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Gli elementi cultuali del Tempio

L’arca, il propiziatorio, i cherubini, il candelabro, l’altare dei profumi.
Il tempio ricostruito nel post esilio non aveva sicuramente l’arca. L’arca, che era stata posta nel santuario di Silo (Gs 18,1; Gdc 18,31), venne presa dai Filistei e restituita da loro (1Sm 4,3s; 5,1s; 6,1s). Poi l’arca in mano israelite venne posta a Kiriat-Ierarìm nella casa di Abinadàb (1Sam 7,1). L’arca non ritornò a Silo perché il santuario venne distrutto. Venne ritrovata da Davide (2Sam 6,2s) e portata infine a Gerusalemme sotto una tenda (2Sam 7,2), che non era quella del deserto, che fu la “prima tenda” (Eb 9,2). Infine, introdotta nel santo dei santi del tempio edificato da Salomone.

L’arca seguì questo percorso, ma senza il propiziatorio d’oro (Ebraico: Kapporeth) (LXX: ἱλαστήριον) (Vg: propitiatorium), con in due cherubini ad esso strutturalmente connessi (Es 25,18; 36,7). Il propiziatorio di per sé non faceva parte dell’arca, che era un’unità, e era perciò chiusa con un coperchio piatto, che si incastrava nelle pareti laterali dell’arca a livello del bordo d’oro [non mancano esempi egizi di tale sistema]. Il propiziatorio vi era collocato sopra (Es 25,10s.21; 26,34; 27,34; 31,7; 35,12; 37,6; 39,35), probabilmente reso fermo con un incastro di lamelle d’oro all’interno di tacche. Qualcosa potrebbe dirci Giuseppe Flavio in “Antichità giudaiche” che parla molto genericamente di “ganci d’oro” (Libro III, 136). Il propiziatorio non era, perciò, il coperchio dell’arca.
Non è probabile che il propiziatorio uscisse dal tempio di Silo insieme all’arca, per dare forza all’esercito di Israele contro i Filistei (1Sam 4,3). Infatti era l’arca dell’alleanza (1Re 3,15) o anche della Testimonianza (Nm 2,89), che attestava la fedeltà di Dio all’alleanza del Sinai, alla condizione che il popolo vivesse i comandamenti scritti nelle due tavole poste dentro di essa. Il propiziatorio con i cherubini era connesso alla gloria di Dio manifestatasi nel tempio nel segno di una nube luminosa (Nm 14,10; 1Re 8,11; 2Cr 5,13; 7,1). Il santuario di Silo venne di lì a poco saccheggiato e distrutto. Il propiziatorio d’oro massiccio (Es 25,17), venne depredato, insieme al candelabro d’oro, pure d’oro massiccio (Es 25,31) (Menorah).
Depredato e distrutto l’altare dei profumi rivestito d’oro, così la tavola dei pani, pure rivestita d’oro.
Distrutta la tenda del deserto. Distrutto l’altare degli olocausti. Saccheggiati gli arredi cultuali.
Della distruzione del Santuario di Silo, che fu un trauma per Israele, ma pure una lezione da imparare, si parlò poco. La notizia la ritroviamo nella Bibbia solo tre volte (Ger 7,12s; 26,6s; Ps 78/77,60).
Circa il propiziatorio saccheggiato non ci sono dubbi, perché il propiziatorio del Tempio di Salomone non ha connessi strutturalmente i due cherubini, come nel propiziatorio del deserto e quindi di Silo (1Re 6,23-28; 8,7; 2Cr 3,10-13; 5,8).

Nel tempio di Salomone solo l’arca del deserto venne portata e collocata nel santo dei santi (Qodesh ha-Qodashim). Dentro l’arca c’erano le due tavole della legge date a Mosè sul Sinai (Es 31,18; 43,1; 1Re 8,9).
La narrazione della traslazione della tenda fatta erigere a Gerusalemme da Davide al tempio di Salomone parla solo dell’arca (1Re 6,19; 8,4) e non menziona il propiziatorio; la ragione è che il propiziatorio venne trasportato come un tutt’uno con l’arca, che venne posta sotto le ali dei cherubini (1Re 8,6), posti a lato.
La tenda eretta da Davide era a tutti gli effetti un luogo di culto con tanto di altare (1Re 1,50), con tutti gli oggetti sacri (1Re 8,4; 2Cr 5,5) e quindi anche di propiziatorio.
La tenda del convegno trasferita nel tempio (1Re 8,1) non era quella del deserto persa nella distruzione del tempio di Silo. Neanche del candelabro saccheggiato a Silo si ha notizia, ma Salomone ne fece collocare dieci: cinque per lato del santo, antecedente al Qodesh ha-Qodashim.
Dentro l’arca c’erano le due tavole della legge (Es 31,18; 43,1; 1Re 8,9).

Il fondamento di queste scelte è fatto risalire a uno scritto procedente dal Signore (1Cr 28,19). Del resto tutte le scelte per il tempio erano date in base a una luce data da Dio per mezzo di un profeta (1Mac 4,46).

Con la distruzione del tempio di Salomone da parte di Nabucodonosor (586) l’arca, con le due tavole della legge, andò perduta nell’incendio, e il propiziatorio d’oro saccheggiato, come il candeliere d’oro a sette braccia, gli ori dell’altare degli incensi e della tavola dei pani.
Gli oggetti che rimasero fuori saccheggio letteralmente inteso, furono quelli portati a Babilonia (2Re 25,8s) nel tempio di Marduk. Nell’elenco di tali oggetti non c’è l’arca, né il propiziatorio, né il candelabro, ma solo vasi d’oro e d’argento, palette e coltelli utili per il tempio di Marduk. Tutti questi oggetti vennero restituiti (Esd 1,9) e risultarono presenti nel tempio del post esilio.

Nel tempio del post esilio l’arca dovette essere ricostruita. L’arca era deputata a accogliere fondamentalmente le tavole della legge, che non c’erano più, ma, come fatto secondario, era deputata a essere il basamento del propiziatorio. Si ragiona sull’episodio del trasferimento dell’arca nel tempio durante la riforma di Giosia (640 - 609). L’azione empia (1Re 21,1s) del re Manasse (687 - 642) ne aveva determinato la rimozione dal Tempio, e molto probabilmente la distruzione. Il testo del secondo libro delle Cronache (35,1-3) non dice da dove venne presa l’arca, per cui pare di dover dire che venne distrutta da Manasse e ricostruita, anche perché un evento così importante dovrebbe trovare riscontro nella parallela descrizione del secondo libro dei Re (23,1s), mentre così non è.

Il concetto - come fatto lecito - di ricostruzione dell’arca lo presenta il profeta Geremia (650 ---) (Ger 3,16), derivandolo con tutta probabilità proprio dall’episodio della riforma di Giosia.
Bisogna veramente abbattere il pensiero che l’arca non potesse essere ricostruita. Pensiero popolare, ma non sacerdotale. Altra cosa per le due tavole della legge, che erano un pezzo a sé, non rientrando nel modello visto da Mosè.
Così nel tempio del post esilio c’era l’arca, ricostruita come gli altri oggetti sacri. Ricostruita, non una copia, perché il modello non è l’arca di Mosè, ma quello che Mosè vide: l’arca del deserto era copia di quanto visto da Mosè (Es 25,9.40; Eb 8,5).
Ci fu un altro saccheggio del tempio, quello attuato da Antioco Epifane (175 - 164). Il tempio non venne distrutto, ma Antioco Epifane eresse sull’altare degli olocausti un idolo di Zeus (1Mac 1,54). Venne asportato da Antioco Epifane (1Mac 1,21s): “l’altare d’oro (dei profumi), il candelabro d’oro, la tavola rivestita d’oro dei pani, i vasi per le libagioni. Le coppe e gli incensieri d’oro, il velo [quello che separava il santo dei santi dal santo; c’era anche un velo che separava il santo dall’atrio], le corone e i fregi d’oro della facciata del tempio e lo spogliò tutto”. Le “celle sacre”, cioè il santo e il santo dei santi, furono ridotte in “rovina”. Quindi anche dell’oro che rivestiva l’arca rifatta, i cherubini e l’oro massiccio del propiziatorio rifatto, poiché necessario per il grande giorno annuale dell’espiazione (Lv 16,1s), furono saccheggiati.
Non viene elencata nella narrazione del saccheggio né l’arca né il propiziatorio né i cherubini, perché troppo doloroso nominare la profanazione del santo dei santi. Purificato il tempio (1Mac 4,36s), “rifecero gli arredi sacri e collocarono il candelabro e l’altare degli incensi e la tavola del tempio”.
Dell’arca e dei cherubini e del propiziatorio non si fa menzione, lasciando intendere quello che uno voleva, magari che gli elementi del santo dei santi erano stati messi in salvo (Cf 2Mac 1,19s; 2,1s), ma non avvenne indubbiamente così.

Tacito (Historiae, V, 9) riferisce quanto udì circa l’ingresso nel santo dei santi di Pompeo Gneo Magno nel 63: “Inde vulgatum nulla intus deum effigie vacuam sedem et inania arcana”. “Si seppe allora che non vi era dentro alcuna immagine di divinità, che la sede era vuota e senza realtà arcana”. Pompeo non vide la gloria di Jahvèh, nella sua sede: dimora. Non poteva vederla, perché essa la si poteva vedere solo per visione divina, nell’immagine di una nube luminosa (Es 25,8; 40,34; 1Re 8,10; Ez 43,1; Mt 17,5; At 1,9).
La visita di Pompeo è ricordata anche da Giuseppe Flavio (Guerra Giudaica; Libro I, 152): “Pompeo col suo seguito entrò in quella parte del tempio ove soltanto al sommo sacerdote era lecito di entrare, e contemplò ciò che vi era, il candelabro, le lampade e la tavola e i vasi per libagioni e gli incensieri, tutti d'oro massiccio, una grande abbondanza di aromi accumulati”.
Purtroppo Giuseppe Flavio esibisce notizie solo sul santo e non sul santo dei santi, facendo confusione tra i due spazi del tempio; infatti era il sommo sacerdote che poteva entrare nel santo dei santi, potendo nel santo entrare anche gli altri sacerdoti.

Il santo dei santi è descritto così da Giuseppe Flavio (Guerra giudaica; Libro I, 219): “La parte più interna misurava venti cubiti ed era ugualmente separata dall'esterno per mezzo di una tenda. In essa non c'era assolutamente nulla; inaccessibile, inviolabile, invisibile a chiunque, si chiamava il santo dei santi”.
Giuseppe Flavio, mai entrato nel santo dei santi, dà però nelle notizie sul bottino preso dal tempio due notizie importantissime. (Guerra Giudaica; Libro VII, 148): “Il resto del bottino veniva trasportato alla rinfusa, ma fra tutto spiccavano gli oggetti presi nel tempio di Gerusalemme, una tavola d'oro del peso di molti talenti e un candelabro fatto ugualmente d'oro, ma di foggia diversa da quelli che noi usiamo”. La tavola di oro del peso di molti talenti, era evidentemente di oro massiccio (Es 25,17; 37,6) e non era altro che il propiziatorio, che misurava 2,5 cubiti di lunghezza x 1,5 cubiti di larghezza Es 25,10; 37,1); lo spessore ci è del tutto ignoto.
Un cubito equivaleva a 50 cm. Un talento romano equivaleva a ca. 32,7168 kg; oro: Kg/dm³ 19,36. Considerando il propiziatorio leggermente bombato, così da renderlo più leggero e più rigido, e considerando uno spessore medio di 1,5 cm. si ha, semplificando le cifre, circa 7 talenti d’oro, quindi circa 225 kg: ciò collima coi molti talenti. L’arca, poi, aveva una cornice periferica d’oro: un leggero sbalzo a curva verso l’esterno, che estendeva il piano dell’arca, come si può vedere in modelli egizi di scrigno (Es 25,11; 37,2).
Il candelabro era anch’esso d’oro massiccio (Es 25,31; 37,17), ed è quello scolpito nel bassorilievo dell’arco trionfale di Tito a Roma.
Nel tempio di Gerusalemme, quando venne distrutto dai Romani, nel santo dei santi c’era il propiziatorio, necessario per il rito dell’espiazione annuale (Lv 16,1s; Nm 29,7s; Eb 9,7), poggiante sull’arca, magari vuota. C’erano i cherubini. Nel santo poi c’era l’altare dei profumi o dell’incenso (Es 30,7.34; Lc 1,9), il candelabro a sette braccia e la tavola per i pani dell’offerta.
Tutti questi elementi erano consacrati mediante il rituale prescritto da Mosè.

La visione popolare dell’arca. Le leggende.
La corrente popolare volle pensare che tutto quello, o almeno le parti salienti, che fece Mosè nel deserto, venisse nascosto per preservarlo dalle distruzioni babilonesi. Si pensò che il profeta Geremia nascondesse in una grotta del monte Nebo (2Mac 2,1-8) l’arca, la tenda e l’altare dei profumi. Il fuoco dell’altare, parimenti, secondo altra narrazione sarebbe stato nascosto anch’esso in una grotta (2Mac 1,18). Ritrovata la grotta da Neemia, non c’era più il fuoco. C’era invece un liquido oleoso, che sparso sulla legna dell’altare degli olocausti, sotto il sole, accese la legna.
Oltre queste due leggende c’è quella che si legge nel Talmud, trattato (Joma, V,2). Essa narra come Salomone facesse sotto il santo dei santi un locale segretissimo, dove poter porre l’arca in tempo di calamità. Così quando il tempio di Salomone venne distrutto, l’arca venne nascosta nel sotterraneo segreto. Ci si avvale della narrazione del trasferimento dell’arca nel tempio da parte del re Giosia (2Cr 35,1-3). L’arca sarebbe stata nascosta proprio nel sotterraneo predisposto da Salomone. Poi l’arca rimase nascosta durante la distruzione del tempio da parte di Nabucodonosor (587). Nella ricostruzione del tempio nel dopo esilio, l’arca sarebbe rimasta nel sotterraneo sotto il santo dei santi. Al suo posto, nel santo dei santi, venne collocata, sempre secondo Joma 2, una lastra di pietra spessa tre dita: la cosiddetta pietra di fondazione, affinché segnalasse, non solo l’arca, ma la base sulla quale Dio creò il mondo.
L’archeologia non dice proprio niente su questa pietra di fondazione. Sopra il luogo del tempio di Erode ora c’è la Moschea di Omar. La pietra di fondazione o pietra nuda, che si trova sotto la Cupola, è oggetto delle più disparate ipotesi, tra le quali quella che potrebbe indicare il luogo dell’altare degli olocausti, oppure il luogo del santo dei santi.
La narrazione (Joma 2,14) non considera che la prima cosa che si sarebbe dovuta fare nel tempio del dopo esilio, era quella di riporre trionfalmente l’arca costruita nel deserto, e nascosta, nel santo dei santi, come fece Giosia dopo le profanazioni di Manasse, e invece tutto rimase nel sotterraneo segreto. Questa leggenda del Talmud (Joma, V,2) venne formulata nel tempo della riscossa giudaica, dopo la distruzione di Gerusalemme e del tempio (70 d.C.). La ribellione ebbe una prima fase (115 - 117) e una seconda fase (132 - 135), ed era motivata di attesa messianica politica e di tinte apocalittiche: tutto era salvo, perché l’arca era nel sotterraneo di Salomone. Il risultato finale della riscossa fu di centinaia di migliaia di morte e l’annientamento della Giudea.

In questo tempo l’arca, come segno della presenza del Dio degli eserciti, produsse parecchie altre tradizioni fiabesche.
Secondo una di queste leggende sarebbe in Etiopia, essendone stata donata una copia a Menelik leggendario figlio di Salomone avuto dalla regina di Saba. Menelik avrebbe poi con abilità preso l’originale, lasciando a Salomone la copia. Il luogo della conservazione sarebbe presso la cattedrale copta di Axum. Rinchiusa in un piccolo edificio, nessuno la può guardate, poiché grande è la sua sacralità. Solo il custode, che vive come un eremita, lo può fare.
Scavi archeologici avrebbero trovato ad Axum delle tracce di un palazzo, che è stato attribuito a quello della regina di Saba. Una leggenda dice, però, che il palazzo delle regina di Saba venne distrutto dal figlio Menelik, quello avuto con Salomone, che lo riedificò orientato verso la stella Sirio della quale era adoratore. C’è proprio di tutto nella fantasia delle favole.
Altra leggenda vuole l’arca nello Zimbabwe, nella località delle miniere d’oro di Salomone. L’arca sarebbe della forma di un tamburo con il fondo bucato da fuoco; resti di anelli fanno pensare alle stanghe. L’oggetto è stato trovato nella polvere di un angolo dimenticato del Museo delle Scienze umane a Hazare, e quindi non circondato da culto. L’oggetto sarebbe giunto prima nello Yemen, ivi portato da degli Israeliti, poi, rappresentanti della tribù Lumba l’avrebbero prelevata e portata nello Zimbabwe. La datazione al carbonio ha sentenziato che l’oggetto a forma di tamburo, chiamato dalle tradizioni locali “ngoma lungundu” risale al 1350 ca. d.C.

Altra leggenda pone l’arca in Egitto, dove sarebbe stata portata dal faraone Sisak, che conquistò Gerusalemme (2Cr 12,9). Il luogo dove sarebbe l’arca è ignoto.
La leggenda, è stata affidata alla fervida fantasia del film ”Indiana Jones and the Raiders of the Lost Ark”. Un intreccio di nazisti e americani per il possesso dell’arca, ritrovata in un immaginato pozzo, tana di serpenti, a Tanis. Trasporto su camion, in un sommergibile tedesco, arca aperta che sprigiona un’esplosione immane. Prevalgono gli americani, che però mettono l’arca in una cassa, in mezzo alle casse di un immenso magazzino, e così, introvabile, scompare ancora. Tutto qui.

Anche dalla Cilicia viene una leggenda sull’arca. In questo caso sarebbe stata donata da Tito a Berenice di Cilicia, sorella di Erode Agrippa, e tale arca sarebbe nascosta.