In ascolto dell'Islam per il dialogo e l'annuncio di Cristo nella carità  
Scheda sintesi sugli Atti del convegno del servizio Nazionale annuncio della Parola ofm. Cappuccini (Cesena, 17-21 giugno 2002)

 

 

 



Maometto, nato nell’area meccana intorno al 570 e morto nel 632, era di famiglia povera, e formato nella religiosità pagana della Mecca. I contatti con ebrei e cristiani ereticali (monofisiti, nestoriani, doceti, gnostici) gli valsero l’acquisizione di molte cose che si ritrovano, senza possibilità di dubitarne, nel Corano. Maometto non approfondì le sue conoscenze sull’ebraismo e sul cristianesimo; si fermò a coglierne le dolorose difficoltà (Sura 2,13): “Gli ebrei dicono: <I cristiani non san nulla!>. E i cristiani dicono: <Non san nulla gli ebrei!>”. (Sura 23,53): “Ma ecco (i cristiani) si frantumano in sette diverse, e ogni partito è lieto della sua verità”. In questa situazione di separazione tra ebrei e cristiani e di proliferazione di sette in ambito cristiano si incuneò la diffusione del Corano.

Maometto ebbe all’inizio una vera volontà di ricerca religiosa, mettendosi con gli hanif, cioè arabi di pensiero religioso autonomo e monoteizzante, che indubbiamente guardavano agli ebrei e si riconoscevano eredi di Ismaele (Cf. Gn 16,12).

Maometto riferì la sua recitazione del Corano all’angelo Gabriele, ma la dottrina che ne seguì ha come autore Maometto stesso. Psichicamente sano, Maometto, si lasciò prendere da alcune esperienze misticheggianti che lo portarono lontano dal rigore della ricerca religiosa iniziale.  

Maometto, secondo il Corano, avrebbe ricevuto due “discese” del Corano. ”In una notte benedetta”, la prima (Sura 44,3; 97,1; 2,185); per frazioni in un lasso ampio di tempo, la seconda (Sura 17,106; 25,32; 44,3; 76,23; 97,1).

Sono ricavabili questi punti circa la prima rivelazione (discesa)

Maometto è l’inviato di Allah agli arabi, il primo inviato ai meccani.

Cristo è solo un profeta inviato agli ebrei; ogni popolo ha avuto i suoi profeti.

La Ka'ba era in origine dedicata al vero Dio, ma gli idolatri in seguito l'hanno riempita di Idoli. La ka'ba (edificio cubico) risale ad Abramo. (Cf. Enciclopedia delle religioni, Vallecchi, a.1971, V.3, 1382-83; la Ka'ba era in origine un semplice recinto sacro a pianta quadrata, senza il tetto; il muro era alto quanto una persona. All'interno c'erano idoli. Molto probabilmente la “pietra nera” era già presente. Il muro venne in seguito raddoppiato in altezza e innalzato su di un basamento; poi venne posto il tetto. Tracce documentarie dell'edificio si hanno, anche se esigue e con molte incertezze, fino al II secolo a.C.

 

Veduta aerea della Mecca, al centro si vede la Ka'ba

 

La seconda rivelazione (discesa) del Corano Primo modo della comunicazione

In un testo del primo periodo meccano (Sura 75,16-19): “E tu non muover lingua ad affrettarlo, che sta a noi raccoglierlo e recitarlo, e quando lo recitiamo seguine la recitazione, poi spetta a noi spiegarlo”. Va notato che già il Corano risulta dato una prima volta, così Maometto ne sarebbe già in possesso  e potrebbe anche affrettare ciò che la seconda rivelazione gli vuole dire. Ma egli è interdetto a fare questo con la motivazione che in tal modo egli viene confermato (Sura 25,32-33). Si noti che non si tratta di una esplicitazione della prima comunicazione perché anche la seconda deve essere spiegata, tanto che Maometto non può agire in tal senso :”Poi spetta a noi spiegarlo”.

Maometto non si presenta  in uno stato di trance di tipo sciamanico, e questo lo distanzia dagli indovini preislamici, invasati da degli “spiritelli” detti ginn (Sura 26,210-212).

La tradizione dice che, specie nei primi momenti, Maometto aveva sudori freddi, tremiti, gemiti e chiedeva di essere avvolto in un mantello, che va inteso non come riparatore dal freddo, ma come mantello profetico, già noto agli indovini preislamici. Considerando la normalità di Maometto questi fenomeni sono delle reazioni psicologiche al tipo di esperienza che stava facendo, che chiedeva una passività totale, senza poter avere moto di verifica, di discernimento. In seguito appare a suo agio con il mantello (Sura 73,1; 74,1): “O tu che t'avvolgi nel manto”; “O avvolto nel mantello!”.

L'esperienza, stando a come la presenta il Corano, rientra nel quadro delle locuzioni immaginative interiori. Un angelo le può produrre, e quindi anche il demonio, ma possono provenire anche dall'attività naturale di un soggetto in stato di illusione mistica. Nel caso di un'azione angelica il soggetto sente le parole pronunciarsi nel cuore, poiché l'angelo agisce non solo  sul materiale esistente nella memoria del soggetto (non può infondere materiale nuovo, sconosciuto al soggetto), ma agisce anche toccando il processo psichico percettivo del soggetto. Si noti che Maometto, stando sempre alla presentazione del Corano, non ode precisamente con le orecchie, ma ode una voce che sente pronunciata nel cuore.

Secondo modo della comunicazione

Esiste nel Corano un testo, del terzo periodo meccano, da cui l'esegesi islamica ricava il tipo di rivelazione “senza parole”, cioè per locuzione intellettuale, usando il linguaggio di san Giovanni della Croce (Salita II, 28; 29; 30; 31). (Sura 42,51-52): “A nessuno Dio può parlare altro che per rivelazione (wahy; discesa in arabo preislamico), o dietro un velame, o invia un Messaggero il quale riveli (waha) a lui col suo permesso quel che egli vuole”. L'esegesi islamica dice che “per rivelazione” si deve intendere la rivelazione senza parole; il “velame”, sono i sogni senza parole e le visioni allusive; “per mezzo di un messaggero”, cioè per mezzo di un angelo, nel caso di Maometto l'angelo Gabriele.

La rivelazione per mezzo di un messaggero riguarda il primo modo; quella senza parole il secondo modo. Questo secondo modo lo si può scorgere in queste parole (Sura 20,114): “Non affrettarti a recitare il Corano prima che ne sia conclusa la rivelazione, ma dì: <Signore accrescimi scienza>”. Questo testo non coincide con quello visto circa il primo modo (Sura 75,16-19); infatti mentre il primo riguarda il non pronunciare parole prima che venga rivelato, qua riguarda il non pronunciare parole prima che sia finita la rivelazione. Ma va osservato che la fine della rivelazione è percepibile chiaramente dalla pronuncia in finale e dal silenzio che segue; così se fosse una locuzione intellettuale (sostanziale, secondo san Giovanni della Croce), non ci sarebbe bisogno di stare attenti al suo finire; con le parole invece sì. Se si pensa a una locuzione intellettuale successiva (sempre usando quanto dice san Giovanni della Croce), cioè ad un'azione di Dio (o di un angelo) nel processo meditativo del soggetto, Maometto si sarebbe dovuto fermare con naturalezza  perché non dimostra di avere un processo meditativo, ma di ricevere un dettato. Come si vede ci sono contraddizioni.

Secondo quanto il Corano fa comprendere la collaborazione con Dio consiste nell’accogliere con sottomissione la parola coranica, senza un'adesione che ne valuti i motivi di credibilità.

Maometto non ebbe attenzione nel verificare quanto diceva, cioè se il male era presente tra le sue parole. L’eventuale infiltrazione satanica (Iblis, è il nome coranico di Satana), secondo il Corano, sarebbe stata rimediata da Dio con l'espurgo dell’errore: tutta la responsabilità del buon risultato se la assume Allah. Curiosissimo e nello stesso tempo significativo il caso dei versetti satanici. Essi sono un apprezzamento di tre divinità femminili meccane: “Sono Dee sublimi – e l'intercessione loro è augurabile certo”. E' facile notare che tale discernimento lo poteva fare Maometto da solo senza che poi intervenisse l'angelo Gabriele come dice la tradizione, visto che si trattava di uno sgarro lapalissiano contro il monoteismo.

Di miracoli, pur citati nel Corano, Maometto non ne fece; niente prove di credibilità per fedeli: bisogna credere perché bisogna credere. Il miracolo del Corano sarebbe la sua inimitabilità, ma va detto che ogni opera frutto di un vigoroso ingegno è inimitabile: un dipinto di Michelangelo chi potrà mai imitarlo, tanto che non sia possibile rilevarne l'imitazione?

Allah dà la fede a chi vuole e l’empietà a chi vuole; così il libero arbitrio viene misconosciuto, salvo poi rimetterlo in campo come base della condanna finale degli empi.

Per mettersi al riparo dalle contraddizioni, tra un detto e un altro, Maometto concepì il concetto di abrogazione da parte di Dio. Ma è difficile sapere con certezza se un versetto è stato abrogato da un altro versetto, poiché le Sure non sono presentate in successione cronologica, ma per lunghezza, e quindi il discorso dell’abrogazione diventa molto relativo come criterio di distinzione tra abrogato e abrogante. Il Corano presenta anche l’abrogazione di parte dei testi biblici.

Le Sure dei diversi periodi presentano chiare differenze stilistiche. Le ripetizioni, con più o meno varianti, di una stessa narrazione (Mosè, Abramo, ecc.), di stessi concetti, non sono da parte dell’Islam oggetto dell’abrogazione. La giustificazione data dall'Islam  è che le ripetizioni danno al Corano un carattere sacro, litanico, fino ad apprezzare l’aspetto slegato dell’esposizione coranica come fatto addirittura artistico che risale ad Allah, ma ciò non può essere accettato: nel creato c’è ordine, bellezza, unitarietà, armonia, non caos.

L'universalismo di Maometto

Maometto a Medina si presenta con le qualità di vicario di Dio; l’ultimo dei profeti, il Messaggero, e si pone come capo profetico di una nuova comunità-nazione, superiore a tutte le altre comunità religiose e umane; in particolare una istituzione in cui non c’è  separazione tra politica e religione.

La nazione ebraica, alla quale è assimilata erroneamente la Chiesa, è per Maometto decaduta. Si ha quindi una nazione chiamata ad assimilare più popoli sotto il ”suggello dei popoli”, cioè il messaggio coranico.

Maometto è il profeta di tutti: l’universalità di Cristo, Maometto ha finito per convogliarla su di sé. Il Corano non considera universale la missione di Gesù, cioè non diretta a tutti i popoli, ma solo agli Ebrei. L'ecumenismo islamico è quello di riportare i popoli al Corano che hanno ricevuto nei tempi antichi per mezzo di profeti, e che hanno poi rifiutato per gli idoli.

Maometto nega che Gesù sia Figlio di Dio, perché era bloccato dall'idea delle generazioni di figli e figlie degli dei, proprie delle concezioni pagane. Maometto contesta anche il fatto che gli ebrei e i cristiani si dicano figli di Dio.

Non nega Maometto che Gesù abbia fatto dei miracoli, ma li attribuisce a Dio come se non fosse stato per la propria autorità di Figlio di Dio a compierli.

Dio avrebbe dovuto avere una donna per avere un figlio. Gesù è per lui solo il figlio di Maria e solo un profeta. Il concepimento verginale di Maria, che riconosce, è per lui una prova che Gesù non è il Figlio di Dio.

La crocifissione di Gesù sarebbe l’ipotetico frutto di un’illusione collettiva di fronte ad un sosia (quella del sosia è una vecchia tesi dell'eretico Basilide). La tradizione islamica ha favoleggiato che Gesù sarebbe morto nel Kashmir; e ha anche favoleggiato che Gesù sia stato poi trasportato in cielo da Maometto. Ma ciò è semplicemente assurdo. Maria, i discepoli, Ponzio Pilato, il Sinedrio, non presero un abbaglio sul soggetto, chi fu messo a morte fu proprio Gesù. Un sosia non si sarebbe fatto mettere a morte poiché avrebbe difeso di non essere lui; Gesù invece disse (Gv 18,5): “Sono io”.

L'Islam venera Mosè e Gesù come profeti della stessa importanza di Maometto. Ai tre fu rivelato il medesimo Corano: a Mosè, come Torah; a Gesù, come Vangelo (Sura 61,6; 19,30); a Maometto come Corano. Secondo il Corano, gli ebrei e i cristiani avrebbero corrotto gli insegnamenti originari, che sarebbero stati gli stessi del Corano. L’Islam pretende di essere la correzione della fede ebraica e della fede cristiana.

Maometto accusava ebrei e cristiani di nascondere la verità, di occultare i testi autentici, cioè il Corano. (Sura 2,41): “Credete in ciò che io ho rivelato a conferma dei vostri libri e non siate voi i primi a rinnegarli”; (Sura 2,146): “Coloro cui demmo il Libro lo conoscono come conoscono i figli loro, ma una buona banda fra loro tiene nascosta la verità scientemente”; (Sura 5,43): “Come del resto possono venire a chiederti arbitraggi, quando hanno la Torah, che contiene il giudizio di Dio?”; (Sura 5,68). Detto questo si pone la domanda: Come mai non sono stati ritrovati i testi autentici occultati da ebrei e cristiani? In cento anni di conquiste territoriali, come mai non hanno trovato un Vangelo-Corano o una Torah-Corano? Una prova archeologica dovrebbe esserci, visto che al tempo di Maometto ebrei e cristiani erano accusati di occultare la Torah-Corano e il Vangelo-Corano.

La verità è che gli ebrei e i cristiani i testi sacri non li hanno alterati. Ma posta per ipotesi l'idea, da rigettare pienamente, che li abbiano ritoccati in quali testi l’Islam potrà ricercare un Messia che non sia della discendenza di Abramo, di Davide? Come fa l’Islam a ricercare nei Vangeli parole che riguardano Maometto? I Vangeli furono sempre rivelazione pubblica, e neppure gli apocrifi ( letteralmente: “segreti”) contengono il Corano o residui del Corano, e neppure il minimo accenno a Maometto.

Il Vangelo di Giovanni parla del Consolatore (lo Spirito Santo) (!4,16; 14,26; 15,26; 16,7) e la divulgazione islamica vuole vedervi una profezia su Maometto, ma è un gravissimo errore. Tale distorsione gravissima ha le sue origini dalla traduzione siriaca del termine consolatore “menahhemana; che ha una certa affinità con Muhammad”, e dovrebbe essere abbandonata dalla propaganda islamica; visto anche che il  contesto testuale dei relativi passi del vangelo di Giovanni rigetta in modo inoppugnabile questo errore, come lo rigetta tutto il vangelo di Giovanni e gli altri tre.

Ma il Corano perché loda gli apostoli di Cristo (Sura 3,52; 5,111) quando i testi del Nuovo Testamento risalgono proprio alle origini, al tempo degli apostoli? Già da allora, viventi gli apostoli si adulterò il messaggio di Cristo? Proprio, no!  

Escatologia

La fede cristiana parla di un regno dei cieli che non è realizzato pienamente qua sulla terra: è sempre in crescita, avanti, da realizzare. Il cristiano deve promuovere la giustizia, la carità, sapendo che la giustizia è già adesso costruzione del regno dei cieli; ma il regno dei cieli non è concluso: la salvezza Dio l’ha già compiuta, ma non è ancora pienamente realizzata.

Nel mondo islamico, invece, si è diffusa l’idea che l’ideale islamico è già stato realizzato nel primo secolo dell’Islam, con Maometto a Medina. Nella tradizione cristiana l’escatologia è nel futuro, mentre per la tradizione islamica è piuttosto nel passato; l’umanità perfetta è già stata realizzata: il primo anno di computo della storia per l'Islam è il 622 in cui si forma la comunità e non l’anno della discesa del Corano o della nascita del profeta.

Poiché il Corano è concepito come una legge, l'islamico non è totalmente passivo. C'è una parte che il musulmano deve compiere nell'ambito di una sottomissione passiva al Corano. 

La prospettiva cristiana della grazia elevante non ha nessuna menzione nel Corano. Per esso, l'uomo bisogna che rimanga nel suo essere creaturale, che è senza alcun vulnus originale, non essendo presentato dal Corano il peccato originale.

Tra gli elementi condivisibili dell’escatologia islamica, e validi per ogni uomo, si hanno: morte, giudizio, retribuzione, inferno, paradiso. I Vangeli li mettono in relazione a Cristo. La prospettiva cristiana parte da Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, veramente morto e veramente risorto. L’escatologia cristiana che ne consegue è profondamente diversa e sempre imperniata su Cristo. L’escatologia cristiana si propone alla coscienze per la forza della verità, quella islamica si impone come legge infallibile per la comunità perfetta che nessun musulmano può abbandonare se non a rischio della propria vita o con severe conseguenze sociali.

La Chiesa, che come ente è perfetta, non lo è quanto insieme di uomini, lungi dall’essere la comunità perfetta, sa di essere segno del regno futuro; seme che attende la piena maturazione.

L’Islam non è semplicemente un’appartenenza religiosa, ma ha anche una forte valenza politica e non vuole nelle sue istanze fondamentali distinzione tra il religioso e il politico. Il punto di forza del mondo cristiano (assorbito dal mondo occidentale) è quello della libertà dell’uomo, ma questo può degenerare in punto di debolezza se assorbito dal relativismo etico.

Nel mondo islamico il punto di forza è anche punto di debolezza: l’individuo non è considerato in quanto tale, ma all’interno di una comunità. La fede non è pensata come un fatto personale; la libertà religiosa di una persona viene bloccata, per questo si ostacola la conversione ad un’altra religione: tale conversione rompe gli equilibri della comunità islamica, per cui non ci si può convertire.

La morale

Costante di tutto il Corano è l'assenza del peccato originale.

La prospettiva cristiana della grazia elevante non ha nessun posto nel Corano. Il Corano (Sura II, 30) presenta come il primo peccato non tolse ad Adamo la grazia santificante e i doni preternaturali, poiché egli non aveva tutto ciò. Egli era soggetto alla morte fin dall’inizio, dal momento che l’albero da non mangiare, e verso il quale lo istigò Iblis (Satana), era quello dell’immortalità (shajarat al-khuld) (Sura XX, 120), e non quello biblico della conoscenza del bene e del male. Le conseguenze trasmesse dal peccato di Adamo al genere umano sono solo la perdita del giardino, e in ciò c’è una differenza enorme con il dato biblico.

In materia morale Gesù nei Vangeli insegna un'obbedienza a Dio che va molto al di là di un'osservanza esteriore della norma e porta, anzitutto, ad un'adorazione di Dio in spirito e verità.

Nel capitolo quinto del Vangelo di Matteo l'espressione ricorrente "avete inteso che fu detto...ma io vi dico" che Gesù premette al proprio insegnamento lascia trapelare tutta la radicalità che egli propone nell’osservanza dei comandamenti. Il cristiano è chiamato a non cadere in un'osservanza giuridica dei comandamenti, cosa che non è un atteggiamento familiare ai musulmani. 

Nel dialogo, poiché il diritto islamico conosce il principio dell’abrogante e dell’abrogato, si dovrà presentare l’Antico Testamento come abrogato dal Nuovo, ma, tuttavia, in parte, confermato proprio dalle parole di Gesù (Mt 5,17s). Il discrimine chiaro su ciò che si deve osservare e ciò che non deve essere compiuto rimane sempre Gesù. E’ la Chiesa che può considerare abrogata una norma o un comportamento tenuto da Gesù (l'aver avuto la circoncisione; l'andare al tempio; il celebrare la Pasqua ebraica), per aiutare a cogliere “lo spirito” del Vangelo, la novità del Vangelo.

Il suicidio è condannato dal Corano, ma dalle correnti islamiche fondamentaliste i Kamikaze sono considerati dei martiri in quanto si uccidono in nome e in difesa dell’Islam. Il martire cristiano non può mai prevedere l’uccisione di se stesso come mezzo per uccidere altri, perché Gesù ha detto, e ha messo in pratica: ”Amate i vostri nemici”.

Sintesi della metodologia missionaria di san Francesco d'Assisi



Francesco inviò i frati non solo ai saraceni, ma tra i saraceni. I frati non devono né litigare, né disputare, ma essere un esempio di fraternità. Il frate minore dev’essere il più piccolo nei confronti di tutti e prendere ogni volta l’ultimo posto: servire e scomparire.

 

Convivere con i musulmani: rispettarli, farne conoscenza; stimare il loro impegno religioso, il loro rivolgersi all'unico Dio, creatore di tutte le cose.

testimoniare Cristo con l'esempio;

annunciare il Vangelo: finalmente, se si vedrà che è giunto il momento voluto da Dio, si predicherà la fede, pronti a subire ogni conseguenza. Nel dialogo bisogna arrivare a dire: ”Ti voglio dare la mia fede perché è vera”. 

 

Francesco voleva convertire con l’amore, evangelizzare per persuasione e non per imposizione

Per il santo di Assisi la missione si sviluppa secondo tre modalità (Cf. Regola non bollata,1221; cap XVI)

Rivivere la predicazione itinerante di Cristo: 3 anni di manifestazione pubblica con segni o miracoli e parole;

rivivere la presenza di Cristo a Nazaret: 30 anni di presenza discreta e laboriosa tra gli uomini, nel silenzio;

rivivere la Passione del Signore che si offre per i suoi fratelli: 3 giorni di una vita donata fino all’ultima goccia di sangue.

 

La necessità di giungere alla libertà effettiva di religione anche nei territori Islamici è affidata alla preghiera e al sacrificio.