La Santa Casa di Loreto, alla luce degli archivi e dell'archeologia  
 
   
     
Le voci della tradizione
Il primo documento a noi pervenuto circa la traslazione per mezzo di angeli è del 1440 ed è di Santa Caterina de’ Vigri: “Rosarium, versetti 73-103”. Non si tratta di una rivelazione, ma di una meditazione-preghiera indirizzata a Gesù. La santa, che ebbe un’accurata formazione nella corte Estense di Ferrara prima di entrare nel Monastero “Corpus Domini” a Bologna, dimostra di essere informata dello scritto dello Pseudo Girolamo (sec. IX), molto diffuso nel medioevo, e dimostra di essere al corrente della narrazione della traslazione a Loreto della Casa di Nazareth per opera di angeli; un dato già contenuto e diffuso in opuscoli loretani, che il dotto clero prestante servizio presso la corte Estense doveva conoscere. La notizia di questi opuscoli è data da Giacomo Ricci, che (1468/1469) è l’autore dello scritto “Virginis Mariae Loretae Historia”, pubblicato da padre Giuseppe Santarelli (Loreto, 1987).

A seguito dello scritto di Giacomo Ricci, il rettore del santuario di Loreto, Tolomei Pietro di Giorgio detto il Teramano (nativo di Teramo), scrisse (ca. 1472) il testo, che diventerà quello di base e ufficiale, “Historia Virginis Loretae”. Seguirà, sulla stessa scia, l’opera “Historia ecclesiae Lauretanae” (Bologna, 1489) del beato Giovanni Battista Spagnoli (beatificato da Leone XIII il 17 settembre 1885). Il Ricci e il Teramano, il beato Spagnoli, affermano la traslazione per mezzo di angeli. La narrazione della traslazione per opera degli angeli presenta la Casa già in forma di Chiesa, con tetto spiovente, secondo l’iconografia ricorrente che prevede anche, in moltissime iconografie, una piccola vela campanaria. La configurazione a Chiesa venne giustificata narrando che gli apostoli vollero fare della Santa Casa una Chiesa. La configurazione Lauretana, con l’innalzamento dei muri in mattoni, fu pensata come la Chiesa trasportata dagli angeli. La quarta parete, necessaria per risolvere il vuoto dello spazio grotta, per la narrazione era già esistente a Nazareth. Nella traslazione angelica la Chiesa venne annotato che era senza fondamenta e in effetti la Santa Casa venne collocata sul colle Prodo senza fondamenta.

Il Teramano quando stese il suo testo aveva già interpellato due testimoni recanatesi, che però avevano il grave limite di essere distanti dai fatti circa 170 anni: tutto il tempo per scambiare la famiglia Angeli o De Angeli con gli angeli trasportatori.
I due testimoni furono Paolo di Rinalduccio e Francesco detto Priore. Quando il Teramano compilò la narrazione i due testimoni - calcolando un po’ le loro date - erano già morti.
Entrambi i testimoni riferirono quanto udirono da “un nonno dei nonni”, senza fornire alcuna precisazione del grado di ascendenza.
Il bisavolo di Paolo di Rinalduccio vide gli angeli portare la Chiesa attraverso il mare e posarla nella selva di Loreta, vicino a Porto Recanati. Il bisavolo poi la andò a visitare.
Francesco, detto il Priore, riferì che il suo bisavolo abitava nei pressi della Chiesa trasportata nella selva di Loreta, e la vide sollevata dagli angeli fino al "Monte dei due fratelli", che sarebbe ubicato vicino all’attuale lato sud-est del Palazzo Apostolico. (Il Monte dei due fratelli è però problematico da individuare e va identificato in modo generico con un’area di proprietà privata sul colle Prodo, dove si può credere venisse depositato il materiale della Santa Casa, in attesa della ricomposizione).
La narrazione dice che i due fratelli proprietari dell’area litigarono per gli introiti provenienti dalla presenza della Santa Casa nel loro territorio e gli angeli allora la trasportarono sul colle Prodo, sulla strada pubblica e non più su di una proprietà privata, diventando così un bene non soggetto a diritti privati.
Il fatto è che era legge che non si potesse costruire su di una strada e quindi la Santa Casa doveva essere subito demolita, senza altri accertamenti. Solo una concessione preventiva poteva risolvere il problema e fare deviare la strada per ricongiungerla al tratto più a valle, come risulta essere stato fatto.
La questione della traslazione per mezzo di angeli o crociati ha origini lontane, con il francescano Francesco Suriano, custode della Terra Santa e Delegato Apostolico per tutto l’Oriente, che, dopo circa tredici anni dalla composizione dell’opera del Teramano, contestò in maniera stroncante il trasporto angelico, come irragionevole, senza elementi di base, che invece ora si possiedono grazie all’indagine archivistica e archeologica.

Riguardo a Caterina Emmerick (1774 - 1824) la beata vide la Santa Casa, formato Chiesa, trasportata dagli angeli al di sopra del mare (sette angeli: tre sostenevano la casa posizionati davanti e tre di dietro, e uno precedeva come una guida). La Santa Casa era senza fondamenta, secondo la narrazione tradizionale. Circa la Emmerick bisogna dire che Dio aveva di mira l’edificazione della beata, e non la immise in una posizione contrastante con la narrazione tradizionale, allora diffusamente accolta e difesa dalla cattolicità. Caterina Emmerick risultò uno strumento di difesa dell’autenticità della Santa Casa di Loreto contro i contestatori dell’autenticità della Santa Casa, il cui capolista fu Pietro Paolo Vergerio (1496 - 1565), vescovo cattolico passato al protestantesimo. La negazione dell’autenticità della Santa Casa, nel XVIII secolo, aveva perso, però, di interesse per i protestanti.

Subentrava l’illuminismo e con esso l’esigenza dell’accurata ricerca documentale. Ricerca complessa, che richiedeva di non affrettare conclusioni senza consultare il primo documento, cioè la Reliquia stessa. Gli studi dei documenti d’archivio iniziò e alle argomentazioni presentate nel passato subentrò la ricerca documentale. Questa ricerca ha nomi importanti come il vescovo di Recanati-Loreto Felice Paoli (1738 - 1806), il sacerdote Joseph Anton Vogel (1756 - 1817), uno dei principali storici del santuario di Loreto, collaboratore del vescovo Paoli. Il successore del vescovo Paoli, mons. Stefano Bellini (1740 - 1828), il padre dello scrittore Giacomo Leopardi, Monaldo Leopardi (1776 - 1847), che fu sostanzialmente favorevole alla tradizione lauretana. ecc. ecc. Provocatorio fu il lavoro approssimativo, tendenzioso, e con grossolane inesattezze, del barnabita Leopoldo De Feis (1844 - 1909), il cui merito sta solo nell’aver avviato una intensa stagione di studi sull’argomento lauretano. Altro studioso di valore, pur con pregiudizi gratuiti e inconcludenti su Loreto, è stato il canonico francese Ulisse Chevalier (1841 - 1923). Alle sbavature del canonico francese si opposero in molti, tra i quali, efficacissimo, il gesuita padre Ilario Rinieri (1853 - 1941).

La ricerca dei documenti d’archivio fu importante, ma era fondamentale ascoltare il documento più eloquente, cioè la Santa Casa stessa, e questo lo poteva fare l’archeologia. Ci volle del tempo, ma ci si arrivò.

Il lento procedere dell’archeologia
Già al momento delle sottomurazioni di fondazione - anzi, fin dall'inizio dei lavori di ricollocazione dei muri - si era visto che la Santa Casa mancava di fondazioni. Questo fatto venne verificato ancora nel 1531, 1672 e 1751, durante lavori di manutenzione del pavimento,. Osservando i muri dal perimetro interno si notò che i muri della Santa Casa erano stati posati sulla terra. Ciò avvalorò la narrazione ufficiale.

Anche l’architetto Federico Mannucci rilevò l’assenza di fondamenta della Santa Casa, durante il rinnovo del pavimento, a seguito dell’incendio scoppiatovi nel 1921. La sua conclusione fu che era assurdo pensare che la Santa Casa fosse stata trasportata con "mezzi meccanici". L'architetto pensava a rulli sui quali la Santa Casa fosse stata trasportatain blocco, il che evidentemente non era possibile, ne seguiva quindi il trasporto angelico.

L’architetto, che aveva ricevuto da Leone XIII il compito di fare luce sulla questione se la Santa Casa era stata trasportata dagli angeli o meno, disse anche che “è sorprendente e straordinario il fatto che l’edificio della Santa Casa, pur non avendo alcun fondamento, situato sopra un terreno di nessuna consistenza e disciolto e sovraccaricato, seppure parzialmente, del peso della volta costruitavi in luogo del tetto, si conservi inalterato, senza il minimo cedimento e senza una benché minima lesione sui muri” (Federico Mannucci, “Annali della Santa Casa”, 1932). L’architetto Federico Mannucci affrettò molto le sue conclusioni, visto che la parete nord della Santa Casa presentava segni di sfiancamento verso l’esterno.

L’architetto Giuseppe Sacconi scrisse che “La Santa Casa sta, parte appoggiata sopra l’estremità di un’antica strada e parte sospesa sopra il fosso attiguo”, così, non convinto del miracolo permanente, dispose la costruzione di un pilastro per sostenere “la parte sospesa”. Questo intervento (“Annali Santa Casa”, anno 1925) è stato riscontrato dagli scavi del 1962 - 65.

Finalmente cominciò il tempo di veri studi archeologici.

Si cominciarono (1955 - 60) a fare fecero accurate indagini archeologiche a Nazareth. Le indagini furono promosse dallo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme e furono guidate da padre Bellarmino Bagatti.

A Loreto (1962 - 1965) i lavori furono diretti dall’archeologo Nereo Alfieri, con la collaborazione di padre Floriano Grimaldi, archivista del santuario, e di Edmondo Forlani, geologo.
I lavori consistettero nella realizzazione di due tunnel intersecantesi sotto la Santa Casa. Il risultato fu che si poterono vedere le sofisticate opere di sottomurazione, e altri preziosi dati. Il gruppo di lavoro definì prerecanatesi (rispetto alla costruzione del muro “bono et grosso”, costruito ai primi del sec. XIV) i lavori di sottomurazione e di contenimento della cedevole ripa nord.

Importantissima fu la costatazione di graffiti nelle pietre della Santa Casa. La presenza di graffiti venne percepita per la prima volta dalla signora Gugliemina Ronconi (1864 - 1936), ma non ne seguì nessun studio. I graffiti divennero oggetto di rilevamento molto più tardi (1962 - 1965), durante i lavori archeologici condotti da Nereo Alfieri, sulla scorta delle scoperte circa i graffiti del padre Bellarmino Bagatti a Nazareth.

La teologia sugli angeli e i rilievi dell’archeologia

1) La carenza del terreno di fondazione
Un’immediata osservazione, circa la tradizione della traslazione della Santa Casa mediante gli angeli, è quella che gli esseri angelici, che hanno certamente la capacità di trasportare dei corpi da un posto ad un altro, abbiano scelto, contrariamente alle loro capacità, un approdo poco adatto per la Santa Casa, infatti la strada sulla sommità del colle Prodo non si rivelò idonea dal punto di vista della consistenza del terreno.

Il porre la Casa senza fondazioni, con muri a sacco grossi e quindi pesanti, senza un’attenta valutazione del terreno, pur avendo a disposizione molti luoghi, anche pubblici, non può essere dovuto a una carenza angelica, ma a una carenza di valutazione umana.

La Santa Casa sul colle Prodo venne posta senza fondamenta per rispettare il dato di Nazareth, poiché a Nazareth la Casa poggiava direttamente sulla roccia, e non ci sono sul posto tracce specifiche di fondamenta. Si deve aggiungere che era ben pensabile che i grossi muri a sacco della Casa erano più che sufficiente fondazione.
I muri a nord e a sud misurano 80/90 cm., quello ad ovest circa 100 cm.: sono i tre muri “nazareni”. Tali spessori sono perfettamente conformi alle case Palestinesi del tempo di Gesù.

Le carenze del terreno si rivelarono subito nel lato nord, che dava su di una ripa, per cui si dovettero fare in fretta delle sottomurazioni. Poi, a seguito dell’innalzamento delle pareti oltre l’altezza originale - “nazarena” - della Santa Casa (altezza oscillante tra i 2,90 m. e i 3 m., in quanto mancarono delle pietre, sottratte - facilmente lo si può dire - per farne reliquie personali, e quindi compensate con mattoni), si dovettero aggiungere altre sottomurazioni per il contenimento della ripa sul lato nord della Casa.
Da questi lavori di sottomurazione si ricavò, in maniera tangibile, che la Santa Casa non aveva fondazioni, e ciò entrò nella narrazione.
Seguì poi la costruzione di un muro “bono et grosso”, di mattoni foggiati secondo il modulo (30/33 cm x 14 x 6/8), che si affermò nel medioevo, con variazioni locali, tra il sec. VIII e il sec. X (mezzo piede di larghezza per un piede di lunghezza. La misura romana del piede è di 29,65 cm.; la misura internazionale è di 30,48 cm.),
Tale muro, spesso circa 60 cm. e ben compatto perché venne usata malta di calce, cinturava la Santa Casa per proteggerla dalle intemperie, ma anche per rafforzare i punti di sfiancamento presenti nel lato nord. Il muro “bono et grosso” è aderente al muro della Santa Casa. Sul lato nord il muro ha la particolarità di essere aderente allo sfiancamento, per poi, a piombo, distanziarsi di qualche centimetro. Per lo sfiancamento, al tempo della costruzione della volta, venne prudentemente messo in opera un tirante in ferro, sagomato lungo il muro interno della Santa Casa: ancora si vede.

2) La compenetrazione dei corpi: impossibile al potere degli angeli
Nella Basilica bizantina, costruita nel sec. V, e poi in quella crociata, costruita nel sec. XI, la Santa Casa, connessa alla grotta, si trovava nella cripta, alla quale si accedeva per mezzo di due piccole porte (nel tempo rimase aperta solo quella a ovest). La cripta nel 1291, tempo della traslazione, non era stata ancora distrutta, a differenza della basilica sovrastante quasi del tutto abbattuta nel 1263 da Alan ed-Din Tybar, luogotenente del sultano del Cairo, Bajbars Bandokan. Con ciò gli angeli, per fare uscire la preziosa reliquia dalla due piccole porte, avrebbero dovuta smontarla, poiché gli angeli non hanno il potere della compenetrazione dei corpi. Così, gli angeli avrebbero dovuto fare quello che fecero i crociati.

Queste due semplici osservazioni teologiche poggiano sui risultati dei lavori di archeologia a Nazareth e a Loreto.

La famiglia Angeli o De Angeli
La famiglia Angeli o De Angeli, come venne chiamata più tardi, viene già indicata, quale autrice del trasporto della Santa Casa, da Porfirij Uspenskij (1804 - 1885), grande studioso dell’Oriente cristiano, che visitò Loreto nel 1854. Lo studioso citò la famiglia Angeli come parte della storia della Santa Casa di Loreto. Secondo Porfirij la famiglia Angeli avrebbe attuato solo una copia di quella di Nazareth. Ciò è nettamente una pura illazione. Quello che sorprende è come lo studioso nomini la famiglia Angeli, quando il suo nome non era ancora divulgato. Forse lo ebbe da qualche voce proveniente dall’archivio vaticano. Oppure poté consultare copia del foglio 181 del “Chartularium Culisamense” della famiglia Angeli o De Angeli di Collesano (Palermo). Il foglio era conservato gelosamente a Formiello di Napoli.

La famiglia Angeli però entra veramente in campo attraverso un diario del Vescovo di Digione, Maurizio Landrieux, che in data 17 maggio 1900 registrava come Giuseppe Lapponi, archiatra pontificio di Leone XIII, gli aveva confidato che aveva trovato nell’archivio vaticano il plico su Loreto. In tale plico si presentava come la famiglia Angeli, ramo della famiglia imperiale di Costantinopoli, aveva grandi possedimenti in Palestina. Quando poi nel XIII sec. ci fu l’attacco massiccio delle milizie di Al-Asharaf Khalil, sultano dell’Egitto, appartenente alla dinastia Bahri di etnia turca Kipčaki, la famiglia volle salvare i preziosi ricordi dei suoi possedimenti (Tali possedimenti non hanno riscontri storici; si può pensare ad aree di conquista crociata, e perciò molto relativi all’andamento delle guerre). La famiglia dispose, con intervento finanziario, che dei crociati mettessero in salvo la Santa Casa di Nazareth; ed essi la trasportarono a Loreto.
Per il Vescovo di Digione ciò significava l’emergere di un frainteso storico tra gli angeli trasportatori in volo e gli Angeli che ordinarono e finanziarono il trasporto eseguito dai crociati. La pagina del diario di Maurizio Landrieux venne pubblicata solo nel 1959.
Giuseppe Lapponi, timoroso di andare contro Leone XIII, che credeva nella traslazione angelica, non lasciò scritti i parametri d’archivio della sua scoperta, e probabilmente venne ridotto al silenzio da personaggi come Albert Battandier, prelato di sua santità.

Scoperta analoga, forse nello stesso plico, la fece Henry Thèdenat, che confidò nel 1905 al prof. Larquat, già docente all’Università Cattolica, di avere trovato nell’archivio vaticano le note delle spese di trasferimento della Santa Casa, fatto per mezzo di una nave ad opera della famiglia Degli Angeli. Le pietre erano state smantellate e raccolte con cura e numerate per la ricostruzione fedele. Questa notizia apparve solo nel 1962 in una rivista francese. In Italia apparve per la prima volta nel 1963.

Si ricercarono più volte nell’archivio vaticano i documenti consultati dal Lapponi e da Henry Thèdenat, ma senza risultato. Probabilmente i fogli consultati dal Lapponi e da Thèdenat furono posti in altro luogo nell’archivio. Il movente degli archivisti poté essere il timore che i documenti fossero dei falsi, ritenendo valida la traslazione angelica.

Le voci contrarie a quanto il Lapponi aveva comunicato privatamente non si fecero attendere. L’ufficialità zittì il Lapponi. Nel 1906, infatti, (anno della confidenza del Lapponi con il Vescovo di Digione), Albert Battandier, prelato di sua santità, e due direttori della biblioteca vaticana, affermarono l’esistenza in Vaticano di documenti favorevoli alla traslazione angelica, e ci si può credere, ma ciò non infirma che ci fossero anche quelli che vide il Lapponi.

Le monete ritrovate negli scavi del 1962 - 65
Tra le numerose monete ritrovate nel sottosuolo, che attestano un’affluenza già agli inizi del XIV sec. di pellegrini da Ancona, da Ascoli Piceno, da Camerino, ma anche dalla Germania lungo il cammino che portava alla Grotta di san Michele Arcangelo nel Gargano per poi proseguire nella Terra Santa, ci sono due monete, due denari tornese, che riportano la scritta Gui Dux Atenes. Il tempo della reggenza di Guido II de La Roche, figlio di Guglielmo II Duca di Atene dal 1280 al 1287. Guglielmo sposò nel 1275 Elena Angeli, figlia di Giovanni Angeli principe di Tessaglia e imparentata con i Comneno e i Ducas. Tale parentela di Elena porta alla famiglia Angeli imparentata con gli imperatori di Costantinopoli e dell’Epiro. Morto il marito nel 1287 Elena Angeli resse il ducato di Atene a nome del figlio Guido dal 1287 al 1294, arco di tempo che interessa la traslazione della Santa Casa. Quelle due monete non sono casuali e segnalano la presenza di supervisori dei lavori della famiglia Angeli. Solo forti autorità potevano concedere di derogare alla legge recanatese del divieto di costruire su pubblica strada, pena l’immediata demolizione del manufatto.

Il foglio 181
Il foglio 181, facente parte del “Chartularium Culisamense”, giunse ad essere noto nel 1985, sia per iniziativa di don Pasquale Rinaldi della chiesa di Santa Caterina a Formiello di Napoli al cui archivio era pervenuta una copia, eseguita nel 1859, del “Chartularium Culisamense”, sia per iniziativa di padre Giuseppe Santarelli.

Il “Chartularium Culisamense” non va preso nella sua totalità come depositario di documenti veri, ma l’esame dell’autenticità del foglio 181 è stata rigorosa, sia sul piano filologico sia sul piano storico, reggendo molto bene alle varie obiezioni sollevate. Non si sa come il foglio 181 sia confluito nel Chartularium, il cui originale era stato trasferito a Rimini durante il conflitto mondiale del 1939 - 45, presso la villa della principessa Ester Chiaravello-De Angelis, venendo però distrutto dal primo bombardamento su Rimini, il primo novembre 1943.

Il foglio contiene l’elenco dei beni dati in dote a Filippo d’Angiò, principe di Taranto, figlio di Carlo II re di Napoli, per il matrimonio con Ithamar (Margherita), figlia di Niceforo I Angeli-Comneno despota d’Epiro. Il matrimonio avvenne nel settembre-ottobre del 1294 data dell’arrivo della Santa Casa nelle Marche.

Il foglio non riporta nessuna data, la data è ricavabile dall’evento nuziale. Il documento è rigorosamente un elenco di 52 beni di dote. I primi tre numeri sono importantissimi:

1) Un ornamento aureo del capo, fuso con un chiodo della croce del Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo.

2) Le sante pietre portate via dalla casa della Nostra Signora, la Vergine Madre di Dio.

3) Una tavola lignea dipinta, dove la Madonna Vergine Madre di Dio tiene in grembo il Bambino Gesù, Signore e Salvatore Nostro.

Il punto due e tre sono assolutamente precisi. Infatti la casa a Nazareth comprendeva anche la grotta, per cui furono portate via le pietre della casa e non tutta la casa. Inoltre la tavola lignea con dipinta la Vergine e il Bambino è esattamente la prima icona che venne posta nella Santa Casa a Loreto.

Questa indagine stabilisce come la traslazione per opera degli angeli sia avvenuta per interessamento in prima persona della famiglia Angeli.

Di fronte alla prospettiva imminente che la terza crociata stava fallendo con la perdita del porto fortificato di San Giovanni d’Acri, Accaron, un gruppo di crociati, finanziati dalla nobile famiglia, si impegnò in un’impresa che poteva essere sostenuta solo da fede nell’assistenza della Madonna. Portare su carri da Nazareth fino al porto di San Giovanni d’Acri il materiale della Santa Casa per poi caricarlo su di una nave, e ciò in tempo di guerra era veramente un’impresa. L’opera fu anche accurata dal momento che si possono vedere nella Santa Casa diverse pietre con l’incisione di numeri romani per tracciare una trama di riferimento per la ricomposizione muraria. Altre pietre, dovettero essere segnate con carbone.

Le tappe del trasporto
La Basilica crociata dell’Annunciazione, come già visto, nel 1263 era stata, si può dire, rasa al suolo, ma non ebbe distrutta la cripta dove rimase intatta la Santa Casa. Infatti i pellegrini che andarono a Nazareth prima del 1291, data della traslazione, parlano della Santa Casa ancora presente, mentre quelli dopo il 1291 i pellegrini presentano solo la grotta.

L’esercito del Sultano Al-Asharaf Khalil giunse ad Accaron (San Giovanni d’Acri) il 15 marzo 1291 e conquistò il porto fortificato il 18 maggio 1291. La data che la tradizione presenta circa il trasporto per mezzo di angeli è la notte del 12 maggio 1291, sei giorni prima della conquista del porto. La data può essere accolta essendo in armonia con gli eventi.

Quattro traslazioni ebbe la Santa Casa secondo la tradizione dell’intervento degli angeli. Tali traslazioni per la narrazione tradizionale furono causate o dal cattivo comportamento dei fedeli che non onoravano la Madonna, o perché c’erano ruberie e misfatti contro i pellegrini, o perché ci furono liti tra due fratelli a causa degli introiti dovuti alla presenza della Santa Casa.

Si pone il problema storico se veramente la Casa ebbe spostamenti dovuti a vicissitudini così umane e irrimediabili se non con una traslazione della Santa Casa, già ricomposta, oppure le tappe furono funzionali al percorso e alle decisioni da prendere circa il materiale della Santa Casa.

Secondo la traslazione via mare per mezzo di crociati si può dire che il materiale della Santa Casa venne effettuato in due tratte successive: uno da San Giovanni d’Acri verso l’Epiro, l’altro dall’Epiro a Porto Recanati. In Epiro il materiale dovette sostare per alcuni anni (Cf. foglio 181 del “Chartularium Culisamense”), in attesa di una ricostruzione in qualche luogo. Nello stesso tempo non dovette mancare la venerazione per le sante pietre. Giunto il materiale al porto di Recanati dovette sostare ancora in attesa della scelta del luogo, che fu sul colle Prodo, dove si ebbe la ricostruzione entro il 10 dicembre 1294, secondo la data tradizionale.

L'approdo a Recanati del materiale della Santa Casa
La domanda del perché la Santa Casa venne portata a Porto Recanati è molto antica, ma oggi è possibile darne una spiegazione storica.
Le pietre sante del foglio 181 devono essere state poste in qualche luogo, ed è qui che nasce la risposta. Al tempo della traslazione sul colle Prodo era pontefice Celestino V, eletto il 5 luglio 1294. Celestino V non raggiunse mai la sua sede romana perché condizionato dagli Angiò di Napoli, che ne avevano caldeggiato la nomina. A Roma Celestino V era sostituito dal Vicarius Urbis, che era anche il vescovo di Recanati. Si tratta del domenicano padre Salvo o Salvio, che aveva avuto un importantissimo incarico da Giovanni XXI presso l’imperatore dei Costantinopoli, dal 1276 al 1277. La famiglia Angeli, che dominava nell’Epiro, era un ramo del casato dell’imperatore, così il padre domenicano non era estraneo agli Angeli d’Epiro. L’ipotesi più calzante di dove finirono le sacre pietre è quella di una donazione alla Santa Sede; ciò è avvalorato dal fatto che il Vicarius Urbis aveva molte facoltà, tra le quali la sovraintendenza delle reliquie. Il Vescovo di Recanati pensò di traslare l’importantissima reliquia della Santa Casa nel porto di Recanati, attivo fin dal 1229. Recanati faceva parte dello Stato Pontificio.
CCi si può domandare: “Perché venne scelto il colle Prodo?”. Semplicemente per la posizione collinare con vista sul mare.

I materiali della Santa Casa: Pietre e mattoni

I materiali della Santa Casa appaiono di recupero e provenienti da molti passaggi di realtà edilizie dell’area di Nazareth. Le pietre della superficie muraria interna risultano realizzate con due tipi differenti di lavorazione nabatea - lavorazione del tutto sconosciuta in Occidente -, e c’è anche una grossa pietra lavorata con disegno di listelli a lisca di pesce, secondo uno stile nabateo per casa di alto rango.

Nella superficie esterna dei muri della Santa Casa, nell’ambito dell’altezza “nazarena” è stata rinvenuta una presenza di mattoni, accanto a pietre sbozzate. Durante gli scavi archeologici del 1962 - 65 si poté osservare la parete esterna nello spazio lasciato dalla non totale demolizione del muro “bono et grosso” ; cioè, tra il muro originale della Santa Casa e il muro dei marmi del Sacello bramantesco.

Nella foto scattata dagli archeologi, sfruttando questo spazio, si vedono alcuni mattoni smossi dallo sfiancamento. Dalla foto si vede un mattone della lunghezza di un piede e mezzo e la larghezza di mezzo piede. Ciò corrisponde al genere lydion, diffusosi dall’Asia minore (Lidia) fino ad essere usato dai Romani (sesquipede). I rinzaffi di calce di gesso non permettono di vedere, nella foto offerta dagli archeologi, una maggiore stesura di mattoni. Gli archeologi annotano come i rinzaffi furono fatti a protezione del muro della Santa Casa prima della costruzione del muro “bono et grosso””. Inoltre gli archeologi hanno segnalato come dentro i muri cementati con malta di terra agraria siano state fatte delle iniezioni di malta di calce per consolidare il muro.

Il mattone sesquipede è decisamente lontano dalle proporzioni dei mattoni usati nel muro “bono grosso”, come dalle proporzioni dei mattoni della chiesetta di “Santa Maria in Fondo Laureti”, località “La Banderuola”, vicino a Porto Recanati (La chiesetta venne costruita nel 1939 - 40, ma incorpora un residuo di muro dell’antica costruzione, che risale all’XI sec. Il residuo è il fondo rettilineo della chiesetta, che perciò non aveva abside). I mattoni della parte antica della chiesa della “Banderuola” hanno la lunghezza di un piede e un quarto di piede (circa 37 cm.) e la larghezza di mezzo piede (circa 14/15 cm). Le oscillazioni dimensionali sono dovute al ritiro dell’impasto in fase di essiccazione e di cottura.
Le dimensioni dei mattoni della chiesetta della “Banderuola” si possono trovare senza fatica in alcuni pilastri del portico (1580) del palazzo apostolico, come anche nella parete nord del palazzo apostolico; segno di una continuità dimensionale nel tempo.

Il mattone lydion e le pietre portano a sostenere l’autenticità nazarena della superfice esterna del muro a sacco, fino alla quota “nazarena”.

Nel territorio che va dal Monte Conero fino al fiume Tronto non si ritrova l’uso delle pietre, ma dei mattoni. Per trovare pietre bisogna portarsi a distanze economicamente esorbitanti.
Va notato che nelle pareti interne originali della Santa Casa sono presenti vari mattoni, specialmente nel lato ovest, dove si hanno ben 12 graffiti su mattoni.
Fornaci estemporanee per piccole quantità di mattoni non erano un problema in Palestina, avendo argilla, acqua per l’impasto, e legna per il fuoco. (Cf. G. Campis, in “Enciclopedia della Bibbia”, Torino-Leuman, 1970, vol IV, voce mattone). L’argilla non mancava e veniva usata come strato di copertura per i tetti, che erano piani. Tutto dipendeva dai trasporti, cioè se era più conveniente prendere pietre di cava, oppure fare mattoni. Nel caso della Santa Casa tale problema logistico-economico non si poneva perché il materiale risulta di recupero e da varie fonti. Non va dimenticato che Nazareth era prossima alla valle di Esdrelon dove il mattone era conveniente.
E’ d’obbligo pensare che i crociati pensarono fin dall’inizio a costruire la quarta parete mancante, e certamente provvidero al trasporto del materiale necessario dalla Terra di Nazareth; per loro era importante questa provenienza. (Qui, si può trovare un punto d’incontro con la leggenda del trasporto angelico, che dice che tutta intera la Casa, quale Chiesa, quindi con la quarta parete, venne trasportata da Nazareth).

La struttura a sacco dei muri
Lo spessore della superficie interna a pietre lavorate alla nabatea risulta variabile: una pietra misurabile in una nicchia della Casa è eccezionalmente larga 37,5 cm. Si può stimare che la media dello spessore delle pietre nabatee sia di 25 cm. La superficie esterna del muro a sacco può essere stimata dello spessore di un filare di mattoni in longitudinale, ma ci sono anche mattoni ortogonali al muro, per un maggiore legamento. Lo spazio intermedio risulta così sui 40 cm.

L’interno del muro è riempito di frammenti di mattoni e ciottoli. La malta usata, sia per le sezioni periferiche del muro a sacco, sia per il suo riempimento, è un impasto di “terra agraria” compatibile con quella della piana sottostante il colle Prado. Tale malta la si può notare in molti punti della tessitura muraria all’interno della Santa Casa, ed è dichiarata nella relazione-contributo degli archeologi del 1962 - 1965. L’uso di malta di terra come legante murario venne rilevato nell’area di Cana di Galilea, da un frate francescano: “Libro quinto del padre Francesco da Perinaldo, visitante la Terra Santa a Ferdinando II Re del regno delle due Sicilie e titolare del trono di Gerusalemme”. ed. fratelli Fernando, Genova 1855. Ristampa, editore Nabu Press 2012.

Le pietre lavorate alla nabatea, con lo scopo di dare maggiore aderenza all’intonaco, per il quale era usata malta di terra, probabilmente rafforzata con calce, sono all’interno; forse perché l’intonaco era più curato, mentre per l’esterno si aveva un intonaco più grezzo. La Casa di Nazareth era dunque intonacata (Cf. Lv 14,42-48) e dipinta in bianco calce, come tutte le case della Palestina, ed era a un solo piano, con tetto piano. Quando venne inclusa nelle architetture, prima giudeo-cristiana, poi bizantina e poi crociata, era così, ad eccezione dell’intonaco caduto per il tempo.

Gli angoli formati dai muri nord e sud con il muro ovest hanno la particolarità di dare l’impressione che le pietre siano poste in angolo combaciando con il loro spigolo; ciò è dovuto alla sbavatura della malta di calce-gesso delle stuccature fatte successivamente. Guardando meglio e spalmando un po’ d’acqua sulle sbavature l’effetto viene cancellato. Le pietre sono così incrociate, anche se non tutte e non tutte alla stessa profondità.
Nell’incrocio del muro nord con il muro ovest in basso a destra, si notano due grosse pietre messe di coltello combacianti per il solo spigolo. Il loro spessore può essere stimato sui 15 cm.
Le pietre trattate alla nabatea, nella parte a livello d’uomo, conoscono la levigazione operata nei secoli dalla devozione dei pellegrini

La sistemazione sul colle Prodo
Maria nacque a Nazareth, secondo lo Pseudo-Girolamo (sec IX), che fece scuola in tutto l’occidente cristiano. Tale dato è stata avallato dalla Congregazione dei Riti il 12 aprile 1916. Morti i genitori avanti in età, come afferma la tradizione del concepimento miracoloso di Maria da una coppia sterile, Maria, figlia unica, ereditò la casa paterna e vi andò ad abitare al tempo del fidanzamento con Giuseppe. Tutto ciò poggia perfettamente su quanto dice l’evangelista Luca che presenta l’annuncio dell’angelo a Maria a Nazareth (Lc 1,26.56), e dice che dopo la visitazione a santa Elisabetta Maria “tornò a casa sua”.

Le proporzioni lunghezza/larghezza (4,07 x 9,52 m.) della Santa Casa a Loreto si ritrovano nelle case della Palestina, e nel contempo, la parte in pietra a lavorazione nabatea alla luce di una diagonale a 60° (la diagonale fornisce però solo un dato geometrico orientativo, che non collima con la fine dei muri di pietre nabatee; infatti la diagonale giunge a 6,92 m, mentre la parte in pietre nabatee giunge a 7,24 - 7,37 m. 7,30 in media), presenta ancora proporzioni presenti nelle case Palestinesi.
Bisogna spiegare questi dati. Ecco, nella cripta della basilica crociata la Santa Casa si trovava tra due piloni (uno al fianco sinistro della grotta: abbastanza invasivo), distanti, valutando i disegni in scala, ca. 9,00 m. Ora, calcolando a 0,90 m. lo spessore della parete sud e aggiungendo 7,30 m. si giunge a 8,20 m. a cui va aggiunto 0.80 m. Il che fa vedere che la grotta venne raggiunta già a Nazareth con una muratura di tipo diverso.
Certamente la pianta di Loreto presenta un ulteriore prolungamento dell’attacco alla grotta per raggiungere all’interno del vano i 9,52 m., contro quelli iniziali a Nazareth di ca. 8,10 m. Questo ulteriore prolungamento di 1,42 m. rivela, forse, l’intenzione di riprendere parte dello spazio occupato dal pilone al fianco sinistro della grotta.
Il materiale per questa operazione dovette essere preso da Nazareth, considerando anche che bisognava costruire il quarto muro a cui suppliva la grotta.
Non si può dire quale sia stata la storia della Santa Casa dopo i fatti evangelici. La narrazione tradizionale dice che la Santa Casa venne trasformata in domus ecclesiae e quindi,con tutta probabilità, vennero fatte delle trasformazioni come abbattimento di tramezzature.



La Casa era connessa alla grotta, quale suo ulteriore spazio, a somiglianza di altre a Nazareth, con l’asse longitudinale sul nord (grotta) - sud, diversamente da Loreto che è sull’asse est - ovest. Tale rotazione è anch’essa prova della traslazione della Santa Casa. Infatti è anomalo che la porta di accesso a Loreto si trovi a nord, cioè senza ingresso di sole, mentre a Nazareth era esposta molto più felicemente a ovest. La finestra che a Loreto è a ovest, a Nazareth era in posizione più esposta al sole, cioè a sud.

Ci furono incertezze progettuali sul colle Prodo, poiché gli scavi archeologici del 1962 - 65 hanno trovato l’impianto base di una piccola abside collocata ad est, che aderisce - non strutturalmente - ai muri nord e sud, e aderisce di tangenza al muro est. La piccola abside con il bordo fatto di due filari residui di mattoni sagomati a tratto di circonferenza non può essere interpretata come la prima sistemazione del muro ad est, cioè come la parete mancante a Nazareth.
La piccola abside va interpretata come un riferimento alla grotta di Nazareth o come una nicchia per l’Immagine della Madonna col Bambino. L’idea della piccola abside non ebbe successo e venne demolita - se giunse ad essere innalzata -, prevalendo il valore della pianta rettangolare (4,10 x 9,52 m.). La piccola abside dovette essere - altrimenti non avrebbe avuto il necessario sviluppo verticale - innalzata al tempo del sopralzo dei muri, e già alla presenza del muro a est. Il risultato non convinse perché sottraeva al vano della Casa dello spazio liturgicamente utile. 

L’idea che l’abside fosse di una primitiva chiesetta, antecedente alla Santa Casa, è insostenibile, sia perché gli scavi archeologici non hanno messo in luce nessun elemento murario di raccordo all’absidiola, sia perché la Santa Casa venne costruita su di una strada, nella cui area gli scavi hanno messo in luce sepolture di età romana.

Il sopralzo dei muri “nazareni”
L’altezza della santa Casa di Nazareth a Loreto, è circa pari al doppio (4,30 m.) della sua larghezza. Tale altezza è un dato progettuale messo in atto pochissimo tempo dopo la ricomposizione della Santa Casa.

La parte muraria antica dell’attuale chiesetta della “Banderuola”, “Sancta Maria in Fundo Laureti” (Fundo Laureti dal nome della proprietaria del fondo secondo la tradizione. Va notato che è in fundo Laureti, cioè in un podere), ha con i mattoni del sopralzo della Santa Casa, una sostanziale collimazione della pezzatura dei mattoni. E’ stata avanzata la considerazione che i mattoni della chiesetta, pensata nel 1294/1300 in rovina, siano stati usati per la Santa Casa.
Risulta, tuttavia, che i mattoni della Santa Casa sono di un costante colore marrone chiaro, mentre quelli della chiesetta - parte rimanente - sono di colore variegato: mattoni rossi, giallognoli, marroni; segno di diverse temperature di cottura dei mattoni all’interno di una fornace poco evoluta, e anche di diversità nelle argille. Il colore dei mattoni usati nella Santa Casa rimanda invece a una cottura uniforme. I mattoni dovettero provenire da una fornace più evoluta, che disponeva di una buona distribuzione del calore (oltre i 1000 gradi, per la colorazione in marrone chiaro). Ciò è avvalorato dal profilo a circonferenza dei mattoni dei due filari dell’absidiola non portata a termine; tali mattoni non potevano essere di recupero, ma di nuova fabbricazione.

L’incendio del 1921 ha investito la superficie dei mattoni (alcuni sondaggi hanno rivelato dei punti di indurimento e vetrificazione, dovuti all’alta temperatura dell’incendio), ma non ha abolito la generale uniformità cromatica antecedente.



L’esistenza della chiesetta “Sancta Maria in Fundo Laureti” è chiaramente attestata prima della traslazione della Santa Casa, ciò risulta da un documento del 1181, da uno del 1194 e da un altro del 1253, dove è segnalato che la chiesetta non era lontana da un’area di progressivo impaludamento. Un inventario del 1285 segnala che “Sancta Maria in Fundo Laureti” a quella data era di proprietà del vescovado di Recanati, ed era dotata di terreni seminabili (3 modioli - un modiolo equivale a 3119,83 mq - et 7 staria. La staria è una misura di volume, che varia da regione a regione. Si può ritenere nel nostro caso che sette staria di grano corrispondano a circa 2,5 quintali, a loro volta corrispondenti alla seminagione di circa un ettaro di terra).
Pensare che dal 1285 al momento della sopraelevazione (circa un quindici anni dopo) la chiesetta fosse in tale fatiscente rovina da diventare cava di materiale è molto difficile.

In particolare, i mattoni della antica chiesetta Sancta Maria in Fundo Laureti risultano legati con malta di calce, mentre i muri del sopralzo della Santa Casa sono legati con malta di terra, in coerenza con la sottostante parte “nazarena”.

L’architrave in legno della porta primitiva (ora chiusa con il materiale ricavato dalla nuova apertura), le travi in alto, che fanno da appoggio ai travetti della soffittatura esistente prima dell’attuale volta, e altri legni, risalgono al X/XII sec. (risultati al radiocarbonio). Con ciò sono elementi stagionati che furono disponibili nei dintorni del colle Prodo.

La muratura del muro est, visibile da una foto scattata dopo l’incendio del 1921 (ora non visibile per le grate floreali), ha le caratteristiche per quanto si vede di un opus spicatum. L’opus spicatum (muratura a spillo, altrimenti detta a lisca di pesce) è frequente nella Palestina, mentre non lo è nell’area recanatese. L’opus spicatum del muro nord è molto poco curato strutturalmente tanto da dare l’impressione di uno strato addossato al muro portante; un accatastamento di materiale murario da conservare in ogni caso, come reliquia. Con tutta probabilità è materiale in parte proveniente dalle due porte aperta per l’uscita dei fedeli. Materiale quindi con valore di reliquia.

L’altare degli apostoli
L’altare degli apostoli si trova sotto l’altare attuale ed è protetto da una grata metallica. Il parallelepipedo di basamento è di pietre lavorate in superficie alla nabatea. Il basamento è sormontato dalla mensa sempre di pietra. E’ chiamato “altare degli apostoli” in base alla narrazione che gli apostoli andarono a celebrare l’Eucarestia nella Casa di Nazareth. L’altare degli apostoli è un altare paleocristiano costruito quando la Casa dell’Annunciazione divenne non solo luogo di visita, ma luogo di preghiera liturgica, cioè una domus ecclesiae.

L’intonaco, i graffiti giudeo-cristiani e gli affreschi del XIV-XV secolo



La Santa Casa a Nazareth quando i crociati la smontarono già da tempo era senza intonaco. All’interno apparivano le superfici delle pietre lavorate con tecnica nabatea. Sulle pietre i fedeli tracciarono dei graffiti, che si ritrovano a Loreto. I graffiti sono di carattere giudeo-cristiano e sono in pieno assimilabili a quelli ritrovati dagli archeologici a Nazareth.

L’intonaco a Loreto non venne rifatto, tuttavia da quota 2,50 m., ma anche a quota minore in un piccolo tratto, considerando alcune tracce di affresco, si trovano stesure di intonaco per affreschi.

Gli affreschi appartengono al XIV e al XV secolo al massimo, e sono in vario stato di conservazione, per la caduta di grandi parti dell’intonaco.

Le raffigurazioni della Madonna seduta con il Bambino sono sei. Si direbbero monotone ripetizioni, ma non è così perché la relazione Madre e Bambino è resa in maniera diversa; così le sei Maestà appaiono, vorrei dire, come dei fotogrammi. Si hanno poi due sant’Antonio Abate, in atteggiamento diverso: uno è seduto sullo scranno abbaziale, l’altro in piedi come in cammino. Altri santi sono affrescati una sola volta; così santa Caterina d’Alessandria, san Giovanni evangelista, san Luigi IX re di Francia con in mano le catene a ricordo della prigionia che subì durante la settima crociata, san Giorgio, san Francesco o sant’Antonio, san Bartolomeo con in mano il coltello, segno del suo martirio, e il libro delle Scritture, ciò secondo una precisa tradizione orientale.

Il fenomeno degli affreschi di carattere votivo dopo un centinaio di anni si arrestò. Anche il muro “bono et grosso” era all’esterno affrescato, come hanno annotato gli archeologi del 1962 - 65.




Il Sacello bramantesco

Giulio II (1503 - 1513) dispose che la Santa Casa venisse racchiusa in una splendido reliquiario di marmo. Ne affidò nel 1507 l’opera al Bramante, che ne fece il disegno tradotto poi in un modello di legno dal fiorentino Antonio Pellegrini, nel 1509.
Giulio II fu molto devoto del santuario di Loreto. Il 17 gennaio 1511, durante l'assedio di Mirandola, una palla di cannone, sparata dalle mura della città per colpirlo, lo sfiorò. Giulio II inviò la palla di cannone come ex-voto al santuariop di Loreto. La si trova appesa in alto, a destra contro il muro, dentro la Santa Casa.
Nel 1513 il modello venne presentato a Leone X, che ne rimase soddisfatto. Leone X nel giugno del 1513 affidò i lavori ad Andrea Sansovino. Dal 1531 i lavori vennero affidati a Raniero Nerucci e a Antonio Sangallo il Giovane. In seguito intervenne anche lo scultore Giovan Battista della Porta, che lavorò fino al 1572.

Il muro “bono et grosso” venne demolito, ma non del tutto. La non demolizione del muro “bono et grosso” a nord, con conseguente vuoto tra il muro della Santa Casa e il muro di appoggio dei marmi del Saccello, è immediatamente deducibile nella differenza di spessore che si nota tra la porta di ingresso al Sacello (nord) e quella di uscita (sud). A nord si ha lo spessore di 2,20 m., a sud si ha lo spessore di 1,52 m.

Lo spessore di 2,20 m. a nord permise la costruzione di una scala a chiocciola con la quale si accede al tetto del sacello. La porta che si nota a destra simmetricamente alla porta d’entrata (nord) dà accesso alla scala a chiocciola.

La parete marmorea del reliquiario venne affiancata a un muro di ancoraggio in mattoni, edificato a contatto col muro della Santa Casa, tranne il lato nord, come visto, per la rimanente presenza del muro “bono et grosso”. Il tetto a doppio spiovente, con sottostante soffittatura, venne eliminato e sostituito con l’attuale volta a botte.

Per finire il capolavoro d’arte che è il Sacello della Santa Casa ci vollero circa 70 anni.

L'immagine della Madonna
La prima immagine della Madonna col Bambino era su tavola, secondo il foglio 181, e secondo quanto dice Giacomo Ricci, che parla di "pittura". In un secondo tempo venne fatta una statua in legno. La statua venne portata da Napoleone, che fece saccheggiare il Santuario (1797), al museo del Louvre. L’immagine venne restituita l’8 dicembre 1802. La statua andò bruciata nell’incendio del 1921.
La statua della Madonna con Bambino ha la caratteristica di essere rivestita di una dalmatica. Il colore nero del legno, cedro del Libano, non ha altro significato che quello di riprendere, adattandole, le parole del Cantico (1,5-6): “Bruna sono ma bella… Non state a guardare se sono bruna perché il sole mi ha abbronzata”. Il sole è Dio, che ha investito della sua luce e del suo calore la Madre di Dio.


Testi consultati
Floriano Grimaldi, “La historia della chiesa di Santa Maria de Loreto”, ed. Carilo, Cassa di Risparmio di Loreto, 1993.
Alfieri N., Forlani E., Grimaldi F., “Contributi archeologici per la storia della Santa Casa di Loreto”, Loreto, 1967.
Monelli Nello, “La Santa Casa a Loreto - La Santa Casa a Nazaret”, Loreto, 1997.
Giuseppe Santarelli, “La Santa Casa di Loreto”, Loreto, 2014. Giuseppe Santarelli, “Loreto. L’altra metà di Nazaret”, ed. Terra Santa, Milano, 2016.