|
III Domenica di Quaresima I
Lettura (Es 20,1-17) Dal
libro dell’Esodo In quei giorni, Dio pronunciò tutte
queste parole: "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra
d’Egitto, dalla condizione servile:
Rit.
Signore, tu hai parole di vita eterna. La legge del Signore è perfetta, II
Lettura (1Cor 1,22-25) Dalla
prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi Fratelli, mentre i
Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo
crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che
sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Rit.
Lode e onore a te, Signore Gesù! Vangelo
(Gv 2,13-25) Dal
vangelo secondo Giovanni Si
avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio
gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora
fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e
i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai
venditori di colombe disse: "Portate via di qui queste cose e non fate della
casa del Padre mio un mercato!". I suoi discepoli si ricordarono che sta
scritto: "Lo zelo per la tua casa mi divorerà". Omelia I
dieci comandamenti che Mosè ricevette sul Sinai sono degli imperativi in
perfetta armonia con la severità della teofania sul monte. Ma il tono di questi
imperativi è mitigato, pur rimanendo il comando, nel libro del Deuteronomio
(6,4s). Il tono è improntato all'invito ad ascoltare: “Ascolta, Israele: il
Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore tuo Dio
con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Questi precetti che
oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore”. L'accento
delle parole del Deuteronomio sono sull'amore che si deve a Dio, che ha
dimostrato sommo amore liberando il popolo dall'oppressione egiziana, anche le
“dieci parole” sono improntate all'amore. L'amore di Dio per il suo popolo è
presentato con la gelosia che egli prova per esso, sempre tentato di aderire ad
altri dei: “Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso”. La
gelosia di Dio per il suo popolo non ammette che si formino divisioni sulla
base di altri culti. Il padre che devia dalla fede in Dio e trasmette ai figli
la sua deviazione perché si perpetui deve sapere che la sua discendenza non
reggerà. Dio punisce i singoli in base alle loro colpe personali, ma certo non
benedice la stirpe degli empi che andrà in rovina (Sir 16,4; 40,15). Le
“dieci parole”, sono dunque improntate all'amore. Dio ha liberato il suo popolo
dall'Egitto rendendo nulli tutti gli idoli dell'Egitto e tutte le magie
dell'Egitto. Egli è l'unico Dio vivo e vero e Israele dovrà essergli fedele,
perché è stato liberato da una schiavitù spietata. “Non
pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia
impunito chi pronuncia il suo nome invano”;
parole queste che indicano come nella preghiera deve essere sempre presente il
cuore. Una preghiera senza amore è nominare il nome di Dio invano, cioè solo
per farsi vedere, per passare per giusti, credendo per di più di poter
ingannare Dio. Sappiamo
che Israele molte volte nominò il nome di Dio invano nelle sue liturgie al
tempio. Il profeta Isaia diceva al proposito (29,13): “Questo popolo si
avvicina a me con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è
lontano da me”. Testo questo citato da Gesù (Mt 15,8-9) riguardo ai farisei
e agli scribi. Una preghiera in cui è assente il cuore è precisamente “nominare
il nome di Dio invano”. Una preghiera dove è rifiutata la verità è nominare
il nome di Dio invano. Il fatto è ampiamente presente anche oggi. Alcuni mi
hanno detto espressamente che per ingannare gli altri, dopo aver sostenuto una
posizione contro la Chiesa, o contro l'unità famigliare, si sono messi a
pregare davanti al Santissimo Sacramento con volto ieratico, trasfigurato,
creando disorientamento. “Come? Uno che dice eresie e poi è pieno d'ardore
nella preghiera? Che non abbia ragione lui?”. No! Non ha ragione lui. Sta
semplicemente nominando il nome di Dio invano ed è un ipocrita come lo erano
gli scribi e i farisei. Dio vuole amore autentico. Facile poi comprendere che “non
ucciderai” è un comandamento d'amore che riguarda il prossimo, e così gli
altri comandamenti. “Non commetterai adulterio”; qui l'adulterio è inteso
non solo come infedeltà coniugale espressa, ma anche come peccato di
fornicazione coi culti idolatrici, che prevedevano, nel mondo cananeo, orge
rituali con prostitute sacre. “Non
desidererai la moglie del tuo prossimo”; si intende il desiderio di avere la
moglie del prossimo: pensiero
esecrabile. Gesù presenterà il fomite di quel desiderare, cioè la concupiscenza
(Mt 5,27). “Non fornicare” si legge nei catechismi sulla scorta della
Scrittura, intendendo ogni forma di disordine nel modo di vivere la propria
sessualità. La Scrittura presenta il divieto della fornicazione e
dell'impudicizia (Cf. Lv 20,11-21; Dt 23,18; Tb 4,12; Sir 23,6; Sap 14,26; Mc
7,21; 1Cor 6,18; 10,8; 2Cor 12,21; Ef 5,5; Eb 12,16; Ap 2,14). La
legge di Dio è dunque centrata sull'amore a Dio e ai fratelli e al rispetto
della propria identità di persona fatta ad immagine somiglianza con Dio. Il
Vangelo ci presenta il Tempio di Gerusalemme come un luogo dove si erano
stabiliti mercanti avidi di denaro. La domanda di capi di bestiame per i
sacrifici aveva incontrato un'offerta avara, spilorcia, disonesta, proprio
all'interno dei cortili del tempio. Così il tempio era diventato (Cf. Mt 21,3)
“un mercato di ladri”, dove si facevano affari d'oro. L'acquisto
veniva fatto per mezzo della contrattazione al ribasso a partire da una cifra
presentata dal venditore. Così nel tempio c'era tutt'altro che spirito di
silenzio e di preghiera. Il denaro aveva invaso il tempio. Gesù non poteva che
fare quello che fece: “Gettò a terra il denaro dei cambiamonete”. Non
era atto di ira, ma di sublime zelo per la casa del Padre suo. Un gesto anche
simbolico rivolto ad affermare che egli è il Figlio di Dio: “Portate via
di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato”. Non
erano stati introdotti nel tempio idoli come al tempo dei re, ma era stato
introdotto nel tempio il dio Mammona, indubbiamente con il beneplacito e la
cointeressenza dei sacerdoti. I Farisei, ma anche i Sadducei, erano (Cf. Lc 16,14)
“Attaccati al denaro”. Lo si sapeva bene che l'attaccamento al denaro
produce un'arsura continua per il denaro (Qo 5,9): “Chi ama il denaro non è
mai sazio di denaro”. Il denaro vuol dire potere sugli altri, vuol dire
avere donne, vuol dire godere dell'invidia degli altri. Trionfava
nel tempio la voglia di ricchezze e di onori. I comandamenti di Dio erano stati
elusi. Si aveva un altro Dio. C'era corruzione.
Gesù continua la sua opera senza scoraggiarsi. I miracoli producono adesione,
una prima adesione: “Molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel
suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro”. Questa folla di
miracolati si schiererà nel momento della passione contro Gesù, ritornerà a
Gesù dopo, pentita di fronte alle parole di Pietro (At 2,37). Bisogna non
cessare di seminare, fratelli e sorelle, e anche se ci troviamo di fronte
all'incomprensione, al passaggio all'avversario dei beneficati; dobbiamo sapere
che dopo il nostro sacrificio ritorneranno non dico a noi, ma a Cristo. Coloro
che subiscono persecuzioni sembrano perdenti. Il mondo li considera stolti,
perché abbracciano la croce rinunciando a perseguire ricchezze e onori, ma sono
vincenti. La croce di Cristo è stoltezza per il mondo; lo era allora, lo è
oggi. Ma la stoltezza della croce, dice Paolo, è sapienza. I Greci cercavano la
sapienza, cioè concezioni filosofiche che soddisfacessero intelletti avidi di
conoscere, ma nello stesso tempo avidi di coniugare il vizio con la verità. Una
sapienza filosofica consolatoria per far tacere l'urlo delle anime di fronte al
vizio. Dalla sapienza cercavano il benessere del far tacere la coscienza, cosa
che non riesce. I Giudei cercavano i miracoli, chiedevano i miracoli, per stare
bene. Per avere una fede che non implicasse sforzo di conversione, e anzi una
fede che chiede i miracoli per essere nel benessere (Gv 6,26): “Mi cercate
non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi
siete saziati”. All'ombra
del tempio c'era il trionfo del denaro. I pagani non cercavano altro. Paolo
invece annuncia Cristo Crocifisso, “Scandalo per i Giudei”, perché
attendevano un Messia ricco e agguerrito militarmente, che doveva portare
Gerusalemme al trionfo su Roma. “Stoltezza per i pagani”, perché la
croce urtava la loro sapienza coniugante la verità col vizio e perciò deforme
nei suoi risultati. Il tempio di Gerusalemme é passato, era solo una figura di un nuovo Tempio. Gesù è questo Tempio; il suo Corpo, la sua Umanità, dove abita la pienezza della divinità (Col 2,9). Un Corpo consumato dall'amore nell'accettazione del sacrificio della croce, ma risorto e destinato ad essere eterno Tempio. Noi misticamente dimoriamo in quel Tempio, che fa di tutti noi quell'unità che si chiama Chiesa. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.
Nuova omelia in video (La Verna - Chiesa Santa Maria degli Angeli)
|