sacerdozio aronitico non fu sigillato da un giuramento, e perciò non aveva il sigillo di eterna esistenza, cioè di non essere sottoposto ad abrogazione. Il giuramento si ha per le cose di più alta importanza affinché restino stabili e invariabili.

Egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore”. Aronne e i suoi successori terminavano il loro sacerdozio con la morte, Cristo invece “è sempre vivo”. Egli, sommo ed eterno sacerdote, intercede a favore di coloro che si avvicinano al Padre per mezzo di lui.

 

Cristo, sommo sacerdote, offerente se stesso sulla croce

26 Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. 27 Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso. 28 La Legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma la parola del giuramento, posteriore alla Legge, costituisce sacerdote il Figlio, reso perfetto per sempre.

 

Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente (...) ed elevato sopra i cieli”. Per avere accesso al Padre, nel perdono dei peccati e nella liberazione dalla colpa originale per mezzo del Battesimo,  occorreva un sommo sacerdote perfetto, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli, quale Re dell'universo (Cf. Ef 4,10).

Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno (...): lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso”. I sacrifici sono tutto l'insieme dei sacrifici prescritti dalla Legge. Il sacrificio sull'altare della croce. Questo sacrificio, avendo un valore infinito, non è necessario che venga ripetuto. Esso ha infinitamente soddisfatto la giustizia del Padre.

Essendo Cristo sommo sacerdote eterno esercita questo suo sacerdozio mediante i ministri dell'altare che agiscono in persona Cristi. Il sacrificio Eucaristico è lo stesso della croce, diverso ne è solo il modo. Il Concilio di Trento si è espresso al proposito con grande chiarezza (Sessione 22, cap. 2): “In questo divino sacrificio, che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che si offerse una sola volta in modo cruento sull'altare della croce. Si tratta, infatti, di una sola e identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora per il ministero dei sacerdoti, egli che un giorno offrì se stesso sulla croce: diverso è solo il modo di offrirsi”.

 

Cristo ministro del vero santuario non costruito da mano di uomo

8 1 Il punto capitale delle cose che stiamo dicendo è questo: noi abbiamo un sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del trono della Maestà nei cieli, 2 ministro del santuario e della vera tenda, che il Signore, e non un uomo, ha costruito.

3 Ogni sommo sacerdote, infatti, viene costituito per offrire doni e sacrifici: di qui la necessità che anche Gesù abbia qualcosa da offrire. 4 Se egli fosse sulla terra, non sarebbe neppure sacerdote, poiché vi sono quelli che offrono i doni secondo la Legge. 5 Questi offrono un culto che è immagine e ombra delle realtà celesti, secondo quanto fu dichiarato da Dio a Mosè, quando stava per costruire la tenda: “Guarda -  disse - di fare ogni cosa secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte (Es 25,40).

 

Ministro del santuario e della vera tenda, che il Signore, e non un uomo, ha costruito”. Ogni sacerdote esercita il culto in un luogo, che per Aronne e i suoi figli era la tenda del deserto. Cristo esercita il suo sommo sacerdozio non in un luogo costruito dall'uomo, ma nella “vera tenda”, che è il cielo.

Se egli fosse sulla terra, non sarebbe neppure sacerdote, poiché vi sono quelli che offrono i doni secondo la Legge”. Infatti, Cristo è sommo ed eterno sacerdote, che offre il sacrificio di se stesso, compiuto una volta per sempre sulla croce, per mezzo del ministero dei sacerdoti. Se non fosse stato innalzato sopra i cieli avrebbe voluto dire che la tomba non avrebbe mollato la presa su di lui. Ora, non essendo della tribù di Levi, alla quale appartenevano Aronne e i suoi figli, ma della tribù di Giuda non avrebbe potuto essere sacerdote.

Questi offrono un culto che è immagine e ombra delle realtà celesti”. Dunque, il sacerdozio aronitico offre un culto che non è la realtà, ma solo un'immagine, una figura “delle realtà celesti”.

 

Cristo mediatore di un'alleanza migliore dell'antica

6 Ora invece egli ha avuto un ministero tanto più eccellente quanto migliore è l’alleanza di cui è mediatore, perché è fondata su migliori promesse. 7 Se la prima alleanza infatti fosse stata perfetta, non sarebbe stato il caso di stabilirne un’altra. 8 Dio infatti, biasimando il suo popolo, dice:

Ecco: vengono giorni, dice il Signore,

quando io concluderò un’alleanza nuova

con la casa d’Israele e con la casa di Giuda.

9 Non sarà come l’alleanza che feci con i loro padri,

nel giorno in cui li presi per mano

per farli uscire dalla terra d’Egitto;

poiché essi non rimasero fedeli alla mia alleanza,

anch’io non ebbi più cura di loro, dice il Signore.

10 E questa è l’alleanza che io stipulerò con la casa d’Israele

dopo quei giorni, dice il Signore:

porrò le mie leggi nella loro mente

e le imprimerò nei loro cuori;

sarò il loro Dio

ed essi saranno il mio popolo.

11 Né alcuno avrà più da istruire il suo concittadino,

né alcuno il proprio fratello, dicendo:

“Conosci il Signore!”.

Tutti infatti mi conosceranno,

dal più piccolo al più grande di loro.

12 Perché io perdonerò le loro iniquità

e non mi ricorderò più dei loro peccati. (Ger 31,31-34)

13 Dicendo alleanza nuova, Dio ha dichiarato antica la prima: ma, ciò che diventa antico e invecchia, è prossimo a scomparire.

 

Ecco: vengono giorni, dice il Signore, quando io concluderò un’alleanza nuova”. Se fosse stata perfetta la prima alleanza non sarebbe stato necessario annunciarne una nuova.

Porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori”. Non si hanno più leggi che toccano la scorza dell'uomo come quelle del V.T, ma leggi che toccano il cuore dell'uomo, rinnovato dalla grazia.

Né alcuno avrà più da istruire il suo concittadino”. La conoscenza è data dalla fede. La fede, dono di Dio, ha come presupposto l'annuncio di Cristo da parte della Chiesa (Rm 10,17), la quale anche conferma i credenti nella fede (Lc 22,32) e li aiuta ad approfondirla, poiché “chi conosce Dio ascolta noi” (1Gv 4,6).

Perché io perdonerò le loro iniquità e non mi ricorderò più dei loro peccati”. La conoscenza di Dio è dono di Dio, poiché egli si è fatto conoscere per mezzo di Cristo, parola suprema di Dio (1,1) e ci ha dato lo Spirito che ci conduce a lui, che è la Verità (Gv 14,26).

Dicendo alleanza nuova...”. Dichiarata da Dio la nuova alleanza futura, ne segue che l'antica è prossima a scomparire.

 

L'offerta sacrificale di Cristo

9 1 Certo, anche la prima alleanza aveva norme per il culto e un santuario terreno. 2 Fu costruita infatti una tenda, la prima, nella quale vi erano il candelabro, la tavola e i pani dell’offerta; essa veniva chiamata il Santo. 3 Dietro il secondo velo, poi, c’era la tenda chiamata Santo dei Santi, con 4 l’altare d’oro per i profumi e l’arca dell’alleanza tutta ricoperta d’oro, nella quale si trovavano un’urna d’oro contenente la manna, la verga di Aronne, che era fiorita, e le tavole dell’alleanza. 5 E sopra l’arca stavano i cherubini della gloria, che stendevano la loro ombra sul propiziatorio. Di queste cose non è necessario ora parlare nei particolari.

6 Disposte in tal modo le cose, nella prima tenda entrano sempre i sacerdoti per celebrare il culto; 7 nella seconda invece entra solamente il sommo sacerdote, una volta all’anno, e non senza portarvi del sangue, che egli offre per se stesso e per quanto commesso dal popolo per ignoranza. 8 Lo Spirito Santo intendeva così mostrare che non era stata ancora manifestata la via del santuario, finché restava la prima tenda. 9 Essa infatti è figura del tempo presente e secondo essa vengono offerti doni e sacrifici che non possono rendere perfetto, nella sua coscienza, colui che offre: 10 si tratta soltanto di cibi, di bevande e di varie abluzioni, tutte prescrizioni carnali, valide fino al tempo in cui sarebbero state riformate.

11 Cristo, invece, è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. 12 Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. 13 Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, 14 quanto più il sangue di Cristo - il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio - purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?

 

Certo, anche la prima alleanza aveva norme per il culto e un santuario terreno (...). Di queste cose non è necessario ora parlare nei particolari”. La lettera prosegue presentando sommariamente gli elementi del culto antico. Proprio questo presentare gli elementi del culto antico fa pensare che la lettera fosse rivolta ad una comunità etnico-cristiana che non li conosceva se non per sommi capi e che per questo era esposta ad essere sorpresa dall'azione dei giudaizzanti ereticali.

Lo Spirito Santo intendeva così mostrare che non era stata ancora manifestata la via del santuario, finché restava la prima tenda”. Lo Spirito Santo è l'ispiratore delle Scritture. La via che conduce al santuario celeste era in figura nel percorso di ingresso del sommo sacerdote ebraico nel Santo dei Santi, una volta all'anno, per il rito dell'espiazione (Lv 16,12s).

Cristo, invece, è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione”. La lettera riprende con più estensione quanto già detto (8,2).

Cristo è entrato nel santuario celeste in “virtù del proprio sangue”. Il sangue di Cristo purifica la “nostra coscienza dalle opere di morte”.

Mosso dallo Spirito eterno”. Lo Spirito Santo, Spirito d'amore, mosse Cristo a offrire se stesso sulla croce.  La profondità vitale del sacrificio di Cristo è l'amore.

 

Cristo stabilisce la nuova alleanza con il suo sangue

15 Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa. 16 Ora, dove c’è un testamento, è necessario che la morte del testatore sia dichiarata, 17 perché un testamento ha valore solo dopo la morte e rimane senza effetto finché il testatore vive. 18 Per questo neanche la prima alleanza fu inaugurata senza sangue. 19 Infatti, dopo che tutti i comandamenti furono promulgati a tutto il popolo da Mosè, secondo la Legge, questi, preso il sangue dei vitelli e dei capri con acqua, lana scarlatta e issòpo, asperse il libro stesso e tutto il popolo, 20 dicendo: Questo è il sangue dell’alleanza che Dio ha stabilito per voi (Es 24,8). 21 Alla stessa maniera con il sangue asperse anche la tenda e tutti gli arredi del culto. 22 Secondo la Legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue, e senza spargimento di sangue non esiste perdono. 23 Era dunque necessario che le cose raffiguranti le realtà celesti fossero purificate con tali mezzi; ma le stesse realtà celesti, poi, dovevano esserlo con sacrifici superiori a questi. 24 Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. 25 E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: 26 in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte. Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. 27 E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, 28 così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.

 

Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso”. L'autore ispirato riprende il punto dell'unico sacrificio di Cristo  (7,27) notando che se Cristo fosse assimilabile al sacerdozio aronitico avrebbe dovuto “soffrire molte volte”, cioè morire e risorgere per poi morire e risorgere di nuovo. 

E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio”. Il pensiero del “soffrire molte volte” di Cristo poteva trovare consenso nella dottrina della reincarnazione. Cristo, secondo questa erronea concezione, presente nell'orfismo, nel pitagorismo, nel platonismo e nello stoicismo, avrebbe potuto assumere più corpi per molti sacrifici. L'autore della lettera afferma che gli uomini muoiono una sola volta e perciò non esiste reincarnazione. Il corpo dell'uomo non è un contenitore mutabile. L'uomo è una unità di anima spirituale e di corpo materiale.

Così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta”. Cristo si è offerto una sola volta per i peccati, e apparirà una seconda volta alla fine dei tempi nella potenza e nella gloria, “senza alcuna relazione al peccato”.

 

Inefficacia dei sacrifici antichi ed efficacia del sacrificio di Cristo

10 1 La Legge infatti, poiché possiede soltanto un’ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, non ha mai il potere di condurre alla perfezione per mezzo di sacrifici - sempre uguali, che si continuano a offrire di anno in anno - coloro che si accostano a Dio. 2 Altrimenti, non si sarebbe forse cessato di offrirli, dal momento che gli offerenti, purificati una volta per tutte, non avrebbero più alcuna coscienza dei peccati? 3 Invece in quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati. 4 È impossibile infatti che il sangue di tori e di capri elimini i peccati. 5 Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:

Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,

un corpo invece mi hai preparato.

6 Non hai gradito

né olocausti né sacrifici per il peccato.

7 Allora ho detto: “Ecco, io vengo

-  poiché di me sta scritto nel rotolo del libro -

per fare, o Dio, la tua volontà”. (Ps 39/40,7-9)

8 Dopo aver detto: Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose che vengono offerte secondo la Legge, 9 soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. 10 Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.

11 Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e a offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non possono mai eliminare i peccati. 12 Cristo, invece, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, 13 aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei

suoi piedi. 14 Infatti, con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati. 15 A noi lo testimonia anche lo Spirito Santo. Infatti, dopo aver detto:

16 Questa è l’alleanza che io stipulerò con loro

dopo quei giorni, dice il Signore:

io porrò le mie leggi nei loro cuori

e le imprimerò nella loro mente, (Ger 31,33-33)

dice:

17 e non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità. (Ger 31,34)

18 Ora, dove c’è il perdono di queste cose, non c’è più offerta per il peccato.

19 Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, 20 via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, 21 e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, 22 accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. 23 Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso.

24 Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone. 25 Non disertiamo le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma esortiamoci a vicenda, tanto più che vedete avvicinarsi il giorno del Signore.

 

Con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura”. La cattiva coscienza non è altro che un illudersi su di sé. La cattiva coscienza non abolisce la coscienza, ma la vuole far tacere. La cattiva coscienza deve essere rimossa. Essa lo è per il sangue di Cristo e per la Parola di Dio, che “è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (4,12). Il corpo lavato con acqua pura è in riferimento al Battesimo, il quale purifica l'interno dell'uomo, ma il suo segno esterno fa vedere come anche il corpo sia purificato dalle sozzure del senso.

 

Le tenebre dell'apostasia

26 Infatti, se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, 27 ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli. 28 Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni (Dt 17,6). 29 Di quanto peggiore castigo pensate che sarà giudicato meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza, dal quale è stato santificato, e avrà disprezzato lo Spirito della grazia? 30 Conosciamo infatti colui che ha detto: A me la vendetta! Io darò la retribuzione! (Dt 32,35) E ancora: Il Signore giudicherà il suo popolo (Dt 32,36). 31 È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!

 

È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!”. Dio non si lascia immobilizzare da coloro che lo sfidano con il peccato (Gal 6,7), infatti per essi c'è l'attesa di un terribile ”giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli”.

 

Esortazione alla perseveranza

32 Richiamate alla memoria quei primi giorni: dopo aver ricevuto la luce di Cristo, avete dovuto sopportare una lotta grande e penosa, 33 ora esposti pubblicamente a insulti e persecuzioni, ora facendovi solidali con coloro che venivano trattati in questo modo. 34 Infatti avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di essere derubati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e duraturi. 35 Non abbandonate dunque la vostra franchezza, alla quale è riservata una grande ricompensa. 36 Avete solo bisogno di perseveranza, perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso.

37 Ancora un poco, infatti, un poco appena,

e colui che deve venire, verrà e non tarderà. (Is 26,20)

38 Il mio giusto per fede vivrà;

ma se cede, non porrò in lui il mio amore. (Ab 2,3-4)

39 Noi però non siamo di quelli che cedono, per la propria rovina, ma uomini di fede per la salvezza della nostra anima.

 

Richiamate alla memoria quei primi giorni: dopo aver ricevuto la luce di Cristo, avete dovuto sopportare una lotta grande e penosa”. La comunità appena fondata aveva dovuto sopportare forti prove. Quale sia questa comunità non è possibile dirlo, probabilmente è una comunità dell'Asia Minore, dove l'elemento giudaico, che aizzava il potere romano, era molto persecutorio.

 

La forza della fede

11 1 La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. 2 Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio. 3 Per fede, noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sicché dall’invisibile ha preso origine il mondo visibile.

 

La fede è fondamento di ciò che si spera”. Senza la fede la speranza non ha fondamento e perciò è pura illusione. Dio ha fatto delle promesse e la speranza che esse si compiano è fondata sulla fede (Gal 5,5). La fede esclude il dubbio, poiché è prova di ciò che non si vede, cioè delle verità che costituiscono il deposito della Rivelazione. La fede è una virtù infusa da Dio, che ha in sé il riconoscimento dell'autorità e credibilità di Dio, quali realtà assolute, e testimoniate dal Figlio. La fede è offerta a tutti gli uomini, tuttavia è accolta solo da coloro che si sottomettono alla verità. La fede non è un atto irrazionale poiché è promossa dalle prove di credibilità: la testimonianza di Cristo, degli apostoli, dei santi e delle persone sante; i miracoli, l'indefettibilità della Chiesa, la storicità intrinseca dei Vangeli.

La sua potenza e bellezza è tale che sarà vista in tutta la sua forza e bellezza solo in cielo, mentre qui in terra ci guida all'adesione viva a Cristo, via che conduce, nel dono dello Spirito Santo, al Padre, e nella carità verso gli uomini. La fede è realtà di vita, e perciò  è operosa per mezzo della carità (Gal 5,6; 1Tm 1,5).

Per fede, noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio”. L'autore della lettera si riferisce direttamente alla Rivelazione (Gn 1,1), dove viene detto che Dio creò il cielo e la terra con la potenza della sua Parola. Dunque, l'universo non è coeterno con Dio, ma ha avuto un inizio. L'autore della lettera aveva di fronte le dottrine stoiche di un universo animato da cicli fissati in un finire e ricominciare all'infinito e questo creava un problema filosofico che richiedeva un'acutezza non comune e discussioni difficili per essere confutato, per cui l'autore della lettera si appella direttamente alla fede basata sulla Parola. La Rivelazione tuttavia (Sap 13,1s; Rm 1,20) presenta come l'uomo col lume naturale della ragione possa salire con certezza all'esistenza di Dio attraverso le opere da lui compiute (Conc. Vaticano I, “Dei Filus” cap. 2; Conc. Vaticano II, “Dei Verbum” cap 2, n° 6).

San Tommaso, benché vedesse la soluzione razionale del problema dell'eternità o meno della creazione nella libertà con cui Dio creò l'universo, e quindi non per la necessità di una sua attuazione come Dio, che porterebbe ad un universo coeterno con Dio, appunto perché Dio ne avrebbe avuto bisogno da sempre per attuare se stesso, affermò che l'inizio della creazione è un dato di fede (Summa Teologica I, q. 46, a. 2). La posizione di San Tommaso era dettata dalla necessità di confutare le tesi dei filosofi arabi (Averroisti) che affermavano che l'universo era creato da Dio, ma era coeterno a Dio. Per non suscitare aggrovigliate discussioni disse che i cristiani credono che l'universo non sia coeterno con Dio per fede.

Oggi la scienza ci dice che l'universo conoscerà la morte per la legge dell'entropia, e rivolgendosi al passato si arriva necessariamente ad un inizio. Questo dato di contingenza sfata alla radice la tesi del susseguirsi dei cicli eterni del panteismo e dello stoicismo; infatti per ridare rilancio al cosmo occorre una forza esterna allo stesso. Esattamente come per rimettere in agitazione l'acqua divenuta calma dentro a una bacinella occorre una forza esterna. L'acqua non si rimetterà in agitazione per sua vitalità interna, ma per un intervento esterno. L'entropia come dato di contingenza sfata pure la posizione degli Averroisti.

Filosoficamente si rileva che alla volontà eterna di Dio di creare segue un effetto distinto da Dio, e tale effetto può essere voluto da Dio con tutte le condizioni da lui volute, anche la temporalità. Dio può quindi volere ab aeterno una creatura che sia nel tempo e perciò abbia un inizio (Cf. Sofia Vanni Rovighi; “Elementi di Filosofia”, vol II, pag. 176, Ed. “La Scuola”, 1962 Brescia.

 

4 Per fede, Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, avendo Dio attestato di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora.

5 Per fede, Enoc fu portato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Infatti, prima di essere portato altrove, egli fu dichiarato persona gradita a Dio. 6 Senza la fede è impossibile essergli graditi; chi infatti si avvicina a Dio, deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano.

7 Per fede, Noè, avvertito di cose che ancora non si vedevano, preso da sacro timore, costruì un’arca per la salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e ricevette in eredità la giustizia secondo la fede.

8 Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.

9 Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. 10 Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.

11 Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. 12 Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.

13 Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. 14 Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. 15 Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi;

16 ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città.

17 Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, 18 del quale era stato detto: Mediante Isacco avrai una tua discendenza (Gn 21,12). 19 Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.

20 Per fede, Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche in vista di beni futuri.

21 Per fede, Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e si prostrò, appoggiandosi sull’estremità del bastone (Gn 47,31).

22 Per fede, Giuseppe, alla fine della vita, si ricordò dell’esodo dei figli d’Israele e diede disposizioni circa le proprie ossa.

23 Per fede, Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello; e non ebbero paura dell’editto del re.

24 Per fede, Mosè, divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone, 25 preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere momentaneamente del peccato. 26 Egli stimava ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto l’essere disprezzato per Cristo; aveva infatti lo sguardo fisso sulla ricompensa.

27 Per fede, egli lasciò l’Egitto, senza temere l’ira del re; infatti rimase saldo, come se vedesse l’invisibile.

28 Per fede, egli celebrò la Pasqua e fece l’aspersione del sangue, perché colui che sterminava i primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti.

29 Per fede, essi passarono il Mar Rosso come fosse terra asciutta. Quando gli Egiziani tentarono di farlo, vi furono inghiottiti.

30 Per fede, caddero le mura di Gerico, dopo che ne avevano fatto il giro per sette giorni.

31 Per fede, Raab, la prostituta, non perì con gli increduli, perché aveva accolto con benevolenza gli esploratori.

32 E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti; 33 per fede, essi conquistarono regni, esercitarono la giustizia, ottennero ciò che era stato promesso, chiusero le fauci dei leoni, 34 spensero la violenza del fuoco, sfuggirono alla lama della spada, trassero vigore dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri. 35 Alcune donne riebbero, per risurrezione, i loro morti. Altri, poi, furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. 36 Altri, infine, subirono insulti e flagelli, catene e prigionia. 37 Furono lapidati, torturati, tagliati in due, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati - 38 di loro il mondo non era degno! -, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra.

39 Tutti costoro, pur essendo stati approvati a causa della loro fede, non ottennero ciò che era stato loro promesso: 40 Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio, affinché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.

 

Per fede, Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, avendo Dio attestato di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora”. La fede diventata realtà di vita fu il fondamento dell'agire di Abele, il quale per la fede fu giustificato. Abele continua  a parlare ancora mediante il suo sangue, segno del suo martirio per mano dell'invidioso Caino (Cf. Gn 4,4).

Per fede, Enoc fu portato via, in modo da non vedere la morte”. La fede vissuta rese gradito Enoc a Dio (Gn 5,24; Sir 44,16).

 

Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio, affinché essi non ottenessero la perfezione senza di noi”. I giusti del Vecchio Testamento sostarono nel Limbo (Inferi, Ade o Sheol) in attesa che il Salvatore universale aprisse i cieli e ottenessero così la perfezione mediante l'adesione a Cristo da loro atteso. Cristo, infatti, discese nel Limbo ad annunciare che la loro attesa era finita e che in lui avevano l'accesso al cielo (1Pt 3,19). I cieli si aprirono per tutti i giusti del passato, sia per i rigenerati dal sangue di Cristo mediante la fede e l'appartenenza alla Chiesa.

Nessuno poteva entrare nei cieli prima di Cristo. Ora quel Limbo non esiste più, e neppure per i bambini morti senza il Battesimo, per la semplice ragione che Cristo, Sommo Sacerdote impartisce egli stesso, senza rito di acqua, il Battesimo.

La perfezione della salvezza, cioè il suo compimento completo, si avrà con la risurrezione, dove non ci sarà solo la glorificazione dell'anima, ma anche del corpo. E in quell'evento glorioso nessuno avrà un vantaggio di precedenza sull'altro (1Ts 4,15).

 

L'esempio di Gesù Cristo

12 1 Anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, 2 tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. 3 Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo.

4 Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato 5 e avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli:

Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore

e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui;

6 perché il Signore corregge colui che egli ama

e percuote chiunque riconosce come figlio. (Pr 3,11-12)

 

Tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento”. La fede è un dono di Dio che è originato dal sacrificio di Cristo. Anche nel Vecchio Testamento la fede trovava la sua origine nel sacrificio di Cristo, che si sarebbe compiuto nella pienezza dei tempi. Con la venuta del Figlio di Dio la fede dei giusti del Vecchio Testamento è stata perfezionata dalla presenza di Cristo, testimone perfetto dell'amore di Dio, suprema Parola di Dio (1,1) e realizzatore col suo sangue della riconciliazione degli uomini con Dio. La fede in lui permette che la salvezza da lui ottenuta sulla croce operi in noi. Tale fede è un dono offerto a tutti, che però deve essere accolto, e di fatto non tutti accolgono questo immisurabile dono.

 

La pedagogia di Dio

7 È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? 8 Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli! 9 Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita? 10 Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità. 11 Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.

12 Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche 13 e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.

 

È per la vostra correzione che voi soffrite!”. Dio castiga con situazioni di dolore solo per correggere, cioè con intento positivo, e dunque il castigo va accolto perché è utile al progresso nel bene (Cf. Ps 118/119,71).

 

Punizione dell'infedeltà

14 Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore; 15 vigilate perché nessuno si privi della grazia di Dio. Non spunti né cresca in mezzo a voi alcuna radice velenosa (Dt 29,17), che provochi danni e molti ne siano contagiati. 16 Non vi sia nessun fornicatore, o profanatore, come Esaù che, in cambio di una sola pietanza, vendette la sua primogenitura. 17 E voi ben sapete che in seguito, quando volle ereditare la benedizione, fu respinto: non trovò, infatti, spazio per un cambiamento, sebbene glielo richiedesse con lacrime.

 

Le due alleanze

18 Voi infatti non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, 19 né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola. 20 Non potevano infatti sopportare quest’ordine: Se anche una bestia toccherà il monte, sarà lapidata. 21 Lo spettacolo, in realtà, era così terrificante che Mosè disse: Ho paura e tremo.

 

Sul monte Sinai Dio si mostrò nella sua maestà altissima e assoluta. Nessuno poteva avvicinarsi al monte, neppure gli animali appartenenti al popolo - ciò sarebbe stato segno della trascuratezza degli uomini – potevano avvicinarsi al monte. La pena era che l'uomo o l'animale doveva essere messo a morte. Dio in tal modo sottolineava la distanza infinita che c'è tra lui e l'uomo afflitto dal peccato e privato della grazia santificante.

 

22 Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa 23 e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, 24 a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele.

 

Le Scritture connettevano la nuova ed eterna alleanza al monte Sion (Is 46,13; 60,14; 2,3; Gl 3,5; Mi 4,7) e non al Sinai.

Voi invece vi siete accostati al monte Sion”. Il monte Sion fa parte della striscia montuosa situata tra la pianura che fiancheggia la costa mediterranea e il fiume Giordano. Sul monte sorge la città di Gerusalemme. Il monte ha due collinette separate da un piccolo avvallamento, il Tiropeon. Sulla collinetta orientale, che propriamente è il monte Sion (Sion deriva probabilmente da sin: difendere), nell'antico passato c'era la Cittadella di Davide. Poi Salomone, estendendosi verso nord ad una quota più alta sulla medesima collinetta, costruì il tempio. Nella stessa area, al tempo di Gesù, c'era il tempio fatto costruire da Erode. Il rialzo dove sorgeva il tempio veniva identificato dalla tradizione con il monte Moria (Gn 22,2), ma era considerazione pia perché il testo biblico non la avalla parlando di territorio di Moria e non di monte di Moria.

Il monte Sion inteso in senso geograficamente più ampio è delimitato a oriente, occidente e mezzogiorno da tre vallate. A oriente il monte scende a precipizio nel torrente Cedron (la vallata separa Gerusalemme dal Monte degli Ulivi). Ad occidente si ha la vallata dello Hinnom, che girando attorno alla parte meridionale del monte confluisce nella valle del  Cedron. La parte meridionale dello Hinnom era chiamata Geenna.

Il monte Sion era la sede del trono di Davide, spettante al Messia. Il trono di Cristo non fu però uno scranno dorato, bensì la croce (Ap 14,1). Sulla croce Cristo attirò tutti a sé (Gv 12,32), quale conquistatore del genere umano. Il Calvario (Golgota) era una collinetta rocciosa fuori delle mura di Gerusalemme, ad occidente delle stesse, e non molto lontano dal fronte delle mura settentrionali.

Alla città del Dio vivente”, questa città della nuova alleanza è la Chiesa.

Alla Gerusalemme celeste”. Cristo è salito al cielo e siede alla destra del Padre, per cui il suo trono è in cielo e per conseguenza la vera Gerusalemme è quella celeste. La Gerusalemme terrena rimane, ma solo come città della Palestina. Il suo valore antico, centrato nel tempio e nel trono di Davide, è tramontato e lo sarà tangibilmente con la sua distruzione ad opera delle legioni romane. Essa aveva un grande valore, ma ora è rimasta schiava delle prescrizioni dell'antica alleanza del Sinai (Gal 4,25).

All’assemblea dei primogeniti”. I primogeniti non sono quelli secondo la carne, ma sono tutti coloro che hanno accolto Cristo: essi hanno tutti la dignità di primogeniti. Essi sono stati liberati dalla schiavitù del faraone infernale, sconfitto dalla croce di Cristo.

Agli spiriti dei giusti resi perfetti”, cioè i giusti liberati dagli Limbo (Inferi, Ade o  Sheol).

 

25 Perciò guardatevi bene dal rifiutare Colui che parla, perché, se quelli non trovarono scampo per aver rifiutato colui che proferiva oracoli sulla terra, a maggior ragione non troveremo scampo noi, se volteremo le spalle a Colui che parla dai cieli. 26 La sua voce un giorno scosse la terra; adesso invece ha fatto questa promessa: Ancora una volta io scuoterò non solo la terra (Ag 2,6), ma anche il cielo. 27 Quando dice ancora una volta, vuole indicare che le cose scosse, in quanto create, sono destinate a passare, mentre rimarranno intatte quelle che non subiscono scosse. 28 Perciò noi, che possediamo un regno incrollabile, conserviamo questa grazia, mediante la quale rendiamo culto in maniera gradita a Dio con riverenza e timore; 29 perché il nostro Dio è un fuoco divorante.

 

La sua voce un giorno scosse la terra; adesso invece ha fatto questa promessa: Ancora una volta io scuoterò non solo la terra, ma anche il cielo”. Scosse la terra nella teofania del Sinai (Es 19,18) in segno di cambiamento dalle cose nella luce dell'alleanza sinaitica. Ora non solo la terra verrà scossa ma anche i cieli perché la nuova eterna alleanza non solo ha segnato un cambiamento della cose della legge, ma anche ha aperto i cieli, cambiando così la realtà antecedente.

Quando dice ancora una volta, vuole indicare che le cose scosse, in quanto create, sono destinate a passare”. Le cose scosse non sono inamovibili, e non era inamovibile l'alleanza del Sinai.

Mentre rimarranno intatte quelle che non subiscono scosse”. La nuova realtà del regno è stabilita nel sangue di Cristo e non può subire scosse perché eterna.

Rendiamo culto in maniera gradita a Dio con riverenza e timore;  perché il nostro Dio è un fuoco divorante”. Non si può abusare della misericordia di Dio, perché presso di lui c'è anche l'ira (Sir 5,6), essendo “un fuoco divorante” i suoi nemici (Es 24,17; Dt 4,24; 9,3 2Sam 22,9; Ps 49/50,3, ecc.).

 

Ultime raccomandazioni

13 1 L’amore fraterno resti saldo. 2 Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli. 3 Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che sono maltrattati, perché anche voi avete un corpo. 4 Il matrimonio sia rispettato da tutti e il letto nuziale sia senza macchia. I fornicatori e gli adulteri saranno giudicati da Dio.

5 La vostra condotta sia senza avarizia; accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò (Dt 31,6.8). 6 Così possiamo dire con fiducia:

Il Signore è il mio aiuto, non avrò paura.

Che cosa può farmi l’uomo? (Ps 117/118,6; 26/27,1-3)

 

Il Signore è il mio aiuto, non avrò paura. Che cosa può farmi l’uomo?”. Dall'ansietà bisogna passare alla fiducia per giungere alla santità (Mt 6,24).

 

Fedeltà a Cristo

7 Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede. 8 Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre! 9 Non lasciatevi sviare da dottrine varie ed estranee, perché è bene che il cuore venga sostenuto dalla grazia e non da cibi che non hanno mai recato giovamento a coloro che ne fanno uso. 10 Noi abbiamo un altare le cui offerte non possono essere mangiate da quelli che prestano servizio nel tempio. 11 Infatti i corpi degli animali, il cui sangue viene portato nel santuario dal sommo sacerdote per l’espiazione, vengono bruciati fuori dell’accampamento. 12 Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, subì la passione fuori della porta della città. 13 Usciamo dunque verso di lui fuori dell’accampamento, portando il suo disonore: 14 non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura. 15 Per mezzo di lui dunque offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome.

16 Non dimenticatevi della beneficenza e della comunione dei beni, perché di tali sacrifici il Signore si compiace.

 

Ricordatevi dei vostri capi”. I capi sono coloro che governarono con zelo la comunità ai suoi albori. Questi capi non sono più vivi. Essi hanno ricevuto la Parola e l'hanno trasmessa alla nuova generazione. Se la comunità è una di quelle fondate nel secondo viaggio missionario di Paolo (50/51) si può dire che siano passati 15/18 anni dal tempo della fondazione. Questo tempo si può ritenere valido, vista la brevità delle aspettative di vita in quel tempo, con l'avvenuta morte dei primi capi, per morte non violenta (le aspettative di vita allora erano minori delle odierne), infatti è da escludere il martirio, perché la lettera non dice che la comunità ha ancora resistito fino al sangue (12,4).

E' bene che il cuore venga sostenuto dalla grazia e non da cibi che non hanno mai recato giovamento a coloro che ne fanno uso”. Le prescrizioni giudaiche circa i cibi, compresi i cibi provenienti dai sacrifici del tempio, non hanno in sé stessi la capacità di dare forza al cammino della santità interiore. Essi sono stati abrogati dalla nuova alleanza, ma i cristiani giudaizzanti cercavano di mantenerli presso i cristiani.

 

Noi abbiamo un altare le cui offerte non possono essere mangiate da quelli che prestano servizio nel tempio”. L'altare è certamente la mensa Eucaristica, poiché si parla di mangiare. Non si tratta dell'altare della croce dove Cristo ha consumato il suo sacrificio. Tuttavia, la croce è nel sacrificio dell'altare, poiché il sacrificio di Cristo è uno solo. Sull'altare si ha solo diversità di modo (Concilio di Trento, Sessione 22, cap. 2:  sola offerendi ratione diversa”).

Il Corpo e Sangue di Cristo, non possono essere assunti dai sacerdoti leviti che volessero unire il culto antico con quello istituito da Cristo, poiché la Legge lo impedisce, dal momento che dice che non si possono mangiare i corpi delle vittime portate fuori dell'accampamento e bruciati (Lv 16,17). Ora Cristo è stato portato fuori dell'accampamento, “fuori della porta della città”, ed ha consumato lì sulla croce il suo sacrificio. Dunque, non ci può essere commistione tra l'altare del tempio e il nuovo altare istituito da Cristo, come i giudaizzanti tentavano di fare, presentando “dottrine varie ed estranee” (13,9).  

 

Raccomandazioni finali con benedizione e notizie personali

17 Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi e devono renderne conto, affinché lo facciano con gioia e non lamentandosi. Ciò non sarebbe di vantaggio per voi.

18 Pregate per noi; crediamo infatti di avere una buona coscienza, desiderando di comportarci bene in tutto. 19 Con maggiore insistenza poi vi esorto a farlo, perché io vi sia restituito al più presto.

20 Il Dio della pace, che ha ricondotto dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù, 21 vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

22 Vi esorto, fratelli, accogliete questa parola di esortazione; proprio per questo vi ho scritto brevemente. 23  Sappiate che il nostro fratello Timoteo è stato rilasciato; se arriva abbastanza presto, vi vedrò insieme a lui. 24 Salutate tutti i vostri capi e tutti i santi. Vi salutano quelli dell’Italia. 25 La grazia sia con tutti voi.

 

Perché io vi sia restituito al più presto”. La comunità alla quale è indirizzata la lettera seguiva le vicende dell'autore della lettera e certamente ne conosceva le situazioni. Possiamo pensare che egli fosse assente dalla comunità per una missione, e l'assenza si era prolungata probabilmente per denunce giudaiche all'autorità romana, se appunto parla di “essere restituito”.

Sappiate che il nostro fratello Timoteo è stato rilasciato”. Timoteo come l'autore della lettera era molto conosciuto dalla comunità, che probabilmente era dell'Asia Minore. Quanto al “rilasciato” si può pensare alla fine di una prigionia in un luogo lontano da dove si trovava l'autore della lettera.