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Padre Paolo Berti: "Note al Cantico dei Cantici"
Nulla osta da parte dell'Ordine alla stampa delle "Note sul Cantico dei Cantici" P. Corrado Quinto Corazza Ministro Provinciale. Curia Provinciale dei frati minori Cappuccini Bologna 6-08-91
Il testo seguito è la nuova traduzione CEI. Sono state apportate alcune correzioni migliorative
Testo e commento
Il Cantico dei Cantici è una composizione
poetica della Bibbia che lascia sorpresi. A prima vista, di fronte al linguaggio
dell'amore, viene il pensiero che il testo si riferisca direttamente
all'incontro uomo-donna, ma ad una lettura più attenta e approfondita si vede
nitidamente come il Cantico dei Cantici abbia riferimenti soprannaturali, sia cioè da
ascrivere nell'ambito dell'incontro tra Dio e il suo popolo. Non è concepibile come uno sposo ardente (1,7)
non abbia comunicato alla sposa dove porta il gregge. Non è concepibile che un
innamorato, che sente una possibilità di vacillamento dell'innamorata, che
potrebbe andare (1,7) "dietro le greggi dei tuoi compagni", la mandi,
rimproverandola, "presso le tende dei pastori", con le sue caprette,
e non presso di sé. Non è possibile pensare che uno sposo (2,8ss)
corra verso la casa della sua diletta come un cerbiatto e lei lo veda e poi
debba fermarsi "dietro il nostro muro" e guardi dalla finestra e spii
tra le inferriate, e non entri; e poi dica all'amata di alzarsi, quasi che
fosse ancora sul giaciglio. E' del tutto impensabile che una sposa (3,1)
cerchi lungo la notte, sul suo giaciglio, nella sua stanza, il suo sposo senza
trovarlo, e decida di uscire di casa per cercarlo. Difficile che uno sposo (5,2) non possa
entrare in casa e debba bussare, e alla fine se ne vada senza gridare e senza,
perlomeno, sostare nei pressi. Impossibile pensare che una sposa (8,1) sia così
bramosa di baci pubblici, tanto da desiderare che lo sposo le sia fratello
della stessa madre (siamo in campo poligamico) per non avere critiche. Ma, poi,
i baci nuziali non sono ben diversi da quelli parentali? Se nel Cantico dei Cantici si parla dell'incontro da Dio e
il suo popolo, deve esserci una storia: una storia d'amore. Chi non l'ha saputa
trovare ha frammentato il Cantico in vari poemi, letti poi come poemi
celebrativi dell'incontro nuziale umano. Ma una storia indubbiamente c'è. Nei
versetti 3,7-11, si parla di Salomone in termini di aderenza storica con quanto
si legge nel primo Libro dei Re (1,12ss). Poi (8,11-12) si parla di
Salomone in termini non trionfali, come se fosse stato di ostacolo per la
sposa, e di
fatto lo fu perché incominciò a far entrare in Israele l'idolatria
(1Re 11,1ss). Fuori dubbio, ci sono i tratti di una
storia, e questa è la base di riferimento della composizione del Cantico dei
Cantici,
che si snoda usando l'analogia nuziale dei profeti, in particolare di Osea. La sposa (qalla') è propriamente "la
fidanzata". A questo proposito bisogna dire che il fidanzamento aveva già
presso gli ebrei valore sponsale, ma la coabitazione, preceduta dal banchetto
nuziale, veniva inaugurata circa un anno dopo. Dopo la coabitazione la sposa
diventava la moglie. Dunque nel Cantico dei Cantici si ha una sposa che è in realtà una fidanzata;
una sposa-fidanzata. Si deve notare che non viene mai usato il
termine "sposo", né "fidanzato"; i termini che usa la
"la sposa-fidanzata" sono: "amore dell'anima mia"; "il
mio diletto"; "mio diletto"; "l'amato del mio cuore".
Dunque nessun rischio per il lettore di perdere il riferimento a Dio. La sposa è la comunità di Gerusalemme. La comunità di Gerusalemme, nell'ambito
dell'impianto monarchico che la sorreggeva, e che da lei procedeva, era la
comunità madre delle comunità di Israele. Le figlie di Gerusalemme sono, appunto, le varie
comunità di Israele, unificate politicamente nella monarchia con sede a
Gerusalemme: (Cf. 2Sam 20,19; Is. 16,2; 23,10; 23, 12; ecc. Ger 46,11; 46, 24;
51, 33; ecc.; Ez 16,46). La data della composizione del Cantico dei
Cantici non può
che essere nel post-esilio. Lo conferma il fatto che nel Cantico dei Cantici vi sono parole
di origine persiana, ad esempio: égoz (noce), pardes (giardino), nerd (nardo),
karkom (zafferano), ecc. e si ritrovano molti aramaismi tipici del post-esilio. Il presente commento metterà in luce il riferimento
storico, di cronaca, ma bisogna avvertire che il fatto
centrale del Cantico dei Cantici sono gli incontri d'amore: essi sono
costitutivi della storia d'amore. Bisogna lasciarsi prendere dal Cantico,
dalle sue inesauribili luci. C'è un insegnamento di inesauribile luce
circa gli incontri tra la singola anima e Dio. Assolutamente il Cantico dei Cantici non è stato composto da
Salomone; non c'è esegeta che ponga questo in dubbio. La titolazione è
chiaramente tardiva.
E' scontato che i baci vengono dati con la bocca
e dunque può apparire inutile dire: "Mi baci coi baci della sua
bocca". Ma, non è inutile, perché quella "bocca" indica la
persona del Messia. Attraverso il Messia, Dio darà baci alla comunità di
Gerusalemme. Gerusalemme li desidera ardentemente. E' l'ardore della
comunità gerolosomitana dell'immediato postesilio, il desiderio delle nozze con
il Re-Messia. Le stanze nelle quali desidera essere introdotta insieme alle
giovinette (le varie comunità di Israele), sono un'immagine viva del desiderio
ti intimità con Dio per mezzo del Messia: lui introdurrà nelle stanze della
conoscenza dell'amore di Dio. Nel post-esilio, sotto la dominazione di re
stranieri, si attendeva con grande ardore il futuro Messia-Re.
Le figlie di Gerusalemme sono le varie comunità
di Israele unite nella monarchia, il cui trono è a Gerusalemme: a Gerusalemme
sarà il futuro Messia. La comunità di Gerusalemme non dice "figlie
mie", esse sono "figlie di Gerusalemme"; di Gerusalemme in
quanto città regale e sede delle promesse sul futuro Re-Messia; strettamente
parlando anche lei è "figlia di Gerusalemme" (Cf. 2Re 19,21; Is
3,11,ecc.; Ger 4,31; Mi 4,8; ecc.), ma certo in posizione diversa
perché abitante a Gerusalemme. E' l'inizio dell'azione della comunità di
Gerusalemme verso le altre comunità. La città era, al tempo della conquista
di Davide, una roccaforte a forma trapezoidale non regolare, di 400 metri circa
di lunghezza e di circa 150 di larghezza. La città venne detta "Città di
Davide". Il primo gruppo che si insediò fu di fedelissimi a Davide;
indubbia la presenza parentale betlemita (Cf 1Sam 22,1ss). L'identità di comunità, il gruppo betlemita lo
riceve dalla città di Gerusalemme, ed è in questa identità acquisita che chiama
la Tribù di Giuda sua madre; prima era un casato della Tribù di Giuda. Tale clan betlemita per il passato era stato
dirottato da quelli che ora chiama i "figli di sua madre", cioè i
capi di Giuda, agli interessi terreni: "le vigne". La sua vigna non l'aveva custodita.
Tale vigna è lo spazio sociale dove doveva dare la sua testimonianza di fede e
di attesa di "colui al quale è dovuta l'obbedienza dei popoli" e che
sarebbe sorto dalla tribù di Giuda (Gn 49,8-12). La responsabilità religiosa di
questa attesa era estesa ad ogni gruppo. La comunità si presenta come un'unità comunitaria trainante sulla base della novità della costituzione monarchica. La comunità si presenta con un atto di umiltà: è
bruna perché il sole delle cose terrene l'ha abbronzata, ma tuttavia è bella,
perché resa tale da Dio. La comunità cerca di organizzare se stessa nella
fede, per non cadere vittima del previsto fascino politico dei capi della
monarchia, detti compagni dello sposo, perché con lui e in dipendenza di lui
sono chiamati a governare Israele. I capi hanno i loro greggi, costituiti
dai gruppi dell'apparato monarchico e militare sono detti "compagni" del Re. Il sole del meriggio, quello
più forte, segno di una vita sotto il sole, senza anelito verso l'alto, può
afferrare di nuovo la sposa e condurla a non più confidare in Dio,
ma nella forza militare e politica dei capi.
Il gregge è l'Israele che prega, che attende
l'avverarsi delle promesse di Dio ed e a lui fedele. Tale gregge lascia delle
orme che conducono ai sacerdoti, alle "dimore dei pastori", o come vuole la nuova traduzione CEI "accampamenti", ma meglio "le tende".
Non si ha ancora la centralità del culto a Gerusalemme: il tempio non è ancora
presente. Il paragone con la "corsiera del cocchio del
faraone" - "corsiera" è la puledra da corsa, la traduzione CEI ha "puledra" -, indica la capacità trainante che ha la comunità di Gerusalemme.
Dio le fa percepire questa capacità, che ha in lui.
Le "figlie di Gerusalemme" renderanno
ancora più bella la fidanzata .
ll re, Dio, dà alla sposa pace, senso di
sicurezza. Il nardo, profumo pregiatissimo, è preso a segno di questa gioia
calma, intima della sposa. Il suo recinto è il cuore della sposa.
E' la dolce professione d'amore di ciò che Dio è per lei. La nuova traduzione CEI dice:"passa la notte tra i miei seni". La ragione di questa traduzione sta nel guardare al Cantico come ad un insieme di poemi che celebrano il matrimonio il che, pur dottrinalmente legittimo, non è esatto. La "Nova Vulgata", cioè la Vulgata revisionata, molto considerata dalla traduzione CEI, esprime un'immagine diversa: "Fasciculus myrrae dilectus meus mihi, qui inter ubera mea commoratur " ("Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra, che ha dimora tra i miei seni"). La traduzione proposta "che ha dimora sul mio petto" è aderente alla "Nova Vulgata". In effetti, sacchetti di mirra appesi al collo e
poggianti sul petto venivano usati per ricevere un profumo gradevole. Così la sposa riceve, simbolicamente presentate,
le comunicazioni d'amore di Dio. Egli è simboleggiato dal sacchetto di mirra, il
quale, posato sul petto, indica la vicinanza permanente dell'Amato. La mirra è una resina odorosa che si ricava
dalla corteccia del Balsamadendron Mirra, che si trova in Arabia. Il Cipro è la Lausania Spinosa. Ha delle pannocchie di fiori bianchi odorosissimi; spiccavano sul verde delle vigne di Engaddi. Il cipro ha le proporzioni di un arboscello. Engaddi era una città situata sul mar Morto; era lussureggiante per le sue vigne e le sue palme. Il cipro col suo candore e profumo è preso a
simbolo della santità purissima del Diletto. Le vigne, col loro riferimento al
vino, indicano l'amore.
L'Amato parla. Effonde il suo amore con lodi
d'amore. Gli occhi sono detti colombe, perché manifestano
pace, confidenza.
La sposa subito loda il suo Amato. E' dolce per
lei lodarlo; farlo felice con il suo amore, è la sua gioia. Il luogo di riposo è la Palestina: in essa c'è
pace. La "nostra casa" - immagine più
densa di quella di prima - è ancora la Palestina. Gli elementi strutturali
della "casa" sono la stessa realtà dei cedri e dei cipressi: è una
casa senza pareti.
Non si conosce esattamente a quale pianta corrisponda il fiore qui detto narciso. L'insieme del testo tuttavia suggerisce un dinamico inserimento di colore nella pianura di Saron. Il giglio, essendo nella valle, indica silenzio e raccoglimento.
Le "ragazze" sono "le figlie di
Gerusalemme". Il contatto con esse è irto di difficoltà per le loro
imperfezioni. Tuttavia le spine dei "rovi" non fanno che favorire
l'esalazione dei profumi del "giglio".
I "giovani" costituiscono
l'affascinante apparato regale. Ma la fidanzata non ne rimarrà sedotta perché
essi al paragone con il suo Amato sono come alberi del bosco senza frutti di
fronte ad un melo.
La "sua ombra" è la protezione del Diletto,
dell'Amato. Dunque la sposa non è più sotto il dardeggiare del sole, in un
appiattimento alla terra. L'Amato paragonato ad un albero che protegge
con la sua ombra e la nutre con il frutto che esso offre: la sapienza, cioè il
dolcissimo conoscere Dio e come si è graditi a lui e pure agli uomini. La "cella del vino" designa la tenda
del convegno. L'arca è il vessillo. In connessione con l'arca si faceva
ogni anno il sacrificio espiatorio per tutti i peccati del popolo (Cf. Lv
16,1ss). Dopo l'intronizzazione dell'arca, tale azione cultuale, prima
trascurata, venne fatta a Gerusalemme. La sposa è introdotta nella cella
del vino in senso spirituale; cioè in quanto vive del significato di essere la
comunità che ha al centro di sé la tenda, l'arca, il culto mosaico. In questa
condizione è lontana dal pericolo di rimanere affascinata dall'apparato
monarchico, il quale centrato sul trono è però rivolto al culto. La sposa è rivolta alle "figlie di
Gerusalemme", alle quali richiede di essere sostenuta, perché malata
d'amore, con nutrienti focacce di uva passa. (Cf.
2Sam 6,19; Is 16,7; Os 3,1). I pomi (in ebraico: lo "spirante profumo") avevano
un valore dissetante, oltre che nutriente; inoltre ad essi ci si affidava per
avere una bocca pulita. Focacce e pomi, sono rispettivamente segno di calore
d'amore e di purezza. Questo vuole la sposa; non "orecchini d'oro, con grani
d'argento" (1, 11). La sposa è "malata d'amore". La
malattia è causata dal desiderio dell'Amato, del possesso dell'Amato. L'abbraccio che la sposa sperimenta, la guarisce, ma esso è solo una anticipazione dello sponsale eterno; cosicché mentre la guarisce la ferisce ancor più: solo in cielo si avrà nel possesso eterno di Dio eterna guarigione, senza malattia.
La traduzione CEI mette "dal sonno l'amore" ma, essendo che l'amore in ebraico è al femminile, la parola indica precisamente l'amata diventata amore per la comunicazione dello Sposo. L'Amato si rivolge alle figlie di Gerusalemme
affinché non turbino l'incantevole dolcezza che la sposa ha ricevuto da lui. Le
gazzelle e le cerve dei campi sono un simbolo popolare delle donne, che, amate,
amano. Il "sonno" designa l'assorbimento in
Dio. Di sonno si parla, con significati diversi, pure in Ct 5,2 e 8,5.
E' una visita repentina, gioiosa, del Diletto
alla sposa. Salta per monti, balza per le colline, il Diletto. Con ciò vien
detto che egli è il Signore delle alture, e non gli dei del paganesimo. "Il nostro muro". Tale muro è la
nostra umanità, che l'Amato non forza con il fulgore della sua divinità;
altrimenti ne risulterebbe la morte (Cf. Es 33,20). "dalle inferriate"; indica,
appunto, che le comunicazioni del Diletto sono, rispetto alla comunicazione
eterna del cielo, caratterizzata dalla visione beatifica, deboli e parziali.
Le lotte contro i popoli vicini sono ormai
finite. Dopo l'inverno del tempo di guerra è giunta la primavera del tempo di
pace, con tutto il suo fascino. La colomba nelle fenditure della roccia è
un'immagine di umiltà e di stato di difensiva.
C'è prosperità materiale, simboleggiata dalle
vigne in fiore. Tale prosperità è insidiata dalle "volpi piccoline".
Le volpi vanno prese fin tanto che sono piccoline, perché dopo l'impresa è
difficile. Le volpi piccoline sono i gruppi che in breve potrebbero prendere
piede e porre difficoltà. E' necessario, nella prosperità del tempo di pace, la
vigilanza. Le figlie di Gerusalemme fanno cosi una domanda relativa ai loro
interessi materiali.
Le figlie di Gerusalemme, con quel
"prendeteci" riconoscono la sposa e il Diletto, ma nello
stesso tempo scaricano su di loro l'onere della liberazione dalla "volpi piccoline"; esse intendono poco fare la loro parte. La
sposa rimale lusingata e non afferma alle figlie di Gerusalemme che esse devono
fare la loro parte.
Con tutto ciò pensa che nulla sia successo nei
confronti del Diletto, che pascola il gregge tra i gigli, cioè dove non c'è
schiavitù all'idolo delle ricchezza.
E' sera; la notte le sta dinnanzi con il suo buio
e il suo silenzio, le sue possibilità di pericoli. La sposa avverte che il
Diletto è lontano e lo invita a ritornare, credendo di essere esaudita senza
rimozione di infedeltà, del velo di vanagloria che ha depositato su di sé. La visita desiderata non giunge; cerca però
l'Amato lungamente. Dovrebbe trovarlo perché è Colui che si fa trovare a chi lo
cerca, ma la sposa non lo cerca con tutto il cuore, perché offuscato
dall'infedeltà avuta che non vuole rimuovere, perché giudicata irrilevante.
L'Amato non si fa trovare, appunto perché si vuol fare trovare. Se l'Amato
avesse fatto altrimenti la sposa si sarebbe sentita approvata, e ciò non
sarebbe stato il bene per lei. La sposa decide allora di rivolgere il suo
sguardo alla forza espressa dalla città. Troverà l'Amato guardando alle
opere che segnano la sua vicinanza. L'Amato è sicuramente pronto a correre
da lei, ma non lo trova, non si fa trovare. Le guardie in servizio di vigilanza sono il
segno delle sicurezze terrene. La domanda che essa rivolge loro non risolve la
situazione. Solo quando le ha "oltrepassate", cioè
quando non si poggia più su di loro, ritrova l'Amato del suo cuore. La sposa, ravvedutasi, vuole portare l'Amato nella "casa di mia madre"; nella "stanza di colei che mi ha concepita". La madre, la genitrice etnica, è la tribù di
Giuda. La stanza è la sala del trono. La sposa si impegna a rimanere unita all'Amato. A non lasciarsi prendere da prospettive di grandezza terrena; a non
dimenticarsi mai che il trono di Gerusalemme è in funzione del futuro
Re-Messia. Lui sarà il profeta che Mosè aveva detto di attendere e nel futuro
di ascoltare. La sposa accogliendo il Re-Messia, introdurrà l'Amato nella
stanza del trono, perché il Re-Messia segnerà la massima presenza di Dio.
L'Amato ripete alle figlie di Gerusalemme le stesse parole dette in
2,7. Ciò è necessario perché le figlie di Gerusalemme hanno guardato alla sposa
solo per il tornaconto terreno.
E' il corteo di Salomone che sale dal deserto di
Giuda. L'incoronazione di Salomone non avvenne a Gerusalemme, ma a Ghicon. Il
luogo non è archeologicamente identificato, ma è certo che per raggiungerlo
bisognava scendere da Gerusalemme (1Re 1,33). Salomone è dentro una lettiga. Il corteo
presenta la sicurezza dei valorosi d'Israele, pronti contro le insidie della
notte. L'immagine della colonna di fumo, richiama il procedere del popolo nel
deserto al tempo dell'uscita dall'Egitto. I profumi della colonna di fumo,
indicano un'azione cultuale: è come un pellegrinaggio orante. Forza delle armi,
presenza della preghiera, saggezza del re.
Il baldacchino è quello che conteneva il trono. I materiali con cui è
costruito il baldacchino rimandano, attraverso il loro simbolismo, ai contenuti
del governo regale di Salomone. L'oro rimanda alla carità. L'argento alla
purezza nell'osservanza della legge. La porpora alla fedeltà sino al
sacrificio. Il legno del Libano alla sua durevolezza. Il ricamo riveste il fondo e il soffitto del
baldacchino. Il ricamo è fatto dalle fanciulle di Gerusalemme, che sono le
ragazze della città.
Gli araldi invitano le varie comunità (le figlie
di Sion) a riconoscere il nuovo re. La madre è Betsabea. L'investitura regale è
vista come nozze con la nazione. La descrizione della bellezza fisica, che il
Cantico celebra, è ad indicazione della perfezione morale. La sposa-fidanzata è bellissima, nulla le manca. Gli scudi indicano le vittorie militari. I seni sono segno della sua maturità (Cf. Ez
16,7) e della sua purezza. Essi sono come due cerbiatti pronti a fuggire da
ogni spirito di adulterio con gli idoli. I gigli indicano come la
sposa-fidanzata viva nella verginale dedizione al Diletto.
Il Libano costituiva il limite settentrionale
della Terra Promessa. Il Libano è una catena montuosa della costa siriaca
prospiciente il Mediterraneo. Alcune cime sorpassano i 3000 metri. Una grande
vallata la separa dall'Antilibano. Il nome pare che derivi da Laban = bianco,
cioè dalle nevi. L'Amana sorge a nord del grande Ermon. Dall'Amana nasce il
fiume Abana ricordato in 2Re 5,12. Il Senir è un'altra cima dell'Antilibano; è
distinta dall'Ermon (Cf. 1Cr 5,23): l'Ermon sorge nella parte meridionale
dell'Antilibano e domina tutta la Palestina. Le tane dei leoni erano nel sud
della Palestina. Il Libano, nella conquista della Terra Promessa,
venne raggiunto in maniera piena da Salomone. Il Diletto chiama dal Libano la
sposa, in un immaginario viaggio. Le vuole fare vedere la Terra Promessa: é il
Diletto che gliel'ha donata. "Sorella mia" è un titolo di dilezione
(Cf. Tb 7,15).
L'aquilone è il vento settentrionale della
Palestina; è freddo e secco e mortifica le piante. L'austro è il vento che
viene dal mezzogiorno; è caldo e umido e perciò nelle intensità opportune
favorisce la vegetazione, e quindi il diffondersi degli aromi. L'aquilone è preso a segno dell'azione gelida
del peccato. Gli viene detto di levarsi, cioè di andarsene. L'austro è preso a
segno del calore dell'amore. Quello che desidera la sposa è che la Palestina
sia come un giardino profumato, pieno di frutti, dove il l'Amato trovi delizia. La mirra e il balsamo sono profumi indicanti le
preghiere e le azioni cultuali. Il favo e il miele, la dolcezza dei sentimenti.
Il vino indica l'amore. Il latte la purezza della riflessione. A questo banchetto l'Amato fa partecipare gli
"amici". Essi sono i suoi "compagni",
cioè l'apparato regale, che favorisce l'incontro tra la sposa e lui. Essi sono
invitati a nutrirsi, a rallegrarsi delle ricchezze spirituali presenti nella
fervente comunità di Gerusalemme.
Il sonno della sposa è quello ristoratore della
notte, garantito da coloro che "portano la spada al fianco contro i
pericoli della notte" (3,8). Il suo cuore veglia perché ama. L'amore le è stabile nel cuore.
Un rumore la interpella repentinamente, e subito
capisce che è il Diletto che bussa. Bussa, dicendole le parole più toccanti.
Proprio mentre la sposa è nella "sicurezza", il Diletto le fa visita,
di notte: una visita drammatica nel freddo e nella rugiada della notte. Il
Diletto si presenta nella condizione di mendicante d'amore, di uno che è
respinto da molti. E' una nuova situazione: Salomone sta introducendo
l'idolatria in Israele (Cf. 2Re 11,1-13).
La sposa di fronte a questa visita dimostra
pigrizia, volontà di restare estranea ai suoi perché. La serratura, secondo le indicazioni del
testo, era fatta da una nottola con la maniglia. La maniglia applicata
alla nottola era all'interno. All'esterno la nottola poteva essere
sollevata mettendo le dita in una fessura che ne permetteva il contatto. Un
qualche sistema fissava la nottola per impedire l'ingresso. L'occhiello, all'interno,
poteva essere chiuso con una scatola per evitare che si vedesse l'interno. Il Diletto, che prima aveva bussato e parlato sicuro della prontezza della prontezza della sposa ad aprirgli, ora agisce sulla serratura nel tentativo di entrare, ma essa è serrata. La sposa è sconvolta. “Nel mio intimo”; la traduzione CEI ha "le mie viscere", è tuttavia un semitismo che indica l'intimo dell'essere, il cuore.
Le mani che stillano mirra indicano l'amaro e il
tremore che pervade la sposa alla percezione della sua freddezza. Pensava di trovare il Diletto, ma questi si è
allontanato. Presa dal rimorso, dal disvalore che si è
procurata, lo cerca, ma non lo trova; lo chiama, ma questi tace: Tutto ciò
perché cerca male. La sposa è presa da tristezza (Cf. 7,10) secondo la carne e
non da tristezza secondo lo spirito, che porta al pentimento. La sposa ha il
rimorso, ma non un vero pentimento. La sposa, come in Ct 3,2, cerca nello sguardo
alla potenza di Gerusalemme l'occasione dell'incontro. Ma al trionfalismo il
Diletto non risponde. Viene trovata dalle guardie, che le dimostrano
aperta ostilità. Le "sicurezze terrene" hanno fatto un voltafaccia;
non condividono la sua ricerca e la osteggiano. La colpiscono e la privano del
mantello, segno del prestigio, della dignità di cui prima godeva. Comincia l'umiltà, il pentimento. Essa è malata
d'amore; cioè dal desiderio del Diletto. (Le vesti che indossano i beduini sono: gli
indumenti intimi, una sottoveste leggera, una sopraveste, il mantello, il
copricapo e i sandali).
Le figlie di Gerusalemme, interpellate dalla
sposa che crede che l'Amato sia andato da loro, rispondono non comprendendo
l'affanno d'amore della sposa. Le cose sono già precipitate: le figlie di
Gerusalemme guardano già agli idoli introdotti dal potere politico. Storicamente si è all'inizio del regno del Nord,
in cui si ebbe subito ad opera di Geroboamo una posizione di ribellione
religiosa a Gerusalemme con la costruzione di due vitelli d'oro. C'è della dura
ironia nell'espressione: "Tu che sei bellissima tra le donne".
La sposa risponde alle figlie di Gerusalemme con
un'ardente professione di fede e d'amore, attuata con una magnifica pittura
morale. Il Diletto è bianco perché purissimo, tre volte
santo. E' vermiglio perché Re, e come tale è avvolto da un mantello di porpora.
Il suo capo è oro perché è re; non si parla di corona: la sua regalità è
divina. I grappoli di palma sono i filamenti del
grappolo al momento della fioritura. Il suo sguardo è di pace e di bontà; eternamente
vivace: i "ruscelli d'acqua". Le sue labbra sono gigli rossi, che stillano
fluida mirra; cioè il suo parlare è purezza, incanto d'amore e pure invito al
dominio di sé, al sacrificio. Le sue mani sono magnifiche nei gesti del
comando e della benevolenza. Gli anelli rimandano al suo essere sovrano. “Il
suo petto” o anche “il suo torso”.
La nuova traduzione CEI mette "ventre"
sulla scorta della Vulgata revisionata, detta "Nova Vulgata", ("venter
eius opus eburneum distinctum sapphiris"), ma l'ebraico indica anche il torso completo, come molti biblisti
hanno letto. Volendo utilizzare la traduzione "il suo ventre", bisogna
fare attenzione alla tradizione esegetica del passo (Cf. Commento Antonio
Martini), che considera il ventre (parte estremamente vulnerabile alla spada)
come l'espressione della vulnerabilità assunta da Cristo. Tale vulnerabilità ha
vinto (saldezza dell'avorio) l'odio del mondo con la purezza della carità, e ha
vinto la morte con la gloria della risurrezione (splendore degli zaffiri). Le gambe sono come colonne d'alabastro su basi
d'oro puro. Ciò indica la stabilità eterna della regalità del Diletto. Il suo aspetto è radiante come è radiante il
Libano nelle sue cime avvolte dalla neve. La sua maestà si impone, magnifica
come i cedri del Libano. I cedri hanno un tronco conico, largo alla base; e
hanno rami lunghi, quasi orizzontali. Il palato fa parte dell'apparato fonetico: le
parole del Diletto hanno in sé una dolcezza che affascina.
Si è nel momento drammatico della deportazione a
Babilonia. Le figlie di Gerusalemme cercano salvezza. La sposa è il
"canestro buono" di cui parla Geremia (Ger 24,2ss).
L'Amato
era "sceso" per raccogliere
e dare, ma vide l'aridità dell'introduzione degli idoli. Fu in quella visita
che il Diletto giunse nottetempo a bussare alla porta della sposa. La sposa è sostenuta da una viva fede nell'amore
del Diletto per lei: "io sono del mio amato e il mio amato è mio". Ma quando c'è la contaminazione con gli idoli il
Diletto non c'è, perché "egli pascola tra i gigli".
Il Diletto le si rivela nuovamente. Nelle lodi
il Diletto fa riferimento a Tirza, la prima capitale del regno del Nord, e a
Gerusalemme. Essa è nelle ristrettezze dell'esilio, eppure è
bella, leggiadra; terribile di fronte ai suoi nemici. Lo sguardo orante della sposa nell'esilio è
tanto intenso da commuovere il Diletto (Cf. Os 11,8; Ger 31,20). Si trova all'interno dell'immenso impero
babilonese, paragonato ad un harem di comunità. Le regine erano le spose di prim'ordine. Quelle
di second'ordine erano le concubine. Le fanciulle erano quelle in attesa
di diventare concubine. L'insieme indica il grado di importanza che avevano
nell'impero le varie comunità, tutte facenti capo al re babilonese; ma
tuttavia rigorosamente del Diletto. In quell'immenso harem c'è però
"un'unica". La sua genitrice è la Tribù di Giuda.
L'affermarsi della sposa è visto come il sorgere
dell'aurora. E' candida come la luna perché pura; fulgida
come il sole perché accesa d'amore. Le lodi delle regine, ecc., non sono date
nell'accettazione del monoteismo. Esse pensano ad un Diletto potente tra le
altre divinità.
Il "giardino dei noci" trova la sua
identificazione nella zona attorno al lago di Genesaret: in quella zona i noci
erano molto coltivati. Genesaret deriva da Gen-sar, che vuol dire
"giardino del principe. La valle è quella del Giordano. Il giardino dei noci indica che il Diletto
osservava la Palestina dal regno del Nord. Tale regno, nel suo disegno, aveva
il compito di mantenere viva la fedeltà di Israele contro la tendenza
all'acquiescenza agli idoli introdotta da Salomone. La comunità di Gerusalemme
doveva cogliere questa realtà e non seguire la linea della
contrapposizione al regno del Nord.
La sposa è confusa: non ha saputo vedere il significato della separazione del regno del Nord da quello di Giuda. Ma ne conosce la ragione. E' rimasta affascinata dal potere - i carri militari - di Ammi-nadib, nome che significa: "principe del mio popolo".
La danza a due cori di tipo nuziale è messa in
atto dall'harem babilonese. Due file ritmicamente invitano la sposa a
mostrarsi. E' una danza che vuole condurre la sposa ad orientarsi al re
babilonese.
La sposa si schernisce; non pensa che si possa
trovare qualcosa in lei. Per la prima volta ha un nome, che significa "la
pacifica".
Il Diletto nelle sue lodi partiva dallo sguardo,
le regine e le spose dell'harem dai piedi (dalla terra). Le presentano il suo fascino, la sua nobiltà: è
capace di stare nelle regge. Le lodi la dipingono come una magnifica regina
orientale, ma la sposa non è vestita come una regina. L'ombelico, per gli orientali, era segno di
bellezza, di seduzione: "la coppa di vino aromatico". Ma l'ombelico era
pure legato ad un'idea di salute: un ombelico estroflesso era segno di persona
malata. Il ventre è paragonato ad un mucchio di grano ad
indicazione della capacità di fertilità della sposa. I gigli dicono che è
lontana dalle sensualità idolatriche sulla fecondità. La lode ai suoi seni, segno di bellezza, ma
anzitutto della sua maturità ad avere figli (Va detto che il seno presso gli
orientali era fortemente collegato alla maternità), non è corredata dalla
menzione ai gigli, perché già fatta per il ventre. Il collo eretto, indica assenza di servilismo. Mentre le lodi del Diletto introducono immagini
della Palestina: Tirsa e Gerusalemme, l'harem babilonese introduce l'immagine
di città moabita: Chesbon. La torre del Libano é l'Ermon; della montagna viene
considerato il profilo verso Damasco. Ancora un'immagine che non fa ricordare
la Palestina. La chioma è detta "come porpora"
perché sotto il sole è sfavillante come la porpora, che era di diverse tinte,
fino all'azzurrino. Il re, che è stato preso dalle trecce, è quello babilonese.
Le lodi dei due cori vengono interrotte dalle lodi dello Sposo, che celebra lui la bellezza e nobiltà regale della fidanzata,di cui è l'autore.
Il Diletto, l'Amato, ha il proposito di celebrare le nozze
con la sposa-fidanzata. Le nozze non sono viste come un atto di
dominio-possesso, ma di conquista: "salirò sulla palma". Egli farà
questo per mezzo del Messia, che coglierà come Re le ricchezze d'amore della
fidanzata ("i grappoli di datteri"). Nell'attesa il Diletto domanda che i seni gli siano come grappoli
d'uva, cioè non intenti alla preoccupazione di una prosperità etnica - essa
sarà come conseguenza della sua fedeltà a lui -, ma, al contrario,
pronti a rimanere lontani da una adesione al fascino del re babilonese. L'alito è segno di pulizia, di dignità della
persona, e indica figurativamente come la sposa debba rimanere in stato di
purità cultuale. (Il Diletto salirà sulla palma quando nel Verbo
incarnato salirà la croce, conquistando così l'amore della Chiesa, che sarà
nuzialmente unita a lui).
L'immagine del fluire del vino è quella del bere da un piccolo orcio (a garganella) da cui il vino è fatto scendere in giusta misura.
Segue l'accesa attestazione d'amore al Diletto,
riconosciuto pieno d'amore per lei.
La sposa si adopera per diffondere la conoscenza
del suo Diletto tra gli esiliati e i pagani. Chiede al Diletto di andare con
lei nei campi, passando la notte nei villaggi. Notti di preghiera. Nell'esilio
Israele costituì luoghi di preghiera: le sinagoghe. La struttura religiosa
sinagogale ebbe infatti origine nell'esilio in assenza del tempio. Al mattino col Diletti va alle "vigne"
per vedere se c'è primavera negli spiriti. Nelle "vigne" la sposa
darà al Diletto le sue effusioni del suo cuore, cioè continuerà ad essere
orientata a lui in una libertà che non aveva avuto quando era stata asservita
alle "vigne". e' nella schiavitù eppure è libera. Le mandragore (dudà im = frutti d'amore) erano
ritenute capaci di dare fecondità. Ciò non per la loro azione vasodilatatoria (afrodisiaco),
molto leggere e perciò irrilevante, ma per il loro contenuto di sostanze
sedative, che il taluni casi potevano, producendo rilassatezza, avere un
effetto contro la sterilità. E' tempo d'amore, di prosperità etnica. Le
"nostre porte" sono piene di frutti. Se il Diletto verrà per
liberarla dalla schiavitù, non solo troverà porte pronte ad aprirsi, ma anche
ad offrirgli frutti.
La sposa vive continuamente in mezzo ad
oppressori paghi di vedere e toccare i loro idoli, e che le dicono: (Ps 41,4;
78,10; ecc.) "Dov'è il tuo Dio?". Nel dolore di dover udire questa
crudele domanda, esprime l'ardentissimo desiderio di avere il Diletto quale
fratello della sua stirpe; essa così zittirebbe tutti i suoi derisori. E' un desiderio
dell'incarnazione espresso di sfuggita, senza teologia, diremmo: mancava ad
Israele la conoscenza del mistero trinitario, anche se qualche accenno velato
nelle scritture veterotestamentarie lo si ritrova. L'espressione ha riferimento
in Isaia, nella parte che risale al tempo dell'esilio (63,19): "Se tu
squarciassi i cieli e scendessi!". La sposa intende nel "baciare" un atto
di religione che, mantenendo un santo timore, lo superi nello stesso tempo per
un ardentissimo amore. La sposa sarebbe liberata dalla schiavitù e
condurrebbe trionfalmente il Diletto nella Giudea, a Gerusalemme, dove egli le
insegnerebbe "l'arte dell'amore", cioè come essere graditi a lui. Il vino aromatico era a lunga conservazione. Il
succo di melagrana era dolcissimo e a brevissima conservazione. Amore dunque
forte, duraturo, vivace, sempre pronto.
Il Diletto attira a sé la sposa, come già in Ct 2,6. All'indomani della liberazione da Babilonia e della partenza verso Gerusalemme, il Diletto ripete alle figlie di Gerusalemme ciò che disse in Ct 2,7 e 3,5. Nel rientro nella Palestina ci fu un certo ordine come si legge in Esdra 2,1 e in Neemia 7,6: "Ognuno alla sua città".
Si e nel momento del ritorno a Gerusalemme. Il
deserto è quello di Giuda. Le genti limitrofe che vedono il suo viaggiare verso
Gerusalemme, le cui mura erano state sbrecciate, si domandano chi essa sia. Per
loro la città di Gerusalemme non avrebbe più avuto un popolo.
Il Diletto la stabilisce subito nell'umiltà. Il melo, già usato come immagine del Diletto in
Ct 2,3, riparava la sposa dal dardeggiare del sole. Il melo è qui simbolo della
legge e del culto mosaico. Il Diletto le ricorda la visita notturna, nella
quale la sposa non aprì sollecita la porta. La madre etnica è la tribù
di Giuda. E' a Gerusalemme che la Tribù di Giuda diede luce alla comunità, la
quale prese la sua identità proprio da Gerusalemme.
Il Diletto chiede di essere impresso nel cuore
della sposa, affinché tutti i suoi affetti siano sigillati per lui, per mezzo
di lui. Le dice anche di porlo come sigillo sul suo braccio affinché tutto il
suo operare sia conforme a lui. Non c'è avversità che possa spegnere l'amore.
L'amore è una ricchezza che supera illimitatamente ogni ricchezza terrena. L'amore è sottratto al potere del denaro.
La sposa entra in contatto con le popolazioni
vicine, stanziate dopo la deportazione a Babilonia. Esse, facenti parte dell'impero di Ciro, la
guardano come una sorella immatura. Capiscono però che si svilupperà e che,
allora, si dovrà parlare di lei. Fanno sulla sposa delle considerazioni non
benevole, anche se in apparenza tali. Dicono che se fosse un muro, cioè se avrà forza
in se stessa, la ingentilirebbero con un recinto d'argento, cioè tenterebbero
di legarla a loro. Se, invece, fosse una porta, cioè al contrario fosse
intraprendente, la chiuderebbero, cioè le impedirebbero di sviluppare relazioni.
La sposa con forza si definisce un muro; un muro
non disposto ad essere ingentilito e legato. Non dice "io sono una
porta", poiché non pone la sua forza nelle alleanze terrene. Lei vive
quella con il suo Diletto. Dichiara di essere pienamente matura, e i suoi
seni la dichiarano adulta e imprendibile, poiché sono come torri. Sarà
vittoriosa su ogni
influsso di fornicazione con gli idoli. Agli occhi del suo Diletto, è colei che tra i popoli non procura guerre, ma pace.
Baal-Hammon etimologicamente significa Signore
della moltitudine. Salomone la sua vigna l'aveva stabilita rompendo la purezza
del culto a Dio, introducendo i Baal, dei pagani, e dimenticando di
attendere il futuro Re-Messia. La vigna di Salomone era dunque in Baal-Hammon,
non nella terra di Israele, popolo di Dio. La sposa chiude con il suo passato. Non ha nostalgie del tempo di Salomone, e perciò di fronte al nuovo Salomone, il re Ciro, l'eletto (Is 45,1) la sposa non intende cadere in una ricerca di favori terreni. Darà al nuovo Salomone il tributo che gli spetta, e inoltre gli darà anche quello che poteva essere per lei ("duecento pezzi d'argento"), in quanto custode della vigna del sovrano terreno. Lei non vuole essere trascinata lontano dalla sua vigna, cioè Israele, nel quale deve operare secondo la missione affidatale dal suo Diletto.
La sposa abita nei giardini perché è presente
nelle città, nei paesi, nei villaggi, con la struttura sinagogale. Si è
all'inizio del giudaismo. I compagni sono i funzionari dell'impero
dominatore. Essi sono in ascolto della sposa, che non ha indipendenza politica.
La sposa dice all'Amato di affrettarsi, di correre a lei. Di andare sul monte Sion e sulla collina del tempio, non ancora ricostruito (Cf. Ct 4,6; Is 31,4; 2Cr 3,1). |