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I Domenica di Avvento I
Lettura (Is 63,16-17.19; 64,1-7) Dal
libro del profeta Isaia Tu, Signore, sei nostro padre, Rit. Signore. fà splendere il tuo volto
e noi saremo salvi. Tu,
pastore d’Israele, ascolta, II
Lettura (1Cor 1,3-9) Dalla
prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi Fratelli, grazia a voi e pace da Dio Padre
nostro e dal Signore Gesù Cristo! Rit. Alleluia, alleluia. Mostraci, Signore, la tua misericordia Rit. Alleluia. Vangelo
(Mc 13,33-37) Dal
vangelo secondo Marco In quel tempo, Gesù disse ai suoi
discepoli: Omelia
Il grido doloroso, ma anche fiducioso, della prima lettura è
quello di ogni uomo che in mezzo alle difficoltà si trova sgomento, tormentato,
tentato di cedere agli assalti del nemico. "Se tu squarciassi i cieli
e scendessi!" è il grido che chiede a Dio di intervenire, di liberare
Israele dalla pressione dei nemici. E' il grido di chi è consapevole di aver
disgustato Dio, ma che crede nella misericordia di Dio e ha fiducia nella
potenza di Dio. "Scendessi dai cieli" dice l'orante pensando
ad un intervento travolgente di Dio nella storia. "Davanti a te
sussulterebbero i monti.
Quando tu compivi cose
terribili che non attendevamo", dice, ma nello stesso tempo afferma che Dio "va
incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia". Dio, che ha stabilito di
sua sovrana iniziativa l'alleanza con il suo popolo, lo visita, lo soccorre, e
allora ecco il grido: "Se tu squarciassi i cieli e scendessi".
E Dio ha visitato il suo popolo, anzitutto il genere umano, mediante
l'incarnazione del Figlio. Dio è venuto,
non dispiegando la forza di un
terremoto e di un vento tempestoso, come percepì Elia sul monte Oreb, ma nella
soavità di un tiepido venticello che muove dolcemente e scalda; è venuto
assumendo una natura umana; è venuto nascendo da una donna, che lo ha
avvolto in fasce. Lo ha deposto in una mangiatoia, in una fredda capanna. Cristo, Parola del Padre, ha fatto irruzione nella storia in
modo umile, senza apparato che non fosse il gloria angelico. Quella Parola che
chiede di essere accolta, e che accolta chiede di non essere taciuta, non è
passata come un vento, pur tiepido e leggero, ma si è radicata, è entrata nella
storia, è diventata ineliminabile, perché quella croce che la voleva eliminare è
diventata il piolo fermo che la tiene per sempre radicata. Per quanto la si
vorrà far tacere, essa ancora parlerà per
mezzo della Chiesa, e anche le pietre a loro modo la grideranno se, con assalto
spietato, si volesse farla tacere (Mt 19,40). Gridarono infatti le pietre nel
terremoto che colpì Gerusalemme, e ancora grideranno nell'ultimo giorno quando
ritornerà il Signore nella gloria. La si vuole fare tacere in nome degli idoli. Quando noi
ascoltiamo che si grida contro la parola pronunciata dal Papa dicendo che essa
invade il campo della politica, mentre dovrebbe
limitarsi a parlare ai fedeli e non agli Stati, vediamo bene che si vorrebbe ridurre la
Parola, che è Cristo, a un fatto privato. Ma essa non
sarà mai un fatto privato perché Cristo è il Re dei re e il Signore dei signori,
come abbiamo celebrato la domenica scorsa. Noi, certo, parliamo agli Stati.
Ma che cos'è uno Stato? Lo Stato è un ente
costituito dall'insieme degli uomini di un territorio, che si sono dati
una costituzione, una stabilità di vita, appunto uno "stato". Ma guai quando gli
uomini fanno dello Stato un idolo da contrapporre al
Cristo. A volte pensiamo agli Stati assolutistici di recente memoria, ma anche
uno Stato liberale e democratico che finisce per eleggere il relativo ad
assoluto, contro l'Assoluto, diventa assolutista. La Chiesa non tace, parla anche alle religioni non cristiane invitandole al dialogo, annunciando loro Cristo. Non diventerà mai un fatto privato la Parola, poiché Cristo è il Figlio di Dio ed è il conquistatore del genere umano mediante la sua morte e risurrezione. Il cammino dell'Avvento ci invita alla carità, all'amore verso Dio e verso gli uomini, e quindi ci porta ad allargare il cuore all'amore universale, nell'intenzione che tutti gli uomini accolgano il Cristo e formino unità; l'unità in Cristo, che è propria della Chiesa. Noi cristiani, uniti nell'unità, siamo gli uomini dell'impegno universale, e anche se l'orizzonte operativo di ciascuno è limitato, esso è universale perché la preghiera non può mancare di universalità. E la preghiera non manca mai di essere capace di attesa. Chi non sa attendere non prega. Attendere l'aiuto di Dio, attendere il tempo della civiltà della verità e dell'amore, attendere la venuta trionfale di Cristo, è pregare. Sì, anche attendere il trionfo finale di Cristo significa adoperarsi per questo trionfo. Infatti, pregando per la conversione dei cuori perché le genti si aprano a Cristo noi contribuiamo (Cf. 2Pt 3,12) alla venuta trionfale del Signore, che avverrà quando il Padre vedrà che il numero complessivo degli eletti avrà raggiunto quello immensamente degno del sacrificio del Figlio sulla croce. Noi che attendiamo e affrettiamo, sì affrettiamo il trionfo
di Cristo perché siamo partecipi del disegno di Dio - purtroppo anche
spesso lo ritardiamo -, siamo dotati, come ci dice san Paolo, di ogni dono. Noi conosciamo Cristo e sappiamo annunciare Cristo nella
sapienza che ci viene dallo Spirito. E ciò perché la testimonianza di Cristo si
è stabilita tra noi saldamente, cioè è diventata forza per essere a nostra
volta testimoni. Cristo ci confermerà sino alla fine, ci dice ancora Paolo, cioè
Cristo attesterà sino alla fine il suo amore che dà forza e vita. Non ci resta che rimanere svegli. Chi si addormenta mette a rischio se stesso e rallenta il progresso del regno. Nessuno conosce la data della fine del mondo proprio perché cesserebbe l'attesa e subentrerebbe il sonno e cesserebbe il nostro impegno. Così per noi resterà sempre un mistero quella data. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.
Nuova omelia in video
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