La reincarnazione o metempsicosi
   
 
  La reincarnazione
La reincarnazione è un inconcepibile antropologico tanto che la sua immissione nella cultura di molti popoli, deve essere avvenuta dall’esterno dell’uomo, da un’insidia dell’Abisso, non dalla riflessione dell’uomo su se stesso. Se qualcuno lo vuole, può partire dall’esperienza di allucinogeni, o dalla riflessione sui sogni, o dallo sguardo alla morte del corpo, ma non sono proprio spunto sufficiente per introdurre un dualismo nell’uomo, dove il corpo è inteso come contenitore provvisorio e mutabile dell’anima. Il substrato culturale della reincarnazione o metempsicosi è da ricercarsi nell’animismo, dove le realtà sono pervase da spiriti, poiché la metempsicosi estende il suo raggio anche alle pietre, piante e animali (Nella gamma più vasta che comprende animali, vegetali e pietre, si usa più propriamente il termine metempsicosi). L’errore forniva l’idea di un superamento della morte, con nuove esistenze, ma da vittoria sulla morte passò ad essere concepita come una realtà punitiva, ciò per l’affermarsi di speculazioni mistico-filosofiche in India e in Grecia. La reincarnazione si unì saldamente alle diverse situazioni sociali costituite, convalidandole e immobilizzandole.

L’ideologia della reincarnazione, stando ai dati che si possiedono per l’India, non ha estensione prima del IX - VII secolo, come si deduce dalle Upanișad (IX - VII sec. a.C.). In Grecia vi entrò nel VI secolo con l’Orfismo e il Pitagorismo. Per quanto riguarda il mondo animista africano non si hanno che scarsi dati, ma non appare essere una realtà presente dalla notte dei millenni. Il mondo Mesopotamico - Assiri e Babilonesi - non l’ebbero. Nell’Avesta (testi redatti in scritto tra il IV e il IX sec. d.C.) dello zoroastrismo non compare nei testi che si fanno risalire a Zaratustra (sec. X - VI ?) (i Gatha), e il concetto di risurrezione, che compare nei testi tardi (sec. IX d.C) dell’Avesta, non va affatto inteso come reincarnazione, perché del tutto fuori contesto. Religioni come quella degli Aztechi non l’ebbero, così pure non l’ebbero gli Egizi. E’ estranea agli Arii, popolo indoeuropeo, nei Veda, infatti, non c’è traccia delle rinascite (Anne-Marie Esnoul, 1908 - 1996). Prima della presenza degli Arii in India i Veda presentano una cultura religiosa a forte carattere sessuale; scavi archeologici hanno confermato culti di fertilità. La civiltà precedente a quella Ariana in India è molto complessa, tuttavia postuma a quella Assiro-Babilonese e Egiziana. L’idea della reincarnazione entrò nella Cina con il buddhismo; cenni antecedenti sono stati ipotizzati in connessione alla paura per gli spettri umani, trasformati in animali nocivi agli agricoltori. Un parallelo a questa credenza popolare si avrebbe presso i Romani nella festa dei pastori (Lupercali) dove dei giovani correvano attorno al Palatino con la finalità, oltre altre, di impetrare la difesa dell’abitato dai lupi e dagli spettri dei morti (revenants) che apparivano in forma di lupi.

L’idea della reincarnazione è estranea alla Bibbia e al Cristianesimo, come pure al Corano. Come l’etnologia ha constatato non penetrò in tutti i popoli.

Prima dell’ideologia della metempsicosi, c’era il politeismo, anche nelle forme di religiosità meno evolute, come quelle animiste africane centro-occidentali, in cui si può ancora ravvisare la presenza di un Dio supremo, creatore e organizzatore del mondo (Andrew Lang, 1844 - 1912; con le sue ricerche etnologiche aprì alla valutazione di un monoteismo primordiale, portata avanti da Wilhelm Schmidt, 1868 - 1954).

La reincarnazione come superamento della morte
Nella cultura africana centro-occidentale la reincarnazione si trova connessa con il desiderio di vincere i confini della morte per un’attuazione più piena di sé in modo da giungere al mondo celeste degli antenati. L’antenato può reincarnarsi per il mantenimento della compattezza delle tradizioni e dell’ordine interno di una tribù, Gli antenati sono dei potenti, tanto che l’anima che giunge a loro indegna anche di una reincarnazione capace di migliorarla, viene annullata, distrutta con il fuoco. Esiste un luogo sotterraneo dove stanno le anime in attesa di reincarnazioni.
Lo strato culturale africano, differenziato poi da tribù a tribù, possiede delle concezioni mitologiche con divinità anche zoomorfiche, e ciò fa sì che sia grandezza anche reincarnarsi in un animale, il che è assolutamente deprimente. I casi di reincarnazione ritrovati nell’Africa centro-occidentale sono, tuttavia, sporadici. Il contesto generale è quello dell’animismo, che è la tendenza ad attribuire un’anima a tutti gli enti, comprese le pietre. La stessa situazione la si trova nel Madagascar, e sostanzialmente anche in Australia.
Quello che è da notare che gli studi etnologici sono giunti a postulare una concezione preanimistica dal tenore più elevato, come l’adorazione di un Essere supremo, personale, raramente visto con un corpo, ma come realtà tutta speciale e omogenea. Non va considerato quindi l’animismo come la cultura primordiale dell’uomo. In Africa, nella religione egiziana non si ha traccia della reincarnazione. Erodoto (484 a.C. - 430 a.C) ne afferma l’esistenza, ma gli studiosi la escludono relegando l’appunto di Erodoto a qualche culto misterico di derivazione greca, dei cui membri Erodoto non vuole fare il nome.
Il desiderio di superare i limiti della morte è pure presente presso gli Eskimesi, che non hanno uno spiccato interesse per la vita nell’aldilà. Presso di loro il pensiero della vita supera quello della morte. Esiste tuttavia un aldilà costituito da un regno celeste sulla via Lattea e uno sotterraneo. La reincarnazione di un parente defunto è invocata per mezzo di una fanciulla, che viene segnata in una ritualità all’impegno di dare al futuro nato da lei il nome del defunto. Anche i resti ossei degli animali uccisi sono oggetto di ritualità al fine della loro reincarnazione cosicché non venga meno la cacciagione nel futuro. Presso i Tihlingit dell’Alaska (pellerossa), si aveva l’analogo della fanciulla, che veniva avviata a pratiche di digiuno e di preghiere a desiderare e accogliere la reincarnazione di un parente defunto. Il vantaggio prospettato alla fanciulla era quello di un buon matrimonio e di una lunga vita. Con ciò risulta chiara una collaborazione tra la sfera ultraterrena e i terreni al fine di garantire la reincarnazione di parenti.
Passando al centro America, gli Aztechi non avevano il pensiero della reincarnazione. I guerrieri morti in guerra o come eroici prigionieri, i mercanti che avevano fatto viaggi irti di pericoli meritavano dopo la morte l’accompagnamento del sole dal suo sorgere fino a mezzogiorno, poi lasciavano il sole trasformandosi in farfalle, segno delle anime, e colibrì, animale sacro al dio della guerra, Huitzilopochtli. Le donne morte durante il parto accompagnavano il sole da mezzogiorno fino al tramonto, dopo di che riapparivano in terra sotto forma di ombre fantasma. Nella mitologia azteca esistevano diversi luoghi paradisiaci destinati a quelli che avevano subito tipi di morte violenta, tra questi c’era il Tlalocan deputato ad accogliere le anime di quelli che erano morti in connessione con l’acqua, ad esempio gli idropici. Per i morti non appartenenti alle precedenti categorie spettava il Mictlan, che era situato nel mondo sotterraneo.
I Maya invece, secondo il Codice di Parigi, avevano il pensiero della reincarnazione. I defunti scendevano in un luogo dal quale potevano essere guidati dai riti sacerdotali verso un grembo di donna già gravido. Come presso gli Eskimesi e i pellerossa, il vettore della reincarnazione è l’azione concorde tra i vivi e i morti mediante l’esercizio di ritualità. Si ha così un ciclo perpetuo di morti e rinascite, che i Maya vedevano in qualche modo parallelo con la germinazione dei vegetali mediante i semi prodotti dai vegetali. L’uomo era concepito come al centro nel perpetuarsi delle cose per mezzo delle ritualità sacerdotali.

La reincarnazione punitiva
In India l’ideologia della reincarnazione o della metempsicosi non può essere apparsa prima del 9° secolo a.C. perché gli inni vedici, i più antichi testi nell'Induismo, di origine ariana, composti tra il XII e il X sec. a.C., non la menzionano (Anne-Marie Esnoul).  La dottrina della reincarnazione appare invece nelle Upanișad (IX - VII sec. a.C.).
La reincarnazione presenta il passaggio delle anime a nuovi corpi umani, anche (metempsicosi) di animali, e, con eco animista, in vegetali e minerali. L’ideologia reincarnazionista indiana non è intesa come ciclo della vita che si perpetua, ma innanzitutto come una realtà punitiva, un cammino doloroso per superare il karma (karman, in sanscrito “azioni”) accumulato. All’origine del cammino  reincarnazionista c’è un peccato compiuto dall’ātman, (l’io, il sé, l’anima; l’ātman è al maschile), molto vago, ma si può dire che, essendo parte del tutto, che è il Brahman, desiderò individuarsi, e così venne vincolato a un corpo, che gli fa sperimentare il peso della sua volontà di individuazione dal Brahman. Il concetto, panteista, si contrappone all’individualità, che era ben conosciuta. Infatti così si legge nella “Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, I, 4, 10”: “Chiunque adori una divinità diversa dall’Immensità [Brahman], pensando: ‹Essa è uno, io sono un altro›, non sa”. Con ciò si può dire che lo strato culturale religioso antecedente non era panteista.
Il punto antropologico del panteismo è che si vuole identificare l’uomo con la divinità, essendo parte della divinità, non una creatura in dialogo con lei. Il movente del panteismo è quello di essere divini rinnegando quanto ostacola questo, cioè il corpo e il desiderio di essere. Il panteismo promuove la ricerca dell’essere negando l’essere, e per l’uomo cercare il suo essere sottraendosi al suo essere è un circolo vizioso fatale.
Posto nel corpo, l’ātman (l’anima) sente il peso del suo essersi voluto individuarsi. Per liberarsi da tale carcerazione e ritornare ad essere stemperata nel Brahman, quale parte del tutto l’ātman deve eliminare il suo essersi individuato al prezzo di essersi carcerato in un corpo, che è individualizzante, ma anche prigione inesorabile. Come si vede la reincarnazione porta con sé il concetto dualista: anima e corpo distinti, e non uniti, in modo tale che l’anima sia la forma sostanziale del corpo, avendosi così l’unità dell’uomo. La coscienza di non essere in un corpo, ma di avere un corpo è universale, e uscire da questa verità è lasciarsi prendere dall’ideologia dualista. Fin tanto che il pensiero di essere, del desiderio di vivere nella carne, prevale su quello del non essere, l’ātman deve reincarnarsi, in altri corpi, fino all’estinzione del peso delle azioni compiute, cioè del karma contratto. La reincarnazione punitiva ha un riflesso imponente nella struttura sociale dell’India, fondata sul sistema delle caste, rigorosamente non comunicanti tra di loro. Questo sistema millenario, nonostante sia stato ufficialmente abolito nel 1950, è ancora presente e conserva influenza nella società indiana. Appartenere a una casta alta è il segno di essere alle soglie della eliminazione dal karma, appartenere a una casta bassa è il segno che si è ancora molto lontani. Le caste principali sono: i brahmani, cioè i sacerdoti; i kshatriya, cioè i guerrieri e nobili; gli vaisya, gli agricoltori, i commercianti e artigiani; e i shudra, mezzadri e servi. Da una classe bassa, per coerenza di vita, si può passare, in una successiva reincarnazione, ad una classe più alta, come si può retrocedere. Quella vertice, cioè prossima alla liberazione è quella dei brahmani. Ed ecco il punto: Solo la reincarnazione funge da comunicazione tra le caste. Matrimoni tra appartenenti a caste diverse sono assolutamente proibiti.
Come si vede la lotta contro il volere essere individualità, che separa dal Brahman, si scontra col l’essere rigido invalicabile delle caste.
La reincarnazione è socialmente deprimente anche riguardo ai padri e alle madri, che non vengono ad avere la dignità di essere procreatori dei loro figli, ma solo dei generatori di altre vite, che hanno altri padri e altre madri. Ogni padre e ogni madre sono solo un episodio transitorio nel processo di reincarnazione degli ātman. La natura umana sorpassa nei fatti la dottrina della reincarnazione, così avulsa dall’uomo, ma incide indubbiamente nelle relazioni familiari.

La questione del karma
E’ un fatto universale che dopo aver commesso una mancanza l’uomo senta di aver compromesso la sua realtà interiore, di avere sporcato la sua anima, la sua coscienza. E’ un fatto universale che l’uomo dopo cerchi di reintegrarsi con purificazioni e oblazioni. Ciò è presente in tutte le religioni. Presso gli induisti questo fatto universale è vissuto dentro la realtà della loro cultura religiosa, segnata dal panteismo e dal reincarnazionismo. Il reincarnazionismo può esistere anche senza il panteismo come in Platone, ma unito al panteismo diventa di una complessità particolare.
Il panteismo è una concezione del divino e del creato dove le due realtà diventano una sola realtà.
Il panteismo o deve negare al mondo creato, uno e discontinuo nello stesso tempo, i segni della contingenza, del divenire, dell’insufficienza rispetto all’Assoluto, o deve introdurre in Dio il divenire e la molteplicità. L’induismo ha scelto la seconda strada; infatti il Dio supremo è Il Brahaman che ha unita a sé la materia primordiale (etere, aria, fuoco, acqua e terra), coeterna a lui. Da tale materia, per mezzo della formazione dell’uovo cosmico, procede la forma di tutte le cose. Il Brahaman impersonale è così la super-sostanza di tutte le cose. Brahaman, l’Assoluto personale, per emanazione di sé ha dato forma e vita alle varie divinità, le cui principali sono Brahma, Siva, Visnu, Brahaman diventando molteplice, ha delegato ad esse il suo essere personale, diventato così impersonale. La colpa dell’uomo è quella di volersi individualizzare dal Brahaman, così ogni azione che rimarchi il suo volere essere distinto perturba tutto il cosmo, il cui essere sostanziale, immanente, è il Brahaman; e l’uomo vi fa parte appartenendo al tutto. Il karma parte dal soggetto e ritorna al soggetto perché la perturbazione causata nel cosmo non può che ritornare a lui, come impronta in lui, come peso da scontare. Se l’azione è buona, l’azione non perturba il cosmo e ritorna al soggetto come fonte di bene, se cattiva avviene il contrario. La legge di diffusione del karma nel cosmo è quella della causa/effetto, cioè una causa produce un effetto, il quale diventa causa di un altro effetto, tale azione causa/effetto è adŗșţa = invisibile. Ecco le parole del sito aconfessionale “corsodireligione.it”: “Per la legge del karma l’energia dell’azione di un essere senziente interagisce con tutto l’universo e alla fine in qualche modo ritorna sulla causa iniziale (adŗșţa) la cui impronta è nell’essere che l’ha prodotta, ristabilendo così l’ordine, l’equilibrio, l’armonia”. Il punto è che innumerevoli azioni perturberebbero il cosmo, e inevitabilmente lo investirebbero simultaneamente, intersecandosi e interagendo, cosicché il risultato di ritorno passerebbe attraverso le perturbazioni globali, e giungendo ai soggetti non sarebbe in maniera singolare - come ci si aspetterebbe senza aver fatto adeguato ragionamento -, ma in maniera solidale e condizionata dal karma altrui. Sempre nello stesso sito si legge: “Il principio karma rende tutti gli esseri senzienti (cioè sensibili; si evita la parola razionali) responsabili di tutti i karma che essi determinano negli universi”. Occorrerebbe un giudizio divino e non un’azione in automatico. In automatico si ha quando direttamente tocca l’individuo, così come tutti intendono e percepiscono, ma l’azione cosmica fa sì che oltre tale automatico - difficile da pensare -, non si ha la garanzia della retta applicazione a ciascuno del karma secondo la sua responsabilità o merito. Per determinare il karma di ognuno ci vorrebbe invece un giudizio divino. E qui il discorso va alle varie scuole che si interrogano sul tema; infatti, il sito aggiunge: “Chi stabilisce quali sono le azioni-karma buone e quali quelle cattive? Ci sono molte scuole filosofiche che speculano sui testi della tradizione giungendo a conclusioni diverse”.
La questione del karma al di fuori del panteismo è comprensibile, ma nel panteismo diventa confusa, stranamente numinosa, producendo stati d’animo non conciliabili con la razionalità.

Buddhismo
La rivoluzione di Buddha (556 a.C. - 486 a.C.) nell’induismo la si può vedere come rivoluzione contro le caste, da lui considerate come un fatto sociale. Chiunque poteva accedere alla liberazione del nirvana attraverso sentieri ascetici. A quanto di personale poteva contenere ancora l’ātman nella concezione per caste, Buddha oppose l'anātman (il non sé), cioè, un non sé persistente, senza un'esistenza indipendente. Ma di fatto un sé, come principio di conoscenza, Buddha lo conservò, per ineludibile necessità antropologica.
Buddha ereditò dall’induismo l’ideologia della reincarnazione. Più che di reincarnazione bisognerebbe parlare di "rinascita", poiché l'anātman, il non sé, concepito come energia vitale facente parte del Brhaman, non rimanderebbe al concetto di reincarnazione dell’ātman; ma, in concreto, un sé, principio di conoscenza, Buddha lo conservò, poiché il nirvana (che vuol dire “estinzione” ovvero libertà dal desiderio di voler essere un sé) coincide con il massimo di consapevolezza della propria realtà, e logicamente non si ha consapevolezza senza conoscenza.
Per il buddhismo, che separa nettamente le caste induiste dalla concezione reincarnazionista, l’essere in un corpo di uomo, è già la condizione ultima per giungere al nirvana. La “rinascita” avverrà in un altro corpo di uomo, ma non si può escludere, per la legge del karma, anche se oggi piace parlare di evoluzione delle “rinascite” dalle forme inferiori - anche pietre ricalcando l’animismo - a quelle superiori, fino all’uomo, una regressione nel mondo animale. Per evitare l’animismo c’è chi sottolinea che Buddha si è occupato solo del cammino dell’uomo verso il nirvana, e che solo ciò ha valore. La colpa di volere essere un sé, sarebbe all’origine della segregazione punitiva nei vari gradi dell’esistente: mondo minerale, poi mondo vegetale, poi mondo animale e infine mondo umano.
Il buddhismo non si concentra sul rapporto con la divinità, ma sull’estinzione del dolore, del quale trova la radice nel desiderio di avere, di dominare, di godere, tutto ciò coincide, per il buddhismo, con il desiderio del vivere. Il buddhismo viene a presentare, quale estremizzazione del pensiero brahminico, la filosofia del non essere. Anche l’odio, l’invidia, turbano e dunque vanno estinti, ma per sottrarsi al dolore a cui va incontro l’odio e l’invidia, e ciò è ben distante da quello che vuole il Vangelo, che non chiede di ritirarsi davanti al dolore, ma di affrontarlo con la forza dell’amore che viene da Dio, per cambiare la storia. Il buddhista ha una visione pessimista della storia, che è estranea al cristianesimo. Per il buddhista si ha una benevolenza universale verso tutti gli esseri, che consiste nel porsi su di un piano di sottrazione dal dolore. Dicendo tutto in poche parole, il buddhismo combatte la carne - parlo nel senso di cui ne parla san Paolo (Rm 8,4-13; ecc.) - per la carne, cioè per il piacere sottile dell’essere fuori da dolore, da quello che viene dal voler essere un sé, un ego, che resiste al dissolversi nel Brahman. E’ noto che Buddha cominciò il suo cammino dopo aver visto i dolori, le infamie del mondo, e pensò che la fonte del dolore è nel desiderio di essere un sé. Non si vuole negare che ci siano uomini e donne in buona fede che vivono il buddhismo oltre lo stesso buddhismo.
Il buddhismo prevede la figura del bodhisattva (essere illuminazione) che si pone a servizio della liberazione degli anātman dall’ignoranza causata dal karma. La figura del bodhisatta prevede tre gradi: apprendista, terreno (ancora imperfetto), e per ultimo quello trascendente di chi potrebbe raggiungere il nirvana, ma volutamente, avendo compassione degli uomini, non lo raggiunge per potersi reincarnare al fine di liberare le anime dalle sofferenze date dalle catene del karma. La figura del bodhisattva è pensata così come garante della continuità del messaggio buddhista, con un valore di compattezza societaria. Il Dalai Lama, ad esempio, sarebbe un bodhisattva. Il problema sta nel trovare il bodhisattva reincarnato e qui si tratta di plasmare un bambino a credersi tale. Non sarebbe poi molto difficile ai cinesi tramare per farsi un bodhisattva, un Dalai Lama docile a loro. Per questo il Dalai Lama (Tenzin Gyatso) ha fatto intendere (intervista del giorno 8 settembre 2014 su Welt am Sonntag) di non volersi più reincarnare, per non arrivare al rischio di un Dalai Lama debole, cioè manipolato da Pechino. Con ciò, senza avvedersene, ha rivelato la sua personale - non istituzionale - incertezza sulla reincarnazione; infatti, se si reincarnasse non si avrebbe un Dalai Lama forte, e non debole? Ha poi aggiunto che il complesso religioso monastico tibetano è molto forte. Ciò fa intendere che se venisse un altro bodhisattva reincarnato lo saprebbero distinguere; ma anche qui il Dalai Lama mancherebbe di generosità in mezzo alla situazione difficile del Tibet.
La concezione delle vita secondo il buddhismo passò al taoismo (Cina), non prima del terzo sec. a.C. Prima in Cina c’era uno strato culturale che si può definire animista con la credenza nella trasformazione di spiriti di defunti in animali nocivi all’uomo. Questo favorì l’attecchirsi del buddhismo.

Nel mondo greco
La religione tradizionale greca era il politeismo, con a capo il dio Zeus. L’aldilà era pensato con il premio nelle Isole felici celesti, oppure con la punizione dell’Ade, che giungeva ad essere eterna nel luogo più profondo, il Tartaro, luogo degli insalvabili.
La tradizione riferisce che fu (600 a.C.) Ferecide di Siro a introdurre in Grecia il pensiero della metempsicosi. Ferecide di Siro la trasse dall’Orfismo, che dal sec. VI stava già operando avendo origine dal dualismo iranico: principio del bene (Aura Mazda), principio del male (Ahriman). Il dualismo iranico venne inserito nel culto greco di Dionisio, utilizzando il mito di Dionisio sbranato e mangiato dai Titani. I Titani per avere ucciso e mangiato Dionisio, vennero fulminati da Zeus, e dalle loro ceneri si formò l’uomo. Così l’uomo risulta composto di bene (le carni di Dionisio divorate dai Titani) e di male (i Titani). Il bene è la scintilla divina dell’anima, il male è il corpo che è la prigione, la tomba della scintilla divina. Scopo dei riti orfici era quello di liberare la scintilla divina dalla tomba del corpo. Qualora la liberazione non fosse attuata per mancanza di corrispondenza al dettato orfico la scintilla divina si reincarna per una nuova opportunità, ma dolorosa, traumatica, di purificazione dalla materia titanica. Ferecide di Siro ebbe influsso nella formazione di Pitagora (580/570 a.C. - 495 a.C.) che abbracciò la metemspicosi orfica. Il mondo orfico, con la sua concezione negativa della reincarnazione (anche in forme animali e vegetali: metempsicosi), è in rapporto non con la cultura indoeuropea (Cf. Celti), che aveva della reincarnazione un concetto non punitivo, ma con il mondo indiano, che nelle Upanișad, manifestava l’idea punitiva della metempsicosi. Fu il culto misterico dell’Orfismo, pur non riuscendo a prevalere sul culto classico greco, a trasmettere a Platone (426/427 - 348/347) il dualismo anima-corpo e il pensiero della reincarnazione, anche regressiva in animali, a cui corrispondono i vizi avuti: i dediti alla carnalità si reincarnano in asini; i violenti in volpi e gatti; i giusti, ma non perfettamente elevati alla conoscenza filosofica, in api e formiche. Da Platone la reincarnazione (metempsicosi) passò ai neoplatonici e a correnti gnostiche ed esoteriche. L’idea della reincarnazione fu seguita dagli stoici. Giunse a Plotino (203/205 d.C. - 270 d.C), Giamblico (250 ca. - 330 d.C.), Proclo (412 - 485 d.C.).         
Questo il passo di Plotino nelle Enneadi (Ed. Rusconi, 1992; pag. 769) dove tratta della prima colpa: “Il castigo della prima colpa è il fatto stesso di discendere (…). E così l’anima, benché sia un essere divino e venga dagli spazi superiori, discende all’interno del corpo; essa, che è l’ultima entità divina, con inclinazione spontanea viene quaggiù per esercitare la sua potenza e porre ordine in ciò che si trova dopo di essa; e se poi riesce a fuggire al più presto, non riceve alcun danno per aver sperimentato il male e aver conosciuto la natura del vizio”.

Aristotele, ovvero ragione e realtà
Aristotele (383/384 a.C. - 322 a.C.) si pone diversamente da Platone, superando il dualismo corpo-anima, approdando all’unità “sinolo” (dal gr. σύνολον, comp. di σύν «con» e ὅλος “tutto”) di "anima e corpo". La forza di Aristotele sta tutta nell’ascolto di se stesso, senza lasciarsi determinare da Platone, del quale ne seguì l’insegnamento per vent’anni. Platone nella sua filosofia ebbe un afflato mistico, che né Socrate né Aristotele vollero avere, per fare oggettiva indagine del vero. Pur conservando venerazione per Platone (quando Platone morì Aristotele aveva 38 anni), Aristotele se ne distaccò dottrinalmente. Aristotele non conobbe Socrate, ma ne recepì il metodo dialettico, fondato sul dialogo, per cogliere le contraddizioni dell’interlocutore, e anche le proprie, al fine di giungere alla verità. L’apporto socratico nella formazione di Aristotele è della massima importanza. Socrate (469/470 a.C. - 399 a.C.) ebbe il grande merito di condurre l’uomo ad ascoltare se stesso e gli altri (maieutica) sorpassando con il dialogo le posizioni inconsistenti e contradditorie oscuranti la verità. Platone fu in amicizia con Socrate che restò suo maestro fino alla sua morte; la dottrina della metempsicosi è però del tutto estranea a Socrate.
Aristotele non ha sviluppato la dottrina della spiritualità e immortalità dell’anima, ma ne fa un breve accenno nell’Etica a Nicomaco (I, c.13).
Tuttavia, nel “De generazione animalium” (II, 3) dice che mentre tutte le altre forme dei corpi vengono dal di dentro dei corpi, perché sono forme materiali (forma e materia, sono i determinanti di un corpo), l’anima dell’uomo, che è intellettiva e che non esercita la sua operazione mediante un organo corporeo, non è una forma materiale, ma “viene dal di fuori”.
Nel “De anima” (I, 4) Aristotele dice che l’intellezione non partecipa del corpo. Tuttavia amore e odio non sono attività della sola anima, ma vi partecipa anche il corpo. L’anima è l’atto o forma del corpo, e non è quindi separata dal corpo (II, 1). Sono essenzialmente diverse le sensazioni dall’intellezione: le prime sono legate agli oggetti esteriori, le seconde hanno per proprio oggetto i concetti universali. I concetti non sono fantasmi, ma non si possono avere senza fantasmi (III, 8). L’anima (intelletto) dev’essere ritenuta non mista al corpo, altrimenti dovrebbe avere qualità corporee, come essere fredda o calda, e dovrebbe avere un organo corporeo, come la facoltà sensitiva; invece non ha né qualità corporee, né un organo corporeo. (Cf. Vol I, “Enciclopedia filosofica”, pag. 351. Ed. Sansoni, Firenze, 1957). Non c’è il minimo spazio per la reincarnazione o metempsicosi in Aristotele.

L’inesistenza sperimentale della reincarnazione
Il fenomeno culturale-religioso della reincarnazione non si presenta come un’esperienza verificabile del singolo che indaga su se stesso. Nessuno, infatti, ha memoria di vite passate, e i casi (12, più alcuni altri) che ha voluto avanzare Jan Stevenson (1918 - 2007) nel libro “Bambini che ricordano vite passate”, sono casi all’interno di ambienti reincarnazionisti di matrice orientale o occidentale, cioè quelli legati la mondo dei medium. Nessuno di questi casi è stato recepito con vaglio scientifico e non ha presso gli studiosi alcuna conseguente credibilità. Jan Stevenson non è considerato un autore scientifico. Il suo procedere è caratterizzato da un ammassare materiale per la sua tesi reincarnazionista, che andrebbe non solo valutato con rigore, ma anche in buona parte scartato da un’immediata selezione.
Il ricorso all’ipnosi regressiva per dimostrare la reincarnazione (cioè la memoria di vite passate) non garantisce oggettività di risultato, bastando una piccola suggestione indotta a determinare racconti di vite passate. Questo lo ha ammesso anche Jan Stevenson, il quale ha creduto di poter dimostrare l’inizio della diffusione della credenza sulla reincarnazione a partire da casi di bambini.
Quello che bisogna affermare è la strettissima connessione della memoria sensitiva con il cervello, come tutti sanno. Esiste anche la memoria intellettiva (S. Tommaso d’Aquino, “Summa Teologica”, 1, q. 79, a. 6-7) (idee, concetti) che si realizza attraverso l’esperienza dei sensi secondo quell’assioma della filosofia scolastica che dice: “Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu” (“niente è nell’intelletto, che prima non sia stato nei sensi”). Assioma accolto anche dall’empirista John Locke, e del resto corrispondente all’esperienza di ognuno. Non vale, infatti, citare le idee innate professate da Platone reincarnazionista, perché sia Platone che i suoi sostenitori hanno dovuto ammettere una attività dei sensi nella conoscenza. Ora l’incongruenza è che l’anima di un defunto reincarnata si trova con un cervello diverso, e ricordi, date, immagini, nomi, frasi, non si possono esprimere con un cervello diverso, che immagazzinerà altre immagini, suoni, parole, impressioni tattili.
Il fenomeno del déja-vu (del già visto) non può essere minimamente avanzato, sia per quanto detto sopra, sia perché ha trovato la sua spiegazione ad opera dell’equipe del premio Nobel per la Medicina (1987) Susumu Tonegawa. Il fenomeno si attua nell’ippocampo dove si memorizzano distintamente anche luoghi simili, ma se con il luogo antecedente, molto simile, e che sembra già visto, c’è una forte connessione emotiva permanete si può avere la sensazione del déja-vu. Il déja-vu è fenomeno tipico di alcuni soggetti epilettici.
La capacità di una intelligenza è legata non a vite passate, dove si sarebbe accumulato il sapere, ma all’organizzazione del cervello dell’individuo. Ho detto organizzazione, e non proprio volume del cervello, come si crede popolarmente. Einstein aveva un cervello più piccolo della media, ma aveva una struttura iperconnessa, ed è questa che gli ha dato le chance che ha avuto.
Tutto diventa assurdo pensando alla reincarnazione in animali. Il cervello di un coccodrillo, è ben diverso da quello umano, eppure si continua a divulgare la reincarnazione rilanciata dalla teosofia, dallo spiritismo, e dal buddhismo in diffusione nell’Occidente.

L’insegnamento della Bibbia
La Bibbia esclude decisamente la reincarnazione. nulla nel Vecchio Testamento e nulla nel Nuovo. Sempre il Vangelo parla di una sola vita alla quale segue immediatamente il giudizio. La parabola di Lazzaro e del ricco epulone si esprime chiarissimamente (Lc 16,19s). La parabola delle dieci vergini presenta l’impossibilità di mutare condizione poiché la porta rimane chiusa per le cinque vergini stolte (Mt 25,1s). Le esortazioni di Gesù alla perseveranza di fronte al pericolo di non essere trovati pronti nella fede al termine della vita, poiché non ci sono tempi successivi di recupero. (Mt 24,42s; 25,13; Mc 13,33; Lc 12,35s).
Medesimo insegnamento lo si ha nelle lettere di Paolo, di Pietro e di Giacomo e nell’Apocalisse (Gal 6,9-10; 1Cor 9,24-27; 2Cor 5,1-10; 1Ts 5,2-3; 1Pt 1,3-8; 2Pt 3,10;Gc 4,13-15; Ap 11,10-11; 16,15).
La lettera agli Ebrei (9,27) presenta poi queste parole categoriche: “E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo (…)”.
Pure il testo di (Gv 9,1) boccia la reincarnazione: “Passando, vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: ‹Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?›. Rispose Gesù: ‹Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui vengano manifestate le opere di Dio›”. I discepoli vedendo un cieco nato ricorsero alla teologia di allora che vedeva la malattia come causa di un peccato, ma per il cieco nato il fatto personalmente non poteva porsi, e questo era probabilmente uno spunto per la reincarnazione, e i discepoli erano in difficoltà, non in stato di accoglienza della reincarnazione. Scartando questo si dovevano mettere in campo i genitori presentando che le colpe dei genitori ricadono sui figli (Es 20,5), ma anche questo non andava perché ognuno è responsabile delle sue colpe (Ez 18,2s). Gesù afferma che nessuna delle due letture è vera. Gesù perciò boccia la reincarnazione.

Tentativi di strumentalizzazione dei testi biblici
Nel passo in cui Gesù domandò agli apostoli: (Mt 16,13s): “‹La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?›. Risposero: ‹Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti›”. C’è qualche reincarnazionista che vi vuole vedere l’accettazione che un profeta del passato potesse reincarnarsi nel Cristo. Ma le cose stanno ben altrimenti. Giovanni il Battista, già ucciso, sarebbe dovuto essere un neonato per essere un reincarnato. Elia era stato visto salire al cielo (2Re 2,11; 1Mac 2,58; Sir 48,12) e sarebbe ritornato prima del “giorno grande e terribile del Signore” (Mal 3,23), quindi lo si riteneva vivo. Per Geremia o qualcuno dei profeti ci si riferisce alla risurrezione, che era punto fermo della fede dei farisei, mentre i sadducei invece non vi credevano, ma neppure credevano nella reincarnazione. Contro i Sadducei Gesù affermò la risurrezione (Mt 22,23s), e dunque Gesù se fosse stato la reincarnazione di uno degli antichi profeti doveva professarsi tale.
Altro passo nel quale si vuole vedere un accenno alla reincarnazione è il seguente (Mt 17,11): ”‹Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?›. Ed egli rispose: ‹Sì verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto›”. Gesù non rinnega quanto dicevano gli scribi circa il ritorno di Elia, afferma, tuttavia, che “Elia è già venuto” (Cf. Mt 11,14). Ora poiché Giovanni il Battista disse che lui non era Elia (Gv 1,21), ne segue che Gesù parlava di Giovanni il Battista, del quale l’angelo apparso a Zaccaria disse: “Camminerà innanzi a lui (Cristo) con lo spirito e la potenza di Elia” (Lc 1,17). Giovanni è dunque quell’Elia, quella voce profetica che aveva la forza e potenza di Elia (Is 40,3). E’ a questa voce che Giovanni si rapporta (Mt 3,3; Gv 1,3). Ne segue che è del tutto abusivo usare del passo per insinuare la reincarnazione.
Passo di cui però si abusa dell’episodio del cieco nato è (Gv 9,34), e per farlo lo si deforma con questa traduzione: “Tu sei venuto al mondo ricoperto di peccati e vuoi farci da maestro”. E’ evidente l’insinuazione dell’esistenza di un karma. Occorre dunque rifarsi al testo originale graco, e a traduzioni autorevoli: “Ἐν ἁμαρτίαις σὺ ἐγεννήθης ὅλος, καὶ σὺ διδάσκεις ἡμᾶς; καὶ ἐξέβαλον αὐτὸν ἔξω”.
La traduzione Volgata è: “In peccatis tu natus es totus et tu doces nos?”.
La traduzione “La Sacra Bibbia” ed. Marietti 1960; Vangelo di Giovanni a cura di Salvatore Garofalo: “Sei stato generato tutto intero nei peccati e ci fai lezione?”.
La traduzione secondo Giovanni Diodati (calvinista), 1994, ed. 2006: “Tu sei nato completamente nei peccati e vuoi insegnare a noi?”.
La traduzione “Bible de Jerusalem” (1973): “De naissance tu n'es que péché et tu nous fais la leçon!”. (“Dalla nascita sei solo peccato e vuoi farci la lezione!”).
La traduzione ”Œcuménique de la Bible” (2010): “Tu n’es que péché depuis ta naissance et tu viens nous faire la leçon!”. (“Tu non sei che peccato dopo la tua nascita e vieni a farci la lezione!”).
La traduzione “E. Osty et J. Trinquet” (1974): “Toi, tu n’es que péché depuis ta naissance, et c’est toi qui nous fais la leçon!”. (“Tu, tu non sei che peccato dopo la nascita e vuoi farci la lezione!”).
Traduzione CEI (2008): “Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?”. La traduzione segue la Volgata.
In nessuna di queste autorevolissime traduzioni c’è l’insinuazione di un karma.
Il loro senso è questo: hai cominciato a vivere nei peccati dalla nascita, cioè da sempre, e perciò non puoi insegnarci alcunché. Le parole di quei farisei sono solo parole di offesa e di espulsione dalla sinagoga.

Altro testo di cui si abusa è (Gv 3,4). Si vorrebbe insinuare una qualche accettazione della reincarnazione, ma il testo respinge questo abuso. “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre?. Rispose Gesù: ‹In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito di Dio è spirito”.

La posizione dei padri della Chiesa



Nettamente la patristica è su posizioni diametralmente opposte alla reincarnazione.
Va chiarito, questo, perché molta confusione hanno portato errate citazioni di padri della Chiesa da parte di reincarnazionisti.

San Giustino, filosofo e martire (100 - 162/168) rifiutò la reincarnazione o metempsicosi. Discutendo con l’ebreo Trifone in termini filosofici e prima della conversione Giustino afferma che l’uomo non ha nessuna coscienza di avere avuto vite passate, come non ha coscienza di sue esistenze future. Se si tratta di punizione dovrebbe avere la consapevolezza delle proprie colpe (Dialogo con Trifone 4,4-7; 5,5): Dice Trifone: “Anzi vorrei dire che esse non sono neppure punite se non hanno coscienza della punizione”. Risponde Giustino: “Infatti è così”. Riprende Trifone: “Le anime, in conclusione, né vedono Dio né passano ad altri corpi. In caso contrario, infatti, sarebbero state consce di venire in tal modo punite e avrebbero temuto di ricadere in peccato per l’avvenire. Esse tuttavia possono arrivare a capire che Dio esiste e che giustizia e pietà sono cosa buona: su questo sono d’accordo con te, disse”. Giustino risponde: “Hai ragione, dissi a mia volta". (Dialogo con Trifone 6,1-2) Giustino afferma che l’uomo vive per l’anima, che non rimane sempre unita al corpo, come avviene, appunto, con la morte. L’anima vive, ma non è essa stessa la vita, partecipandola da Dio. Ora quando Dio fa cessare di esistere l’anima questo avviene perché lo spirito, che dà la vita all’anima, si separa dall’anima “che torna là di dove è stata presa”. Con ciò Giustino non fa una professione della preesistenza delle anime e della loro caduta nei corpi per un peccato compiuto nelle sfere celesti. Non sempre il suo pensiero è esatto, ma certo è che da ammiratore di Platone e di altri filosofi, passò all’amore per i profeti biblici e di quelli che sono amici di Cristo (Dialogo con Trifone, 8, 1). Nessuna traccia dell’apokatastasis, che verrà avanzata da Origene. Nella Seconda apologia VI, si legge: “La verità, è che il Signore, invece, fin da principio, ha creato pienamente padrona di sé la natura angelica e la natura umana; e gli angeli e gli uomini, secondo giustizia, saranno dunque puniti per le loro colpe nel fuoco eterno”.

Clemente Alessandrino (150 ca. - 215 ca.) non ha sostenuto la preesistenza delle anime, come si vorrebbe da qualcuno considerando alcuni suoi testi, che, invece, non fanno che poggiarsi sui testi di san Paolo (2Cor 5,6-10) (Stromata IV, 26, 166, 1-3; Qui dives salvetur, 3, 26, 33, 36). Al contrario, decisamente, Clemente Alessandrino, afferma, contro Basilide (gnostico), che l’anima non è una realtà sopramondana (Stromata IV, 26, 165, 4). Il che vuol dire che non esiste la preesistenza dell’anima. Clemente Alessandrino presenta solo una preesistenza ideale dell’uomo stesso nella mente divina, secondo la quale viene formato da Dio (Stromata IV, 23, 150, 2): “Poiché non senza rappresentazione o senza forma avviene la creazione nell’officina della natura, ove si compie misteriosamente la generazione dell’uomo”. L’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e l’anima razionale vivifica il corpo quale principio della sua costituzione vitale (Stromata VI, 16, 134, 2; 135, 2.4; 136, 1-2). Clemente rigetta la metensomatosi (metensomátosis), cioè il passaggio dell’anima da un corpo a un altro (Stromata III, 3, 13,2): “Essi fanno cadere l’anima, che è divina, quaggiù nel mondo, come in un luogo di supplizio e, a parer loro, le anime introdotte nei corpi si devono purificare. Vogliono che le anime si introducano nei corpi e vi si leghino e vi si travasino passando [d’uno in altro]”. Clemente Alessandrino, seguendo l’errore di Erodoto, fa provenire questa teoria dalla teologia egiziana (Stromata VI, 4, 1), passata poi ai greci.

Origene (185 - 254) distinse tra verità di fede e ipotesi teologiche, e si dette molto alle ipotesi, ma non controllandole sempre con la fede, giunse a errori contro la fede. Il suo tentativo fu quello di conciliare le teorie platoniche con il cristianesimo (De Principiis, II, 8,4; PG 2,224). Egli professò con Platone la preesistenza delle anime cadute poi in un corpo, e avanzò l’idea della reincarnazione come processo di purificazione (san Gerolamo contro Origene; lettera ad Avito). Sostenne l’apokatástasis, cioè la finale “reintegrazione” dei dannati e anche dei demoni, il che voleva dire la non eternità dell’inferno.

L’apokatástasis professata da Origene venne seguita da Gregorio di Nissa (335 - 395), da Didimo il Cieco (313 . 398), e, in maniera sfumata, da Gregorio Nazianzeno (329 – 390 ca.) e da Massimo il Confessore (579 – 390).

Grande difensore di Origene, oggetto di aperte critiche autorevoli, tra le quali san Gerolamo, fu Tirannio Rufino (345 ca. - 411) (Rufino scrisse a papa Anastasio sostenendo Origene: “Apologia ad Anastasium papam”). Sant’Anastasio fu pontefice dal 399 al 411.
La dottrina dell’apokatástasis di Origene venne condannata dal Concilio di Costantinopoli del 543, presieduto dal patriarca Mena di Costantinopili, con l’approvazione di papa Vigilio. “Se qualcuno dice o ritiene che il supplizio dei demoni e degli empi è temporaneo e che un tempo finirà e che ci sarà l’apocatastasi o reintegrazione dei demoni e degli empi, sia anatema”.
Nel V Concilio ecumenico di Costantinopoli (553) venne condannata la tesi sulla preesistenza delle anime, professata da Origene. “Chiunque dichiari o pensi che l'anima umana preesistesse, ossia che sia stata spirito o sacra podestà, ma che sazia della visione di Dio si sia volta al male e che in questo modo il Divino amore si sia raffreddato in lei e sia pertanto divenuta anima, precipitando per castigo nel corpo, anatema sia”.

Sant’Agostino (354 - 430) si oppose alla reincarnazione e metempsicosi, dopo un cammino di indagine, concludendo, dopo la sua conversione, con un’aperta e convinta adesione alla dottrina della Chiesa.
Nel “Contra Academicos”, scritto da Agostino quando aveva 32 anni (386), cioè circa un anno prima della sua conversione avvenuta a 33 anni, Agostino in un passo si rivela ancora aderente alla teoria della reincarnazione (Libro terzo, n° 18,41): “Le parole di Platone, le più pure e limpide in filosofia, fugate le ombre dell’errore, tornò a risplendere soprattutto in Plotino. Egli, filosofo platonico, fu giudicato tanto simile al maestro da sembrare che fossero contemporanei, ma è tanto l’intervallo di tempo da far ritenere che il primo si sia reincarnato (revixisse) nel secondo”.
Nelle Confessioni scritte nel 398 (Libro primo, n° 6,9) Agostino, che evidentemente ancora riflette su Platone e Plotino, pone delle domande a Dio circa una sua vita preesistente, concludendo che nessuno poté dirgli qualcosa, come neppure la sua memoria. Conclude che Dio certamente ride di tali domande e non lo vuole impigliato in esse, ma piuttosto si aspetta la lode per quanto sa di lui. Questo il testo, ampiamente abusato dai reincarnazionisti: “Su questa mi fu dato invero qualche ragguaglio, e io stesso, del resto, vidi qualche donna incinta. Ma prima ancora di questa, o mia dolcezza, mio Dio? Fui da qualche parte, fui qualcuno? Chi potrebbe rispondermi? Non ho nessuno; né mio padre né mia madre poterono dirmelo, né l’esperienza altrui né la memoria mia. O tu ridi di me, che ti pongo tali domande, e mi ordini di lodarti piuttosto e confessarti per quanto so?”.
Ma, nel “De Civitate Dei”, scritto tra il 413 e il 426, Agostino si oppone alla reincarnazione e metempsicosi. (Libro decimo, n° 30): “Porfirio su questa dottrina (metempsicosi) si è in gran parte ravveduto, tanto da ritenere che le anime umane possano essere calate soltanto in uomini e non ebbe alcuna esitazione a demolire i carceri belluini (animali). (… n° 31). Perché dunque sugli argomenti, che non possiamo investigare con intelligenza umana, non crediamo piuttosto alla rivelazione divina, la quale afferma che l’anima stessa non è coeterna a Dio, ma creata perché prima non esisteva? (…)Pertanto la scarsa intelligenza umana si arrenda all’autorità divina (…) Inoltre per quanto riguarda la vera religione, crediamo agli spiriti felici e immortali, i quali non si arrogano l’onore che sanno dovuto al loro Dio, che è anche il nostro. Essi ci ordinano di offrire il sacrificio soltanto a lui, del quale anche noi con essi, come spesso ho detto e spesso si deve ripetere, dobbiamo divenire sacrificio per essere immolati mediante quel sacerdote che perfino con la morte si è degnato di divenire sacrificio per noi nell’uomo che ha assunto e nella cui forma ha voluto anche esser sacerdote. (n° 32,1) Questa è la religione che indica la via aperta a tutti per la liberazione dell’anima”.

San Gerolamo (347 - 420) è diventato il clou dei reincarnazionisti con questa presupposta frase: “Non conviene si parli troppo delle rinascite perché le masse non sono in grado di comprendere”. Con ciò si insinua una nascosta dottrina esoterica da non dare alle masse. La frase è una deformazione di quanto si legge nella lettera ad Avito (408 - 409), dove si rigetta, appunto, la reincarnazione: “Gli ho mandato quei libri (copia della sua versione del Perì archôn di Origene). Come li lesse, ne rabbrividì, e li chiuse a chiave in un armadio per evitare che, circolando in pubblico, molte coscienze ne venissero ferite”. Nella stessa lettera san Gerolamo dice: “Passando a parlare delle creature razionali, dopo aver detto che sono cadute in corpi terrestri a motivo della loro negligenza, aggiunge ancora questa frase: ‹E’ segno di negligenza e di accidia ben grande il fatto che uno si rilassi e si abbassi al punto di cader nei vizi e di finire legato al corpo grossolano d’animali privi di ragione›” (…) “Quest’altro passo ci può convincere che Origene sostiene la dottrina della metempsicosi e dell’annientamento dei corpi. E’ questo: ‹Se qualcuno riuscisse a dimostrare che la natura incorporea e razionale una volta liberatasi dal corpo può vivere autonomamente, e che rivestita di corpo vive in condizioni peggiori, mentre quando ne resta libera si trova in condizioni migliori, nessuno potrebbe dubitare, in questo caso, che i corpi non sono sussistenti per loro essenza, ma vengono formati nel tempo, a intervalli, a causa dei diversi movimenti delle creature razionali: quelle che ne hanno bisogno ne vengono rivestite, e viceversa, quando esse, in seguito alla depravazione che aveva causato la loro caduta, migliorano la propria condotta, fanno sì che il loro corpo si dissolva nel nulla. I corpi, insomma, sono soggetti continuamente a queste successive trasformazioni›”.
Altra frase manipolata dalla lettera a Demetriade è questa": “La dottrina della trasmigrazione era insegnata segretamente ai pochi fino dai tempi antichi, come una verità tradizionale, che non si doveva divulgare”. La tradizione autentica è: “Quest’empia e scellerata dottrina tempo fa era diffusa in Egitto e nell’Oriente, ed ora sta penetrando nascostamente, come i fori scavati da serpi, nel cuore di molte persone, e contamina proprio sul loro terreno la purezza della loro fede”. Queste parole sono immediatamente precedute da queste: “Questi individui hanno l’abitudine di bisbigliare negli angoli, e credono di poter mettere in causa la giustizia di Dio. ‹Perché - dicono – quell’anima è nata in quella provincia? Da che dipende che alcuni nascono da genitori cristiani e altri in mezzo a popolazioni selvagge e ferocissime ove Dio è del tutto ignorato?›. Con queste insinuazioni lanciate a mo’ della puntura dello scorpione, colpiscono i semplici, si aprono la strada come attraverso una ferita fistolosa e così diffondono il proprio veleno. ‹Pensi che sia senza motivo il fatto che un bambino ancora piccolo, che a stento riconosce sua madre sorridendo e mostrando un viso allegro, e che non ha fatto ancora nulla di bene o di male, si trovi posseduto dal demonio [ndr. parlerei per un pargolo di epilessia], sia sfinito dall’itterizia, e sopporti sofferenze che vediamo non sostengono neppure gli empi, mentre le sostengono i servitori di Dio?›. Ma se ‹i giudizi di Dio sono veri› - essi continuano - ‹e giustificati in se stessi› (Cf. Rm 1,8), e se ‹non esiste ingiustizia presso Dio›, per forza di ragione dobbiamo concludere che le anime abitavano un tempo nelle regioni celesti, e che poi per certi antichi peccati sono state condannate a vivere sepolte - per così dire - in corpi umani; noi, quindi, in questa valle di lacrime non faremmo che espiare la pena dovuta alle loro colpe (1). Non dice: ‹Esci dal carcere o anima mia›? E ancora: ‹E’ stato costui a peccare, per essere cieco dalla nascita, o sono stati i suoi parenti?›, e altri testi simili”.

(1) Pare di leggere le parole di Swami Vivekananda (1863 - 1902) nel suo libro, divulgato dalla Ramakrisna mission. Swami Vivekananda è stato un induista iscritto alla massoneria nel 1884 nella loggia “Anchor and pope” n° 1 di Calcutta. L’autore si scaglia contro la creazione dal nulla dell’anima, che, secondo lui, sarebbe in contrasto con la Bontà di Dio, al contrario della reincarnazione, circa il dolore che c’è nel mondo.

Tra gli aperti avversari della reincarnazione ci furono: san Clemente Romano, papa dal 92 al 97 (Seconda lettera ai Corinzi); san Cipriano di Cartagine (210 – 258), vescovo e martire (Ad Demetrium, 25); san Basilio Magno (329 - 379), vescovo di Cesarea (Homilia 7, in divites n. 8: PG 31, 301; In Haexaemeron, homilia VIII, 2); San Giovanni Crisostomo (344/354 - 407), Patriarca di Costantinopoli (Homilia de Poenitentia, 9: PG 39, 346); sant’Ambrogio (339/340 - 397), vescovo di Milano (In Psalmos, 118,2,14; De excess. Frater., II, 48); sant’Epifanio (315 ca. - 403), metropolita di Cipro e vescovo di Salamina (Panarion adversus omnes haereses, 21, c. 2; 66,28); Pseudo-Areopagita (sec. V o VI) (De ecclesiastica hierarchia, c. VII, 2).

Il rosacrociano Edmond Bertholet ha voluto avanzare, con una semplice insinuazione l’idea che Scoto Eriugena (810 - 877 ca.) rilanciasse la reincarnazione, ma l’errore è grossolano e gratuito. Infatti Eriugena non parla della reincarnazione, ma tratta del ritorno a Dio dell’uomo. Prima il corpo si disfa con la morte nei quattro elementi (terra, acqua, aria e fuoco), poi, dopo la resurrezione, nella quale ognuno prende il suo corpo, il corpo viene spiritualizzato (glorificazione; Cf. 1Cor 15,42-46), poi la natura dell’uomo torna nelle cause primordiali (De divisione naturae, V, 37), che sono i modelli, i prototipi, delle cose create (in sostanza le idee platoniche, ma Scoto Eurigena concepisce le idee esistenti nell’Essenza divina, diversamente da Platone, che faceva le idee sussistenti in se stesse. Esse sono molteplici in quanto distinte l’una dall’altra, come concetti nella nostra mente, ma le idee sono la stessa essenza di Dio. Infine la natura del corpo nelle sue cause primordiali (idee), cioè secondo il pensiero creatore ed eterno, si muove verso Dio, senza niente perdere dell’integrità della sua natura. (Enciclopedia Filosofica e Enciclopedia Cattolica, voce Scoto Eriugena). Si rimane poi allibiti leggendo che Scoto Eriugena ha professato l’apokatastasis.



Fonti
homolaicus.com/teorici/platone/platone3.htm
cathopedia.org/wiki/Reincarnazione
internetsv.info/Reply75.html
wikipedia.org/wiki/Reincarnazione#_in_filosofia
wikipedia.org/wiki/Ian_Stevenson
wikipedia.org/wiki/Socrate#Conosci_te_stesso
wikipedia.org/wiki/Orfismo
lavitadopolamorte/18-religione/38-religioni-africane.hatml
lavitadopolamorte/18-religione/45-buddhismo.html
wikipedia.org(wiki%C4%80man#La_critica_dell’ātman_nel_Buddhismo_e_l’insegnamento_dell’anātman wikipedia.org/wiki/Sistema_delle_caste_in_India
3.unisi.it/cisai/eschimesi.htm
Alessandro.route-add.net/Testi/Dhammico/buddha_caste.html
Jan Stevenson, “Children Who Remember Previous Lives”, Ed. Univerisity Virginia, 1977: Ed. Mediterranee -esoterismo - 1991.
Edmond Bertholet, “La Reincarnazione nel mondo antico”, ed. Mediterranee, 1978; Collana occultismo. (Edmond Bertholet - 1883, 1965 - rosacrociano senza citare mai le fonti, chiama in causa, di assoluta fantasia, san Giustino, Clemente Alessandrino, san Gerolamo, fino san Bonaventura e a Scoto Eiriugena. Ho acquistato una copia, ma l’autore è veramente di piena diffusione rosacrociana).
Mario Maritano, “Giustino martire di fronte al problema della metempsicosi”. Articolo pubblicato nella rivista “Salesianum” 53/2 (1992) 231-281. Si trova in internet.
La Civiltà Cattolica”, vol. II, anno 1985, quaderni 3235-3240, pag. 523s
Cinzia Randazzi, “Aspetti cristologici nel Dialogo con Trifone”, ed. Youcanprint, 2011
San Giustino, “Dialogo con Trifone”, ed Paoline, 2013
San Giustino, “Prima e seconda apologia”. Ed. Cantagalli, 1929
Clemente Alessandrino “Gli stomati”. Ed. Paoline, 1985
San Girolamo “Le Lettere”, vol. IV, ed Città Nuova, 1997
Enciclopedia filosofica”. Ed. Sansoni, Firenze, 1957: Voci Aristotele, Platone, metempsicosi
Enciclopedia delle Religioni”, volumi VI. Ed. Vallecchi, 1976. Voci su Reincarnazione
Enciclopedia Cattolica”, Ed. Sansoni, Firenze,1953, voce Reincarnazione
Anne-Marie Esnoul, “Enciclopedia delle Religioni”, vol. III, pag. 250, Jaca Book, 2004
Michael Jursa, “I Babilonesi”, ed. Il Mulino, 2004
Sergio Botta, “La religione del messico antico”, ed. Carocci, 2006
Andrea Cusimano, “I Maya. Pensiero, miti e culti”. Ed. Lulu.com 2013