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III Domenica del tempo ordinario I
Lettura (Gn 3,1-5.10) Dal
libro del profeta Giona Fu rivolta a Giona questa parola del Signore: "Àlzati, va’ a
Nìnive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico". Giona si alzò e andò a
Nìnive secondo la parola del Signore.
Rit. Fammi conoscere, Signore,
le tue vie. Fammi conoscere, Signore, le tue vie, II
Lettura (1Cor 7,29-31) Dalla
prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi Questo vi dico, fratelli: il tempo si è
fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non
l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono,
come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che
usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la
figura di questo mondo! Rit. Alleluia, alleluia. Il regno di Dio è vicino; Rit. Alleluia. Vangelo
(Mc 1,14-20) Dal
vangelo secondo Marco Dopo
che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di
Dio, e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e
credete nel Vangelo".
Omelia Quando al tempo di Geroboamo II (783-743) il profeta Giona (Cf.
2Re 14,25) andò a Ninive a predicarvi la prossima distruzione, la città,
capitale dell'Assiria, era ancora salda, pur non mancando di segni di
indebolimento. Ninive, come si ricava dal testo,
aveva raggiunto un elevatissimo tasso di iniquità; tuttavia, Dio misericordioso
le diede un'opportunità di ravvedimento inviandole, per mezzo di Giona, un
annuncio drammatico: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”.
Come si vede, il messaggio non comprendeva la richiesta di accogliere l'alleanza
stabilita da Dio con Israele, ma era carico di invito ad un cammino
penitenziale. Lo scarno messaggio, detto e
ridetto, portò i cittadini di Ninive ad una riflessione. Il testo dice che “credettero a
Dio”; il che vuol dire che presero sul serio le parole di Giona, e soprattutto
credettero che Dio poteva loro perdonare. Dunque, nel messaggio non videro un
avviso di distruzione ineluttabile, al di là di ogni pentimento, ma
innanzitutto un invito al pentimento, mancato il quale la città sarebbe stata
distrutta. La città rifiutando il pentimento avrebbe sorpassato quella soglia
di iniquità oltre la quale c'è l'inesorabile ira di Dio. Fu la situazione di Sodoma e Gomorra. Chiaro che noi non possiamo conoscere, e, del resto, non è
compito nostro, questa soglia dell'iniquità oltre la quale c'è l'ira assoluta
di Dio. I cittadini di Ninive credettero
nel “Dio ignoto” e pur non abbandonando Assur, loro Dio nazionale al
quale ascrivevano tutta la potenza assira, forzarono i limiti di quella
divinità, ne purificarono i connotati. “Credettero a Dio”, e qui
il testo biblico fa intendere che a Ninive Assur venne assimilato al Dio di
Giona, ma non si può dire di più in merito. Giona voleva che Ninive fosse
distrutta, Dio invece vuole che Giona si adoperi perché Ninive non venga
distrutta, perché c'è ancora margine per la sua salvezza. Dio non trascura i pagani, c'è un'assistenza anche per loro, sebbene siano presi dalle scelte politeiste e idolatriche. San Paolo quando andrà in terra pagana farà leva proprio su questa presenza incessante della misericordia di Dio nella loro esistenza (At 14,16): “Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che tutte le genti seguissero le loro strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti”. L'episodio di Ninive ci invita a
non rifiutare a nessuno il bene, ad avvisare tutti del male che i loro
comportamenti causeranno. Noi non dobbiamo negare il bene a coloro che sono
ancora lontani dalla conoscenza del vero Dio, perché in loro c'è una tensione
verso il “Dio ignoto”. Giona solo su costrizione di Dio andò a
Ninive,
noi invece dobbiamo andarci perché abbiamo conosciuto l'amore universale di
Cristo per tutti gli uomini. Giona non chiede la conversione al
Dio dell'alleanza. Non chiede a Ninive di avere per centro Gerusalemme; chiede
solo la conversione a Dio, la penitenza, con le sue scarne parole dette
malvolentieri. In seguito, potrà avvenire l'unione al popolo di Dio, ma non sarà
per la presenza di un Giona, ma di Gesù, che formerà la novità della Chiesa
destinata ad accogliere tutte le genti. Il Vangelo riferisce che Gesù
diceva: “Il tempo è compiuto”; cioè che il tempo era giunto a
maturazione dopo la presenza di Giovanni Battista e con la sua presenza. Noi a volte pensiamo che sia
necessaria oggi un'evangelizzazione irruenta, forte, così come la fece Pietro a
Gerusalemme, ma dimentichiamo che Gerusalemme aveva vissuto il dramma di
aver misconosciuto Cristo, aveva conosciuto la sua parola e l'aveva rifiutata. Ma in terra
neopagana, più pagana della pagana, come ormai è la nostra terra occidentale, bisogna
porre nuovamente le basi per raggiungere il tempo compiuto, e questo lo si fa
con la carità, la testimonianza. La carità, il fare il bene, non è esitazione,
vile annacquamento del Vangelo, ma preparazione al momento dell'annuncio pieno,
esplicito del Vangelo. Mettiamo il caso non infrequente che si abbiano contatti
con un miscredente, cioè con uno che dubita, ma non è ancora un aperto negatore
dell'esistenza di Dio, che, in questo caso, le cose si complicano non poco;
ecco, noi siamo portati ad escluderlo, paurosi di essere contagiati o turbati
dalle sue negazioni. Certo, occorre giusta prudenza nei contatti, ma noi
dobbiamo cercare di indirizzarlo al bene, anche se la prima tappa è solo un
bene parziale; un piccolo bene. Come Giona con Nivive, ma con la carità dataci
da Cristo, noi presenteremo alla coscienza di quell'uomo o di quella donna il
bene, la verità, pian piano, con l'esempio, con un'attesa paziente, che non
vuole bruciare le tappe. Penso a Charles de Foucauld che
per anni restò tra i Tuareg facendosi benvolere. Coi Tuareg, che sono di religione musulmana, non attuò un' evangelizzazione d'urto, ma fece inviti al bene, alla
coerenza con la coscienza, all'amore verso Dio; non annunciò che raramente il
Vangelo, ma non per viltà, per paura delle conseguenze, ma perché aspettava il
momento suggerito dallo Spirito; poi venne ucciso e tutto si interruppe, ma
certo la testimonianza di Charles de Foucauld è destinata a dare frutti nel
futuro nella terra dei Tuareg. E' lo stesso metodo di Francesco presso i musulmani.
Innanzitutto essere presenti con la propria identità in maniera palese; operare
incessantemente il bene; e quando lo Spirito lo suggerisce, annunciare Cristo
senza paure delle conseguenze. Rimane sempre ferma l'indiscutibile necessità del pubblico annuncio del Vangelo, con evangelizzatori che vanno nei luoghi pubblici: strade, piazze, ecc. E' il pubblico annuncio che ha come centro l'assemblea eucaristica, come del resto lo hanno anche i contatti personali. San Paolo (2Tm 4,2) ci dice di annunciare la Parola “al momento opportuno e non opportuno”, ma parlando di “non opportuno”, non intende dire che si debba diventare pesanti, inopportuni, ma che dobbiamo annunciare Cristo anche quando si presentano situazioni rischiose. A volte, diciamolo pure, ci
verrebbe da desiderare per coloro che sono nell’errore il castigo di “Ninive”, più che la
loro
conversione. Più che venga colpito il nemico, che cambiato dall'amore. Questo è
un errore totale, che ci porta lontano dal Vangelo. Diciamolo pure quando il
nostro avversario vacilla, non sempre invochiamo per lui l'umiltà che è sorgente di
conversione, ma piuttosto ci rallegriamo della sua umiliazione. Sbagliamo.
Siamo ancora uomini vecchi; moderni fin che vogliamo, ma vecchi, dentro il
cuore. Siamo inadatti all'evangelizzazione che, come dice san Paolo (2Cor 12,12),
richiede tutta la pazienza, cioè una carità che non si flette mai. Noi, fratelli
e sorelle, ce la prendiamo comoda nel seguire Gesù. Abbiamo ascoltato dal
Vangelo: “E subito lasciate le reti lo seguirono”. Sentirono il fascino
dell'Amore che chiama a seguirlo. Non tentennarono. Noi siamo sempre pronti a
valutare i pro e i contro. Paventiamo subito i pericoli, i disagi, le ostilità,
e così rimaniamo fermi. Giona non tentennava di fronte ai pericoli, pur non
conoscendo ancora Cristo, la carità. Noi sì; e tentenniamo davanti agli inviti
del Signore. Il cristiano non può prendersela comoda. Paolo con parole
chiarissime ce lo dice: “Il tempo si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli
che hanno moglie, vivano come non l'avessero...”. Forse sarete curiosi di
sapere cosa vuol dire “come non l'avessero, la moglie”. Vuol dire che
non ci si deve lasciar assorbire dalla dolcezza, dal calore dell'intimità
sponsale, fino a perdere la tensione nel seguire con decisione Cristo. Paolo
dice pure: “Quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che
gioiscono, come se non gioissero”. Il discorso è chiaro; l'afflizione non
può prenderci tanto da oscurare la speranza. Così le gioie non possono arenarci facendoci
perdere la gioia dell'incontro con Dio e l'attesa dei beni eterni. “Passa
infatti la figura di questo mondo”, dice
Paolo volendo dire che la figura, lo stato attuale delle cose, cambierà;
perderà le forme attuali per acquistare quelle eterne, quelle gloriose,
nell'ultimo giorno (Cf. Rm 8,21). Ave Maria. Vieni, Signore Gesù..
Nuova omelia in video (Uliveto della chiesa di San Damiano - Assisi)
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