|
III Domenica di Avvento I
Lettura (Is 61,1-2.10-11) Dal
libro del profeta Isaia Lo spirito del Signore Dio è su di me, Salmo
(Lc 1) Rit. La mia anima esulta nel
mio Dio. L’anima
mia magnifica il Signore II
Lettura (1Ts 5,16-24) Dalla
prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi Fratelli, siate sempre lieti, pregate
ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio
in Cristo Gesù verso di voi. Rit. Alleluia, alleluia. Lo Spirito del Signore Dio è sopra di me, Rit. Alleluia. Vangelo
(Gv 1,6-8.19-28) Dal
vangelo secondo Giovanni Venne un uomo mandato da Dio: Omelia Questa
Domenica, detta “Gaudete”, è caratterizzata dalla presentazione della gioia
dell’anima di fronte al mistero di Cristo e dall’invito a rimanere sempre in
questa gioia. E’ la gioia della conoscenza di Cristo. La nutrita delegazione
che andò ad interrogare Giovanni Battista si sentì dire che “in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”.
“Non conoscete”, proprio perché le
guide religiose di Israele si erano formate del Cristo un’idea divergente da
quanto annunciavano le Scritture. Cristo è già stato riconosciuto dai piccoli,
dai semplici. L’aveva riconosciuto Elisabetta, e con lei il nascituro Giovanni;
lo riconobbe Zaccaria; i pastori non ebbero difficoltà nel credere che quel bimbo
adagiato in una mangiatoia da stalla fosse il Cristo Signore e Salvatore. Così
i re Magi. Simeone, Anna nel tempio, mossi dallo Spirito, lo riconobbero. Non lo
riconobbero i dottori della legge quando disputò con loro sotto i portici del
tempio. I sapientoni di Gerusalemme, che conoscevano a memoria le Scritture,
non lo riconobbero, e continuarono a non riconoscerlo. Noi, fratelli e sorelle,
conosciamo Gesù. Egli è il Figlio di Dio, il nostro Salvatore, il Maestro, lo
Sposo della Chiesa, la via che ci guida al Padre, e potremmo continuare. Noi
conosciamo Gesù e abbiamo il dovere di farlo conoscere a quanti non lo
conoscono. Chi è il testimone? E’ uno che dichiara di conoscere una verità, un
fatto, un evento, e fornisce le prove di ciò che afferma. Chi conosce Gesù deve
dare prova della sua veracità. Non basta dire “noi conosciamo Gesù e ve
l’annunciamo”; bisogna anche dare la prova che quanto diciamo è vero, che siamo
veritieri, e questa prova viene data dalla nostra vita di conformità a Gesù. Giovanni
rese testimonianza. La rese con la sua vita austera, che affascinava, che
attirava, ma soprattutto la rese dichiarando di non essere il Cristo.
Giovanni non legò la gente alla sua persona. Non si spacciò per Elia ritornato
dal cielo, non si spacciò per “il profeta”, che doveva venire secondo le parole
di Mosè (Dt 18,18), non si spacciò per il Cristo, rimase nella sua identità: “Io sono voce di uno che grida nel deserto…”.
La sua testimonianza sta nella confessione di non essere il Cristo, anzi di
fronte a lui dichiara di essere un niente: “Io non sono degno di slegare il legaccio del sandalo”. L’umiltà
è segno chiaro di verità. L’umiltà vera, non l’apparenza di umiltà, che
nasconde la voglia di lodi, di onori, di denaro. L’umiltà che è nutrimento
incessante alla carità. Ma le cose sono talmente concatenate che chi non dà
testimonianza con la vita, ben presto corrompe anche la dottrina, poiché tende
a giustificare il suo comportamento, lo vuol far apparire vero a se stesso e
agli altri. Perciò adultera il messaggio di Cristo. La
boria del falso testimone prima o poi emerge. Non resiste a lungo il falso
profeta a manifestare il suo egocentrismo, la sua ricerca di essere ammirato. San
Paolo, nella seconda lettura, invita i Tessalonicesi a non spegnere lo Spirito.
“Spegnere” dice, riferendosi allo Spirito come fuoco che scalda e illumina. Come
si può spegnere lo Spirito? I Tessalonicesi, che provenivano dal giudaismo, lo
sapevano. Lo avrebbero spento ritornando ai formalismi giudei, al fariseismo,
che era boria di apparire santi mentre nulla si faceva per esserlo. Si spegne lo
Spirito con la superbia, con la voglia di comparire. Paolo afferma
l’importanza delle profezie, del carisma profetico, ma sa bene che bisogna
vigilare su di esso. Facile essere falso profeta. Come è facile per un profeta
autentico essere tentato di boria, e cedervi. Il vero profeta ha una vita di
grande intimità con Dio, e per questo è austero, riservato, schivo agli onori,
anche se caritatevole e gioioso. Il vero profeta è obbediente alla Chiesa; non
di un’obbedienza formale, ma sostanziale, che cioè plasma cuore e
comportamenti. Il falso profeta non conosce Gesù e dirà parole che sono
divergenti da Gesù, poiché lo Spirito altro non fa che presentare Gesù (Gv
16,14): “Dirà tutto ciò che avrà udito e vi
annuncerà le cose future (…). Perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”.
Ciò che annunzia lo Spirito è Cristo e lo fa facendoci comprendere sempre più
il mistero di Cristo. Ci guiderà alla verità tutta intera, senza che possa mai
essere esaurita nei suoi approfondimenti. Il profeta con l’annuncio del futuro,
conforta, esorta, edifica, e sempre orienta a Cristo. Egli presenta cose che
non può sapere, ma il suo discorso orienta sempre a Cristo. A volte il profeta
presenta una situazione occulta di peccato, che non è nota, ma lo fa per
smascherare il peccato e orientare a Cristo. L’orientamento a Cristo è una
costante. Ma,
fratelli e sorelle, non esiste solo il profeta, col suo carisma straordinario,
esiste anche un popolo profetico: la Chiesa. Lo Spirito che era sul Cristo,
come abbiamo ascoltato nella prima lettura:
“Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con
l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio…” è stato partecipato
dal Cristo a noi. Per quello Spirito noi annunciamo Cristo e nell’ordinarietà,
illuminati dalla Parola, possiamo essere, pur in modo generale, senza
dettaglio, profeti delle cose future. Gesù ci ha fornito un quadro profetico
circa la fine del mondo e il cammino della Chiesa (Cf Mt 24,4-36). Lo Spirito
ha ampliato questo quadro in Paolo, in Pietro, in Giovanni con l’Apocalisse; e
noi, attingendo da questo quadro, possiamo vedere il futuro, poiché dove
c’è accoglienza di Cristo c’è, e ci sarà, pace dove non c’è accoglienza di Cristo c’è,
e ci sarà,
rovina e morte. In
momenti particolarmente difficili, Dio può donare il carisma profetico, che non
va disprezzato, ma che può e deve essere valutato nella sua veridicità.
Esso è infatti sotto il controllo dei profeti (1Cor 14,32) cioè del Magistero
che possiede i tre munus (uffici) di Cristo:
regale, sacerdotale, profetico. Non si tratta del carisma profetico
straordinario, ma di quello istituzionale, animato dal medesimo Spirito. Ma
esiste pure il “sensus fidei” dei
cristiani, in comunione intima con il Magistero, per mezzo del quale essi possono
dare una valutazione, anche se soltanto di primo approccio, al discernimento
della veridicità del profeta. Ma
perché, e concludo, il carisma profetico? Ecco, esso è dato per imprimere
un’accelerazione, un orientamento forte ai cristiani in tempi difficili, quali
furono quelli iniziali, oppure per riorientare tanti cristiani, finiti nelle
nebbie degli errori e dei peccati, a Cristo e alla Chiesa. Amen.
Ave Maria.
Nuova omelia in video
|