|
VI Domenica di Pasqua I
Lettura (At 10,25-27.34-35.44-48) Dagli
Atti degli Apostoli
Avvenne che, mentre Pietro stava per entrare (nella casa di Cornelio), questi
gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio. Ma Pietro lo
rialzò, dicendo: "Àlzati: anche io sono un uomo!".
Rit.
Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia. Cantate al Signore un canto nuovo, II
Lettura (1Gv 4,7-10) Dalla
prima lettera di san Giovanni apostolo
Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è
stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché
Dio è amore. Rit. Alleluia,
alleluia. Rit. Alleluia. Vangelo
(Gv 15,9-17) Dal
vangelo secondo Giovanni In
quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Come il Padre ha amato me, anche io
ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti,
rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e
rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e
la vostra gioia sia piena. Omelia Cornelio
era un timorato di Dio, cioè un uomo di origine pagana che aveva aderito
al Dio d'Israele, riconoscendo l'unico Dio e diventando simpatizzante del
giudaismo, senza però arrivare a farne parte con la circoncisione. I proseliti
(Cf. At 2,11; 6,5; 13,43) erano invece coloro che, già pagani, si erano
integrati con il giudaismo accettando la circoncisione. Un
giudeo che entrava in contatto con dei pagani cadeva in una impurità legale
che andava rimossa. La Bibbia presenta una purificazione da “rientro” (Gdt
12,7), dopo contatti con pagani, con l'intento di creare una profonda
separazione da loro. Anche colui che conduceva il capro, sul quale erano stati
riversati i peccati del popolo, nel deserto per lasciarlo ad Azazel faceva una
cosa necessaria, ma poi doveva purificarsi. Lo stesso sommo sacerdote,
dopo il rito di espiazione dei peccati del popolo, doveva purificarsi (Lv
16,24-26). L'esasperazione farisaica della purezza legale portò al divieto di
entrare in contatto con i pagani, e ciò entrò profondamente nella mentalità dei
giudei, tanto che anche Pietro, pur dopo la Pentecoste, ne continuava a subire
il condizionamento (Cf. At 10,15), ma Dio gli aprì il cuore ai pagani. Il gesto di adorazione di Cornelio nei confronti di Pietro ci dice che sul centurione romano gravavano ancora dei condizionamenti ricevuti dalla cultura pagana. Credeva nell'unico Dio, ma vedeva Pietro come un essere semidivino da adorare. Pietro lo liberò da questo: “Alzati: anche io sono un uomo!”. Seguì un dialogo con Cornelio nel quale Pietro vide il buon cuore del centurione, la sua buona volontà, il suo amore per Dio e per il suo prossimo. Entrando nella sua casa vide molte persone pronte ad accoglierlo, ad ascoltarlo. In breve Pietro giunse a pronunciare queste parole della massima importanza: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga, è a lui accetto”. A queste parole di Pietro seguì la discesa dello Spirito Santo su tutti i convenuti nella casa di Cornelio. Questi cominciarono a glorificare Dio in lingue. E' il dono della glossolalia. Ci si può domandare in quali lingue parlassero, o meglio pregassero. La risposta più convincente - e personalmente credo unica - è che pregassero in aramaico e in ebraico, quasi fossero dello stesso popolo di Abramo. La discesa dello Spirito Santo, inoltre, indicò che quelle persone potevano accedere al Battesimo senza dover passare attraverso le prescrizioni della legge mosaica (Cf. At 10,34-35.48; 11,1.15-18; 15,7-11; Gal 2,1-10), come pretendevano i giudeo-cristiani, cioè i giudei convertiti a Cristo. “Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?”. Nel Vecchio Testamento tutto era rivolto a Cristo, ogni cosa aveva come ragione Cristo ed era preparazione a Cristo. Le forti resistenze che si ebbero all'apertura del Vangelo ai pagani e che vennero superate con il Concilio di Gerusalemme (At 15,4-29) avevano come radice le interpretazioni legalistiche del fariseismo. Tanto aveva potuto la setta dei farisei nel cuore dei giudei, che avevano lasciato tracce che non furono facili da rimuovere. Tutto nel Vecchio Testamento era in funzione di Cristo, attendeva la pienezza di Cristo, e perciò era figura dell'evento Cristo. Così la liberazione dall'Egitto e il passaggio del Mar Rosso; così l'agnello pasquale; così la conquista della terra promessa, figura della conquista di tutta la terra da parte di Cristo, il Messia, il Principe della Pace; così i sacrifici del tempio, segno di un unico sacrificio gradito a Dio, quello di Cristo; così le sacre unzioni dei re e dei sacerdoti d'Israele, erano figura delle unzioni consacratorie dei cristiani date nella potenza dello Spirito Santo. Ma di veri Israeliti come Natanaele (Cf. Gv 1,47) Gesù ne incontrò pochi; così venne messo a morte dal Sinedrio per mano dei Romani. Paolo sostenne con forza la battaglia contro i residui farisaici presenti nel cuore dei giudeo-cristiani. Così scriveva ai Colossesi (2,16): “Nessuno dunque vi condanni in fatto di cibo o di bevande, o per feste, noviluni e sabati: queste cose sono ombra di quelle future; ma la realtà è di Cristo!”. L'autore della lettera agli Ebrei, dice (10,1): “La Legge infatti, poiché possiede soltanto un’ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose”. L'amore,
regola eterna di relazione con Dio e con i fratelli, ora nel Nuovo Testamento
si attua nel dono dello Spirito Santo. “Chiunque ama è stato generato da Dio e conosce
Dio”, ci dice S. Giovanni. Chi dicesse di aver accolto Cristo e di
conoscere Dio e non amasse sarebbe un falso.
L'amore che Dio ha per noi, rigenerati in Cristo, lo conosciamo in Cristo
stesso. “In questo si è manifestato l'amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel
mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In
questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi
e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati”. La
legge che regola i rapporti tra coloro che sono in Cristo non può essere altro
che l'amore: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio”. Vincolo
di unità con Cristo e i fratelli, nell'apertura adorante al Padre, è lo Spirito
Santo. Ma Cristo ci ha dato anche un altro vincolo di unità: la Madre. Avere
Maria per Madre vuol dire infatti essere omogenei a Cristo, per quanto la nostra
realtà di creature lo rende possibile. Avere la stessa Madre vuol dire essere
fratelli, vuol dire essere figli dello stesso Padre, Cristo realmente, per
natura divina e per l'elevazione della sua umanità (Cf. Rm 1,4), noi per
adozione. Gesù,
Capo della Chiesa, è frutto dello Spirito Santo e di Maria; noi rigenerati in
Cristo per mezzo del Battesimo, noi Corpo mistico di Cristo, cresciamo verso la
piena maturità in Cristo (Cf. Ef 4,13) per mezzo dell'azione dello Spirito
Santo e di Maria. Maria, una col Figlio, un solo spirito col Figlio (Cf. 1Cor
6,17), intercede per noi nello Spirito Santo presso il Padre, ma pure agisce su
di noi. Questo non lo può,
ovviamente, realizzare da sé, ma Dio, che l'ha voluta nostra Madre, realizza in
noi, con grazia speciale, i suoi palpiti materni. Così lo Spirito Santo,
vincolo di unità, agisce con Maria, pure vincolo di unità. Come
vivere Maria, vincolo di unità? Vivere Maria è accoglierla, è affidarsi a lei,
è sigillarsi a Cristo per mezzo di lei, sigillo di unità. E', per l'uomo, avere lei come immagine perfetta della donna, per stare accanto alla donna guardandola in lei, la benedetta tra tutte le donne; e, viceversa, per la donna, guardare a lei come modello per essere sempre più costruttivamente accanto ad ogni uomo. E, per entrambi, uomo e donna, esempio perfettissimo da imitare, per giungere ad un'intesa unione con Cristo; per essere nella Chiesa uni con Cristo (Gal 3,28). Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.
Nuova omelia in video
(Cappellina delle Suore Missionarie della Carità di madre Teresa di Calcutta -
Dragona, Roma)
|