IN CRISTO GESU'

P. RODOLFO PLUS S.I.

 

. Imprimi potest.

P. JOSEPH PEANO S. J., Praep. Prov. Taur.

. Visto: nulla osta alla stampa.

Torino, 17 Agosto 1944.

Sac. LUIGI CARNINO, Rev. Del.

. Imprimatur.

C. LUIGI COCCOLO, Vic. Gen.

. PROPRIETÀ LETTERARIA (28-XII-49).

 

 

DIVISIONE DELL'OPERA

 

LIBRO I. Il fatto della nostra Incorporazione a Gesù Cristo

I. Che cosa è. - II. Che cosa implica. - III. Come si esplica.

 

LIBRO II. Il modo della nostra Incorporazione a Gesù Cristo.

I. Gesù Cristo ci divinizza con il suo Spirito. - II. La devozione allo Spirito Santo, devozione cristiana per eccellenza.

 

LIBRO III. L'origine della nostra Incorporazione a Gesù Cristo.

I. Per rispetto al Padre che l'ha voluta. - II. Per rispetto al Figlio che l'ha meritata. - III. Per rispetto allo Spirito Santo che l'effettua.

 

LIBRO IV. L'Intelligenza pratica della nostra Incorporazione a Gesù Cristo.

I. Gravità del peccato in un membro di Cristo. - II. Dovere della RINUNCIA; le sue gioie. - III. Risultato finale: "Non più io, Gesù Cristo solo".

 

LIBRO V. Le esigenze della nostra Incorporazione a Gesù Cristo: la fedeltà alla grazia.

Come opera lo Spirito Santo nell'anima? - II. Come opera un'anima sotto l'azione dello Spirito Santo?

 

LIBRO VI. Il richiamo più eloquente e l'agente più efficace della nostra Incorporazione a Gesù Cristo: l'Eucarestia.

I. Offrire Gesù al Padre. - II. Offrirci con Gesù Cristo. - III. "Ostia con l'ostia".

 

LIBRO VII. Il termine ultimo della nostra Incorporazione a Gesù Cristo.

I. La nostra morte "in Cristo". - II. La nostra risurrezione con Lui e in Lui. - III. Il possesso del Cielo per mezzo di Lui e con Lui.

 

 

 


INTRODUZIONE

 "In Christo Jesu. In Cristo Gesù". Non c'è nel Nuovo Testamento formula più spesso ripetuta: centosessantaquattro volte in San Paolo, ventiquattro Volte in San Giovanni. Non vi è in tutto il dogma cristiano formula più piena. E non vi è neppure formula più incompresa, almeno nei suoi aspetti profondi.

 Si conoscono, di Gesù Cristo, i suoi trentatré anni di vita sulla terra, la sua esistenza silenziosa nel Tabernacolo, e basta. Ma c'è un'altra vita di Cristo - che non si conosce, e noi vorremmo far conoscere - o aiutare almeno a conoscere meglio.

 Qual è quest'altra vita di Cristo?

* * *

 Un giorno Saulo di Tarso andava a Damasco per perseguitare i cristiani; ma una luce l'atterra sulla via, e dall'alto una voce gli grida: "Io sono Gesù che tu perseguiti".

 Chi è questo Gesù? Paolo perseguita i cristiani, è vero, ma che cosa può fare a Cristo, crocifisso già da molti mesi e risalito al Cielo?

 Eppure, la voce che non inganna ha detto: Io sono Gesù che tu perseguiti. "Cristo" e "i cristiani" sarebbero forse la medesima cosa?

 - Appunto! I cristiani perseguitati da Saulo sono Gesù.

 E noi vorremmo parlare di questo Gesù, del Gesù che siamo noi. Troppo pochi sanno che Egli esiste.

 Si dice: "christianus, alter Christus", “il cristiano è un altro Cristo" e nulla è più Vero. Ma non bisogna lasciarsi trarre in inganno. "Altro" qui non significa "diverso". Noi non siamo un Cristo diverso dal Cristo vero. Siamo, per destinazione il Cristo, il solo che esista, il Cristo unico: Christus facti sumus, come dice Sant'Agostino. Non dobbiamo divenire una cosa diversa da Lui; dobbiamo divenir Lui.

 Come e in qual misura, e fino a quali conseguenze, è appunto quello che ci proponiamo di dimostrare; e forma l'oggetto di questo libro.

 Dottrina audace, senza dubbio. Ma l'audacia non è nostra, bensì del testo ispirato, della Chiesa che ce la dà e ce l'interpreta, dei Padri che tante volte l'hanno esaminata, di qualcuno insomma molto bene indicato per saperlo, e cioè del Maestro stesso, Gesù Cristo. Dare subito qui un elenco di tutti questi testi non è possibile; verranno a loro tempo, lungo il lavoro; i principali tuttavia sono più impressi nella memoria di tutti. Non è quindi che s'ignorino, ma forse non se ne estrae abbastanza, per la pratica della Vita, la pienezza del succo racchiuso.

 Il cristiano forma una sola cosa con Gesù. Gesù non è tutto Lui, senza di noi; non è tutto Lui se non siamo una sola cosa con Lui. Incorporati a Lui, formiamo parte integrante della sua unità totale.

 Corollario immediato: non formando se non una sola cosa con Gesù, non formiamo, noi, gli uniti a Gesù, se non una sola cosa tra di noi.

 Dunque, per essere completo, questo lavoro richiederebbe due parti. Si può, infatti, considerare la nostra Incorporazione a Cristo:

 O rispetto alle relazioni di OGNI cristiano con GESÙ CRISTO ;

 O rispetto alle relazioni RECIPROCHE fra TUTTI i membri di Cristo.

 Nel primo caso, il problema concerne la vera natura della vita cristiana individuale: per il fatto che formiamo una sola cosa con Gesù Cristo, la vita di ciascuno deve essere Gesù Cristo: Mihi vivere Christus est. - Questo soltanto sarà l'argomento del presente volume.

 Nel secondo caso si tratta della vera natura della Chiesa, o, come si dice, della Comunione dei Santi. Essendo tutti uniti a Cristo Gesù non formiamo insieme altro che un solo corpo, il Corpo mistico di Cristo, unum corpus sumus in Christo.

 - Argomento del volume seguente: In Cristo Gesù.

* * *

 Tuttavia s'ingannerebbe chi volesse cercare qui un metodo di spiritualità; il nostro scopo è piuttosto quello d'insistere su ciò che costituisce il fondamento di ogni spiritualità.

 Nella "casa del Padre" ci sono molte mansioni. Gli uni scelgono come virtù principale da praticare la povertà, l'umiltà, la carità, e questo con innumerevoli sfumature. Gli altri invece, preferiranno adottare, come incitamento alla loro ascesi, una verità dottrinale: il dogma Eucaristico, per esempio, o il Sacro Cuore, oppure l'imitazione di Cristo o della Vergine in questo o quel mistero. Qui si darà la precedenza alle considerazioni di ordine pratico; là alle considerazioni speculative.

 Non si trovano due Istituti religiosi che non differiscano almeno nei particolari, e neppure due anime che vadano a Dio per vie assolutamente identiche.

  Ma sopra alle realissime diversità dei particolari che dimostrano l'incomparabile ricchezza della Chiesa di Dio, non bisogna dimenticare il comune punto d'origine, qui più apparente, là meno visibile, ma sempre e da per tutto necessariamente esistente: ossia quel complesso di Verità dogmatiche, dalle quali sgorgano tutte le spiritualità particolari.

 Qualunque sia la sfumatura o la profondità o l'estensione delle diverse vene d'acqua, a cui vanno attingere le differenti scuole spirituali, la sorgente ultima che alimenta tutte queste vene è UNA: "la sorgente che zampilla sino alla Vita eterna".

 Santa Teresa, come Santa Geltrude e Margherita-Maria, sono compagne della Samaritana; tutti maestri della vita spirituale, nel corso dei secoli, si sono seduti accanto al pozzo simbolico, donde sgorga l'Acqua Viva.

 Non c'è al mondo se non un solo pozzo di Giacobbe.

 

 Parlando di un argomento, del resto molto differente dal nostro, San Paolo, nel capitolo terzo della sua prima Lettera ai Corinti, rimprovera ai nuovi convertiti di richiamarsi gli uni ad Apollo, gli altri a Paolo, esponendo così i punti di divergenza, invece di Vedere, sopra Apollo e sopra Paolo, la sola persona veramente importante: Gesù Cristo.

 Qualunque idea di biasimo sarebbe qui inopportuna. Rammentiamo soltanto la tesi fondamentale: l'unica base è CRISTO GESÙ.

 Molte monografie o studi pubblicati in questi ultimi tempi hanno fatto conoscere al gran pubblico la spiritualità domenicana o bernardiana, la spiritualità ignaziana, benedettina, sulpiziana, ecc. e non si può che trar profitto da queste letture e dalle preziose comparazioni che suggeriscono.

 Plaudendo ai lavori, che si dedicano a notare così i caratteri specifici di ogni spiritualità o i metodi tradizionali adottati e piamente conservati da ogni Scuola od ogni famiglia religiosa, vorremmo per conto nostro ricordare che, sotto differenze più o meno accentuate, la Vita spirituale, qualunque vita spirituale, non è se non la vita Cristiana perfezionata, prendendo la parola nel suo senso più forte, e che questa perciò consiste essenzialmente nel condurre la piena Vita in Cristo, con il minore scapito possibile e secondo il metodo migliore e più fruttuoso per ciascuno.

 

LIBRO PRIMO. Il fatto della nostra Incorporazione a Gesù Cristo

CAPITOLO PRIMO. Che cosa è.

 I. - Gesù per salvarci ci fa altrettanti "Cristi".

 II. - Vero concetto del Cristo completo.

 

I.

 "Dimenticate forse che sono la figlia del vostro Re?" gridò un giorno alla sua governante, in un impeto d'ira, Luisa di Francia, figlia di Luigi XV, la quale doveva entrare più tardi al Carmelo per espiare le colpe di suo padre.

 "E voi, replicò la governante, dimenticate che sono la figlia del vostro Dio?".

 A questo brusco richiamo, dinanzi alla sua fede, dell'origine divina del più umile di noi, l'irascibile fanciulla istantaneamente si calmò. Qualunque anima in grazia è "figlia di Dio”, e le voci, per incoraggiare Giovanna d'Arco, non troveranno stimolo migliore che quello di ripeterle in linguaggio di Paradiso, queste parole celesti: "Va, Figlia di Dio! Va, va!".

 Parole celesti, infatti, che riepilogano la nostra sublime vocazione.

 Non immaginatevi, diceva un grande Vescovo, che Dio sia geloso del suo titolo di Dio; che voglia conservarlo per sé solo, e che si compiaccia di assaporare la sua divinità impressa in una sola copia" (Mons. Berteaud).

 No; Dio creando l'uomo stabilisce di farlo divino, ma, trattandolo da creatura libera, non gli impone la grazia; lascia Adamo libero e padrone, per il suo maggior bene o il suo maggior male, di ricusare o di accettare.

 Ho voluto venire, gratuitamente e per pura bontà, ad abitare in te e in ogni essere umano che nascerà da te; ho voluto crearti, te e i tuoi discendenti, cento volte, mille volte più grande del naturale; di persona umana come sei, dedita a compiere atti puramente umani, mi è piaciuto fare un essere divinizzato. Ma affinché tu sappia e ammetta di non essere "Dio" di per te stesso e di non essere "Dio" se non per mio mezzo. ti chiedo un atto formale d'obbedienza alla mia infinita e Unica Maestà. Ti consacro "divino”, se riconosci che sono il solo vero Dio".

 Talvolta non si capisce o si spiega male la prova dell'Eden; riducendola ad un semplice capriccio, abbastanza ridicolo o infantile, da parte dell'Altissimo. Tutt'altro!

 Nulla invece di più giusto e di più normale: nulla che convenga maggiormente alla natura di Dio e alla natura dell'uomo: di Dio, essere intuito; dell'uomo, essere libero.

 Ahimè! invece dell'obbedienza si ebbe la rivolta. Il rifiuto da parte del "finito" di riconoscere la superiorità dell'Infinito trascinò tutta l'umanità, solidale con Adamo ed Eva, alla perdita dell'infinito che Dio aveva dato come regalo di nozze alla prima coppia umana.

 L'uomo, per non aver voluto riconoscere che tutto quello che aveva, lo aveva ricevuto da uno più grande di lui, perdette la sua vera grandezza da uomo "divinizzato"  divenne un "senza Dio".

 La perdita del soprannaturale e della grazia ci sembra cosa di poca importanza. Gli è che quando si tratta di misurare i provvedimenti divini, i nostri sistemi umani falliscono; la nostra vista è terribilmente corta!

 Dio, invece, s'intende molto bene dell'arte di misurare il divino. Quanto stima questo divino, che l'uomo ha perduto! Fino al punto d'inventare prodigi per restituirlo all'uomo.

 Il Verbo - possiamo credergli, perché essendo la Sapienza del Padre, deve sapere come si apprezza il reale al suo giusto valore, - il Verbo determina di restituirci tutto.

 La Creazione soprannaturale era già un portento.

 La Restaurazione soprannaturale, avvenuta per mezzo dell'Incarnazione del Verbo, ne costituirà un secondo.

 Ma eccone un terzo, forse ancor più meraviglioso degli altri due, però disgraziatamente meno conosciuto; - è il mezzo scelto dal Verbo Incarnato, per renderci partecipi delle ricchezze soprannaturali che il suo sacrificio ci restituisce.

 Questa terza meraviglia d'amore, è precisamente il punto che il presente volume si propone di mettere in piena evidenza.

 

 Nostro Signore poteva benissimo pagare per noi, lasciandoci fuori di Lui. Avrebbe potuto dichiarare al Padre suo: "Gli uomini hanno attentato alla tua gloria. Questa gloria io te la restituirò con il mio sacrificio. Qual somma ti occorre? - Eccola! - Oramai rendi loro i tuoi doni". Un po' come quando, durante la guerra, in paese invaso, qualcuno si offre a pagare un'ammenda per conto di un debitore insolvibile. Sia prima che dopo si rimane due estranei, due amici tutt'al più. Quella carità non crea tra i due interessati un vero vincolo di famiglia, non inocula il medesimo sangue.

Ora, per salvarci il Salvatore non ha operato così. Non si è limitato a pagare la somma richiesta: "Prendo il loro posto, pago per essi" - No. Ha detto al Padre suo: "Io li faccio miei. Non solamente saranno cosa mia, ma in qualche modo saranno me, qualche parte di me".

 

Ecco dunque il "Mistero" per eccellenza. Nostro Signore non si è contentato di farsi uno di noi, ma ha fatto di ciascuno di noi qualche cosa di Lui.

 Quando san Paolo parla del Mistero (Eph. III, 4. 5, 10, 18; Col, I, 26), parla di questo. E questo Mistero, dice, questo dono superiore a tutti i doni - che egli, Paolo, ha appreso per rivelazione divina, che nessun principe di questo mondo ha conosciuto (I Cor. II. 7-10), di cui le potenze stesse del Cielo e i Principati, fino all'avvento del Salvatore, non avevano affatto penetrato le profondità, questo Mistero bisogna metterlo in luce agli occhi di tutti (Eph. III. 9. 10).

 Obbediamo al consiglio dell'Apostolo.

Nostro Signore, durante i tre anni del suo ministero apostolico, aveva taciuto quella meraviglia. Come, infatti, l'avrebbero potuta capire i dodici apostoli, con la loro intelligenza così poco aperta sulle cose divine?

 Ma quando fu vicino ad andarsene e non gli rimaneva ormai se non qualche ora da passare con essi, pensò fosse giunto il momento di affidare loro il midollo del suo Vangelo.

Come sempre, fece ricorso ad un paragone.

Spesso, percorrendo la Giudea, la Samaria, la Galilea, il gruppo apostolico aveva avuto occasione di vedere quei rigogliosi pergolati orientali che distendevano i loro rami numerosi sui muri a secco, risplendenti ai raggi del sole.

"Io sono come una di queste viti lussureggianti, disse un giorno Gesù, io sono la vera vite, e il Padre mio è il coltivatore. Ogni tralcio che in me non porta frutto lo reciderà, e quello che porta frutto lo rimonderà perché frutti di più. Come il tralcio non può da se dar alcun frutto, se non resta unito alla vite, così nemmeno voi, se non rimanete in me".

 E perché nessuno abbia ad ingannarsi, ma ricordi bene, insiste:

 "Io sono la vite e voi i tralci. Chi rimane in me, ed io in lui da molti frutti, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimarrà in me, sarà gettato via, come un tralcio che si dissecca, si raccoglie e si butta sul fuoco, dove brucia... E' gloria del Padre mio che voi portiate gran frutto".

 Questo paragone san Paolo altro non farà che modificarlo leggermente, dicendo: "Siamo stati innestati sul Cristo" (Rom., VI, 5). Gesù Cristo è l'olivo sul quale bisogna essere innestati per diventare "partecipi della radice e del succo dell'olivo".  Socius radicis et pinguedinis olivae (Rom. XI, 17. Leggere 17-24). Che la dottrina di S. Paolo derivi dalla predicazione di Gesù non spetta a noi dimostrarlo, qui; contentiamoci di rinviare all'articolo definitivo del P. Prat: Saint Paul et le Paulinisme, in Dictionaire Apologétique de la Foi catholique

 Del resto, l'Apostolo non si trova impacciato. In ogni lettera, un nuovo paragone (le lettere della prigionia, soprattutto, hanno appunto per oggetto l'intima unione dei Cristiani con Gesù Cristo); dei quali il più caratteristico è quello del corpo umano. “Come il corpo è uno e ha molte membra e come tutte le membra del corpo, nonostante il loro numero, non formano altro che un sol corpo; così è del Cristo. Il corpo non è un sol membro, ma è formato da molte membra. - Voi siete il corpo di Cristo e membri di esso, ciascuno la sua parte" (I Cor. XI, 12-27).

 Così pure ai Corinti: "Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?... Chi poi sta unito al Signore è un medesimo spirito con Lui" (I Cor. VI, 15-18).

 In tutta la lettera, poi, ai cristiani d'Efeso, non ha altra idea dominante, e si potrebbe dire unica che questa: la dottrina che ha avuto la missione d'insegnare, è che Dio ha dato Gesù Cristo come Testa alla Chiesa, la quale è il suo corpo e il suo compimento; e che tutti. Giudei e Gentili, sono riuniti nel Cristo in un corpo unico.  Il mistero di Cristo comporta due fasi; in primo luogo l'unione di unità dei Giudei, che hanno fede nel Salvatore Gesù, con questo divin Redentore, e in secondo luogo l'estensione, anche ai non Giudei - ai Gentili - di quest'adorabile misericordia.

 E, inserendo nel suo testo un'altra metafora, scrive:

 "Voi non siete più ospiti e forestieri, bensì concittadini dei santi e della famiglia di Dio, edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti di cui Gesù Cristo è la pietra angolare. Su di Lui s'innalza tutto l'edificio ben costrutto a formare un tempio santo nel Signore... (Ef., II. 19-21).

 Da tutte queste citazioni e da altre molteplici allusioni contenute nell'Epistole e in san Giovanni, si sviluppa chiaramente questa idea: Cristo, per salvarci, non ha solamente pagato in nostra vece, non ha solamente gettato sopra di noi una specie di manto protettore, imitando, per esempio, il gesto, di cui parla Egli stesso, della chioccia che distende le ali sopra i suoi pulcini.

 No; ma ha fatto molto di più. Ci ha incorporati a sé; ci ha innestati, congiunti a sé; ha fatto di noi, poveri sassolini dispersi, le pietre di un grande edificio, ma di un edificio organico e vivente, del quale si è costituito la viva pietra angolare.

 Sotto paragoni diversi, è sempre la stessa idea che appare; è quindi necessario rendercela familiare.

 Per salvarci, nostro Signore non si è sostituito a noi, lasciandoci separati da Lui. Egli ci ha fatto solidali con sé unendosi intimamente e vitalmente a noi, tanto che, ormai, quando il Padre guarda un redento, lo vede come "qualche cosa di Gesù". Quando guarda Gesù, lo scorge con tutti i redenti innestati in Lui.

 L'ultima fogliolina che trema laggiù, in fondo al ramo più lontano, fa parte della vigna vivente; finché non cade nella polvere, separata dal tronco, la linfa vitale circolerà nella sua trama.

 La più piccola pietra dell'edificio, finché il vento o la pioggia non l'hanno staccata e fatta precipitare al suolo, può gloriarsi della magnificenza della costruzione.

 La falange più tenue del dito più esile, finche non è amputata, partecipa alla vita dell'intero organismo.

 Così appare l'immagine di un grande Gesù Cristo, il Cristo completo, il Cristo totale, come dice S. Agostino, uno e molteplice al tempo stesso, il quale comprende il Cristo, figlio della Vergine, amato dal Padre, e poi noi tutti, i Cristificati, ossia gli uomini fatti Cristo, per poter tornare divini.

 Cominciamo, ora, ad intravedere "il Mistero nascosto", il magnifico disegno di salvare tutti gli uomini identificandoli al suo Figlio diletto?

 

II.

 Cerchiamo di penetrare più addentro in raccoglimento e umiltà.

 Il pensiero dominante è dunque questo: Gesù Cristo, Gesù Cristo completo, è Lui PIÙ noi. Questo non può ammettersi se Egli non fa della nostra vita la sua, e della sua la nostra.

 Possiamo pretendervi? Possiamo e dobbiamo. Prima di tutto, noi viviamo in Lui.

 Testimoni i barbarismi tanto eloquenti dell'Apostolo.

 Con Cristo, noi siamo morti: commortui (2 Tim. 2, 11); con Lui seppelliti: consepulti (Rom. 6, 4); con Lui risuscitati: conresuscitati (Ef 2, 6); con Lui vivremo: convivemus (2 Tim. 2, 11); con Lui regniamo nei Cieli (2 Tim. 2. 12); con Lui siamo fin d'ora seduti alla destra del Padre (Ef. 2, 16); con Lui, aggiunge S. Matteo, giudicheremo le dodici tribù d'Israele (Mt 29, 28). E sant'Agostino, commentando il salmo 74: "Cum accepero tempus ego justitias judicabo: Alla fine dei tempi giudicherò le giustizie", si varrà di quest'ultimo testo per dimostrare che nell'ego del Salmo, bisogna vedervi Cristo tutto intero, ossia con il Capo e le membra (In Ps. LXXIV, n. 5; In Ps. XLIX, n. 8; De Civitate Dei, lib. X c. V).

 A sua volta. Gesù vive in ciascuno di noi; vive nel povero (Matth. X, 42), nel prigioniero (Matth. XXV, 36), nell'indigente (Matth. xxv, 36-42).

 In noi soffre persecuzioni; abbiamo già ricordato il testo capitale registrato negli Atti (Act. IX. 4).

 In noi compie, per mezzo dei nostri patimenti, quello che manca alla sua Passione (Col I, 24). In noi combatte (Col, I. 29), e trionfa (Col I, 24).

 Per tradurre ad uso dei fedeli le parole dell'Apostolo, S. Giovanni Crisostomo non esita a dire: "Da giudei, pagani, schiavi, eccoci divenuti... che cosa? Angeli? No; ma altrettanti Cristi ambulanti, altrettanti Gesù": Qui prius erat jadaeus et ethnicus aut servus, obambulat formam gestans non Angeli nec Archangeli, sed universorum Domini, in asse Christum repraesentans (In Ep. ad Gal.) [citato in Bellevue: L'Oeuvre du Saint-Esprit ou la sanctification des àmes, p. 62, Retaux, 1902].

Abbiamo così due realtà che si corrispondono: Tutto quello che Gesù ha fatto, non l'ha fatto solo; l'abbiamo operato noi, con Lui e in Lui.

 Tutto quello che ogni cristiano fa, non lo fa da solo, ma Cristo Io fa con Lui e in Lui.

 Gesù Cristo e i cristiani sono uniti e non vanno mai l'uno senza gli altri. Ovunque Cristo volle operare o soffrire, ogni cristiano, per una gloriosa anticipazione, gli servì di collega. Ovunque operano o soffrono i cristiani. Cristo a sua volta prende parte, gode o soffre secondo i casi.

 Ciò posto, le formule che a prima vista ci stupiscono divengono chiare ed evidenti: cristiani, siamo morti sul Calvario, risuscitati nel giorno di Pasqua, saliti al Cielo nell'Ascensione (insisteremo su ciò più oltre. Qui non si tratta altro che di uno schema generale) - per anticipazione senza dubbio, ma realmente, nella persona di Colui, con il quale facciamo "una cosa sola". - "Dio ci ha resi vivi con Cristo, dirà san Paolo, e ci ha risuscitato insieme e ci ha fatto sedere insieme nei cieli in Gesù Cristo",

 - "Quando Cristo è salito al Cielo, noi non siamo stati soltanto confermati nel nostro diritto di possedere il Paradiso, ma vi siamo penetrati con Cristo" (San Leone Magno).

  Tale fu, altra volta, il nostro ufficio in Gesù; ed ecco l'ufficio di Gesù, al presente, in noi.

 Piomba su noi, cristiani in grazia un dolore? Gesù Cristo soffre in noi. I martiri non ne dubitavano affatto: santa Felicita, nella sua prigione di Cartagine, afferma altamente che nell'ora del suo supplizio Cristo sarà in lei e soffrirà per lei, perché essa stessa soffrirà per Lui. Nella relazione del martirio del diacono Sanctus, le chiese di Vienna e di Lione non parlano diversamente: "Il corpo intero era tutto una plaga, ma Cristo, che soffriva in esso, dimostrava che nulla incute timore, quando vi è l'amore del Padre".

 Alla voce dei santi fa eco quella dei dottori, di sant'Agostino per il primo: "La Chiesa soffriva in Cristo quando Egli soffriva per essa; Cristo alla sua volta soffriva nella Chiesa, quando questa soffriva per Lui".

 Abbiamo scelto il caso del dolore, ma dobbiamo salire più in alto ed abbracciare tutti i casi. Tutte le azioni del cristiano in grazia possono essere considerate come azioni di Cristo.

 Offriamo a Dio una preghiera? - Gesù prega con noi; prega in noi. La sua preghiera è la nostra, la nostra preghiera è la sua.

 "Quando si parla, infatti, della preghiera di Gesù Cristo - osserva sant'Agostino che spesso dovremo citare perché, dopo san Paolo e san Giovanni, nessuno ha capito e spiegato meglio di lui la nostra Incorporazione al Salvatore - si può significare o la preghiera che Gesù in persona ha pronunziato, o la preghiera di noi cristiani: ma ciò non forma altro che una sola preghiera, perché la testa e il corpo di Cristo formano una tale unità che le parti non possono essere separate le une dalle altre: ....Dominum nostrum Jesum Christum plerumque loqui ex se, i. e. ex persona sua, quod est caput nostrum; plerumque ex persona CORPORIS SUI, quod sumus nos; sed ita quasi ex unius hominis ore sonare verba, ut intelligamus caput et corpus in unitate integritatis consistere nec separari ab invicem (In Ps. XL).

 Ci esercitiamo nell'umiltà? - Quest'umiltà si ricongiunge a quella di Gesù nei suoi grandi misteri d'annientamento: Incarnazione, lavanda dei piedi, Eucaristia..., per comporre con essa una sola e unica umiltà, quella del Cristo completo, il quale continua, per mezzo nostro e in noi, ad offrire al Padre suo l'omaggio della creazione mettendosi al suo vero posto.

 Pratichiamo la povertà? - Questa povertà si ricongiunge alla povertà del Presepio e ai molteplici spogliamenti del Salvatore Gesù: Nazareth, la fuga in Egitto, le austerità della vita pubblica, quando non aveva una pietra ove posare il capo; e tutto forma una sola e unica, povertà, quella del Cristo completo che proclama dinanzi al Padre il disprezzo dei falsi beni di questo mondo.

 Osserviamo il raccoglimento? - Questo raccoglimento si ricongiunge a quello del Maestro nella solitudine dei Quaranta giorni del deserto, o delle Tre ore in Croce; e questo doppio raccoglimento, il nostro e il suo, si fonde in un solo e unico raccoglimento, quello del Cristo completo che afferma con ciò il beneficio del silenzio e la preziosità dell'adorazione.

 Ci dedichiamo allo zelo? - La nostra abnegazione per le anime viene a gettarsi come un ruscelletto nel fiume dalle acque poderose, che è l'abnegazione di Gesù. I nostri sudori, e se Dio concede il martirio, le nostre gocce di sangue, si mescolano al suo sangue. E tutti questi contributi formano l'unico torrente di generosità che, emanando dal Cristo totale, cerca di ricoprire le indifferenze e le turpitudini, di abbattere vittoriosamente le dighe dell'inerzia, di trasportare nei lontani oceani le mollezze e le viltà per preservarne il mondo.

 

 Potremmo allo stesso modo enumerare tutte le virtù distintamente; ma basta aver veduto e capito il principio.

 Non esiste per Iddio altro che una sola persona al mondo, capace di rivolgergli la lode che Egli vuole. Non vi è che un solo supplicante, un solo fervoroso, un solo povero, un solo devoto: Gesù Cristo. Ma sotto questa parola: Gesù Cristo, bisogna intendere tutto Gesù Cristo, ossia il Capo e le membra e quindi - sebbene a titoli singolarmente differenti - così tutti i figli dell'uomo (in stato di grazia) come il Figlio dell'Uomo; ogni creatura umana (in grazia) come il Redentore del genere umano.

 In Sé, ci ha contenuti e ci contiene tutti. In noi, Gesù continua e compie se stesso. Vero e reciproco scambio; doppio prolungamento incrociato.

 E questa unione tra Cristo e i cristiani è così stretta che qualche volta l'espressione "Cristo" indicherà unicamente "Cristo solo", qualche volta invece "Cristo più i cristiani" e potremo applicare talora all'una e talora all'altra di queste due realtà - essendo ambedue soggetto di comuni operazioni - quello che a prima vista sembra convenire solamente all'una o all'altra.

 Senza dubbio rimarrà sempre facile considerare nostro Signore unicamente nella sua persona fisica individuale, che non ha, in quanto tale, bisogno d'aggiunte. Ma possiamo studiarlo parimenti come capo dell'umanità redenta, sotto il quale titolo abbiamo il dovere di renderlo completo. Si vede subito come questo secondo lato renda più ricca la nostra devozione.

 Vi sono due aspetti in nostro Signore. Egli ha finito e continua; ha terminato e persevera; è completo e vuole integrarsi, compiersi ancora.

 Disceso tra noi, deve risalire al Padre; e risale. Ma credete che parta davvero? - Sì; eppure rimane; parte e abbiamo l'Ascensione; rimane e abbiamo l'Eucaristia, e i due fatti non si contraddicono.

 Muore sul Calvario e il suo sacrificio è pienamente consumato. Lo dichiara Egli stesso: "Ho compiuto l'opera mia. Non mi rimane più nulla da compiere". Eppure, la sera precedente. Egli aveva dato agli Apostoli il potere di prolungare la croce, di continuare il Calvario." Tutto è consumato". ecco il sacrificio del Golgota. "Fate questo in memoria di me", ecco il sacrificio della Messa. Al Golgota non mancava più nulla. Senza la Messa manca qualche cosa alla Croce.

 Cristo ha subito la Passione, l'ha subita sino in fondo. Quale dolore vi si poteva aggiungere? Nessuno.

 Eppure bisogna compiere, con i nostri dolori individuali, le sofferenze del Cristo.

 Ad ogni passo nella dottrina del Maestro si distinguono questi due aspetti. Talora ci è annunziato come l'Unico, il Figlio che è il solo Figlio, il solo Diletto, il solo generato dal Padre (Filius meus es tu. Ego hodie genui te, Ps. II, 7); talora si farà chiamare non più il solo, ma il Primogenito, Primogenitus, il primo tra i fratelli. E, veramente, questi due titoli sono egualmente suoi; è il Solo, ed è il Primo. Qualche volta, nei Libri santi, si tratta del Cristo vissuto sulla terra, del Cristo storico. Figlio di Maria, Galileo, povero, crocifisso, "completo" insomma. Qualche volta del Cristo che vive nelle anime, del Cristo risalito in Cielo e che si prolunga, mediante il suo Spirito, in ogni cristiano in grazia; suscettibile perciò d'accrescimenti senza numero secondo la misura delle predestinazioni divine e secondo il fervore di ciascuno.

 Questo Cristo non abbiamo il diritto di lasciarlo nell'ombra, e speriamo che le pagine seguenti aiutino a metterlo in luce.

 

CAPITOLO II. Che cosa implica.

I. - Vincolo giuridico o morale? - Vincolo mistico.

II. - La mediazione del Cristo.

 

 La tesi ci sembra chiara; e si appoggia su molteplici affermazioni.

 Ma fino a qual punto Cristo ci ha congiunti a sé, fino a qual punto ha fatto di noi qualche cosa di Lui?

 Se si prende l'espressione alla lettera, non è forse una bestemmia? Se si prende in senso metaforico, è forse qualche cosa di più che una semplice formula verbale senza importanza?

 Evidentemente, quando si legge che "il corpo del giustificato diviene la carne del Crocifisso" (San Leone, Serm. XIV, De Passione), non bisogna intendere che l'uomo rigenerato diventi parte, fisicamente, del corpo fisico di Gesù Cristo; sarebbe un errore grossolano.

 Dovremo dunque concludere che non si tratta più allora tra Cristo e noi, se non di un'unione puramente ed esclusivamente morale, nel senso, per esempio, dell'unione dei membri di una società qualunque? Oppure, e ciò è ancor meno vero, di un vincolo unicamente giuridico - semplice attribuzione esterna, - secondo questa tesi per esempio: "E' ormai stabilito che io vi consideri come qualche cosa di me stesso. In realtà non esisterà nulla di simile, ma resta inteso, poiché vi dichiaro miei dinanzi al Padre mio, che Egli dovrà considerarci, voi ed Io, come una sola persona"?

 Nostro Signore si è contentato di questo? - No; ma ha fatto molto di più. Ha contratto con noi un'unione soprannaturale autentica e concreta - quasi fisica, diranno alcuni; - unione di un genere assolutamente speciale, che in mancanza di un'altra parola più chiara, si chiama unione mistica.

Mistica, qui non ha affatto il significato che le si dà nelle espressioni, per esempio, di "fenomeni mistici". Nel caso dell'Incorporazione, l'aggettivo mistica indica le nostre relazioni normali con Gesù Cristo, la vita soprannaturale comune ad ogni anima cristiana. Nella seconda accezione invece, molto più ristretta, indica una forma speciale e relativamente rara di questa medesima vita. Si può rimpiangere di dover adoperare una stessa parola per designare due realtà, misteriose ambedue, ma molto diverse.

Il che bisogna intendere così: la formula vera della nostra incorporazione a Gesù Cristo non è: "Tutto avviene come se noi facessimo una sola cosa con Lui" e neppure: "Io li prendo sotto la mia protezione, li faccio un mio bene, una cosa mia; mi piace di unirli alla mia persona quasi come una parte di me medesimo".

 La formula vera della nostra Incorporazione a Gesù Cristo è questa: "Noi siamo in piena realtà una cosa sola con Lui" (Realtà, e realtà vera, perché essa è il soggetto d'attribuzioni, di proprietà e di diritti. ""Mistico" non è l'opposto di "reale". e vi sono realtà al di fuori dì ciò che si tocca e che si pesa" (Prat, Théologie de Saint Paul. I, 417).

 Osserviamo da vicino il paragone di nostro Signore: "Io sono la vite, voi i tralci"; - oppure quello di S. Paolo: "Noi siamo innestati su Cristo"; "Cristo è l'olivo, sul quale bisogna essere innestati per poter partecipare alla ricca linfa della radice"; ora, la linfa che sale per il ramo innestato è senza dubbio qualcosa di più che un semplice titolo "giuridico" o "morale".

 Se analizziamo il paragone del corpo e delle membra, come l'Apostolo in diversi luoghi - quattro, almeno, esplicitamente - lo sviluppa con il suo lusso di molteplici applicazioni, non è possibile ammettere che la vita, circolando in un organismo quale egli lo descrive, e mettendo in comunicazione tanto le membra e la testa, quanto le membra tra loro, sia una vita puramente metaforica (Quanto è significativo, tra molti, il passo dove si parla di quell'illuminato di Colossi "che non aderisce al capo, da cui tutto il corpo, composto e compaginato per mezzo dei legamenti e delle giunture, cresce con l'aumento voluto da Dio!", Col. 2, 19) .

 I dottori della Chiesa e i grandi asceti non hanno mai espresso il minimo dubbio su questo punto.

 "Membri di Cristo, siamo la sua carne e le sue ossa, scrive S. Ambrogio. Dov'è la salvezza? Nello stare con Cristo, entrare nell'unità del suo corpo. Là non vi è alcun difetto, alcuna traccia di peccato" (Sant'Ambrosio, In Psalm., XXXIX, 12).

 I tratti di S. Agostino su questo soggetto sono innumerevoli, e non hanno senso se non presi alla lettera. "La testa, il corpo, un sol tutto, un solo Gesù. Due in una sola carne, in una sola voce, in una sola passione e, passata la prova, in un sol riposo"; Unus homo cum capite et corpore suo, Jesus Christus, salvator corporis et membra corporis; duo in carne una; et in voce una, et in passione una, et cum transierit iniquitas, in requie una (Aug. in Psalm. LXXI, 4).

 "Cristo ci ha incorporati a Sé, ci ha fatto suo membri. In Lui eccoci divenuti Cristo. Siamo realmente il suo corpo. In Lui dipendiamo dal Cristo, Christi sumus"; più ancora, "Christus sumus non solamente di Cristo, ma Cristo stesso" (Concorporans nos sibi, ut in illo Christus essemus, Aug., In Psalm. XXVI. Enarr., II, 2).

 L'affermazione è troppo chiara perché vi sia ambiguità.

 Dopo il vescovo, la claustrale; dopo Agostino, Caterina da Siena: la grande mistica accanto al grande dottore. Non troveremo in alcun altro autore un commento più avvincente sul paragone della vite e dei tralci. Ecco quello che scrive a fra' Guglielmo d'Inghilterra, monaco agostiniano:  "Io Caterina, serva e schiava dei servi del Figliolo di Dio, vi conforto e raccomando nel prezioso sangue suo" - sappiamo che questa era la formula usata dalla santa - "con desiderio di vedervi unito e trasformato nella sua inestimabile carità, sicché noi, che siamo alberi sterili e infruttuosi senza alcun frutto, siamo innestati nell'albero della vita. Riporteremo così frutti saporiti, non per noi, ma per il Maestro della grazia che è in noi...

"Perché non siamo separati da te, o Verbo incarnato, hai voluto fare un innesto di te sulla natura umana. Questo fu quando seminasti la parola tua nel seno purissimo di Maria; dunque è ben vero che l'anima vive della tua vita...

"... O Padre, innestiamoci sull'albero fruttuoso, affinché il Maestro non si elevi senza noi.

"... Termino scongiurandovi di restare sempre unito all'albero divino, e trasformato in Gesù Crocifisso" (Lettere. Vol. II, Lett. LXXVII, Tip. S. Caterina da Siena).

A frate Nicola, olivetano di Firenze, scriverà parimenti: "Un Dio innestato sulla nostra carne, un Dio fatto uomo! E non ce ne meravigliamo! O dolce e buon innesto! L'uomo era sterile, perché non partecipava al succo della grazia che fa portar frutti. Impariamo a desiderare di approfittare di questo innesto santo, e ad inserirci noi stessi su quel tronco che solo fa maturare le vere virtù, legno intagliato dalle piaghe aperte. Figlio di Dio, Verbo incarnato".

 

Questa lettera può confrontarsi con la preghiera che la Santa compose a Roma il mercoledì 3 marzo 1379.

"O alta ed eterna Trinità. O Trinità eterna. Deità amore, noi siamo alberi di morte, e tu sei albero di vita. O Deità eterna, che cos'è vedere nel lume tuo l'albero puro della tua creatura, la quale tu hai tratta da te, somma purità, con pura innocenza, e l'hai unita e piantata nell'umanità, la quale tu formasti del limo della terra. Hai fatto quest'albero libero, tu hai dato il ramo a questo albero, cioè le potenze dell'anima...

"Ma questo albero perché si partì dall'innocenza, per la disobbedienza cadde, e d'albero di vita, diventa albero di morte. Per la qual cosa tu, alta e eterna Trinità, sì come ebria d'amore e pazza della tua creatura, vedendo che questo albero non poteva fare frutto altro che di morte, perché era separato da te, vita, gli desti il rimedio con quel medesimo amore, con che tu l'avevi creato, innestando la Deità tua nell'albero morto della nostra umanità.

"O dolce e soave innesto! Tu somma dolcezza ti sei degnato di unirti con la nostra amaritudine; tu splendore con le tenebre; tu sapienza, con la stoltizia; tu vita con la morte, e tu infinito, con noi finiti! Chi ti costrinse a questo per rendergli la vita, avendoti essa tua creatura fatta tanta ingiuria? Solamente l'amore, come si è detto; onde per questo innesto ai dissolva la morte. E bastava alla tua carità d'aver tatto con lei questa unione? No; e però tu, Verbo eterno, inaffiasti quest'albero con il sangue tuo. Questo sangue per il calore tuo lo fa germinate, se l'uomo con il libero arbitrio innesta sé in te, e teco unisce e lega il cuore e l'affetto suo, legando e fasciando questo innesto con la fascia della carità, e seguitando la dottrina tua" (Dinieghi, trad. di P. Taurisano O. P.). (N. d. T.).

 

Nell'innesto ordinario è selvatico il tronco; per S. Paolo, invece è il ramo. Ma poco importa questa inesattezza. L'Apostolo non si cura della esattezza scientifica, ma sotto il paragone, pur imperfettamente adoperato, il pensiero appare perfettamente chiaro.

 Non ha nemmeno preoccupazioni letterarie; le immagini si succedono e si rincorrono, talora si mischiano fino a sviare e confondersi. L'idea, nello scrittore dell'Epistole, è tutto; gli si presenta con tanta forza, la possiede così pienamente, o piuttosto essa lo possiede così vittoriosamente, che sgorga dall'anima sua, filtra per tutte le fessure che incontra, s'impadronisce di tutti i mezzi d'espressione che si offrono, avida di diffondersi, di trasformarsi in torrente per provocare, in uno slancio irresistibile, la convinzione.

 Al paragone del corpo umano, S. Paolo aggiunge senza difficoltà, ora la metafora della pianta innestata, ora quella dell'edifizio.

 "Tutti i fedeli uniti in Cristo formano un edifizio, il quale deve essere radicato nella carità, sovredificato sul fondamento degli Apostoli e dei profeti, con Cristo Gesù stesso per pietra angolare, su cui tutto l'edificio ben costruito s'innalza a tempio santo del Signore" (Ef. 3, 11 e 17, 19-22). La Chiesa è un corpo ed è pure una casa. Il corpo cresce, la casa si edifica, o, in meno parole, "il corpo si edifica". In aedificationem corporis Christi (Ef. IV, 12).

 Ognuno di questi paragoni offre i propri vantaggi: l'edificio indica la solidità unica di tutto l'insieme; l'innesto, la nostra dipendenza radicale da Gesù Cristo; il corpo, il fatto che la nostra unione con nostro Signore è un'unione viva e vitale.

 Dai due ultimi certamente, ma anche dallo stesso paragone così intricato dell'edificio - in sé immagine morta, - come dall'idea di radice e di corpo - cose vive, - risulta evidentemente che si tratta, tra Cristo e noi, d'una comunicazione perfettamente reale e vitale; e che le due parole: capo e testa, devono essere prese nel pieno senso latino di caput, ossia con l'idea di superiorità, di comando, ma soprattutto con l'idea più importante ancora, d'influsso generatore e conservatore di vita. Su questo punto il Concilio di Trento è chiarissimo: "Come la testa comanda ai membri, come la vite penetra tutti i rami con la sua linfa, così Gesù Cristo esercita il suo influsso su tutti i giusti, in ogni istante; quest'influsso precede, accompagna e corona le loro buone opere e le rende gradite a Dio e meritorie dinanzi a Lui" Sess. VI, can. 16.

 

 Un paragone, senza dubbio, non è una ragione; ma non è sempre vero; c'è talvolta più verità in un'immagine che in un'idea presa da sola (spesso, non sempre. L'immagine può offuscare qualche volta la chiarezza dell'idea, non tanto però come immagine, quanto come immagine non perfettamente adatta all'idea che vuol tradurre. La proposizione generale rimane vera. Se dopo una spiegazione astratta, che troppo evidentemente nessuno ha capito, avviene di esprimersi sotto una forma concreta che taccia "vedere", subito le fronti si schiariscono: segno che l'idea è stata afferrata) perché nell'immagine c'è l'idea, più una forma che rende l'idea viva e immediatamente assimilabile.

 Nostro Signore si compiaceva di parlare servendosi d'immagini; appunto perché sapeva come si parla agli uomini. "Sono venuto a mettere il fuoco sulla terra", "la messe biondeggia", "Io sono la luce", "Io sono la via", "Io sono la porta", "l'acqua che sgorga sino alla vita eterna...". "Alcune metafore s'identificano talmente con l'esposizione del dogma; entrano così profondamente nella sua trama, che non potremmo toglierle senza strappare nel medesimo tempo qualche brano dello stesso dogma" (D'Ales, Etudes, t. CXXXV, 1913, p. 172: Le dogme catholique de la Rédemption).

 Il P. Prat fa notare che bisogna prendere nel senso più rigoroso possibile l'immagine dell'innesto, dell'edifizio o del corpo umano. Non cerchiamo dunque sotto lo strano vigore delle parole un senso simbolico. "No, la lettera bisogna prenderla alla lettera": l'osservazione è giustissima, anche se è stata detta da Blondel (L'Action, p. 422). Il quale aggiunge: "Abbiamo riflettuto allo strano potere dell'innesto? Basta qualche cellula viva, innestata sul tronco, perché in questo lambicco interiore, una rivoluzione fisiologica rinnovi la linfa del pollone selvatico, e bruscamente, per una magia naturale, la fecondità prenda il posto della sterilità. Così introducendo in noi un pensiero di fede o un'operazione sacramentale si riformano e si trasfigurano le funzioni della natura"..

 

II

Ecco dunque chiara la funzione capitale del Cristo. Egli è, per eccellenza, il mediatore, "Colui che sta in mezzo". Posto tra Dio e gli uomini, racchiude in sé tutta la divinità, unisce a sé tutta l'umanità, forma così come il punto di congiunzione d'un immenso orologio a polvere.

 Nella regione superiore. Dio, la vita infinita. E questa vita infinita, contenuta e come accumulata in una persona unica e centrale: Gesù Cristo.

 Poi, sotto, nella regione inferiore, l'umanità, l'indegna umanità, collegata a Gesù Cristo mediante il vincolo vitale della grazia santificante, divenuta nuovamente nostra eredità; l'indegna umanità, già ribelle a Dio, ma che Cristo, nuovo Adamo, ha preso sotto il suo manto.

 Quando San Paolo sogna di veder tutto "ricapitolato in Cristo", adopera quella parola scultoria: rimetter tutto sotto una sola testa riunir tutto sotto il solo scettro di Gesù Cristo (Ef. 1, 10).

 Nel giorno della creazione. Dio ci aveva "deiformati" senza servirsi di intermediari. Egli, noi. La vita soprannaturale giungeva direttamente da Lui a noi. Dalla Redenzione in poi vi sarà un punto di passaggio necessario, l'Uomo-Dio, Persona scesa dal Cielo e sollevata dalla terra, scesa per restituirci il divino, innalzata in croce per attirarci a sé: Cum exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum ( Gv. XII, 32). San Paolo spiega bene quest'ufficio di Cristo quando scrive: “Poiché in Lui piacque al Padre che abitasse ogni pienezza e per Lui fossero a se riconciliate tutte le cose, avendo rappacificato, mediante il sangue della croce di Lui e le cose della terra e le cose del cielo” (Col. I, 19, 20). Ormai il divino non ci verrà più se non per mezzo di questo diletto Gesù, posto tra cielo e terra.

         In Lui "abita ogni pienezza": e ciò a doppio titolo: In virtù dell'unione ipostatica, prima di tutto (gratia unionis); Cristo è una Persona divina. In secondo luogo, per la sua funzione di Capo dell'umanità riscattata (gratia capitis). La pienezza di Cristo come Capo è una pienezza finita: come Uomo Dio, evidentemente, è infinita! Il nostro mediatore è un uomo, il primo degli uomini, ma è anche Dio.
         Ogni "dono perfetto". Egli racchiude e diffonde; non racchiude se non per diffondere. Noi tutti riceviamo tutto dalla sua pienezza (Joan. I, 16). Nessun soccorso, sia pur minimo, che non venga da Cristo, e per mezzo di Cristo.

 L'unica condizione è di stare in Cristo, di vivere uniti a Lui, di far parte di Lui.

 Dopo la Redenzione, nessun figlio d'uomo è divinizzato, se non forma un sol corpo con il Figliolo dell'Uomo.

 Nostro Signore, infatti, essendo noi spirito e materia, ha voluto servirsi per produrre la grazia, realtà tutta spirituale, di elementi materiali: l'acqua nel Battesimo, il sacro Crisma nella Cresima ecc.

 Ma sopra tutti questi "strumenti" della sua grazia (poco importa che la loro casualità sia fisica o morale: qui vogliamo rimaner fuori, e possibilmente al di sopra, di ogni controversia) bisogna veder nostro Signore, "Sacramento per eccellenza della grazia divina"; nostro Signore, "autore e sorgente di tutte le grazie", come dice il Concilio di Trento (Sess. XXI, can. 3), che tutti li domina, li rende attivi, e comunica loro il beneficio della propria virtù.

 Dalla regione gloriosa dove ora vive, ricco di tutti i meriti acquistati durante il suo pellegrinaggio doloroso sulla nostra terra feconda di croci - e ne sa qualche cosa! - Gesù pensa a noi, ci vuol fedeli e santi, s'applica a procurarci la grazia, e "intercede per noi presso il Padre", affinché questa grazia ci sia data "con abbondanza e sovrabbondanza" (Ioan. X, 10).

 "Intercede", nota l'Epistola agli Ebrei (Semper vivens ad interpellandum pro nobis, Hebr. VII, 25), ossia fa più che pregare, mette qualche po' d'esigenza nella sua preghiera; e ciò, costantemente, affinché l'afflusso soprannaturale, sincrono con questa "intercessione" costante, pervenga continuamente fino a noi, e produca tutto il suo effetto, secondo la frequenza con la quale ricorriamo alle sorgenti della Vita (sappiamo che i Sacramenti sono la sorgente, principale, non unica tuttavia, per ottenere la grazia: vi è anche la preghiera, e gli atti delle diverse virtù), e la facilità lasciata ai tenui zampilli dell'Acqua Viva dalla nostra libertà umana, che troppo spesso serve di ostacolo.

 I sacramenti sono riti efficaci: operano quello che significano. Con più forte ragione lo sono le parole e i gesti di nostro Signore rispetto alla vita spirituale che dobbiamo ottenere; i sacramenti non saranno altro che strumenti secondari, i sostituti affidati alla Chiesa, dalla potenza "capitale" di Cristo, che è il primo strumento della grazia.

 E perché la parola strumento, sebbene ricca di significato (su nostro Signore causa strumentale della nostra giustificazione, cfr. S. Tom., Summa Theol., P. III, q. 8, a. 1; q. 62, a. 5, ecc. - Il Suarez. a proposito di tale quest. 8, dice: "Se dovessimo trattar qui di tutti i soggetti che si nascondono sotto la metafora del "capo", bisognerebbe parlare di molte questioni già studiate da S. Tommaso; perché questo paragone esprime innanzi tutto il potere dell'influsso su tutti coloro che sono come le parti, le cellule di un medesimo corpo mistico o sociale" (T. XVII, in q. 8, disp. 23). Indichiamo parimenti il De Incarnatione di Petau, libro XII, capitolo XVII), è una parola astratta e morta, cerchiamo di capire la realtà viva e concreta che racchiude. Eccola in breve:

 Il Verbo, liberamente e per amore, s'unisce alla Umanità santa perché alla nostra umanità colpevole sia resa la vita divina.

 L'Umanità santa, liberamente, fa sua, in ogni istante, la volontà tutta amore del Verbo, al quale ipostaticamente è unita. Come, infatti, l'anima umana di nostro Signore, legata alla natura divina nell'unità d'una Persona, potrebbe non ratificare una esigenza, o un desiderio del Verbo?

 Ora l'esigenza o il desiderio del Verbo non è che questo: salvarci, non solamente pagando per noi, ma associandoci al suo essere Umano-divino con i vincoli di una misteriosa ma viva e reale solidarietà.

 Nell'Umanità santa di nostro Signore, l'organo per eccellenza, o almeno il simbolo più perfetto e meglio conosciuto della libera scelta, della scelta per amore, è il cuore.

 E così, per una graduazione semplicissima, si passa dalla nozione fredda della causa strumentale al punto più caldo del culto cristiano; da un'esposizione astratta e senza grande slancio alla devozione più concreta e più attraente: il Sacro Cuore.

 Che cos'è la devozione al Sacro Cuore? La devozione a quello che, in Cristo, ha spontaneamente gradito e ratificato la volontà del Verbo, di salvarci, cioè, unendosi a noi e incorporandoci a Lui.

 Dunque, non c'inganniamo quando asseriamo che la devozione al Sacro Cuore è come il centro della religione del Salvatore Gesù.

 

 La nostra giustificazione è opera di amore. Per svelare a quale profondità avviene la nostra unione in Cristo Gesù, San Paolo va dritto all'evocazione dell'amore, là dove questo appare più intimo: l'unione dello sposo e della sposa in un matrimonio santo: "Chi aderisce al Signore non forma che un solo spirito con Lui", dice l'Epistola ai Corinti (Qui adhaeret Deo, unus spiritus est, I Cor. VI, 17; Ef. V, 22-32), testo che ricorda il Genesi: "Saranno due in un sola carne" (Erunt duo in carne una, Gen. II, 24).

 Quali magnifici concetti - sì casti e sì ardenti al tempo stesso - risveglia questo paragone tanto delicato, in un tempo in cui pochi capiscono castamente l'amore quando è adoperato da un genio o da un santo. Sopra quest'intima unione dell'anima con nostro Signore, si veda il commento di Bossuet al testo di San Giovanni; "Vi fu uno sposalizio in Cana di Gallica", nel suo Discorso per la seconda domenica dopo l'Epifania, oppure il Discorso sull'Unione di Gesù Cristo con la sua Sposa (Bossuet, La Doctrine spirituelle, Tequi, 1908. IV ed.. pp. 167 a 182. Poi, pp. 182 a 189; Les devoirs de l'àme qui est épouse de Jésus-Christ).

 

 Più intelligibile a tutti è il simbolo espresso dalla liturgia della Messa nel rito eloquente dell'infusione dell'acqua nel vino del calice al momento dell'offertorio.

 Perché nessuno ignorasse il senso esatto di questa cerimonia singolare, - sulla quale la Chiesa ha tenuto sempre fermo (Il Concilio di Trento lancia l'anatema contro coloro che disprezzano questo rito. Nel sesto secolo gli Armeni avevano tentato di sopprimerlo, ma il Concilio di Costantinopoli, nel 693, li condannò. Uno dei motivi invocati era che il mistero del sacrificio, era in questo modo imperfettamente spiegato. Molte volte, e sempre nel medesimo senso e con il medesimo motivo, furono rinnovati il divieto e la condanna) - la liturgia ha aggiunto al rito una preghiera che ce ne spiega il significato profondo: "Dio, che hai creato in modo ammirabile la dignità della natura umana, e l'hai riformata in modo ancor più meraviglioso, concedi a noi, per il mistero di quest'acqua e di questo vino, di potere aver parte alla dignità di Colui che si è degnato di rivestire la nostra umanità, Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore, il quale vive e regna con te nell'unità dello Spirito Santo, Dio in tutti i secoli dei secoli. Così sia" (Quest'orazione compariva altra volta nella liturgia del Natale. Non meravigliamoci dunque che la mescolanza dell'acqua e del vino rappresenti - con l'unione di ogni fedele a Gesù Cristo - anche l'unione di Cristo con la sua Santa Umanità nel giorno dell'Incarnazione, il simbolismo è doppio: Cristo si è scelto un corpo fisico nel seno di Maria, e, in secondo luogo, un corpo mistico nella Chiesa).

 "Aver parte alla divinità di Cristo". - Ecco le parole culminanti della preghiera; il Concilio di Trento lo nota espressamente: l'unione dell'acqua e del vino rappresenta l'unione del popolo fedele con il suo capo Gesù Cristo (Ipsius populi fidelis. cum capite Christi, unio repraesentatur, Sess. XXII. cap. 7).

 La goccia d'acqua si perde nel vino del calice; diviene, in qualche modo, vino; è impossibile, dopo averla mescolata, ritrovarla colle proprie qualità di goccia d'acqua. Uniti alla divinità di Cristo noi pure non formiamo che una sola cosa con Lui: e quanto strettamente!

 La Tradizione s'afferma costante: "L'acqua è l'immagine dei cristiani che hanno sempre bisogno della grazia di Dio". - "Non si può offrir l'acqua separatamente, né il vino separatamente, oppure omettere l'acqua, perché dobbiamo rimanere in Cristo e Cristo in noi".

 

CAPITOLO III. COME SI ESPLICA.

 I. - Nella spiritualità abituale.

 II. - Nei Maestri.

 III. - Nella liturgia.

 

Un superiore religioso, tornato dalle Indie, raccontava a Sua Santità Pio X. le meraviglie della Comunione frequente tra i popoli del Madura, meraviglie sconosciute fino allora: "Eh sì! esclamò il Santo Padre, prima non si dava Cristo ai cristiani" (Olim non dabatur Christus christianis).

 In un senso diverso da questo, ma egualmente vero, possiamo mettere la frase al presente e dire: molti, nell'ora attuale, esitano a dare ai cristiani Gesù Cristo qual'Egli è; se parlano di Cristo, tranne che sull'argomento dell'Eucaristia, ne parlano come di un Cristo lontano, il quale ha esercitato, senza dubbio, un'azione sulla nostra vita, ma remota e della sua azione presente dentro le nostre anime, perché più misteriosa, non dicono una parola; parlano del Presepio, di Nazareth, dei misteri della vita pubblica, della Croce, ma senza spingersi più oltre; dimostrano Gesù Cristo, via, veritas, ossia modello e dottore; ma dimenticano Gesù Cristo vita. Gesù Cristo che ha, detto non solamente: io sono l'esempio da seguire, la verità da credere, ma sono pure la vita e la vostra vita; studiano i tre Evangelisti, ma S. Giovanni, ma San Paolo, sono troppo "mistici"; e con questa parola, male adoperata o male interpretata, pensano di fare le loro scuse (sappiamo che i Sinottici ci fanno vedere soprattutto - non esclusivamente, ma soprattutto - nostro Signore come dottore e modello. Paolo e Giovanni manifestano maggiormente in qual modo nostro Signore è vita).

 Eppure "il ministero per eccellenza del Cristo" non comincia "dove finisce la sua storia" terrena? Gli anni di nostro Signore tra la sua Incarnazione e la sua salita al Cielo non sono "se non la prima fase della vita reale del Cristo, il mezzo scelto da Lui per entrare in contatto con noi..." (Cardinale Mercier).

 Qualche volta si diminuisce Gesù, credendo di farlo accettare più facilmente. Si commette in questo un'ingiustizia e un errore. Accanto al Cristo che potremmo chiamare preesistente, il Verbo eterno considerato prima dell'Incarnazione, - accanto al Cristo storico, il Verbo incarnato quale è vissuto a Betlemme, Nazareth, ecc., - c'è il Cristo che, in mancanza di un'altra parola più chiara bisogna chiamare, come abbiamo già detto, il Cristo mistico, ossia il Cristo risalito in Cielo, e tuttavia rimasto con noi; sul quale siamo innestati; al quale siamo incorporati, e che ci santifica facendo passare dalla sua pienezza nelle anime nostre l'influsso vitale che ci divinizza.

 Questo Cristo, facciamolo vedere quale Egli è, Vicino a noi; è appunto questo che le anime vogliono e di cui hanno bisogno, un Dio-vicino; facciamolo vedere mischiando, come Egli fa e in modo tanto intimo, la sua vita alla nostra, poiché la questione che maggiormente preoccupa le anime è la questione della vita, della vita sempre più largamente intesa, più profondamente vissuta; questo Cristo scopriamolo nel suo ufficio perpetuamente attuale, tutto di amore e di divinizzazione delle anime nostre. L'attuale, soprattutto, ci seduce; il passato interessa soltanto per la ricchezza e la forza che può recare al minuto presente.

 

 Dovremo dunque far poco conto dell'imitazione del Signore Gesù, e mettere da parte i misteri della esistenza terrena del Figlio di Maria?

 Tutt'altro. L’imitazione del Salvatore Gesù è il mezzo necessario per giungere all'unione con il Salvatore Gesù; la meditazione del Cristo storico, il mezzo per eccellenza di penetrare il Cristo mistico; e Dio ci liberi dal trascurare - con il pretesto di mettere in evidenza la continuazione divina della vita di Cristo nelle anime - gli aspetti umani della vita di Cristo in Palestina.

 Quello che occorre è di non sminuzzare, di non dimenticare la sintesi e non lasciare nell'ombra il fine ultimo della venuta del Verbo sulla terra.

 Ego veritas: Ascoltare la sua dottrina.

 Ego via: Camminare sulle sue tracce.

 Ego vita: Unirci alla sua vita.

 Unirci alla sua vita, ecco il termine. Non è possibile arrivarci, se non ci aiutiamo con i mezzi indicati: fedeltà agli insegnamenti, fedeltà all'esempio tracciato. E' una grande illusione trascurare questi mezzi; ma nell'adoperarli, sia spesso ricordato lo scopo ultimo. E questo scopo ultimo è la nostra partecipazione alla vita di Gesù Cristo. L'imitazione del Signore Gesù non dev'essere un'imitazione puramente esterna. Non dobbiamo copiare Gesù Cristo, solamente per riprodurre Gesù Cristo; dobbiamo copiarlo per giungere a continuarlo. Gesù Cristo vuol continuare se' stesso in ciascuno di noi; tale è l'ultima parola e il grande segreto della vita cristiana.

 Si dirà forse che da qualsiasi punto si voglia guardare il dogma, subito abbiamo il mezzo di scoprirne tutto l'insieme. Non resta però meno vero, che il punto culminante permette una vista più ampia.

 Se si sale fino alla dottrina dell'Incorporazione al Cristo, sembra di essere alla cima più alta; sopra non vi è più, se non il mistero di Dio in se' stesso. Ma quello che costituisce la religione non è tanto il mistero di Dio in se' stesso, quanto il mistero della nostra partecipazione alla vita di Dio, quanto il problema del vincolo che ci unisce - che ci lega - a Dio, e dunque, il problema del Christus-Caput, il problema della nostra Incorporazione al Salvatore Gesù.

 Non si acquisterebbe una nozione più vasta e più profonda della dottrina di nostro Signore, se si raggruppassero tutti i dogmi, il culto, la pratica cristiana, la sua vita sacramentale, intorno a questa idea centrale: Cristo mediatore, se si facesse partire tutto da questa pietra miliare? Nulla ha ragione di essere nella religione di Gesù Cristo, se non in funzione della vita divina che ci viene data o intensificata in Gesù Cristo e per mezzo di Gesù Cristo. Tutto ha la sua ragione di essere in questo risultato unico da ottenersi per la gloria del Padre.

 Quanta forza penetrante acquisterebbe la nostra vita ascetica personale, e, se siamo apostoli, il nostro insegnamento del catechismo, le nostre prediche, la nostra direzione, se si ispirassero a questo concetto fondamentale: la nostra povera umanità chiamata a partecipare, in virtù di Gesù Cristo e in Gesù Cristo, la vita delle Tre Persone della Santissima Trinità!

 

II.

 Esporre questa dottrina in modo penetrante, chiaro, esatto, senza esagerazioni, né diminuzioni, non è certamente cosa facile. Una tesi di grande merito, apparsa recentemente. Le Christ dans la vie chrétienne d'après saint Paul, di G. Duperray (Lib. Del Sacro Cuore, Lione), non nasconde affatto gli scogli possibili: "Il mistero della grazia è difficile a definirsi in lingua umana. Aggiungete il carattere delicato del punto preciso trattato: le relazioni del cristiano con Gesù Cristo, E' un terreno irto di difficoltà...C'è l'errore dei panteisti i quali confondono unione con unità e identificazione... C'è l'errore dei protestanti e dei modernisti sul Cristo mistico…in relazione strettissima con la dottrina quietista" (Introduzione, p. XV). E vi sono, dipendenti più o meno da questi errori capitali, le molteplici deviazioni particolari delle spiritualità dal pensiero arrischiato o dal vocabolario imprudente. Duperray ha dimostrato come si può trionfare, in modo solido ed efficace, di tutti questi ostacoli.
         Ma è forse questo un ostacolo invincibile? A che cosa servirebbe al sacerdote lo studio della teologia, se non lo rendesse padrone dei punti del dogma ch'egli ha la missione d'insegnare?

 Quanto ai fedeli, è proprio vero che non possano entrare, e profondamente - ciascuno, senza dubbio, in proporzione del vigore della sua attenzione, delle orientazioni della sua preghiera, ecc. -, nella intelligenza della loro incorporazione a Gesù Cristo?

 A priori, questa impossibilità non esiste. Non è forse necessario che tutto il dogma sia reso accessibile a ciascun cristiano? Non è forse necessario che si possa spiegare alle anime tutto Gesù Cristo? La religione del Salvatore non è una dottrina per rari iniziati, soprattutto se si tratta, come qui, di un punto importantissimo del dogma, diremmo volentieri del punto più importante.

 L'impossibilità potrebbe valere per questo o quel punto di teologia sottile o senza grande importanza pratica; dominio esclusivo di qualche dottore, o materia riservata alle discussioni di scuola. Ma qui non è affatto il caso.

 Quando si legge; "La dottrina del Corpo Mistico riepiloga e unifica la teologia di S. Paolo" - "la dottrina del Corpo Mistico domina tutta intera l'opera di San Tommaso e ne forma il centro" - e ancora: "Tutto il dogma cristiano si ricollega alla dottrina del Corpo Mistico" (Anger, Le Doctrine du Corps Mystique de Jésus Christ d'apres les principes da la Théologie de saint Thomas - Società editrice d'Angers, a. 1910, pp. XII) non si può credere che questo insegnamento, dato come capitale, non sia per tutti, e che si debba, con proposito deliberato, ritenere come inutile o quasi impossibile il parlarne.

 Non pretendiamo affatto che, per vivere in Cristo, si richieda di avere conoscenza di tutte le ricchezze della vita in Cristo. Conoscere non equivale a praticare; ma certamente praticherà meglio e con più ardore chi conoscerà meglio e più a fondo.

 La bellezza, la grandezza, la fecondità del soggetto valgono la pena che ci sforziamo dì scrutarlo per viverne. Così hanno pensato illustri maestri.

 

 Il P. Nieremberg nel suo libro: La preziosità della Grazia, si occupa lungamente di questo problema. Nella sua opera: La Vita divina (P. Giovanni Emilio Nieremberg: Vita divina seu Via Regia ad perfectionem,  Francoforte, 1724, Cfr. i cap. XXIX e XXX: De uniformitate.... de Dei-formitate cum Deo), spiegando S. Giovanni (XVII, 24), ecco come esalta la nostra unione a Cristo mediatore: "Oltrepassiamo la conformità; la conformità suppone che i due individui da ravvicinarsi rimangano due. Parliamo d'uniformità, la quale, secondo l'etimologia, riduce ad uno". Più oltre è ancor più esplicito e la sua espressione, intesa bene, non è inesatta: "La parola unione non basta; bisogna dire unità".

 Prima di lui, uno dei generali del suo Ordine, più conosciuto per la fermezza nel comando che per l'unzione, pur tanto penetrante, della sua pietà, il P. Vincenzo Carafa, in un opuscolo intitolato il Serafino o La Scuola dell'Amore dà un rilievo singolare al nostro titolo di Fratelli di Gesù Cristo: "Cristo è Figlio per la sua unione con Dio; noi per la nostra unione con Cristo. In Lui e in noi, infatti, c'è partecipazione, sebbene in grado e modo differente, della medesima vita divina. Medesima vita divina in tutti i figli del Padre, nel Figlio e nei figli, in Cristo e in noi" (Serafhinus, seu Schola Sancti Amoris. Lib. I, Consid. XLIV, Ed. Monaco, MDCCLIX).

 Seguendo la medesima direzione d'idee, un altro Gesuita, - incaricato nel secolo XVII della formazione dei suoi confratelli nell'anno decisivo che li prepara al ministero delle anime, - il P. Judde, nei suoi Esercizi Spirituali di trenta giorni, dà al principio della seconda settimana, una meditazione "su Gesù Cristo in qualità di capo, o della vita di Gesù Cristo nei cristiani", meditazione di cui ecco il preambolo:

 "Quello che diceva San Paolo, tutti i cristiani possono dirlo: Io vivo, no, non son più io che vivo; è Gesù che vive in me. La vita di cui vogliamo parlare non è quella vita di Gesù Cristo nell'uomo, che consiste nel pensare come Lui, amare come Lui, operare come Lui; è qualche cosa di ancor più essenziale. Perché bisogna esser cristiani, prima di poter divenire perfetti cristiani. L'uno è, per così dire, il fondamento dell'altro; è la vita, di cui parleremo, la vita che ci fa cristiani..." (La Vie intérieure, VII ed., p. 83). Il R. P. Foch esprime in termini differenti il medesimo pensiero, ricordando il testo “Prendete su tutte le cose i sentimenti di Gesù Cristo”, osserva: "E' buonissima, senza dubbio questi, imitazione di Gesù Cristo nell'ordine morale, nell'ordine degli affetti e degli atti: in ordine morali. Ma è un gran torto quello di non farci prima capire bene che, mediante la grazia, noi gli somigliamo già nel nostro essere: in ordine ontologico"..

 Il P. Judde va fino in fondo del suo pensiero. "Io non sono tanto di Gesù Cristo quanto piuttosto in qualche modo parte di Gesù Cristo. Egli è in cielo e nei nostri tabernacoli; ma Egli è in me, in me vive, opera, mi fa vivere... Non si possono ignorare queste verità senza ignorare la stessa religione". La nostra unione, egli la dichiara tale che "non conosciamo noi, se ignoriamo Gesù Cristo"... a Non amare Gesù Cristo, non esser commossi da quello che si riferisce a Lui. equivale a trattare noi stessi da estranei, da nemici".

 Molti autori adoperano espressioni analoghe (Come non segnalare tra tutti il bel libro di Dom Marmion: Cristo, vita dell'anima?). Ce ne renderemo conto percorrendo queste pagine, dove ci riferiremo appositamente alle autorità più diverse, sebbene sempre alle più considerevoli.

 

Una recente controversia ha dato sapore d'attualità all'obbiezione udita altre volte: La spiritualità dei Gesuiti insiste molto sul Cristo modello, ma trascura un poco il Cristo vita. Si vede dai testi citati, scelti appositamente tra autori Gesuiti, qual conto si debba fare di tale affermazione. E quanti altri autori potremmo citare... Cfr., per esempio, per la Francia del secolo XVII, l'Histoire littéraire du sentiment religieux en France, del Bremond, al tomo V: L'Ecole Lallemant. Per il secolo XVIII: Caussade e Grou; per il XIX: i PP. di Clorivière,, Ramière, Terrien, Foch, - Non ci sembra necessario vedere in ciò una dipendenza diretta o indiretta dal Bérulle (t. III: L'école française). Secondo il Nadal, compagno e interprete autorizzato di Sant'ignazio, lo scopo degli Esercizi è inclinare ad operare in tutto "cum suavitate fortiter in Christo Jesu", L'uomo delle Costituzioni deve essere "instrumentum Deo conjunctum" (non abbiamo già qui l'aderenza berulliana?) e praticare l'unione con Dio "diligenter et magna aviditate in dulcedine spiritis in Christo Jesu" (Epist. P, Nadal, t. IV, pp. 651, 652). E poiché Sant'Ignazio è dato dal Bremond come "un precursore diretto di Bèrulle", ispirarsi al primo sarà forzatamente avvicinarsi al secondo, senza necessariamente dipendere dal secondo. - Aggiungiamo che Sant'Ignazio non può essere adeguatamente inteso se, oltre ai suoi Esercizi non si studiano egualmente le sue Costituzioni.

 

III.

Seguiamo dunque questi Maestri. Si può considerare in Gesù Cristo la sola Umanità Santa alla quale il Verbo si è legato ipostaticamente; ma noi vogliamo andare più oltre e cercare di scoprire come Cristo si unisce a ciascuno di noi per continuarsi in noi.

Già lungo tutto il corso dell'anno, man mano che si svolge il ciclo delle feste liturgiche, appare manifesto che la preoccupazione dominante della Chiesa è di ricordarci con materna insistenza. in ogni nuovo mistero, il grande mistero centrale della nostra Incorporazione a Gesù Cristo.

È necessario, infatti, non dimenticare che ogni nostra solennità cristiana ha due aspetti: sul diritto della medaglia, Gesù Cristo, sul rovescio le sue membra, i cristiani; il medesimo metallo, se non la medesima effigie, una sola e medesima moneta. Se si guarda la parte superiore, si vede Gesù Cristo, la testa; ma, al di sotto, il rilievo svela al dito conoscitore quello che l'occhio non vede: tutti coloro che compongono il corpo di Cristo.

Ogni festa ha per scopo di aiutarci a "formare Cristo in noi" (Gal. 4, 19), di renderci un poco più "Cristo". di condurci ad una comprensione sempre più grande dell'unione che esiste tra Cristo e le sue membra.

Il Salvatore che nasce mi ricorda che devo far nascere Cristo in me.

Quale intenso desiderio di riceverlo sgorga dagl'invitatori (vi si trovano ordinariamente espressi l'oggetto proprio o il significato speciale di ogni festa) dell'Avvento:

Il re deve venire: regem venturum...

Il Signore è vicino: prope est.

Verrà oggi: hodie...

E delle tre Messe di Natale, se la prima ha lo scopo di ricordare la generazione eterna del Verbo in seno al Padre e la seconda la nascita, nel tempo, del Salvatore a Betlemme, la terza, nel pensiero della Chiesa, festeggia la generazione divina nelle anime nostre per mezzo del Battesimo, risultato, appunto, dell'Incarnazione del Verbo e della nostra Incorporazione alla sua Persona umano-divina. Trinità, Incarnazione, Grazia, tre misteri commemorati insieme, tre nascite avvicinate appositamente perché non le isoliamo nel nostro pio ricordo il giorno di Natale.

Di Simeone, di questo vecchio poeta e profeta al tempo stesso, la liturgia della Presentazione ci dice: "Lo Spirito Santo era in lui. Egli aveva ricevuto la risposta dello Spirito Santo... Venne condotto dallo Spirito Santo". Si può celebrare meglio il "dolce ospite dell'anima" per il quale noi viviamo in Cristo?

I misteri dell'Infanzia non c'inducono forse a crescere "in grazia" con moto progressivo e armonico per, con, e in Cristo?

Eccoci al 25 Marzo: l'Annunziazione, la quale evoca il mistero della maternità duplice e unica della Madonna. Maria è la madre di Cristo, di tutto quello che è Cristo; dunque, non solamente di Gesù, ma di ciascuno di noi, membri del suo Gesù. Poco dopo, la festa dei Dolori della Santa Vergine ricorda in modo tragico come Essa non sia divenuta nostra madre, se non acconsentendo a mettere al mondo Gesù e a custodirlo per serbarlo al sacrificio redentore [La parte avuta da Maria nella nostra storia divina forma l'argomento di un'altra nostra opera intitolata appunto: Maria nella nostra storia divina (Marietti, Torino)].

Tutta la Quaresima, nella liturgia, prepara la notte del Sabato Santo, cioè la doppia resurrezione di Cristo e del cristiano, dopo il loro doppio o piuttosto unico e comune sacrificio. Insisteremo su questo, più oltre.

Poi viene la domenica in albis, la domenica del candore, con il suo introito tanto espressivo: "Voi siete nati da qualche giorno solamente..." e il consiglio della Chiesa, simile a quello del battesimo: "Custodite sempre questa veste bianca, e ricordatevi di riportarla senza macchia al tribunale di Dio".

Dopo l'Ascensione, la venuta dello Spirito Santo, e per mezzo di Esso la nostra intima unione con il Salvatore Gesù, unione perseverante, festeggiata dalla serie delle domeniche che seguono e prolungano la Pentecoste, con a capo la prima di tutte in valore, la domenica della Trinità.

E prima di riprendere il periodo dell'Aspettazione di Gesù Cristo, tutti i ricordi del Novembre la festa di Tutti i Santi, trionfo dei membri gloriosi del Salvatore Gesù; la Commemorazione dei fedeli defunti, che c'invita eloquentemente alla fuga da tutte le mancanze acconsentite, e ci ricorda, con la necessità di purificare le membra colpevoli, l'unione in Cristo dei cristiani della terra e dei fedeli del Purgatorio; le numerose solennità della Consacrazione delle chiese, che non celebrano tanto le chiese materiali quanto il tempio interiore di ogni anima nostra, santuario divino che tiene il suo posto nel grande edificio di cui Cristo Gesù forma la necessaria e solida pietra angolare.

 

Oltre queste reste, il cui ritorno periodico richiede un anno, la Messa con il suo ritmo frequente - ogni otto giorni almeno, o più spesso - può e deve impedirci di rimanere molto tempo senza contatto con gli splendori della nostra Incorporazione al Cristo.

Ho accennato altrove [L'Idea Riparatrice, lib. II cap. III (Marietti, Torino)] come coloro, i quali sanno non solamente pregare alla Messa, ma partecipare alla loro Messa, siano nel cuore medesimo del mistero che ora ci occupa. Sarà necessario determinare in seguito questo punto capitale (Libro VI).
Oltre questi richiami fissi, - quotidiani o settimanali, e annuali, - non ci sono ancora, secondo le varie circostanze della vita di un cristiano vigilante molte altre occasioni, per penetrare il "Mistero di Gesù Cristo "? Ogni sacramento ricevuto, purché si riceva con piena intelligenza della fede, non ha qualche lato speciale, che costituisca una nuova dimostrazione della nostra Incorporazione al Salvatore Gesù?

Lasciamo da parte, per il momento, il Battesimo, la Cresima, la Penitenza, l'Eucaristia; il loro ufficio è troppo considerevole e merita più che non una semplice allusione; ne parleremo in particolare come si conviene, a suo tempo. Ma qual ricchezza di significati, rispetto all'Incorporazione, non troviamo nel Matrimonio, nell'Estrema Unzione e nell'Ordine Sacro?

Le Preghiere del Rituale per la Raccomandazione dell'Anima ricordano che il malato "è un membro della Redenzione" (Et unitati corporis Ecclesiae, membrum redemptionis annecte), e su questo membro sofferente di Gesù Cristo, la Chiesa vuole che sia recitato il capitolo diciassettesimo di San Giovanni, testo che mette la materia in piena luce... "Io in essi e voi in me, affinché siano consumati nell'unità, ecc..." (Ego in eis et tu in me ut sint consummati in unum). In conclusione, quest'augurio: "Che egli viva (il moribondo) unito indissolubilmente a te, e non possa mai in avvenire separarsi da te e dai tuoi eletti" (Ut vivat tibi amore indivisibili, qui a te et ab electis tuis nunquam separari potest).

Le sante unzioni, non insegnano forse in modo eloquente che il nostro corpo medesimo è unito strettamente al Cristo, e che un giorno la vita glorificata dell'anima irradierà di nuovo nella nostra carne, purificata dai segni divini della Croce? [Qui suscitabit Christum a mortuis. vivificabit et mortalia corpora vestra propter inhabitantem Spiritum ejus in vobis (Rom. 8, 11)].

Per il Matrimonio basta rinviare al capo quinto della lettera agli Efesini (22-33). Tema solido e ricco da svilupparsi dinanzi ai giovani sposi nel giorno della loro benedizione nuziale. Anche nelle famiglie cristiane, si apprezza al suo giusto valore il matrimonio cristiano? Si sa che l'unione dei due sposi deve modellarsi, nell'intensità dell'amore e nella profondità dell'abnegazione, sull'unione di Gesù Cristo, con la sua Chiesa?

In ultimo, l'Ordine Sacro. Per non citare altro che un passo tra i più espliciti, quale "teologia" nel monito seguente: "Pontefici, preti, diaconi, suddiaconi, ministri di gradi differenti, formano tutti un sol corpo che è il corpo di Cristo!" [Ex multis, et alternae dignitatis membris, unum corpus Chiristi efficitur (Cerimonie e preghiere dell'ordinazione dei Sacerdoti)].

La Chiesa non può fare di più per inculcarci la cognizione e l'amore della nostra Incorporazione al Salvatore Gesù.

Spetta a noi profittarne.

 

LIBRO SECONDO

Il modo della nostra Incorporazione a Gesù Cristo.

 

 

CAPITOLO PRIMO. Gesù ci divinizza con il suo spirito.

I. - Idea generale.

II. - Studio dei particolari.

 

I. Quando si trattò, per la Madonna, di formare con la propria sostanza il corpo dell'Uomo-Dio, alla domanda rivolta da lei all'angelo Gabriele: "In qual modo avverrà questo?", il messaggero celeste rispose: "Lo Spirito Santo scenderà sopra di te, e la virtù dell'Altissimo ti adombrerà" (Luca, I, 34-35).

Ciascuno di noi deve far nascere in sé Gesù Cristo, non certamente con la nascita corporale come in Maria, ma con la nascita spirituale, per mezzo dello stato di grazia. Se domandiamo come potrà compiersi questo prodigio" avremo necessariamente una risposta analoga a quella dell'Angelo: "L'autore della meraviglia sarà lo Spirito Santo".

"Dio è tutto nell'uomo (incorporato al Cristo), scrive il P. Lebreton, e se tra questi due termini infinitamente distanti deve consumarsi tale unione insperata, è perchè per mezzo dello Spirito Santo, Cristo ha trasformato, l'uomo, l'ha penetrato con là sua vita e l'ha attirato sino al Padre" [J. Lebreton, Le Dieu Vivant, p. 342 (Beauchesne)].

Mediante la grazia santificante, noi penetriamo nella grande corrente delle relazioni reciproche che vanno dal Padre al Verbo, dal Verbo al Padre, dal Padre e dal Verbo allo Spirito Santo, ed ecco in qual modo penetriamo, pur restando "finiti" in questo fiume di vita senza fine:

"La carità si diffonde dal Padre nel Figlio: dai due nello Spirito Santo; e lo Spirito Santo la comunica alle anime (Rom. V, 5). Questa carità, comunicata alle anime, c'incorpora a Gesù Cristo (Ef. III, 6), ci fa membri di Cristo (I Cor. XII, 27), ci fa partecipare alla vita di Cristo.

"A sua volta, Gesù, del quale siamo fratelli, ci conduce al Padre suo e così la carità, partita da Dio, risale a Dio, passando in noi per mezzo di Lui" (P. de Régnon, Etades de Théologie positive, t. II, studio X, cap. IV).

Ecco dunque il circuito - se possiamo adoperare un'immagine tanto materiale per descrivere un'azione puramente spirituale: - dal Padre al Figlio, dal Padre e dal Figlio allo Spirito Santo; dallo Spirito Santo, per mezzo di Gesù Cristo, alle anime nostre; e viceversa: dalle anime nostre, per mezzo dello Spirito Santo, a Cristo; da Cristo al Padre.

L'intermediario tra il Padre e noi? - Gesù Cristo, vero ponte, dirà Santa Caterina da Siena, giocando sulla parola pontifex, punto di passaggio tra il finito e l'infinito.

Il vincolo tra noi e Gesù Cristo? - Il suo Spirito, o, com'è comunemente chiamato, lo Spirito Santo.

Cerchiamo di penetrare un poco questa meraviglia. Siamo al centro dell'invisibile, in pieno mistero di Dio, in pieno mistero delle anime; bisogna perciò rassegnarci a non scoprire tutto.

Qua e là emerge qualche isolotto luminoso: prendiamolo come punto di riferimento. Ciò che potremo intravedere sarà abbastanza per farci desiderare di scoprire ancora di più con l'aiuto delle esplorazioni tacitamente operose della preghiera - aspettando il giorno delle grandi e adeguate rivelazioni.

San Paolo, descrivendo l'ufficio di Cristo mediatore, non dice: "La vita divina ci è stata data da Gesù Cristo", ma: "la vita divina ci è stata data in Gesù Cristo". Da non designerebbe il Salvatore se non nella sua esistenza terrena e nella sua funzione di redentore. In determina che si tratta di Cristo, capo glorificato della Chiesa, santuario dello Spirito Santo, che versa continuamente su di noi qualche cosa della sua pienezza.

Aiutati da questa osservazione, scopriremo meglio il doppio intervento di Gesù Cristo nel conseguimento della nostra vita divina.

- Grazie al merito della sua Incarnazione e della sua morte ci ottenne, 1900 anni fa, la prima venuta dello Spirito Santo.

Ed ora, in ogni istante, ci ottiene e ci procura l'influsso divino, necessario per rimanere e crescere nella grazia.

Intervento iniziale e una volta per tutte; intervento perpetuo e tutte le volte che occorre.

E questo dono dello Spirito Santo, quando l'anima nostra ne ha bisogno, lo dobbiamo a nostro Signore considerato e come Dio e come uomo.

Come Dio, come Verbo, Gesù, unitamente al Padre, invia realmente lo Spirito nelle anime dei giusti; è questa una delle missioni divine. Come uomo ci ha prima meritato questo beneficio divino; poi, intercedendo incessantemente per noi in cielo, ce l'ottiene ancora ad ogni istante.

Nostro Signore possiede lo Spirito Santo, e per diritto di natura, in virtù dell'unione ipostatica, e per diritto di conquista, come capo dell'umanità riscattata, depositario ufficiale della grazia nella sua pienezza.

Alludendo a quest'ultimo titolo, San Cirillo Alessandrino scriveva: "Non per sé il Figlio unico riceve lo Spirito Santo, ma per noi".

San Paolo chiama abitualmente lo Spirito Spirito, lo Spirito di Cristo. Per esso "vivere in Cristo" e "vivere nello Spirito" sono espressioni quasi sinonime. Il battesimo che produce il doppio effetto d'incorporarci a Gesù Cristo e d'infonderci lo Spirito Santo, ci è presentato dall'Apostolo ora come un battesimo "in Cristo", ora come un battesimo "nello Spirito". Le due espressioni in Cristo e nello Spirito, senza essere assolutamente identiche, molto spesso si equivalgono (Prat. loc. cit., t. I. pp. 424 e 436).

"Noi conosciamo, dirà San Giovanni, che si siamo in Lui, e che Egli è in noi, perché Egli ha dato del suo Spirito" (I Joan. 4, 13).

E il grande dottore dell'Incorporazione, tra i Latini, facendo eco a S. Cirillo Alessandrino, tra i Greci, noterà con insistenza: "I fedeli divengono Corpo di Cristo, se acconsentono a vivere dello Spirito di Cristo. Solo il Corpo di Cristo vive dello Spirito di Cristo" [Fiant (fideles) corpus Christi, si volunt vivere de Spiritu Christi. De Spiritu Christi non vivit nisi corpus Christi (S. Aug., Tract. 26 in Joan.. n. 6)].

In questo modo è chiaramente indicato come avviene la nostra incorporazione a Gesù Cristo. Diventiamo "porzione di Gesù Cristo" (la parola è di S. Giovanni Eudes) nel momento in cui ci mettiamo a vivere del suo Spirito.

Quindi c'incorporiamo a Lui man mano che ci spiritualizziamo. E finalmente ci uniamo al Corpo di Cristo, il giorno in cui ci uniamo allo Spirito di Cristo, allo Spirito Santo. Mostriamo ora in particolare che le cose si svolgono proprio così.

 

II. Quando Gesù Cristo comincia a "formarsi in noi"? (Gal. IV. 19).

 - Il giorno, nel quale aderiamo alla sua divina religione e, più esplicitamente, il giorno, in cui facciamo professione ufficiale di questa religione ricevendo il battesimo. In quel giorno entra in noi la grazia santificante con il suo elemento increato: lo Spirito Santo.

 Così la nascita di Cristo in noi, o la venuta dello Spirito Santo, costituiscono, sotto una luce differente, un'identica realtà.

Dopo la generazione, la crescita. Far crescere in sé Gesù Cristo, che cosa sarà se non dare un posto sempre più grande alla vita divina, e quindi allo Spirito Santo? Più un cristiano fortifica la sua vita soprannaturale [Roborati in interiorem hominem (Ef. III, 16)] più cesserà di essere fanciullo (Ef. 4, 15; 1 Petr. II, 2) per divenire, in Gesù Cristo, uomo perfetto, e più farà risplendere nella forza dell'età virile la vita di Gesù Cristo [In virum perfectum... ut vita Christi manifestatur in carne nostra mortali (II Cor. IV, 11)].

"Camminare in Cristo" (Col. II, 6), che cosa sarà se non lasciarci guidare dallo Spirito Santo "di luce in luce" (II Cor. III, 18), ossia di virtù in virtù? Praticare la pietà, la dolcezza, la pazienza, la carità, la pace, ecco quello che ci farà riprodurre Gesù Cristo e divenire "uomini nuovi" (Col. 3, 10; Ef. 4, 23). Non è infatti lo Spirito Santo, in fondo a noi, colui che s'incarica di rinnovellare questa stessa novità?" (Tit. in. 5).

Siamo forse caduti nel peccato? Che cosa significa se non che abbiamo scacciato dall'anima nostra lo Spirito Santo (Cfr. Dieu en nous, pp. 93-100), che abbiamo "spento lo Spirito Santo "? (Is. LXIII, 10). L'Epistola agli Ebrei chiamerà questo delitto: "crocifiggere Cristo in noi" [Crucifigere Christum in nobis (Hebr. VI, 6)].

Anche allora, lo Spirito Santo non ci dimentica e cerca, con ogni genere di grazie prevenienti, di ricollegarci all'unica base e all'unico fondamento che è Gesù Cristo (I Cor. III, 11). Il diluvio ha ricoperto con la sua inondazione devastatrice il suolo dell'anima, ma, come un tempo, anche ora, lo Spirito Santo aleggia sulle acque (Gen. I. 2): aspetta che la marea si ritiri, che un isolotto rimanga scoperto per potervi atterrare e far sì che l'anima riesca a dominare le micidiali inondazioni della vita. Se l'anima ritrova infine lo stato di grazia, possiede allora nuovamente lo Spirito Santo. Questo si chiama, secondo San Paolo, "far vivere in sé il Cristo" (Rom. 8, 10).

 

Dunque, Gesù Cristo e lo Spirito Santo sarebbero la medesima persona? No, v'è identità di operazioni; nient'altro.

Noi siamo divinizzati dallo Spirito Santo e siamo divinizzati da Gesù Cristo; o, meglio ancora, in Gesù Cristo per mezzo dello Spirito Santo.

Ascoltiamo il Cardinale Mercier: "La vita divina è sempre viva e sempre data al Cristo, Figlio di Dio vivente; Cristo con il Padre dà sempre alle anime, che non vi mettono ostacolo con il peccato mortale, lo Spirito Santo, Spirito di pietà filiale e d'amore; infine, questo Spirito di pietà filiale e di amore, ritorna incessantemente verso il Padre, mediante nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, il quale vive e regna, nell'unità dello Spirito Santo".

Non si può concretare meglio di così l'azione combinata dello Spirito Santo e del Salvatore Gesù nella storia della nostra divinizzazione, come parla un antico autore, della nostra "Trinizzazione".

Si direbbe volentieri, servendoci di San Tommaso (P. III, q, 8, a. I. ad 3): se Cristo è la Testa del corpo mistico, lo Spirito Santo può esserne considerato come il Cuore [Alcuni autori - il Gaetano, per es. (Comm. in P. III, q. 8, a. 1). compresi e meravigliati da quest'ufficio dello Spirito Santo, giungono a chiamare lo Spirito Santo e Cristo "conprincipes" nel corpo della Chiesa]. Egli suggella e consuma l'eterna società del Padre e del Figlio, costituisce il grande principio di vita, di moto e di coesione tra le membra e il Capo, tra i cristiani e Cristo.

Posta quest'azione dello Spirito Santo, non spetterebbe ad Esso, piuttosto che a Gesù Cristo, di chiamarsi Capo della Chiesa? Ad Esso che è il Cuore, l'organo vitale per eccellenza?

No. Lo Spirito Santo non si è incarnato. Egli vuole essere nostro "ospite", e vedremo subito quanto vicino; ma per tutto quello che Egli è, rimane infinitamente al di sopra di noi; non è affatto uno di noi. Gesù Cristo, invece, sebbene Dio come lo Spirito Santo, e per la medesima ragione ad una distanza infinita da noi, ha voluto tuttavia ricolmare tale distanza; e la sua venuta a Betlemme - un passo da gigante (I Cor. XII, 11) - l'ha fatto uno di noi, un figlio d'uomo a nostra immagine e vivente tra gli uomini. Egli è il Verbo, sì, ma incarnato. Come "Verbo", ci sorpassa infinitamente; in quanto "incarnato" prende proporzioni vicine alle nostre; ed ecco il suo migliore titolo per servirci da Capo.

 Poiché nelle sue armi vi sarà la potenza divina, il suo valore di Capo sarà ancor più consolidato; ma quanto a diventare "Testa" dell'umanità, lo può soltanto come persona adattatasi alla nostra umanità.

 Oltre a questa ragione primordiale, ne possiamo aggiungere un'altra: il cuore è l'organo, che per il ritmo delle sue successive propulsioni, invia il sangue alle diverse parti del corpo, compreso il cervello. Lo Spirito Santo sarà molto esattamente chiamato "il cuore della Chiesa", perché proprio Egli distribuisce la grazia a tutti i giusti. "Un solo e medesimo Spirito, afferma San Paolo, opera tutte queste cose" - grazie per il perfezionamento dell'individuo, grazie per il ministero apostolico, - "distribuendole a ciascuno in particolare come Egli vuole" (1 Cor. 12, 11).

 Di più, il cuore è un organo nascosto, invisibile, sebbene sovranamente e perpetuamente operoso. Così è dello Spirito Santo; e per poter scorgere la sua azione in un'anima o nelle anime, occorre in generale un'ascoltazione attenta e prolungata.

 Credo inutile insistere su questo argomento, perché abbiamo ormai capito l'equivalenza e al tempo stesso la particolare differenza delle due espressioni: "Vivere dello Spirito Santo" e "vivere della vita di Gesù".

 

 


CAPITOLO II

La devozione allo Spirito Santo.

 

 I - Perché si fa una menziona speciale dello Spirito Santo in un'opera comune alle Tre Persone divine?

 II - L'Amore Personale. - Lo Spirito di Gesù Cristo.

 III - Se conoscessimo "il dono di Dio"!

 

 

I. Consideriamo ora, senz'altro indugio, l'ufficio che dovrebbe rappresentare nella nostra pietà la devozione allo Spirito di Cristo, allo Spirito Santo.

 E cominciamo con uno schiarimento utile.

 Facendo una menzione speciale dello Spirito Santo, non pretendiamo affatto che la nostra trasformazione in membri del Cristo si operi come in due tempi, in due fasi: che cioè lo Spirito Santo si unisca prima direttamente e quasi isolatamente all'anima; e poi, per l'intervento della Terza Persona, le due altre divengano presenti in noi. Non avviene così.

 La divinizzazione che risulta dalla nostra Incorporazione al Cristo, - meglio: nella quale quest'Incorporazione consiste - è un'opera necessariamente comune a tutta intera la Trinità (perché costituisce un'operazione ad extra, Leone XIII lo ricordava nella sua lettera Divinum illud, e il concilio Vaticano I, teneva pronta su questo argomento una definizione). Le Tre Persone "deificano" con affetto comune e con comune beneficio i membri di Cristo.

 Tuttavia, non è inutile far notare in questa operazione, sebbene comune alle Tre Persone la parte che spetta a una di esse, alla Terza.

 E questo per una prima ragione: numerosi testi, i quali sottintendono, ma non fanno menzione del Padre e del Verbo, nominano espressamente lo Spirito Santo. Invito evidente a riconoscergli il posto che gli conviene.

 Ricordiamoci della formula di Gabriele nel giorno dell'Annunziazione: "Lo Spirito Santo verrà in te, o Maria". L'Angelo vuol forse significare che verrà soltanto la Terza Persona divina? Certamente no. Ma essa era meno familiare al pensiero ebraico, donde l'opportunità di una menzione speciale. Nell'Antico Testamento, infatti, lo Spirito Santo non è nominato esplicitamente; Dio volle che fosse messo in rilievo al principio del Nuovo. Però la formula è esclusiva soltanto apparentemente. Bisogna quindi intendere, non già "lo Spirito Santo verrà solo", ma "verrà anch'Esso".

 Dovunque si parla di far nascere e di sviluppare spiritualmente in noi il Cristo, il significato è il medesimo: affermativo e non esclusivo.

 Così bisogna leggere San Giovanni: "Chi non rinascerà per mezzo dell'acqua e dello Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio" (Gv. 3, 5) - oppure il dialogo con la Samaritana (Gv., 4, 10-14), seguito dal commento sull'Acqua Viva, dato dall'Apostolo nel capitolo settimo: "Ora, questo Egli lo diceva riguardo allo Spirito che erano per ricevere quelli che credevano in Lui" (Gv. 7, 39).

 I testi dei Padri, soprattutto dei Padri Greci, sono innumerevoli: "Cristo abita in noi per mezzo dello Spirito Santo" (S.Cirillo Alessandrino), - oppure: "L'unione con Dio si fa per mezzo dello Spirito; perché Dio ha inviato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori per esclamarvi: Abbà, Padre" (S. Basilio).

 Si dirà: non è guari possibile che si sia fatta una menzione, così espressa e così ripetuta dello Spirito Santo, senza un motivo che la giustificasse. Certo è che il motivo c'è.

 Se Dio infatti vuole che onoriamo la sua divina Unità, vuole parimenti che riconosciamo la Trinità delle Persone divine, e che attribuiamo a ciascuna di esse le azioni che hanno una certa analogia, una relazione particolare, con le proprietà esclusive di queste Persone adorabili.

 Il Padre è il Primo Principio; il Figlio è il Generato; lo Spirito Santo, il Termine infinito delle divine compiacenze del Padre e del Figlio nella loro infinita bellezza.

 E' dunque naturale attribuire al Padre l'adozione; al Figliolo la rigenerazione; allo Spirito Santo la missione di scolpire in noi la somiglianza del Padre e del Figliuolo.

 E per parlare solamente dello Spirito Santo: poiché Egli è, nelle profondità di Dio, il frutto della comune Santità del Padre e del Figlio, sarà forse arbitrario considerarlo specialmente, nell'opera della nostra divinizzazione, compiuta in Tre, come il santificatore per eccellenza? - E poiché Egli è, in Dio, il frutto della comune Dilezione del Padre e del Verbo  (Il Concilio XI di Toledo, nella sua magnifica professione di fede, dice che lo Spirito Santo procede al tempo stesso dal Padre e dal Figlio: “perché Egli è la carità e la santità dell’uno e dell’altro”), sarebbe arbitrario considerarlo, nell'opera della nostra divinizzazione compiuta in Tre, come il focolare per eccellenza della carità?

 Santità, Amore! Queste parole racchiudono in se l'opera della nostra "deificazione". Che, quando si tratta di santificare, lo Spirito Santo sia messo particolarmente in vista; e  quando si tratta di un'opera di amore, sia nominato specialmente lo Spirito d'Amore, nulla di più indicato (Vi è un amore, in Dio, comune alle Tre Persone: l'Amore essenziale. Ma lo Spirito Santo è solo a possedere la divinità per via di dilezione e precisamente in quanto essa é amore; donde il suo nome proprio: l'Amore personale).

 "Non vi sono se non i cristiani, esclamava Bossuet, i quali possano vantarsi che il loro amore sia un Dio. Dio è amore... O divina teologia!" (Primo Panegirico di S. Francesco da Paola). E di questa divina teologia la parte più divina non è forse che quegli, che è in Dio amore personale, si degni, mediante la sua "meravigliosa congiunzione" con noi (Mira conjuncto. La parola è di Leone XIII nell'Enciclica sullo Spirito Santo), di operare la nostra Incorporazione al Salvatore Gesù?

 

II. Tutte le formule della Chiesa per parlarci dello Spirito Santo si riducono a due. Egli è la realtà più alta: Donum Dei Altissimi; la realtà più nostra: Dulcis hospes animae.

 Ospite del cielo, e quindi infinitamente lontano; ospite dell'anima, e quindi infinitamente vicino. L'Altissimo per il suo vincolo d'incomprensibile intimità con il Padre e con il Verbo; il Vicinissimo per il suo vincolo d'inverosimile intimità con il cuore puro.

 Noi apprezziamo, e certo lo merita, il dono che ci è stato fatto del Verbo, ma abbiamo altrettanto stima pratica per il dono che ci è stato fatto dello Spirito? Paragonando tra loro la meraviglia dell'Incarnazione e quella della Dimora dello Spirito Santo nelle anime nostre; il dono del Verbo a noi tutti, e il dono dello Spirito Santo a ciascuno di noi, il fondatore dei Ritiri bretoni nel secolo XVII, il P. Huby, così si esprime nel suo Ritiro sull'Amor di Dio:

 "Il Padre e lo Spirito Santo hanno amato il mondo fino a dargli il Verbo eterno per mezzo dell'Incarnazione...

 "Il Padre e il Verbo hanno amato il mondo fino a dargli lo Spirito Santo, l'amore personale del Padre e del Figlio.

 "Questo secondo dono, considerato in se stesso non è e non può essere più grande del primo; tuttavia se si guarda nelle sue circostanze, ci è ancor più vantaggioso del primo; ce lo assicura Gesù Cristo.

 "L'Incarnazione costituisce un bene generale e universale, dato al mondo intero, senza alcuna eccezione. Ma la presenza reale dello Spirito Santo nei nostri cuori, frutto della gloriosa Ascensione di Gesù Cristo, è un privilegio riservato ai soli cristiani o piuttosto ai giusti della legge di grazia.

 "A qual gloria non ci conduce questa specie d'incarnazione dello Spirito Santo nei nostri cuori! ecc. ..." (P. Vincenzo Huby, Retr. sur l'Am. de Dieu, 7° giorno, 3a med., 1° punto).

 "Se fossi stata Voi, esclamava dinanzi ad un simile prodigio un'anima santa, non avrei certamente scelto me!" (Poulain, Diario Spirituale di Lucia Cristina, Marietti - Torino).

Egli, ha scelto proprio noi. Ci voleva proprio Lui per far questo!

Ma se stento a contemplare lo Spirito Santo nel tabernacolo troppo meschino che sono io, ecco un reliquiario molto più grandioso e infinitamente più attraente: Nostro Signore Gesù Cristo.

La grazia santificante comporta la presenza in noi dell'Increato. Ora, nostro Signore, come capo dell'Umanità riscattata, la grazia santificante la possiede nella sua pienezza. Possiede dunque nella sua pienezza lo Spirito Santo (notiamo che lo possiede già per la sua unione ipostatica).

Quali divine meraviglie produrrà in nostro Signore la presenza dell'Amore Personale, dello Spirito Santo!

In questo punto non siamo costretti a fondarci soltanto su congetture; perché lo Spirito Santo si manifesta come l'animatore delle azioni del Salvatore Gesù.

Lo Spirito Santo, secondo l'Epistola agli Ebrei, ispira le risoluzioni redentrici del Verbo: Hebr. IX, 14:"...Quanto più il sangue di Cristo il quale, per mezzo dello Spirito Eterno, si è offerto senza macchia a Dio!". Al Verbo, una volta incarnato, lo Spirito Santo detta la maggior parte dei suoi atti. Il Salvatore va nel deserto "condotto dallo Spirito" (Ductus est in desertum a Spiritu, Matth. 4, 1. E San Marco, più energicamente: Spiritus expulit eum in desertum: Lo Spirito lo spinse nel deserto). Per il ritorno dal Giordano, interviene egualmente lo Spirito Santo (Plenus Spiritu Sancto regressus est a Jordane;  Luca 4, 1).

S'invoca la compassione del buon Maestro! Ma lo Spirito Santo tiene il Cuore di Gesù aperto alla misericordia, e ci fa trovare in quel Salvatore adorabile un intercessore di tutti gli istanti (Semper vivens ad interpellandum pro nobis; Hebr. 7, 25).

Se si aprisse quello scrigno vivente, quel ricettacolo d'amore che è il Divin Cuore del Verbo Incarnato, si vedrebbe, nel mezzo, un diamante incomparabile: lo Spirito Santo. Come, del resto, il culto dello Spirito d'amore non sarebbe in perfetta armonia con il culto del Cuore pieno d'amore, del Salvatore Gesù?

Così, la devozione allo Spirito Santo rimane la devozione ad una realtà puramente spirituale - infatti si è incarnato il Verbo, non lo Spirito Santo; - ma questa realtà puramente spirituale, contemplandola nel Salvatore Gesù, la scorgo nel centro di un'altra realtà di cui la mia immaginazione vede i contorni umani. Come questo facilita la mia intimità!

Se dico: lo Spirito Santo, penso immediatamente all'inaccessibile; se, invece, dico: lo Spirito di Gesù, evoco immediatamente la persona Umano-divina, ossia nostro Signore. Ho l'impressione chiarissima che l'Inaccessibile é divenuto più vicino. Rimane realtà puramente spirituale, ma da ricchezza in sé inafferrabile, essa diviene una ricchezza di Cristo, e, perciò assolutamente meno irraggiungibile per me. Così il Figlio, il quale è la via per andare al Padre, è pure la via per trovare meglio lo Spirito Santo.

Tra il Figlio e lo Spirito Santo vi è una strana rivalità; diventa un problema e quasi un giro vizioso, sapere se siamo incorporati al Figlio perché uniti allo Spirito Santo, oppure uniti allo Spirito Santo perché incorporati al Figlio. In realtà, le due operazioni, in fondo, ne formano una sola. E' un doppio incrocio, si dirà. No: è il trionfo dell'unità. Siamo incorporati a Cristo perché lo Spirito Santo s'impadronisce di noi, e lo Spirito Santo s'impadronisce di noi, perché siamo incorporati a Cristo.

 

 

III. Se conoscessimo il dono di Dio! Vedremmo che l'incorporazione a Gesù Cristo è possedere in sé lo Spirito di Cristo, lo Spirito di luce e d'amore, con i suoi mille qualificativi del Veni Creator o del Veni Sancte Spiritus et emitte coelitus, lo Spirito capace e infinitamente desideroso di "creare in noi un cuore nuovo".

Santa Teresa, ancor bambina, preferiva pregare dinanzi ad un'immagine appesa al muro della sua camera che rappresentava Gesù al pozzo di Giacobbe con la Samaritana ai suoi piedi. Non possiamo credere che la Santa abbia attinto lì, fin dalla sua prima giovinezza, l'intelligenza e il gusto del "mistero interiore", di quella vita nello Spirito, di cui ella parlerà tanto eccellentemente?

L'esempio è d'ordine privato. Ecco ora il linguaggio ufficiale. La Chiesa ci previene: Sic nos tu visitas sicut te colimus: cioè: "Tu ci visiti, o Spirito Santo, nella stessa misura, secondo cui ti invochiamo".

Ora che cosa devono sperare dallo Spirito Santo, coloro che dello Spirito Santo non si curano affatto? Non li preoccupa questa pena del taglione?

Insieme, se vogliamo, ma con la debita precedenza sopra devozioni avventizie e secondarie, dobbiamo avere le devozioni di prim'ordine. Non senza una certa acredine, un autore moderno così parla della nostra devozione troppo meschina verso lo Spirito Santo.

"Dopo avere scolpito un Cristo con le braccia verticali per significare che non espiava per tutti gli uomini, Port Royal (centro motore del gainsenismo, NdR) si contentò di cancellare la colomba. Finirono presto, perfino nella società laica, anche i cavalieri del vecchio ordine reale dello Spirito Santo. Tutti i seguaci del Giansenismo si affrettarono ad immergere nell'oblio il culto della Terza Persona divina. Non potendo alterare tutto il breviario, si ebbe la degnazione di lasciargli la festa della Pentecoste; ma non si teme, neppure oggi, in alcune parrocchie, di collocarvi le prime Comunioni, come per deviare verso Cristo i pochi omaggi che ancora rimanevano per lo Spirito Santo".

Il primo dovere di un membro di Gesù Cristo di fronte allo Spirito di Gesù Cristo è quello di un'attenzione rispettosa per Colui che vuole essere in noi il grande "Presente", ossia non solamente il grande Dono, ma il grande "Ospite perpetuo" (in chi, ben inteso, vive in grazia), Colui che ci permette in ogni momento "un'intima società nel Cristo" (Col. 3, 3). una "vera vita nel Cielo" (Phil. 3, 20), se vogliamo.

"Ahimè! gemeva il Gratry, soltanto la superficie delle anime nostre è popolata! Ma nelle profondità, dove sei Tu, o Spirito Santo, cioè nel santuario segreto, nel centro dall'abisso, non scende affatto. Eppure, o mio Dio, non mi hai tu svelato un giorno il fondo dell'abisso, e quel luogo nascosto dove tu sei, nelle radici e nelle profondità...?" (Cratry, Commentario sul Vangelo secondo S. Matteo, vol. I e II; Marietti - Torino).

Quale impronta più cristiana avrebbe la nostra vita, se praticassimo lo spirito di fede: se, nella molteplicità dei nostri atti, facessimo frequenti visite "in fondo al nostro cuore, alla nostra unità e alla nostra immagine divina!" (Ruysbrock). La nostra esistenza, anche buona, non ha che una fecondità mediocre, perché la nostra attenzione si divaga troppo. Siamo in balìa di ogni azione, e tra un'azione e l'altra ci riserbiamo appena un minuto di silenzio e di luce per metterci dinanzi allo Spirito vivificatore presente in noi, ma paralizzato da noi, dimenticato da noi, lasciato nella sua oscurità in fondo alle anime nostre mentre aspetta invano uno sguardo, un grido del cuore, uno slancio d'amore.

Consiglio, si dirà, per le anime chiamate a eccezionali intimità con Dio. Prima di tutto, sapete forse di non essere una di queste anime chiamate ad eccezionali intimità? Sapete fin dove Dio vi condurrebbe, se foste più generoso, più diligente?

Ma sia pure! voi siete un membro di Cristo: come tutti i membri di Cristo, un cristiano; come tutti i cristiani, uno di quelli che si chiamano - Dio voglia che non sia per antifrasi! - semplici "fedeli", uno della massa, con il desiderio, poiché leggete questo libro, di essere, in questa massa, un'anima fervorosa; a voi dunque si rivolge proprio il premuroso invito di vivere di fede.

Quale sorgente di viva energia possederemmo se la nostra vita fosse maggiormente animata dal pensiero dello Spirito Santo presente, il quale ci incorpora in modo continuo a Gesù Cristo! Se, tutte le volte che abbiamo finito qualche lavoro, la lancetta interiore venisse dolcemente a riposarsi in questo punto d'equilibrio; non punto morto, come in una macchina in riposo, ma punto vivo dal quale non ci s'allontana se non sapendolo e per buone ragioni e sempre con l'idea di ritornarvi sollecitamente per l'impulso spontaneo dell'essere divenuto soprannaturale, cioè d'istinto!

"Scendiamo nel nostro cuore; ascoltiamo e obbediamo", consigliava il P. Judde, "più della metà di noi stessi rimanga sempre là, se è possibile, attenta a quello che vi si dice, a quello che vi accade; e allora vi assicuro la perfezione" (Judde. Oeuvres. t. V, Exhortations, p. 70).

Ottimo consiglio! Tutte le volte che siamo obbligati a "compiere l'ufficio di Maria", farlo lietamente, serenamente, vigorosamente, senza preoccupazioni né rimpianti, sempre e unicamente per amore di Dio e nella misura più grande che sia possibile, "in Dio e con Dio"; appena non siamo più chiamati "fuori" dalla carità o dai doveri del proprio stato - e in questo caso, la parola "fuori", è veramente adatta? - rientrare rapidamente nell'intimo dell'anima ed ivi, con uno sforzo umile e cordiale, con un amore rispettoso, riprendere "l'ufficio di Maddalena", applicarsi a ritrovare Dio, o meglio - perché nell'ipotesi non l'avevamo veramente lasciato - applicarsi a ritrovare la sua presenza più esplicitamente riconosciuta ed apprezzata.

Ecco l'ideale a cui mirava uno dei primi figliuoli di Sant'Ignazio, il P. Nadal: "Fieri quidem, si assuescas in Christo, facile potest, accadrà facilmente se tu t'abitui a vivere in Cristo, ut quum alia agis, che anche in mezzo alle occupazioni ordinarie, cor tuum sit Deo unitum, il tuo cuore rimanga unito a Dio, non habitualiter solum vel virtualiter, sed et per simplicem orationem, per mezzo di una preghiera continua e semplice. Sant'Ignazio parlava di questo quando raccomandava di vivere nel Signore" (Mon. Hist. Societatis Jesu: Epistolae P. Nadal. t. IV, pp. 722).

E' un errore molto grave sperare che simile abitudine dello spirito di fede si acquisti scherzando e senza sforzo. Ma nel suo arduo lavoro l'anima diligente - e generosa - non è sola. Qualcuno la prepara e l'aiuta a vivere "nello Spirito" - lo Spirito Santo medesimo. Egli solo può, disporre il cuore alla propria venuta; Egli solo può farsi in noi un'accoglienza degna di Lui.

Soltanto lo Spirito di Vita può condurre alla vita "nello Spirito", la quale non è altro che la vera vita "in Cristo".

Mentre Tobia stava per mettersi in cammino, si presenta, proprio in quel momento, una persona "la quale conosce la strada che conduce al paese dei Medi" (Tb 5, 5-23). Che fortuna! I due pellegrini, durante il viaggio, cammineranno quindi di pari passo.

"Quando fu preparato tutto quello che dovevano portare con sé, Tobia prese congedo da suo padre e da sua madre, e si mise in cammino con l'angelo".

Anche noi dobbiamo lasciare molte cose per "metterci in cammino con l'angelo", ma se siamo generosi, l'angelo ci accompagnerà, un angelo più grande di Raffaele. l'Angelo per eccellenza, lo Spirito Santo.

"- Conosci la via che conduce al paese dei Medi?".

"- La conosco. Ho percorso spesso tutti questi sentieri".

Ahimè! troppo spesso lo Spirito Santo ha percorso i sentieri che conducono alla Vera Vita tutto solo!

Non separiamoci mai da questa guida. Un buon compagno d'arme, è quasi la vittoria assicurata. Quando questo compagno d'arme si chiama lo Spirito medesimo del grande Vittorioso, il "quasi" sparisce e il trionfo è certo.

 

 

 


LIBRO TERZO

L'origine della nostra Incorporazione a Gesù Cristo.

 

CAPITOLO PRIMO

Per rispetto al Padre che l'ha voluta.

I. - L'origine della nostra Incorporazione - rispetto al Padre si confonde con la nostra predestinazione alta grazia.

II. - Misericordia del Padre, il quale accetta di dare il suo unico Figlio per salvare i suoi figli adottivi.

III. - Incarnazione e Redenzione.

 

"Tutti voi che siete stati battezzati in Cristo, avete rivestito il Cristo" (Gal. 3, 27). Il sacramento che c'incorpora a Gesù Cristo è il sacramento che ci fa cristiani, e il sacramento che ci fa cristiani, è il Battesimo.

Se, dunque - dopo aver stabilito il fatto della nostra Incorporazione a Gesù Cristo e posta la questione del come avviene tale Incorporazione; dopo averne dimostrato l'effetto principale ossia la comunicazione dello Spirito Santo e con Esso del Verbo e del Padre - si ricerca quando è cominciata questa partecipazione dell'anima nostra a privilegi tanto singolari, bisogna rispondere: il giorno in cui pargoletti fummo portati nella chiesa della nostra parrocchia, e il sacerdote pronunziò su di noi. versando un po' d'acqua, le parole divinamente efficaci: "Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo".

E' questo il "quando" rispetto a noi.

Ma possiamo estendere la questione, imitando San Paolo, e studiare quando siamo stati incorporati a Cristo, rispetto a Dio, e quando rispetto a Gesù Cristo medesimo.

 

I. Rispetto a Dio. - Si tratta qui di un "quando" eterno, se è permesso di collegare insieme queste due parole, e ci troviamo di fronte al mistero adorabile della predestinazione alla grazia.

"Lodiamo, benediciamo Dio, Padre di nostro Signor Gesù Cristo, scriveva San Paolo, il quale dandoci il suo unico Figliolo come mediatore per mezzo dell'Incarnazione, e unendoci, per mezzo del Battesimo, a questo divino mediatore, ci ha ricolmati di ogni benedizione spirituale, in Gesù Cristo. In Lui ci ha eletti da tutta l'eternità, affinché, per la carità, siamo santi e immacolati non solamente al cospetto degli uomini, ma al cospetto di Dio, il quale ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi, non a causa dei nostri meriti, ma in previsione dei meriti di Gesù Cristo, per pura volontà della sua misericordia, affinché la lode e la gloria tornino alla sua grazia, a quella grazia che s'è compiaciuto di darci in Gesù Cristo, suo figlio diletto" (Ef. cap. I).

Come esprimere un pensiero così pieno, così denso, così traboccante d'amore per Iddio e le sue incomprensibili misericordie, e per Cristo Gesù, mediatore ineffabile della vita del Padre? Come tradurre, senza deformarlo o indebolirlo, il testo dell'Apostolo, il quale vuole in un sol tratto enumerare tutte le benedizioni date da Dio in Gesù Cristo e per mezzo di Gesù Cristo? E che perciò, risalendo alla sorgente di ogni benedizione, si eleva fino alla nostra elezione eterna nelle profondità di Dio, e, subito dopo, ci mette di fronte all'esecuzione temporale di questo decreto? [Maeterlinck, il traduttore molto profano di un'opera molto mistica, "L'ornemmt des noces spirituelles", di Ruysbrock l'Ammirabile (II ed., Brux., 1908. p. 18), nota giustamente che le parole "sono inventate per gli usi ordinari della vita, e diventan disgraziate, inquiete e attonite, come vagabondi intorno ad un trono, quando ogni tanto qualche anima regale le conduce altrove". Non mai come qui appare la miseria delle parole umane alle prese con il mistero].

L'atto più sublime del tempo, cioè la nostra santificazione per mezzo di Gesù Cristo; l'azione più misteriosa dell'eternità, cioè la nostra predestinazione alla santità voluta da Dio, ecco quello che racchiude la frase dell'Apostolo. La quale congiunge insieme questi due misteri che costituiscono un solo ed unico beneficio, per poter meglio proclamare la grandezza incomparabile della grazia che ci conserva figli di Dio e fratelli di Cristo, in virtù dei meriti del medesimo e diletto Gesù Cristo (In laudem gloriae gratiae tuae in qua gratificavit nos in dilecto Filio suo; Ef. 1, 6).

Chi siamo perché Dio, fin dall'eternità abbia così pensato a noi, ci abbia amati, ci abbia eletti, ci abbia destinati alla gloria della divina filiazione, per poi chiamarci, in un dato momento del tempo, ad amarlo, a benedirlo, a servirlo?

E' cosa singolare come non abbiamo una maggior conoscenza di quello che vi è di straordinario nella fede. Non ci sembra strano di essere amati da Dio, amati da Dio sino a questo punto! Fin dall'eternità. Dio pensa a noi. pensa a trarci dal nulla; fin dalla prima idea che ha avuto di noi, ossia da sempre, sì mette ad amarci senza misura, fino a chiamarci ad un'intimità tanto grande, tanto assoluta, che ci sentiamo presi da vertigini quando tentiamo scrutarla; ad un'intimità che ci farà strettamente partecipare al suo privilegio più incomunicabile, a quello stesso che lo costituisce nell'Essere divino.

E questo amore, librandosi su noi anche prima che abbiamo ricevuto la vita; quest'amore senza fondo, infinito, inesprimibile, è così bene ancorato nell'intimo di Dio, è talmente incorporato a Lui, che se la razza così amata prevarica, la volontà d'amore del Dio tre volte santo rimarrà, a dispetto di qualsiasi cosa in contrario, volontà d'amore. O piuttosto - perché bisogna pur concedere qualche cosa agl'imprescindibili diritti della giustizia - questa volontà d'amore si trasformerà in una volontà di misericordia, e il Padre, con una specie di astuzia contro sé stesso, non potendo acconsentire a lasciar dannare quelli che Egli ha scelto per suoi figli, farà incarnare il proprio Figlio nella carne di coloro che hanno peccato contro di Lui, come se gli fosse intollerabile di non ricolmare l'abisso che lo separa da noi. Non farà nulla a metà. Per imporsi in modo irresistibile alle nostre menti, lente nel credere e chiuse all'intuizione dell'amore, darà "la commissione al Verbo" d'incarnarsi. Lo farà responsabile di quel peccato dinanzi al quale, dopo averlo commesso, eravamo impotenti, e - come diremo tosto - inviandolo alla croce, conquisterà, in virtù di questa riparazione sovrabbondante, il diritto che sembrava aver perduto, il diritto di continuare ad amarci, ad amarci al di là di ogni amore; il diritto di ricominciare a darsi al di là di ogni espressione; di comunicarci nuovamente la sua vita divina.

Ma allora, Dio ci ama più del proprio Figlio? In un certo senso, sì. Con singolare energia di espressione, Salviano non esita a dichiararlo: "Plus amat nos Deus quam Filium Pater". E continua: "Questo si manifesta fino all'evidenza. Egli ama noi, suoi figli, più del suo Figliuolo, e gli adottivi più del suo Unico, i suoi figli colpevoli più del suo Figlio, Dio come Lui. La prova? Egli ha dato questo per salvare quelli" (Evidens quippe res est, quod super affectum filiorum nos diligit Deus, qui propter nos Filio suo non pepercit. Et quid plus? Addo, et hoc Filio justo, et hoc Filio unigenito, et hoc Filio Deo. Et quid dici amplius potest? Et hoc pro nobis, id est pro malis, pro iniquia, pro impiissimis; De Gubernatione Dei; P. L., t. LIII. Col. 81).

Bossuet, nel suo primo discorso per il Venerdì della Settimana di Passione, svolge ampiamente questi pensieri di fede: "Dio ha un figlio eguale a sé stesso, il quale contenta interamente il suo amore come esaurisce la sua fecondità; e tuttavia, o bontà, o misericordia! questo Padre, avendo un Figlio così perfetto, vuole adottarne altri. La carità che Egli ha per gli uomini, il suo amore inesauribile e sovrabbondante, fa sì che Egli dia dei fratelli a questo primogenito, dei compagni a quest'unico e infine dei coeredi a questo diletto del suo cuore.

"Più ancora, abbandona il proprio Figlio alla morte per far nascere gli adottivi. La carità stessa del Padre lo consegna, l'abbandona, lo sacrifica - e ci adotta, ci vivifica, ci rigenera... Il suo amore inventivo e ingegnoso gli ha felicemente ispirato, per questo progetto dì misericordia, di perdere in qualche modo il Figlio suo per dar luogo all'adozione e di far morire l'unico erede per farci entrare nei suoi diritti. Figli d'adozione, quanto costate dunque all'eterno Padre!" (Primo discorso per il Venerdì della Settimana di Passione, p. I, in Vives, t. IX. p. 518).

 

II. Singolare invenzione da parte di Dio! Dare il suo Verbo per salvare dei miserabili come noi! Dio medesimo ci avverte: "ogni carne è un nulla", una paglia, meno che niente. E per il bene di questo nulla, per la liberazione di questo nulla. Dio da il suo Tutto, Colui che è eguale a Lui stesso. Acconsente a questo fatto inverosimile, inammissibile, eppure reale, assolutamente reale: che il Verbo si unisca a questa carne, a questo nulla; che il Verbo, secondo la formula comprensiva di San Giovanni, si faccia carne: caro factum.

Di più il Padre, per il bene e per la consolazione di questo nulla peccatore che siamo noi, acconsente alla vita laboriosa e povera di Cristo, ai suoi trentatré anni di miseria tra due abissi: il presepio, la croce!

Veramente ci sembra di sognare. Dio non ha potuto far questo. Le sue preferenze sarebbero troppo bizzarre e le sue trovate mostruose. Bisognerà dunque immaginarselo come una persona gelosa, avara dei suoi privilegi, sofistica all'eccesso quando si tratta del suo onore, e che esiga ad ogni costo - sia pure a detrimento del suo Verbo, - che questo onore, il quale venendo da noi vale tanto poco, gli sia totalmente reso? Ma non vi è proporzione tra questo magro contingente di gloria estrinseca, cioè che non cambia nulla alla sua natura, non aggiunge nulla alla sua gloria intima e sostanziale, e quanto ha fatto in modo inaudito il suo Figliuolo! Più ancora, bisognerà raffigurarci Dio come un essere barbaro e avido di sangue? Egli può salvarci con minima spesa, ossia richiedendo dal suo Figliuolo, nell'ipotesi che voglia salvarci per mezzo suo, il meno possibile. E invece esige la riparazione massima, il sacrificio fino agli orrori del giardino dell'Agonia e fino al martirio del Calvario!

Non vi è in tutto questo un egoismo trascendente, congiunto ad una crudeltà che ripugna alla bontà come alla sapienza di Dio?

In primo luogo, guardiamoci bene dall'immaginare, sul modello protestante, un Dio "dallo spirito gretto", dall'esigenze matematiche, che faccia del culto dovutogli un'aritmetica intransigente e abbastanza ridicola: "Mi è stato fatto torto per dieci, esigo una riparazione per dieci". Cerchiamo invece di avere la nozione esatta del peccato. Un solo peccato darebbe per sé motivo all'annientamento di tutto il creato. E non sarebbe ancora una punizione rigorosamente adeguata. Ecco quello che getta qualche luce sulle esigenze riparatrici di Dio!

L'Antico Testamento rappresenta talora l'Altissimo animato dallo spirito di vendetta: Israele ha peccato, Dio si irrita. Che cosa si nasconde sotto queste espressioni un po' sgraziate, sotto queste immagini che, se fossero forzate diventerebbero inesatte? Questo, che è l'assoluta verità: sottraendosi per colpa propria alla Giustizia rimuneratrice e benefica, l'uomo è caduto necessariamente sotto l'ordine della Giustizia vendicatrice. ossia punitiva. Ciò non va affatto contro la bontà di Dio. S'andrebbe invece direttamente contro la sapienza e le esigenze medesime della sua essenza, se fosse avvenuto il contrario. Dio è Dio, e non può, senza rinnegare se stesso, rimanere indifferente all'offesa e gradirla come gradirebbe un omaggio. Non già che i nostri omaggi gli rechino qualche cosa che manchi alla sua intima essenza, e che le nostre colpe gli tolgano qualche cosa di cui la sua intima essenza abbia bisogno; Dio è immutabile e nulla in Lui si altera. Ma in noi l'ordine è stato sconvolto ed è necessario ristabilirlo. La sapienza e la giustizia di Dio lo esigono; altrimenti sarebbe un premio dato al disordine e il peccatore potrebbe dire a Dio: io ti ho offeso e impunemente: la tua benignità t'impedisce di punirmi.

Analoga osservazione per molti testi del Nuovo e soprattutto dell'Antico Testamento, nei quali sembra che Dio abbia un certo gusto del sangue; gusto dei sacrifici di capretti e di pecore, nell'Antica Legge; gusto dell'immolazione del Salvatore nella Nuova. Dio non si compiace affatto del mestiere di carnefice; nulla si trova in Lui degli istinti barbari delle folle, che godevano nel vedere scorrere il sangue nelle arene o passeggiare per le vie la testa della principessa di Lamballe.

Egli ha permesso il sacrificio del Salvatore, è vero, e nessuno riuscirà mai ad illuminare interamente questo mistero d'amore per noi. Ma non dimentichiamo che tal sacrificio il Salvatore non l'ha offerto costretto e forzato; l'ha offerto spontaneamente, liberamente, ratificando per amore la volontà di giustizia e d'amore del Padre suo. Non vi è dunque barbarie, ma due volte amore; e nulla rimane del rimprovero di severità cieca e d'intransigenza implacabile.

Lasciando libero corso alla giustizia. Dio non è affatto barbaro, perché il sacrificio è spontaneo in chi assume la riparazione; spontaneo nel Verbo il quale, vedendo l'insufficienza delle antiche riparazioni, da sé stesso dichiara: "Ecce venio, Io mi offro, eccomi!"; spontaneo nell'Umanità del Salvatore il cui sentimento fondamentale sarà appunto di ratificare, con tutta la sua potenza d'amore, la volontà salvatrice del Verbo.

 

III. Ma poiché un nulla bastava da parte del Salvatore, - S. Tommaso e tutti gli altri autori l'ammettono e ce lo grida la più elementare riflessione - perché tutto quel sangue, perché quello sfoggio di torture? Ammettiamo pure la venuta sulla terra, ma la salita sulla croce! Passi per l'Incarnazione" ma la Redenzione, e una simile Redenzione!

Ancora una volta: la risposta più adeguata sarebbe forse; "Dio ha voluto così"; ma non darebbe soddisfazione al sentimento. Si capirebbe "homo", ma non "vermis et non homo!"; uomo, sì, ma verme! Il "Verbum caro" di Giovanni, sì, ma il "virum dolorum" d'Isaia! E' veramente troppo!

Riflettiamo. Poiché il Verbo si determina a scendere, chi dunque gli indicherà dove debba fermarsi? poiché si vota al sacrificio, dove sta la misura conveniente, dove la misura che oltrepassa i limiti? Ci meravigliamo al termine del suo sacrificio, ma dovremmo piuttosto meravigliarci all'origine del suo sacrificio e appena Egli comincia ad abbassarsi! Una volta sulla via, un poco di più o un poco di meno non deve stupirci". Il più piccolo abbassamento è indegno di Lui non meno che il più esagerato e ripugna alla sua dignità personale quanto quello che ha scelto.

Evidentemente, quello che ha scelto ci sembra formidabile. Ma ancora una volta, qualunque altro - perché emanante da un Dio - non lo sarebbe, in sé stesso, di meno. L'urto sconcertante si produce nell'incontro non delle due parole: uomo e crocifisso, ma nell'incontro delle due parole Verbo e carne, uomo e Dio.

In realtà, più formidabile della Croce è il Presepio.

Da "bambino" a "sofferente" non vi è che un passo! Da uomo che nasce a uomo che piange, la distanza è presto superata. Non sappiamo forse per esperienza personale che essere uomo e uomo di dolore è la medesima cosa? Ma da "Dio" a "uomo", da "Verbo" a "carne", ecco la distanza: un abisso!

La Redenzione ci schiaccia meno dell'Incarnazione. A rigore, la croce la capisco. Anche tra noi, quando si ama, si va forse non fino a quel punto, ma in quel senso, in quella direzione...; si accetta di soffrire per quelli che amiamo: è secondo il nostro modo di fare umano. Sebbene io rimanga vivamente ammirato al pensiero che si tratta di un Dio, so che Egli è uomo e ho un punto di riscontro nell'anima umana, quando questa è nobile. Con l'Incarnazione, invece, eccoci in piena psicologia divina, puramente divina. Dio solo poteva inventarla; non ho più alcun riscontro, non capisco più nulla, mi sento trasportare dalla corrente e non ho più per aggrapparmi se non le spiegazioni date sopra e che rimangono incerte e piene di turbamento dinanzi alle parole così compendiosamente efficaci: Verbum caro, il Verbo fatto carne.

 Si suole rappresentare sempre il Presepio sotto il suo aspetto commovente. Commovente. sì, ma anche formidabile e più formidabile che commovente. Ciò non toglie nulla alle profondità del mistero racchiuso in quest'altra parola: la Croce. "O incomprensibile, fatto comprensibile per me! O increato, eccoti creato! O inaccessibile alle menti e ai corpi, eccoti per un prodigio di potenza, eccoti palpabile ai pensieri e alle dita! O Signore, che io veda la profondità e l'altezza della carità che Tu ci hai comunicato in questa incarnazione!... Che Tu sia benedetto, Signore, che mi fai capire che sei nato per me. Oh! qual gloria di vedere e di sentire come io vedo, come io sento, che tu sei nato per me! Sentir questo in verità, ecco il diletto, ecco la gioia delle gioie" (Angela da Foligno: Visioni e Rivelazioni).

 

Poiché l'obiezione esiste: per il fatto che un altro mistero può sembrare più grande, non ne viene che la Croce non sia un imperscrutabile abisso.

Perché mai Dio, potendosi contentare del minimo gesto del suo Verbo incarnato, ha voluto o permesso l'eccesso di sofferenze di cui dovremo ricordare qualche cosa più oltre a proposito del Cristo?

Senza dubbio per dimostrarci la preziosità della vita soprannaturale, la quale, per esserci resa, dovrà a Lui costare tanto cara.

E poi per darci coraggio nelle nostre difficoltà.

Se, in certi momenti della vita, non vi fosse l'esempio di Cristo in Croce e della Madre sua, quanti forse naufragherebbero nella disperazione!

E infine per darci una prova irresistibilmente persuasiva del modo, con il quale ci ha amato e con il quale il Figlio suo liberamente ha accettato di collaborare a quest'amore. Noi sognare un Dio che ci offre una piccola misura di riscatto, un riscatto di prezzo bassissimo; no, Dio non è come noi; Dio non fa nulla lesinando; la sua è sempre una misura larga e computata in modo abbondante. Dio fa tutto più che benissimo. Nella creazione, all'uomo perfetto nella sua natura aggiunge il soprannaturale; e lancia a profusione le stelle agl'insetti. Noi, al suo posto, avremmo limitato il numero degli esseri infinitamente piccoli e ridotto a dimensioni più ragionevoli, più borghesi, quelli infinitamente grandi. A quale scopo tanta profusione? Il contegno degli Apostoli dinanzi alla prodigalità del profumo sparso dalla Maddalena denota l'infermità della nostra schiatta. A noi non piace che si faccia troppo?

Anche nella redenzione Dio mantiene il suo metodo e, com'è sua abitudine, esagera. "Nimia caritate qua dilexit nos"; Dio fa sempre troppo; è il suo distintivo.

Ma come il Padre può trovare la sua gloria nel vedere il Figlio suo nell'ignominia dei corpi di guardia, nell'obbrobrio della flagellazione, nelle vergogne della croce?

Eppure questo è il fatto e dovrebbe bastare alla nostra fede, ma per il sentimento che richiede possiamo aggiungere: Un grande dolore è qualche cosa di sublime.

Il sacrificio innalza l'uomo. Perché non innalzerebbe l'Uomo-Dio? L'ignominia è solo apparente. Non mai s'è rivelata una bellezza morale più eccelsa; ecco dove il Padre ha trovato la sua gloria.

Aggiungiamo: l'uomo cercherà di riprodurre questo sacrificio. Se qualche lode sale verso Dio dal nostro suolo, non sgorga soprattutto dall'immolazione accettata, abbracciata, ricercata per amore di Cristo e della sua Croce? Quanta gloria di meno per Iddio, se non vi fosse stata la Croce per fare amare il sacrificio! La storia della gloria di Dio sulla terra si confonde con la storia, nelle anime generose, della pazzia della Croce!

CAPITOLO II

Per rispetto al Figlio che l'ha meritata.

I. - Gesù Cristo c'incorpora a sé sul Calvario.

II. - Il mistero della Croce.

 

I. Il primo capitolo della lettera agli Efesini, ricordandoci la nostra predestinazione eterna all'Incorporazione al Cristo, da parte del Padre, ci indica egualmente il momento esatto nel quale il Figlio, Verbo Incarnato, ci ha incorporati a sé nel tempo e ci ha fatto suoi membri.

Al Calvario, offrendo la vita negli orrori del supplizio, il Salvatore ci ha ottenuto il riscatto e la grazia divina ci è stata restituita (Ef. 1, 7; Col. 1, 14).

Dunque, più ancora della nostra predestinazione tutt'amore e dell'atto medesimo della nostra prima divinizzazione, il punto più ineffabile del mistero è questo: la nostra divinizzazione, per esserci restituita, è costata sangue.

"Gettate, gettate lo sguardo, esclama Bossuet, su Gesù, contemplatelo in preda ai suoi patimenti. Cristiani, voi siete nati da quelle ferite: Egli vi ha generato alla nuova vita tra i suoi immensi dolori; e la grazia che vi santifica e lo spirito che vi rigenera si sono riversati su di voi, insieme con il suo sangue, dalle sue vene crudelmente lacerate. Figli di sangue, figli di dolore!..." (Oeuvres oratoires de Bossuet; Lebarq; t. III. p. 697).

Abbiamo preso troppa familiarità con il sacrificio di nostro Signore e non ci commuove più. Ci siamo abituati a stimare la croce come una cosa dovuta, semplice, normale; a considerare tale episodio come una parte del quadro storico nel quale viviamo. Ciò fu, dunque doveva essere. E si passa accanto a queste meraviglie d'amore come se si trattasse di un fenomeno di meccanica o di biologia, fatale, obbligatorio, necessario.

Invece, il Verbo si è offerto liberamente; avrebbe potuto benissimo non salvarci e soprattutto non salvarci con tali mezzi.

Poco fa sembrava che volessimo abbassare, in favore del presepio, il merito della croce. Ma non è vero.

Il presepio può apparire, sotto certi aspetti, più impenetrabile; la croce però resta sempre il punto culminante della carriera del Salvatore.

Essa è così eloquente, per chi sa intenderla! Chi alla vista di un "grande mutilato" di guerra, non si è sentito penetrato d'ammirazione e di pietà? Grande mutilato è pure Gesù Cristo, del quale si leggono - senza esserne sconvolti! - questi testi desolanti: "Si è annientato".; "prese la forma di schiavo" (Phil. 1, 7).

Ci siamo abituati a simili parole; la formula non meraviglia più e per scoprirne la "realtà" bisogna proprio spezzarla, farle perdere la sua qualità di formula, e afferrare - a nudo - nella sua storica consistenza, il fatto inverosimile ma certo, impostosi a noi con la sua tragica evidenza, il fatto vissuto, "avvenuto", doloroso, nascosto sotto la formula.

..... La sera del primo Giovedì Santo. Immaginiamoci di essere contemporanei di Gesù Cristo; per caso la nostra passeggiata ha portato i nostri passi nelle vicinanze di Getsemani.

Dei lamenti, una voce!... Qualcuno soffre; è là, da quella parte... Tendiamo l'orecchio.

"- Padre!...".

Dev'essere un figlio; chiama il Padre suo.

"- Padre.... che questo calice si allontani da me! Non posso berlo!".

Si tratta, di un padre che vuol dare al suo figliolo una bevanda mortale in punizione di qualche delitto.

Che dramma è dunque? Avviciniamoci.

Gran Dio!... Là, dietro quell'olivo, un corpo disteso. Guardate il bianco della sua veste... forma come una macchia chiara sul suolo. Presto; soffre troppo; affrettiamoci!

I singhiozzi sollevano il suo petto... Ma, donde viene dunque quel sangue? Povero, povero ferito, un nemico ti ha caricato di percosse in questo deserto?

- Un nemico? Sì, ahimè! Il peccato.

- Spiegati subito; chi sei dunque?

- Chi sono?... Guarda, figlio mio...

Ma è possibile, è questo l'Uomo? Ah! Signore, ma perché sei venuto solo in queste tenebre?

- Non ero solo; i "miei" mi hanno accompagnato... sono... a qualche distanza... tre vicino al muricciolo, laggiù... Otto all'ingresso del Giardino.

- Quelle persone sdraiate per terra, ravvolte nel loro mantello?

- Li vedi?

- Chi sono?

- Io li chiamo: "miei". Poveri "miei"! Dormono.

È vero. Il Maestro agonizza accanto a loro; ed essi dormono.

Ecco gli uomini!

La preghiera sola può scoprirci "la psicologia del Padre".

Essa sola può parimenti rivelarci la psicologia del Figlio, nell'Agonia e sul Calvario, ossia penetrare in quello che pensa e vuole Gesù Cristo nell'istante medesimo in cui s'immola: come, esattamente informato delle rigorose esigenze della giustizia divina e animato per questa giustizia di uno zelo incomparabile. Egli voglia che la riparazione sia proporzionata alla colpa e procuri al Padre, insultato dalle nostre rivolte, l'omaggio della sua sottomissione perfettamente umile; come, non ignorando il nostro debito e la nostra schiavitù, paghi mille volte il nostro riscatto e ci ristabilisca, unendoci a Sé, nell'amicizia del Padre; come, avendo indossato la nostra veste di peccato, si trovi esposto ai rigori divini sino a provare il sentimento di una specie di maledizione che nell'Agonia lo schiaccia e lo fa sudare sangue, e sulla Croce gli fa sopportare, nel misterioso abbandono del Padre, una specie di pena del danno (Queste espressioni si trovano nel Bourdaloue e, dopo di lui, in Mons. Gay e Mons. d'Hulst. - L'autore del Dogme de la Rédemption, il Rivière, le trova esagerate e certo richiedono una spiegazione. Noi condividiamo il parere del P. d'Alea, e cioè, che se si vuole andare sino in fondo all'anima di Cristo nella Passione, bisogna scendere sino a questi abissi).

Per qual prodigio un'anima ipostaticamente unita alla divinità può, al tempo stesso, identificarsi con i peccatori fino a "portare la responsabilità del male morale" e vivere in questo stato contraddittorio: sapersi giusto oltre ogni espressione e sentirsi aggravato delle colpe del mondo intero? Chi potrà mai spiegarlo? [Sopra i differenti sentimenti (tristezza, timore, ecc.) che possono essersi dibattuti in certi momenti nell'anima di nostro Signore, vi è uno studio in Schwalm, O. P.: Le Christ d'après Saint Thomas d'Aquin (Lethielteux) cap. VIII e IX].

Più del tavolino di studio, aiuta a indovinare qualche cosa l'inginocchiatoio [Come modello di “teologia a pregata", ossia piena di scienza e piena d'animo), e perciò eccitatrice della pietà, indichiamo nella Revue apologétique (13 marzo, 1° aprile 1922). le pagine del P. Lebreton, noto autore delle Origines du dogme de la Trinité (Beauchesne), sull'Agonia di nostro Signore].

Ahimè! per molti il Salvatore, è una figura dolcissima ma vaga, molto somigliante al profilo evanescente scorto nella nebbia del mattino dagli Apostoli, tornati dalla pesca: "Phantasma est"; persona incerta e fluttuante, ma non realmente viva e familiare, della quale abbiamo udito le parole e nel cuore della quale siamo penetrati da vicino con il nostro sguardo. Sant'Ignazio ci fa chiedere, negli Esercizi ogni volta che si medita su nostro Signore, la grazia - perché è una grazia e la più preziosa di tutte - "di conoscerlo intimamente, per amarlo più ardentemente e servirlo più fedelmente".

Angela da Foligno diceva: "Chi conosce nella verità, ama nel fuoco". E consigliava per "conoscere nella verità", "una preghiera pura, continua, umile, violenta..." una preghiera piena d'immensi desideri che supplichi e si precipiti sul suo oggetto".

"L'uomo ama come vede. Più vediamo questo Uomo-Dio crocifisso, più cresce il nostro amore per la perfezione, più siamo trasformati in Colui che vediamo" (Angela da Foligno. Libro delle Visioni: "La sua vista, Figlio mio, la sua vista! Se l'uomo vedesse la Passione dell'Uomo-Dio con perfetta contemplazione, se abbracciasse con profondo sguardo la sua povertà, i suoi obbrobri, i suoi dolori, l'annientamento che ha subito per noi; se, in virtù della grazia, vedesse queste cose quali sono, seguirebbe Gesù Cristo nella povertà, in una continua compassione, nella via del disprezzo... Che il tuo cuore sia vuoto di tutto e che la tua mente non cerchi di riempirsi di quello che non è Lui. Se la cosa è troppo alta, possiedi almeno e conserva la conoscenza del tuo crocifisso". Raramente anima santa penetrò meglio le sofferenze di nostro Signore fino ad essere un giorno a trasformata nel dolore di Gesù Crocifisso". - Meditando la Passione essa fece conoscenza "con l'infermità totale" e si lascia sfuggire questa parola: "Nessuno può raccontare la cosa, come veramente è. Se qualcuno mi descrivesse la Passione quale essa fu, gli risponderei: L'hai sofferta tu, l'hai sofferta tu").

La regola è immutabile. Se vogliamo che Gesù Cristo divenga per noi veramente "reale", veramente "vivo", in una parola "una vera persona", bisogna avere studiato molto da vicino con una meditazione assidua la realtà della sua vita. della sua persona, della sua opera.

- Maestro, dove abiti?

- Vieni e vedi. Veni et vide.

- Maestro, il segreto dei tuoi patimenti?...

- Potrai vegliare un'ora con me?

Il testo autentico di quest'ultima risposta è un rimprovero: "Non avete potuto vegliare un'ora con me?” Ognuno guardi in qual misura questo rimprovero lo coglie... e si dia premura di non meritarlo più.

Ma per meditare con il massimo profitto la Passione bisogna ricollegarla a tutta la nostra storia divina.

"Dopo essersi fatto uomo. Gesù Cristo ha sparso il suo sudore, si è affaticato, ha sofferto affronti ignominiosi; il suo corpo è stato lacerato - secondo alcuni santi, con più di cinquemila battiture - ed è stato crocifisso tra due malfattori.

"Perché tutto questo? Per meritarci la grazia.

"O Angeli santi, ditemi dunque che cos'è la grazia? Cherubini, voi così pieni di scienza, ditemi che cos'è la grazia che è costata tanto al nostro Dio?

"Che ha potuto fare il Figlio di Dio, che non abbia fatto? Ha fatto tutto quello che ha potuto per darcela e per indurci a stimarla. Certamente è molto preziosa poiché, per essa, è stata data la cosa più preziosa che vi sia in cielo e in terra, la vita del Figlio di Dio.

"Perché il digiuno di Gesù? Perché il suo lavoro? Perché i suoi sudori? Perché i suoi flagelli? Perché le sue spine? Perché la sua croce? Perché la sua morte? Perché tutto questo? Per la grazia" (Nieremberg. La preziosità della Grazia, t. I. pp, 170-174).

Quando meditiamo la Passione, pensiamo a farlo sempre in "funzione" della nostra vita soprannaturale, della nostra incorporazione a Gesù Cristo, di tutte le meraviglie comprese sotto questa parola troppo scolorita, troppo astratta, espressiva, sì, nella sua nozione generale, ma vuota di senso per la nostra abitudine di adoperarla senza cercare di penetrarne tutto quello che esprime?

Pensiamo, dinanzi ai misteri dolorosi, che Gesù tiene il nostro posto, ma che non si è puramente e semplicemente sostituito a noi? Che ci ha fatti solidali con Lui, il che non è punto la medesima cosa? Egli agonizza, è flagellato, e insultato; ma siamo noi, per mezzo suo, ad espiare. Egli tiene il nostro posto; ma noi teniamo con Lui il suo. Egli è "noi"; ma noi siamo "Lui". Non bisogna lasciargli fare tutto da sé solo, se pure vogliamo meritare il nostro nome di e cristiani".


CAPITOLO III

Per rispetto allo Spirito Santo che l'effettua.

I. -. Lo Spirito Santo opera la nostra Incorporazione a Cristo il giorno del Battesimo.

II. - "Tradurre in atto" le nostre grandezze battesimali.

III. - Utilità di questa "attuazione" mediante la fede nel momento della tentazione.

 

I. Voluta da Dio da tutta l'eternità, procurata da nostro Signore nella Passione, la nostra Incorporazione a Cristo si effettua di fatto per ciascuno di noi nel Battesimo. "Voi tutti che siete stati battezzati in Cristo, scriveva San Paolo ai Galati, vi siete rivestiti di Cristo" (Gal 3, 27). E a Tito ( Tt 3, 4-5): "Quando si mostrò la benignità e l'amore del Salvatore Dio nostro, egli ci fece salvi mediante la lavanda di rigenerazione".

"Eravate peccatori, spiegava ancora ai Corinti, ma siete stati lavati, e con ciò santificati e giustificati in nome di Cristo Gesù e nello Spirito Santo" (I Cor. 6, 11).

E non bisogna dimenticare le parole di nostro Signore a Nicodemo: "Chi non rinascerà per mezzo dell'acqua e dello Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio" (Joan, 3, 5).

Ora, abbiamo per il nostro Battesimo, per quel momento unico in cui siamo stati incorporati a Cristo, "deificati", "cristificati", la stima desiderabile?

Per noi, esseri sensibili, il grande passaggio sembra quello dal tempo all'eternità. E realmente è un gran passaggio e non vi è certo pericolo di esagerarne l'importanza. La morte ha il privilegio inaudito e formidabile di fissare la nostra vita, di fermare i nostri meriti sopra una data cifra, senza che possiamo far deviare la lancetta ad una cifra superiore.

Ma se vivessimo di fede, il grande passaggio sarebbe, per noi, quello che ci trasporta dall'ordine del peccato a quello della grazia.

Grazia e gloria sono al medesimo livello. Sotto condizione di morire senza peccato, il giorno nel quale si spezza il fragile involucro del nostro corpo, eccoci in virtù del nostro titolo di incorporati a Cristo e quindi coeredi di Cristo e figli adottivi di Dio, in possesso - immediato, o più o meno prossimo, in ogni caso "certo" - del nostro Dio e per sempre.

Tra peccato e grazia, al contrario, v'è un abisso.

Dunque il gran passaggio non è alla fine della vita, ma al principio; non si chiama morte, ma Battesimo (E nella misura che indicheremo, la Penitenza. Ma la Penitenza stessa non è possibile se non in virtù del Battesimo. Tutto ai ricollega a questo primo avvenimento).

Negli ambienti, dove la fede è di tradizione, appunto perché essa è più tradizione che non credenza ragionata, non si apprezza sempre come merita la vocazione alla vita cristiana.

Ecco come, poco dopo la sua conversione, Ernesto Psichari stima il favore di essere stato un giorno battezzato (Nel rito greco, è vero, ma validamente. E. Psichari, Les Voix qui criant dans le Desert, p. 192): "Potevo aver vissuto una vita intera senza la Grazia e tuttavia non restavo altro che quel bambino sulla cui fronte il sacerdote aveva scritto il segno redentore. Ed ora, attraverso i miei trent'anni di deviamento la Grazia battesimale tornava a sgorgare e mi sapevo il figlio diletto, quello al quale è stato realmente dato tutto!".

Sola, di tutta la sua famiglia, una giovane impiegata parigina ha ricevuto il Battesimo. Ammalatasi infatti, e ricoverata in un sanatorio tenuto da Suore, vi si era istruita e aveva voluto diventare figlia di Dio. Che dolore, perciò, quando, tornata a casa, trova i suoi genitori indifferenti od ostili a Dio!

"Pensi, diceva al sacerdote confidente della sue pena. Dio non esiste in essi. Mio padre non ha la fede. Ho una madre tanto buona, ma vive male; nulla della sua bontà le procura meriti per il Paradiso. I miei fratellini non sono battezzati. Perché ho ricevuto tante grazie, io, e non essi?".

Non si possono udire queste parole senza sentirsi commossi fino alle lacrime. Quanti cristiani, battezzati da molto tempo, ignorano il prezzo della grazia immensa ricevuta!

Eravamo bambini allora; e siamo stati fatti figli di Dio senza che potessimo porvi attenzione.

Dopo, se non ci curiamo di tenere viva la nostra fede, rimaniamo sempre distratti. Siamo "divini" e l'ignoriamo; incorporati a Gesù Cristo e l'ignoriamo; possediamo in noi lo spirito di Dio e l'ignoriamo. Restiamo bambini tutta la vita! Deplorevole incoscienza davvero!

Per vincerla, uno dei mezzi migliori non sarebbe lo studio e la meditazione del rito medesimo che ci fa figli di Dio?

Ce ne dà la chiave un testo di San Paolo.

"Non sapete voi forse, scrive ai Romani (6, 4), che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, nella morte di Lui siamo stati battezzati? Dunque siamo stati sepolti con Lui mediante il Battesimo nella sua morte; affinché, come il Cristo risuscitò da morte per gloria del Padre, così anche noi camminiamo in una vita nuova". Perciò il Battesimo ci è indicato come una morte e una risurrezione, e come una morte e una risurrezione con Gesù Cristo e in Gesù Cristo.

Le cerimonie praticate in origine per l'Iniziazione cristiana e il tempo nel quale si celebravano, esprimevano a meraviglia queste due idee.

Il Battesimo si conferiva per immersione. Il neofita doveva tuffarsi nell'acqua tre volte, in memoria dei tre giorni passati da nostro Signore nel Sepolcro o piuttosto in memoria delle tre Persone divine. Nelle vicinanze delle basiliche sorgeva un'edicola nel cui centro era costruita una specie di piscina di forma ottagonale, esagonale, quadrata o tonda, generalmente riparata da un ciborio o baldacchino, che conteneva l'acqua lustrale. L'edicola separata dalla basilica ma abbastanza vicina ad essa per dimostrare che ne formava il vestibolo e ne apriva l'ingresso si chiamava battistero (uno dei tipi più perfetti può vedersi a Poitiers non lungi dalla Cattedrale). Mosaici e pitture rappresentavano quasi sempre nostro Signore nelle acque del Giordano con accanto San Giovanni Battista e sopra lo Spirito Santo nella nota forma di colomba.

Talora la piscina prendeva la forma di una tomba, ma ciò non era necessario per dare ai catecumeni l'intelligenza che stavano per divenire, immergendosi nell'acqua lustrale, "consepulti cum Christo, seppelliti in Cristo".

Le spiegazioni date dai catechisti di quel tempo e dai Padri, San Gregorio di Nissa, per esempio, San Giovanni Crisostomo, Sant'Agostino, presentano il Battesimo come un seppellimento e una risurrezione mistica ad imitazione della sepoltura e della risurrezione di Gesù Cristo (Dictionnaire de théologie catholique, articolo Baptème, col. 199).

 

Lo stesso tempo scelto per amministrare il Battesimo indica le intenzioni della Chiesa in modo tutto speciale.

Nei suoi primordi, infatti, la Chiesa si fece una legge di conferire il sacramento che ci rende cristiani soltanto il Sabato Santo (e, sussidiariamente, nelle feste della Pentecoste). I Concili fino al dodicesimo secolo tengono fermo su questo punto; unica eccezione il caso di necessità.

La Quaresima aveva lo scopo di disporre alle feste di Pasqua e alle cerimonie della rigenerazione cristiana, di preparare una doppia uscita dalla morte: la risurrezione simbolica di nostro Signore, la risurrezione effettiva dei nuovi battezzati.

Passione e risurrezione del Salvatore, mistero di morte e mistero di vita. Egualmente mistero di morte e mistero di vita la nascita alla grazia nel Battesimo cristiano.

Il neofita che si preparava ad essere ricevuto nella Chiesa compiva, durante i quaranta giorni precedenti la Pasqua, la sua iniziazione alla vita cristiana. I due misteri, per esso, si compenetravano, e il suo pensiero diveniva il vero pensiero cristiano, perché, in realtà, i due misteri non ne formano altro che uno solo. La mattina di Pasqua, Gesù Cristo, deposto morto nella tomba, ne sarebbe uscito vivo con le vesti risplendenti di gloria. Ed egli, il nuovo cristiano, altro Cristo, entrato morto nel battistero, ne uscirebbe pure vivo, tutto luminoso nella nuova veste che era ammesso a portare. La sua nascita alla grazia non era se non un complemento, un'aggiunta prevista, una continuazione della risurrezione del Salvatore (Cfr. Efesini, n. 5 e 6).

Evidentemente, le cerimonie attuali del Battesimo sono molto diverse; il loro simbolismo è eguale, ma le proporzioni sono ridotte.

Quello che costituisce l'essenza dell'iniziazione cristiana, che ne formava la grandezza e la bellezza fondamentale si è conservato, ma lo splendore esterno del rito si è attenuato. Ragione di più per rifletterci seriamente. L'intelligenza vera del cristianesimo si è abbassata, perché è diminuita di molto l'intelligenza esatta del Battesimo. Imitiamo i primi cristiani. Associamo, come si deve, il mistero della nostra rigenerazione alla fede nel mistero della risurrezione del Salvatore. Così la Pasqua, oltre ad essere per noi un anniversario glorioso, sarà parimenti il richiamo alla realtà che deve interessarci sopra ogni altra cosa: ossia la nostra uscita dal peccato e la nostra introduzione nella grazia, la nostra uscita dalla morte e la nostra introduzione nella vita per i meriti di Gesù Cristo e in Gesù Cristo.

Alla luce di questa grande idea, si capisce meglio perché la Chiesa abbia fissato nel tempo di Pasqua la Confessione obbligatoria per tutti almeno una volta all'anno. La grazia del Battesimo può perdersi. "Il bagno della Penitenza", per adoperare l'espressione arcaica tanto piena di significato, restituisce la purezza.

Come si vede, la ragione per la quale la Chiesa moltiplica i suoi alleluia nella solennità di Pasqua è una e complessa al tempo stesso.

Complessa, perché la risurrezione che festeggia racchiude una triplice evasione dalla tomba: quella del Salvatore, quella dei nuovi eletti di Gesù Cristo, quella dei fedeli di Gesù Cristo caduti, ma pentiti.

Una in questa stessa, complessità, perché tutte queste risurrezioni sono la risurrezione di una sola e medesima persona, considerata sia nella sua testa, che nelle sue membra. Ricordiamo qui quello che abbiamo detto più sopra delle feste cristiane (lib. I, cap. III, § 3).

 

II.

La conclusione è chiara. Conviene far conoscere ai cristiani il loro Battesimo.

Si celebra il Natale e la Pentecoste, la venuta visibile del Figlio e dello Spirito Santo nel mondo, ma la venuta invisibile della SS. Trinità nelle anime nostre merita forse di passare inosservata? Le persone divine sono meno degne di rispetto quando entrano nell'interno delle anime nostre, che non quando appaiono esteriormente? Si festeggia la venuta del Verbo nel presepio, dello Spirito Santo nel Cenacolo, perché non si festeggia la venuta del Verbo, del Padre e dello Spirito Santo in quel presepio che siamo noi, nel cenacolo dell'anima nostra. il giorno del Battesimo?

Nel Catechismo di Meaux, Bossuet pone la questione: "In qual giorno siamo stati dedicati a Dio? - Nel giorno del Battesimo, nel quale siamo stati fatti templi vivi del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo".

Si dovrebbe introdurre l'abitudine che ogni cristiano celebrasse non solo l'anniversario della sua nascita temporale, ma anche quello della sua nascita spirituale, festeggiasse più il suo Battesimo che non il suo genetliaco. S'avrebbe in questo un grande pensiero di fede. Per chi giudica da cristiano c'è una notevole differenza tra l'essere divenuti figli degli uomini, ed esser stati fatti figli di Dio.

"In iniquitatibus conceptus sum et in peccatis concepit me mater mea". Sono venuto al mondo nel peccato; ecco i miei titoli di nascita.

"Esci da lui, spirito immondo, e fai posto allo Spirito Santo". Sono liberato dal peccato; ecco i miei titoli al momento delle purificazioni battesimali.

Nei primi tempi della Chiesa, c'era l'uso di andare, nella solennità di Pasqua e in ciascun giorno dell'ottava, dopo i vespri, a fare una "stazione" là dove nella notte del Sabato Santo s'aveva ricevuto il sacramento dell'Iniziazione cristiana:

"Usciti dal seno della Chiesa loro madre, ossia dai fonti battesimali, e generati in tal modo dallo Spirito Santo alla vita divina", i nuovi cristiani formavano con gioia questo corteo avviato al Battistero. sepolcro glorioso, dal quale erano usciti, come il Maestro dal suo risuscitati e fratelli di Gesù Cristo.

Dal Battistero si recavano al luogo dove avevano ricevuto la Cresima, e rientravano finalmente nella basilica propriamente detta per la celebrazione dei santi misteri e per il banchetto eucaristico. Verso il quinto secolo, al Laterano, cattedrale del Papa, sorgeva di fronte al Battistero una costruzione speciale riservata alla Cresima, e di lì s'andava alla basilica per una specie di chiostro.

Questo pellegrinaggio aveva lo scopo di ricordare ai fedeli, nel posto medesimo nel quale erano stati iniziati alla vita cristiana, l'eminente dignità dei figli di Dio.

Molti si lamentano che la bella pratica della comunione privata renda meno espressiva la cerimonia della prima comunione solenne.

Perché non cercare, dal momento che la forza delle cose lo esige, di trasformare, certo non bruscamente, ma a poco a poco, l'antica cerimonia della prima Comunione in una festa che segni l'accesso del fanciullo alla pienezza della vita cristiana?

Anticamente, come abbiamo visto, Battesimo, Cresima ed Eucaristia, erano conferiti insieme nel giorno in cui si cessava di esser catecumeni per divenire cristiani. Poi i tre sacramenti furono separati. Perché sul finire dell'infanzia e sull'inizio dell'adolescenza, quando la vita cristiana può e deve diventare cosciente e virile, non istituire una festa che riunisca, per quanto è possibile, i tre sacramenti dell'iniziazione cristiana completa?

La maggior parte dei fanciulli riceve la Cresima senza capirne affatto l'importanza. Inquadrata invece nella solennità di un medesimo giorno, che diventerebbe così la festa dell'adolescenza cristiana, tra la rinnovazione dei voti battesimali e la comunione eucaristica, il sacramento della Cresima sarebbe meglio inteso. Le responsabilità assunte nel Battesimo sarebbero considerate con maggior serietà: Gesù Cristo ha voluto creare un sacramento speciale per intensificare la presenza dello Spirito Santo e le grazie che Egli ci reca nel Battesimo; è dunque segno che molti pericoli minacciano la nostra vita cristiana. E qual mezzo migliore per invitare il fanciullo a "conservare la propria vita nel pericolo", ossia a resistere, venuto il momento, alla tentazione, che quello di spiegargli, per esempio, le parole pronunziate sopra di lui nel giorno del Battesimo?

"Io ti esorcizzo, spirito immondo, nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo, affinché tu esca, e lasci questo servo di Dio: perché te lo comanda, spirito maledetto e dannato. Colui che ha camminato i sulle onde e dato la mano a Pietro che stava per sommergere. Dunque, demonio maledetto, ascolta questa sentenza, riconosci la potenza di Dio, il Dio vivo e vero, del suo Figliolo e dello Spirito Santo, e ritirati da questo servo di Dio, perché nostro Signore Gesù Cristo si è degnato chiamarlo alla sua grazia, alla sua benedizione e al fonte battesimale".

E ancora:

"Il segno della Santa Croce che tracciamo sulla sua fronte, tu, demonio maledetto, non osare mai di violarlo, per il medesimo Cristo nostro Signore. Amen".

La forza dataci nel giorno della Cresima corre rischio d'esaurirsi negli urti quotidiani della vita. Perciò ci viene offerto un nutrimento, non per esser ricevuto un giorno così, di passaggio, ma possibilmente tutti i giorni, per assicurarci tutti i giorni il coraggio di esser fedeli alla Trinità divina che vive in noi. L'Umanità santa di nostro Signore, che viene ogni giorno in quel "santo dei santi" che è l'anima nostra in stato di grazia, e vi porge "ai Tre" che vi soggiornano abitualmente, la sola offerta, il solo ringraziamento, la sola espiazione, la sola preghiera degna di Dio, ecco la comunione. E noi intimamente associati a quell'atto del Figlio incarnato venuto in noi a glorificare l'Altissimo, con Lui offriamo, ringraziamo, chiediamo e ripariamo.

Un modo eccellente d'integrare o di reintegrare l'Eucaristia nella nostra storia soprannaturale, e di sottolineare, in un'occasione solenne, il vincolo splendido e necessario che essa ha con la presenza della SS. Trinità venuta a regnare nell'intimo di noi in virtù del sacramento che ci ha fatto cristiani.

"Rinunzio a Satana", dirà il fanciullo - e ripeterà poi tutti i giorni questa formula che dovrà cessare di essere per lui una semplice formula -

"Mi do’ a Gesù Cristo per sempre". E queste parole significheranno: "Mi unirò il più che sia possibile al Dio della mia ostia per essere fedele il più che sia possibile al Dio vivente in me. I due tabernacoli, quello dell'altare e quello del mio cuore, sono due soggiorni eletti; il primo ha la sua ragione di essere nel secondo. Che lo Spirito Santo del mio Battesimo e della mia Cresima mi prepari ad ogni venuta del Salvatore e il Salvatore mi prepari sempre meglio alle venute incessanti dello Spirito Santo!".

E riconducendo il fanciullo al suo Battesimo, ossia all'origine in lui della vita soprannaturale, gli si dovrebbe spiegare la necessità di conoscere questa vita, di conservarla, di difenderla, di aumentarla, d'intensificarla al massimo, e perciò di ricevere il sacramento che conferma nella fedeltà intera e il sacramento che nutrisce la debolezza.

Quasi tutti i fanciulli sanno che cos'è l'Eucaristia; ma quasi tutti ignorano che cos'è il Battesimo (e il suo compimento la Cresima). Non sarebbe desiderabile che la solennità religiosa destinata ad inaugurare l'adolescenza fosse, secondo l'antica iniziazione cristiana, la festa della Vita divina in noi?

Di questa vita divina in noi le cerimonie stesse ricorderebbero i tre momenti principali: il momento in cui è nata; il momento in cui arriva alla piena maturità; il momento in cui incomincia ad assorbire indefinitamente il succo che la conserva vigorosa, e il fanciullo capirebbe, insieme con la ragion d'essere dei due sacramenti, che non si ricevono se non una volta sola, la ragione profonda del sacramento che dovrebbe riceversi tutti i giorni.

 

III.

Comunque sia, bisogna illuminare i fedeli sul valore incomparabile del loro Battesimo.

Quale garanzia essersi sentiti grandi in un periodo della vita! Più tardi, abbiamo meno debolezze. si acconsente meno presto a diminuirci, a ridurci al nulla, ad avvilirci.

Aver saputo ammirarsi preserva dal decadere - non sempre, ahimè! - ma spesso..., se abbiamo qualche nobiltà in cuore.

Una gran parte della nostra vita spirituale passa nella lotta. Quale inferiorità non poter schierare, contro la forza perturbatrice e viva della passione, altro che formule schematiche, aride, scarnite!

È proprio della tentazione, soprattutto di alcune tentazioni, scuotere tutto l'uomo, tutta l'anima. Che tragica debolezza non poter opporre agli slanci impetuosi di tutto un mondo in rivolta, se non un'adesione fredda, che tocca solo un piccolo centro dell'anima e nella regione meno vitale; l'adesione anemica a un "proibito" scritto sopra un muro e che non ha né carne, né ossa, né calore, né bellezza!

Bisogna poter lottare contro la passione ad armi eguali, ossia alla passione opporre non una nozione, ma una passione. Al pensiero del piacere che si offre, opporre il pensiero della rovina che trascina seco; alla speranza di quello che acquisteremo e che l'immaginazione orna forse di tanto splendore, la certezza viva e vibrante di quello che perderemo e che lo spirito di fede, rimasto intatto, conserva luminoso nella memoria.

Non possiamo avere perpetuamente presenti i motivi delle nostre credenze.

Molti, dinanzi a ogni dubbio sulla fede vorrebbero aver presenti tutti i procedimenti della fede; dinanzi ad ogni tentazione sullo scoraggiamento i procedimenti della speranza; dinanzi a ogni tentazione contro la castità, il ricordo irresistibile delle ragioni per rimanere puri... Impossibile!

Che cosa possiamo e dobbiamo, invece, desiderare? Di averne avuto, in certi momenti, la calda e luminosa presenza nello spirito. Potrà succedere che l'ardore cada e che i raggi impallidiscano; la cenere nella nostra vita terrena fa presto a ricoprire tutto! Ma dopo godiamo di quello che fu allora. Non si può sempre vedere, o almeno, si può non veder sempre. Quale sostegno aver visto, se abbiamo visto in modo, chiaro! Questo basta per tenerci saldi nella via e farci progredire. La spiegazione dei Magi è sempre valida: "Vidimus venimus; abbiamo visto, siamo venuti".

Senza dubbio è desiderabile che la stella non abbandoni mai il pellegrino, ma sarebbe ingenuo farvi troppo assegnamento. Bisogna vivere sulla riserva di fede radiosa, accumulata in altri tempi.

Quindi l'utilità e la necessità d'aver contemplato qualche volta - sovente - la luminosa bellezza della vita spirituale. Diverremo cauti nell'accettare poi quello che potrebbe farla perdere. L'essersi ammirati qualche volta può efficacemente servire a custodirsi sempre.

In una lettera di guerra il tenente di vascello Dupouey scriveva a sua moglie: "Quello che è difficile ed essenziale nella vita, non consiste già nel distaccarsi, ma nel riempire il proprio cuore, e nel liberarsi più che sia possibile dal pericolo di noi medesimi".

Ci distaccheremmo più facilmente, se fossimo stati un giorno veramente attaccati. Si stimerebbe maggiormente per nulla il nulla, se si avesse capito, non fosse che in un lampo, quello che è il tutto: se lealmente, non fosse che per un minuto, fosse sgorgato dalle profondità di noi stessi questo grido:

"È talmente nulla ciò che non è Lui!".

Nell'ascetica si trae profitto dal terrore mediante il dogma dei castighi eterni; si trae profitto dalla pietà con il ricordo della Passione. Perché non trarre miglior profitto anche dalla terza grande molla tragica: l'ammirazione? "Impara a santamente inorgoglirti" (Disce sanctam superbiam), scriveva San Girolamo alla vergine cristiana Eustachia. E San Gregorio esclama: "Riconosci, o cristiano, la tua grandezza".

Per questo arricchiamo, con tutti i dati forniti dalla fede, le nozioni di "cristiano", di "Battesimo", di "vita soprannaturale", di "vita divina". Cessino queste nozioni di appartenere ad un "morto" per divenire realtà di un "vivo"! Acquistiamo l'arte difficile di agganciare alle formule della nostra fede tutte le potenze della nostra vita.

Adoperiamoci a consolidare le nostre idee divine; altrimenti, diventate esangui ed anemiche, saranno vinte dalle passioni molto forti e robuste.

Bisogna farsi un'anima cattolica, arredare la nostra mente cattolicamente, ossia rendere cattolici i centri, intorno al quali tutte le nostre idee, i nostri giudizi, i nostri sentimenti si formano e si concretano.

Troppo spesso la nostra concezione del mondo è pagana, perché non andiamo oltre al visibile; l'unico affare che sulla terra preme a Dio, cioè la vita di Lui nelle anime, a noi non preme. Abituiamoci dunque a dare al "resto" il valore di "resto", e a considerare come unico necessario il regno dell'Altissimo nell'anima nostra e nell'anima altrui.

Com'è doloroso osservare che si può per sei mesi, studiare il trattato della grazia o del Verbo Incarnato, senza rimanere stupiti una sola volta, commossi una sola volta, senza aver ammirato una sola volta, senza aver toccato una sola volta nulla di "vivo"! Non abbiamo palpato se non qualche cosa di scheletrico, di scarnito, di morto. I trattati teologici sfilano ad uno ad uno; fiori magnifici, ma fiori da erbario. Eppure la realtà che dovevano esprimere è tanto ricca, tanto viva! Per questo la si vive così poco; e che strana facoltà di sdoppiamento non ha mai l'uomo, di potersi trovare così in contatto intellettuale incessante con Dio, senza forse pensare una sola volta a Dio, senza forse unirsi una sola volta a Lui!

Come si possa vivere il dogma man mano che si studia, lo dimostra luminosamente la monografia di un giovane benedettino, Dom Pio di Hemptinne, il cui maestro dei novizi fu il noto autore del Cristo, vita dell'anima, Dom Marmion.

Stiamo attenti a non separare l'oggetto del nostro studio dalla pratica della nostra vita. Quello che impariamo, viviamolo. Nulla, del resto, ci servirà meglio ad imparare bene.

Esposizione didattica ed entusiasmo, metodo e patetica non si confondono. Ma non confondersi non significa guadagnarci nel rimanere isolati.

Bisogna dare per mezzo della meditazione la vita ai morti, risuscitare Gesù Cristo e cambiare una formula in un principio d'azione.

Disgraziata la scienza che non si volge ad amare. Non andiamo al vero con solo metà dell'anima nostra, soprattutto quando si tratta di questo vero! Non è affatto troppo il conquistarlo con tutti noi stessi.

 

 

 


LIBRO QUARTO

L'intelligenza pratica della nostra Incorporazione a Gesù Cristo.

 

 

CAPITOLO PRIMO

Il peccato nella vita cristiana.

I. - Noi formiamo una sola persona con Gesù Cristo, distruttore del peccato.

II. - Donde la gravità del peccato in un membro di Gesù Cristo.

III. - Fortunata possibilità del perdono dopo la colpa. - Il sacramento della Penitenza c'incorpora di nuovo a Gesù Cristo.

 

 

I. Riusciremo noi ad intendere sulla terra la natura e l'estensione del privilegio dì possedere nelle anime nostre la vita divina, di avere in noi lo Spirito Santo, il Padre, il Verbo, in virtù dei meriti di Gesù Cristo, con il quale ci è dato formare una sola persona?

Secondo San Paolo, solamente in cielo vedremo senz'ombra la grandezza del cristiano. "quando Cristo, nostra vita e nostra gloria, comparirà" (Col. 3, 4). Ma questa nobiltà impone dei doveri più che ogni altra.

"Rimarremo nel peccato, perché sia abbondante la grazia? Dio ce ne guardi. Poiché se siamo morti al peccato, come vivremo ancora in esso? Non sapete forse che quanti siamo stati battezzati in Gesù Cristo, siamo stati battezzati nella morte di Lui?

"Siamo dunque seppelliti insieme con Lui mediante il Battesimo per morire; affinché, come Cristo risuscitò da morte per gloria del Padre, così noi viviamo una vita nuova. Perché se siamo stati innestati in Lui per mezzo della rassomiglianza della sua morte, lo saremo eziandio per mezzo della rassomiglianza della sua risurrezione, sapendo che il nostro "uomo vecchio" è stato crocifisso con Lui affinché sia distrutto il corpo del peccato, e noi non serviamo più al peccato: perché colui che è morto è stato riscattato dal peccato.

"Se siamo morti con Cristo, crediamo che vivremo ancora con Lui, sapendo che Cristo, risuscitato da morte, non muore più, e la morte più non lo dominerà.

"Perché la sua fu una morte al peccato per una sola volta; e la sua è ora una vita per Dio. Così voi pure consideratevi come morti al peccato e come vivi per Dio in Gesù Cristo" (Rom. 6, l-12).

Così in questi undici versetti. San Paolo ripete la parola "morte" quattordici volte, per cantare le esequie alle nostre antiche abitudini cattive.

E non si tratta di un testo casuale, di una raccomandazione sfuggitagli senza darvi importanza. No, è il suo tema favorito. È nota la sua espressione intraducibile: "spogliarsi dell'uomo vecchio per rivestirsi dell'uomo nuovo" (Col. III, 9, 10). L'Apostolo non scrive una lettera senza dire o ripetere ai cristiani: "Non lo dimenticate, voi siete morti. Cristiani d'Efeso, siete morti. Cristiani di Roma, siete seppelliti con Cristo, mediante il Battesimo nella sua morte. Cristiani di Corinto, consideratevi come morti". "Fate morire le vostre membra, cristiani di Colossi, perché siete morti" (Rom. 6, 11: II Cor. 5, 14; Eph. II, 15; Col. 3, 3-5).

Tanta insistenza spaventa la nostra timidezza. Nell'udire anche una sola volta la parola “ morte", sinonimo, qui, di mortificazione, di rinuncia, ci sentiamo feriti e tremiamo. San Paolo non si cura del nostro spavento e delle nostre delicatezze. Egli ha capito troppo bene dopo essere stato illuminato sulla via di Damasco, che la nostra divinizzazione è il termine degli sforzi di Cristo; ma ha capito pure che questa divinizzazione, per essere possibile, richiede in noi un posto lasciato libero per Gesù Cristo. Non può esserci vita "cristiana" senza distacco.

Gesù Cristo è morto per noi, morto per meritarci la vita. In quello stesso giorno siamo morti anche noi, morti anticipatamente, morti per destinazione obbligata. "Uno morì per tutti, spiega San Paolo, dunque tutti morirono" (II Cor. V, 14). Che cosa significa? Quel giorno, diventando "in potenza" membri di Colui che è distruttore del peccato, abbiamo contratto insieme l'obbligo di distruggere in noi il peccato.

Quest'obbligo generale, ogni cristiano lo contrae per proprio conto e strettamente il giorno del Battesimo. È un errore pensare che vi sia bisogno delle promesse sacerdotali o dei voti religiosi per dover vivere "distaccati", se si vuol vivere "in Cristo". Il nostro Battesimo lo richiede già di per sé.

San Girolamo, ricordando i testi ben noti dell'Apostolo al Romani: - "Io vi scongiuro, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi come ostia viva, santa, gradevole a Dio, il che forma il vostro culto ragionevole (Rom. XII, 1) - e di San Pietro: "Avete ricevuto un sacerdozio santo per offrire a Dio, per mezzo di Gesù Cristo, vittime perpetue" (I Petr. II. 5-9) - chiama il Battesimo "il sacerdozio delle persone laiche", per indicare con ciò il punto originale della nostra vocazione alla RINUNCIA.

Non è singolarmente eloquente il rito solenne che assegna il "bianco" all'anima di qualunque cristiano appena ha ricevuto l'acqua benedetta, che purifica ogni sozzura?

"Ricevi questo "bianco", e riportalo senza macchia al tribunale di Dio!".

Nei grandi periodi della vita cristiana si ritrova il bianco, - bianco del Battesimo, bianco della Prima Comunione, bianco del Matrimonio, e, per il Sacerdote, bianco quotidiano del camice e della tovaglia dell'altare.

E quale errore non vedere in questo se non un ornamento! E' molto di più: è un simbolo.

L'aveva capito bene quel giovane allievo di Saint-Cyr nel partire per il fronte. Dovendo lasciare i suoi, vuole dar loro un ultimo ricordo. Strappando dal suo casco una penna rossa: "Prendi, papà: è color di sangue!... Sarò valoroso"; - poi una penna bianca: "Prendi mamma. Sarò sempre fedele a Dio" (Libro d'oro del Collegio d'Antoing).

 

II. Quanti battezzati si preoccupano, come questo giovane, della necessità assoluta e rigorosa di obbedire a Dio e sono risoluti di non acconsentire mai al peccato grave? Lo sanno, quando cedono gravemente al male, a qual bruttura si abbandonano?

San Paolo, che non aveva paura delle parole, chiama il peccato un adulterio.

E questa non è ignoranza delle delicatezze del linguaggio, dimenticanza delle sfumature, formula sfuggita ad un'anima di fuoco senza dubbio, ma inesperta delle precauzioni oratorie, no; Saulo di Tarso aveva studiato nelle scuole e sapeva parlare.

Se adopera parole vigorose, gli è perché le richiede la realtà da esprimersi; allora non esita: "Se qualcuno violerà il tempio di Dio, Dio lo sperderà. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi".

Noi dobbiamo glorificare e portare Dio nel nostro corpo, ossia considerarci ovunque come reliquiari della divina Maestà. "Poiché, dice pure l'Apostolo, Dio ci ha fatto queste promesse (di dimorare in noi mediante la grazia), purifichiamo i nostri corpi e le nostre menti da qualunque colpa, rendendo con il timore di Dio la nostra santità perfetta".

Bisogna allontanare i cristiani dal peccato, specialmente dal peccato impuro, tutto carnale e dunque il più opposto alla presenza in noi di Dio, puro Spirito; mostrare loro quale affronto procura a Gesù Cristo la sozzura delle sue membra - delle nostre membra che sono le sue. La logica trascina San Paolo: poiché lo stato di grazia consiste in un vero sposalizio tra Dio e l'anima, quale parola qualificherà la rottura dell'anima con Dio?

Nel nostro linguaggio moderno i termini dell'Apostolo urtano la nostra delicatezza.

Ahimè! Perché la realtà, che esprimono, ci urta ancor di più, posto che il nostro corpo, nel Battesimo, è diventato qualche cosa del corpo di Cristo? Ecco il testo: “ Farò dunque delle membra di Gesù Cristo le membra di una meretrice? Dio non voglia!". Antitesi che - scritta - ci rivolta; vissuta, non ci rivolta più - chi osservi, almeno, come molti "non esitano, dirà San Giovanni Crisostomo, a fare delle membra di un Uomo-Dio le membra di un infame".

Inceppati come siamo dalla nostra debolezza, non penetriamo a fondo che cosa sia il peccato. I primi cristiani l'odiavano di più, perché ne avevano maggiore intelligenza. Si trovano tracce singolarmente istruttive su questo argomento. Per dimostrare di esser bene persuasi dell'obbligo fondamentale di conservare la loro carne vergine da ogni contatto impuro, avevano preso l'abitudine di "rivestirsi spesso con il segno della Croce", di tracciare spesso l'immagine redentrice sulla loro fronte, sopra i loro occhi e il loro petto, come se avessero voluto contrassegnarli con il segno del Crocifisso, ossia con il suggello e con il carattere della morte; e dopo la Comunione, ricevuta allora sotto le due specie, erano soliti prendere, con il dito, un poco del Sangue prezioso rimasto sulle labbra e bagnarne ciascun dei loro sensi.

Tale la fede di quei primi anni. Non si ammetteva neppure che un cristiano potesse cadere nel peccato mortale. Rimaneva sempre la possibilità fisica; ma era tale vergogna morale, che doveva

trovarsene incapace chiunque fosse nato da Dio (1 Joan. IV, 7; V, 1). Così parla S. Giovanni: "Chiunque è nato da Dio, non fa peccato: perché la semenza di Dio rimane in lui, e non può peccare, perché è nato da Dio" (Ibid. III, 9).

Per l'Apostolo esser dunque cristiani e acconsentire al peccato sono due cose incompatibili, e di troppo onore egli fa circondare il battezzato perché possa credere che vi si abbandonerà mai: "Tutto quello che è nato da Dio vince il Mondo" (Ibid. v. 4). - "Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca, ma la divina generazione lo custodisce, e il maligno non lo tocca. Sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo sta sotto il maligno, totus in maligno positus est" (Ibid., v. 18).

Nel quarto secolo tentò d'insinuarsi nella disciplina della Chiesa la pratica di non ammettere più alla Santa Comunione coloro che ricadevano in una colpa grave.

"A coloro che dopo la penitenza ritorneranno al peccato, non si dovrà dare la Comunione neppure al termine della vita" aveva fulminato un certo concilio d'Elvira (Ne Jusisse de Dominica communione videantur, Can. III, Lab., t. I, col. 971). E la ragione addotta era questa: "la paura che avessero l'aria di burlarsi dei nostri santi misteri".

Questo rigore, contrario all'ortodossia, non poteva prevalere. Tutte le volte che l'uomo ha peccato, ed è stato assolto, può ricevere di nuovo il corpo e il sangue di Gesù Cristo. Ma se la Chiesa è meno severa, è forse una ragione per essere meno vigilanti?

Chi sa dove può condurre una colpa grave? Facendo la sua confessione annuale. Santa Margherita-Maria ci dice che "le sembrò vedere e sentire che la spogliassero e la rivestissero al tempo stesso con una veste bianca".

Dopo la Santa Comunione, le parve che nostro Signore le dicesse: "Io sono venuto, mia diletta, per rivestire l'anima tua con la veste dell'innocenza, affinché tu viva la vita di un Uomo-Dio. Se perderai una volta questa grazia, non la ritroverai mai più e precipiterai in un abisso talmente profondo, a causa dell'altezza del luogo dove ti ho posto, cioè la piaga del mio Cuore, che non potrai più rialzarti da questa caduta" (Vita della Santa, scritta dai suoi contemporanei, Poussielgue 1876. II ed.. t. i, pp. 90-91).

Senza dubbio nostro Signore parlava in tal modo alla santa, perché la sapeva capace d'intenderlo e prevedeva la sua assoluta fedeltà. Ma che bel soggetto di riflessione per l'anima tentata e in procinto di lasciarsi travolgere!

Il peccato grave ci appare spesso come cosa tanto leggera!

Al pensiero del peccato grave. Gesù Cristo invece ha sudato sangue e i santi hanno provato angosce mortali.

Bisogna udire i singhiozzi di Santa Caterina da Siena nel supplicare due ricchi Pisani di rimanere fedeli a Dio:

"A Vanni e Francesco, figli di Niccolò di Buonconte a Pisa.

"Nel nome di Gesù Crocifisso e della dolce Maria, carissimi e dilettissimi fratelli in Cristo Gesù, io, Caterina, schiava e serva dei servi di Dio, vi scrivo e vi scongiuro nel Sangue prezioso del suo Figliolo, con il desiderio di vedervi suoi veri figli, viventi sempre nel santo timore di Dio, ed in modo che non disprezziate più il Sangue di Cristo, ma che abbiate in orrore e in disgusto il peccato mortale che è stato causa della morte del Figlio di Dio.

"È molto colpevole colui che abbandona il suo corpo all'impurità dopo aver conosciuto l'unione perfetta che Dio ha contratto con l'umanità.

"Vanni, che cosa terribile se la morte ti trovasse in peccato mortale, se per un triste godimento tu perdessi questo bene, questa felicità di aver Dio nell'anima tua per la grazia, è dopo di posseder quella vita eterna che non deve mai finire...".

 

III. A quelli che avendo peccato, - la debolezza umana è tanto grande, e Dio può qualche volta permettere una caduta per conservare per sempre nell'umiltà o stimolare un amore che altrimenti rimarrebbe languido - si sono valorosamente rialzati, il pensiero della misericordia di Dio, Creatore di un sacramento del perdono, renderà coraggio.

In realtà, per quanto prezioso possa immaginarsi il Battesimo, quale elemosina incompleta sarebbe senza il sacramento della Penitenza! Sarebbe una causa di dolore molto più che non di gioia, almeno per molti. Essere stati splendidamente divinizzati, ma, nell'ipotesi di una caduta, non poter più rialzarsi, non poter più tornar membri di Gesù Cristo, che strazio! L'inesprimibile e inestinguibile rimpianto del tesoro unico perduto per sempre!

Nostro Signore non l'ha voluto. Dei nostri peccati Egli farà, rivolgendoli contro loro stessi, uno strumento di salvezza. Accusarli equivarrà a cancellarli.

Per distruggere l'ultima diga che ostruiva il canale di Panama, erano state distribuite, in 1227 fori 40 tonnellate di dinamite. Dalla Casa Bianca, a tremila chilometri di distanza, bastò girare un commutatore nel momento voluto, e questo solo scatto fece ricongiungere due oceani!

Che cos'è questo in confronto dell'assoluzione?

Una piccola croce tracciata nell'ombra e nell'attimo stesso due oceani, parimenti, si ricongiungono: l'oceano di una miseria senza nome e l'oceano di una misericordia senza limiti.

Ed ecco, anche senza il sacramento della Penitenza - purché vi sia il desiderio almeno implicito dell'assoluzione - un atto di carità o di contrizione perfetta; poco, in apparenza; ma basta questo slancio per attirare la vita in un'anima morta. Se è vero che la nostra volontà può resistere al Padrone di tutto, fino al punto che la Provvidenza accetta di contare i granelli di sabbia che ognuno di noi introduce per stoltezza o per malizia nel meccanismo ordinato dei suoi eterni disegni; fino al punto che durante la nostra vita terrena, Dio accetta talora una specie di sconfitta, riserbandosi nell'al di là di ristabilire i suoi diritti assoluti - è pure vero che un solo sospiro, un solo moto sincero, un solo grido dell'anima può commuovere il Cielo, strappare all'Altissimo il perdono, rendere pura una coscienza macchiata da quarant'anni!

Una volontà divina, e "tutto è stato fatto" - Creazione. - Una volontà d'uomo e con il permesso divino tutta la vita si riforma, - Rigenerazione, ovvero nuova creazione e creazione più bella, in un certo senso, della prima.

Un volere di Gesù Cristo, e Lazzaro risuscita. Un volere d'uomo e Lazzaro parimenti si alza; l'uomo, al suo comando, può sciogliere le proprie bende e uscire vivo dal sepolcro.

Oh! il potere del pentimento in Maddalena o nel buon ladrone! Prodigioso mondo nascosto nell'intimo delle anime, dove ogni minuto, se vi sono coscienze che pericolano e fango che si accumula, vi sono pure cuori che rinascono e vite soprannaturali che rifioriscono!

Se il pentimento non interviene, perché meravigliarsi della sentenza divina? Dio aveva sognato di farci partecipare alla sua vita; questa vita non la vogliamo. Finita la nostra esistenza temporale, eccoci trasportati dalla regione del merito al soggiorno delle cose che non cambiano più. Dio ci guarda. C'è in noi il suo contrassegno? No, non siamo più della sua famiglia, non abbiamo più il suggello dei figli del Padre, siamo divenuti estranei. Dovremo allora meravigliarci se, giudicandoci quali noi siamo. Egli esclama: "Nescio Vos!", non vi conosco, non so chi siete. Andatevene! Vicino a Dio stanno soltanto i figli di Dio. Voi non siete figli di Dio. Vi respingo per sempre!

Noi c'immaginiamo che per punire il peccatore Dio debba colpirlo. No; non ha bisogno di colpirlo, gli basta lasciarlo a sé stesso, alla sua volontà sregolata... L'uomo ha rifiutato di compiere la volontà di Dio, faccia pure la volontà propria di creatura senza Dio. Fiat voluntas tua, homo, in aeternum (San Tommaso. in IV Sent., lib. II, dist. 37, q. 3, a 1, dimostra che il peccato, in quanto priva l'uomo di Dio, è già la pena del danno).

Il peccato mortale è il divorzio tra l'uomo l'Ospite divino dell'anima. Raramente si produce ad un tratto; in generale è preceduto da una specie di languidezza, da una serie di colpe veniali.

Lasciando indebolire ad uno ad uno tutti gli anelli della catena, questa un bel giorno si spezzerà; è fatale. E non sarà neppure necessario che la ruggine intacchi tutti gli anelli, basterà che uno solo sia corroso e perda la forza. "Una catena non è più forte del suo anello più debole"; su questo assioma - ahimè! - troppo facilmente verificabile, si appoggia tutta la teoria del difetto dominante (Negli Esercizi Spirituali del P. Longhaye, la meditazione su Giuda è particolarmente istruttiva su questo punto), tutta la spiegazione del pericolo dei peccati veniali abitualmente accettati.

La gravità pratica di queste colpe minute, quando siano pienamente deliberate e acconsentite, merita di essere giudicata severamente.

Nessuno ne ha scritto meglio di Santa Margherita-Maria. Nostro Signore l'aveva messa in guardia contro qualunque negligenza. Senza dubbio ella vi pensava scrivendo questi due biglietti a Suor di Thélis:

"In tutto quello che la vostra carità ci dice, la cosa migliore, ch'io trovo, è la forte persecuzione della grazia, che voi sentite in mezzo a tante ricadute, perché ciò indica l'ardente desiderio che ha Dio di salvare l'anima vostra, sebbene non voglia farlo senza la vostra cooperazione. Perciò non illudetevi perché se le resisteremo sempre, la grazia si stancherà facilmente di perseguitarci, si ritirerà dolcemente e noi rimarremo come insensibili alla sua perdita. Se, dunque, udite oggi la voce del Signore, non indurite il vostro cuore, e cercate di approfittare del ritiro che state per fare sia per questo scopo, con una forte ed efficace volontà di vincervi, facendovi una continua violenza, e sia distaccarvi da voi stessa. Ma non devono esserci più colpe volontarie, se desiderate rientrare nelle buone grazie di nostro Signore Gesù Cristo; altrimenti lo cercherete invano, poiché Egli si burlerà di noi come noi ci siamo burlati della sua grazia...

E alla fine della lettera: "Ahimè! se potessimo capire il gran torto che facciamo alla povera anima nostra, privandola di tante grazie, esponendola a un pericolo così evidente con queste frequenti cadute volontarie!... Dio le chiude l'ingresso del suo Sacro Cuore.

"...Approfittiamo del tempo che Egli ci dà e non differiamo più".

Terminato poi il ritiro:

"L'amore divino basta per impedirci di fare volontariamente qualunque cosa prevediamo che possa dispiacere al Diletto delle anime nostre, perché non posso capire come un cuore che appartiene a Dio e che lo vuole veramente amare, voglia poi offenderlo di proposito deliberato. Vi confesso che le colpe volontarie mi sono insopportabili, perché feriscono il Cuore di Dio. State dunque attenta a non commetterne, ve ne scongiuro, perché esse vi privano di molte grazie. la perdita delle quali sfibra il vostro cuore, e indebolisce molto l'anima vostra nella via della perfezione.

"Il Signore vi ama e vorrebbe vedervi progredire a grandi passi nelle vie dell'amor suo, sebbene crocifiggenti per la natura. Non mercanteggiate dunque più con Lui, ma dategli tutto, ed Egli tutto vi farà ritrovare nel suo divin Cuore. Buon segno quando la grazia c'insegue e ci stimola; ma temiamo che non si stanchi e non ci abbandoni..." (Lett. LXXII e LXXIII (Ed. di Paray). t. II, pp. 169-171, e p. 174).

 

CAPITOLO II.

LA RINUNCIA CRISTIANA.

 

I. - La RINUNCIA, questione di prudenza. Se il peccato originale è distrutto, la possibilità del peccato attuale sussiste.

II. - Questione, pure, d'imitazione di nostro Signore.

III. - La dottrina della RINUNCIA, intesa bene, e la vera dottrina della FELICITÀ.

 

 

I. Il Battesimo è un sacramento di morte al peccato; ed obbliga il cristiano al distacco assoluto da tutto quello che, in lui, può recare offesa a Gesù Cristo.

Ma al di là di questa misura di stretto obbligo si apre un campo vastissimo. Il cristiano, membro di Cristo, deve preoccuparsi non solamente di quello che in lui può nuocere a Gesù Cristo, ma anche di quello che in lui non è di Gesù Cristo.

Il distacco - almeno affettivo - da tutto il Creato; ecco quello che richiede la regola cristiana presa nel suo pieno tenore.

Dio ci ha collocati in mezzo ad una vita sensibile più o meno attraente, ci ha circondati di apparenze, sul valore delle quali è importantissimo non

prendere abbaglio. Non dobbiamo considerare come realtà sostanziale una scena di carta dipinta. Del "sensibile" possiamo usare, ma "come se non ne usassimo" (2 Cor. VI, 10). Beni di fortuna, gioie del focolare domestico, legittime soddisfazioni d'indipendenza, tutto Dio mette a nostra disposizione; e se non è necessario che tutti se ne distacchino effettivamente in modo assoluto - il che costituisce la via dei consigli - e però prescritto di non affezionarvisi troppo e di sapere, all'occasione, sacrificare questo o quel particolare, non fosse altro che per provare la sincerità del distacco del nostro cuore.

Altrimenti non c'è vera vita "in Cristo", vera vita cristiana: mi si permetta di rinviare il lettore a due studi pubblicati nei Dossier de l'Action populaire (17, via Soufflot, Parigi): L'Eglise catholique et la vertu de Pénitence, e Le Christ a-t-il mutilé la natura humaine?

Tanto più che senza lo spirito di RINUNCIA, siamo soggetti al ritorno sempre possibile del male.

E' esattissimo affermare che quando nostro Signore, sulla Croce, ha distrutto il peccato, noi siamo morti in Lui al peccato, e che il Battesimo ci ha procurato il beneficio di questa morte "in radice"; ma ci rimane da morire quotidianamente al peccato in noi, ossia da rendere attuale nei particolari della nostra vita personale questa distruzione di principio fatta dal Capo.

In ogni battezzato in grazia il peccato originale è distrutto, ma sussiste la possibilità del peccato attuale.

Se, diceva l'Apostolo. "non faccio il bene che voglio: ma quel male che non voglio... per il peccato che abita in me" (Rom. VII, 15. 19, 21), con quanta maggior ragione possiamo dirlo noi! Ecco perché al distacco affettivo, bisognerà unire in una certa misura il distacco effettivo.

La ferita ricevuta in altri tempi si è rinchiusa: rimane però vero che siamo stati feriti. E il segno dell'antica piaga indica il punto debole dove il nemico può nuovamente mirare e colpirci.

Perciò dobbiamo star sempre in guardia ed estirpare con un lavoro continuo i germi di corruzione pronti a rifiorire agli orli della cicatrice. Un'imprudenza, e può sopravvenire la cancrena. È necessario vigilare.

Somigliamo tutti a Tarcisio che portava Dio in mezzo ai pagani, con la differenza però che le potenze ostili sono in noi, molto più che intorno a noi. Bisogna temere sempre una sollevazione, una rivolta. Certi istinti che sembrano sonnecchiare tranquillamente, possono risvegliarsi all'improvviso, saltar fuori, e cercare di strapparti il tesoro di cui il Battesimo ci ha costituiti i divini depositari.

"Ogni cristiano", non è vero? "porta sulle labbra, con la possibilità di darlo un giorno, il bacio di Giuda" (Mons. Ugo Benson. Le Christ dans l'Eglise, p. 176). Chi dunque in un dato momento non si è sentito capace di tradire? Chi non ha tremato, in certi giorni, nello scorgere in sé quella strana facoltà di poter dire a Dio no, quando Egli esige sì, e di mettere, con la sua ridicola e prodigiosa potenza di nano, il Dio forte in una provvisoria impotenza?

Tutti i giorni, o di dentro o di fuori, il peccato ci aggredisce. Tutti i giorni abbiamo l'obbligo strettissimo di respingerlo vigorosamente (Renovatur de die in diem - Restaurare, ogni giorno, l'edificio; II Cor. IV, 16). Può richiedere il riposo solamente il vincitore definitivo, solo chi non ha più terreno da conquistare, ma si è spinto di sacrificio in sacrificio, di sforzo in sforzo, sino al trionfo (In virum perfectum, in mensuram aetatis plenitudinis Christi; Eph. IV, 13).

Certamente sarebbe più comodo - essendo divenuti nel Battesimo "una nuova creatura in Gesù Cristo" - non dover più faticare per essere di Gesù Cristo. Ma la terra non è il paese del "definitivo". Solo il "termine" sarà il paese delle cose che non cambiano; quaggiù, per essere di Gesù Cristo, bisogna morire continuamente a quello che non è Gesù Cristo.

Il cuore dell'uomo preferisce il lavoro di un giorno, fosse pure penoso, all'opera che richiede molto tempo, e che, meno crocifiggente nei singoli istanti, porta però con sé per la sua durata una sensazione di monotonia tediosa. C'è la probabilità di un assalto?... Ebbene si prenderà la trincea; sarà faticoso, ma dopo verrà il riposo! Invece... dovremo trascinarci indefinitamente in un settore volgare con meschine probabilità! Piuttosto che la sofferenza di queste scaramucce, ben venga il sacrificio una volta per tutte!

Tuttavia questa non è la sorte riservata alla nostra vita. Da noi si richiede non il sacrificio una volta per tutte, ma il sacrificio ogni volta che occorre il sacrificio - e occorre molto spesso!

Quindi il consiglio di tutti i maestri senza eccezione: "Agire contro", dirà Sant'Ignazio, e la sua "furia" spaventa i timidi che vogliono, sì, arrivare alla pienezza della vita in Cristo, ma non intendono per nulla di adoperare questo mezzo energico e unicamente efficace per arrivarvi.

"Signore, io sono per Te contro di me", protesta Fénelon.

A sua volta San Francesco di Sales: "Far con tutto il cuore quello che con tutto il cuore non vorrei fare".

Perché non vi siano equivoci Origene insiste sulla durata dello sforzo: "Non credere che si cambi vita tutto in una volta: neque enim putes quod innovatio vitae quae dicitur semel facta, sufficiat; no, no, tutti i giorni bisogna rinnovare questa novità di vita: semper et quotidie ipsa novitas innovanda est, testo che Bossuet nel suo primo discorso della Pasqua commenta così: "Poiché l'Apostolo non vi parla se non di morte e di sepolcro, non v'immaginate che non richieda da voi altro che un cambiamento mediocre... Egli vuol farvi intendere che bisogna portare il coltello sino alle nostre inclinazioni più naturali".

E per finire con un maestro dei maestri: "Oh! lasciarsi morire a se stessi per giungere fino a te, oh! ire, oh! perire, oh! ad te pervenire! a qualunque costo. Signore, a qualunque costo!" (Sant'Agostino).

 

II. Del resto nel penoso lavoro di questi tagli dolorosi abbiamo a modello divino Gesù stesso.

"Voi credete, cristiani, di salvarvi tra le delizie! Pretendete forse la salvezza senza portare sopra di voi il carattere del Salvatore? Non udite San Paolo predicarvi, che bisogna essere "configurati alla sua morte, per poter partecipare alla sua gloriosa risurrezione"? (Phil. III, 10). Non udite lo stesso Gesù dirvi che per camminare sotto i suoi stendardi bisogna risolversi a portare la propria croce come Egli ha portato la Sua? Ed ecco la ragione che deve convincerci: "se siamo entrati per davvero in società con Gesù Cristo!" (Bossuet, loc. cit.).

Società strettissima, poiché si chiama Incorporazione. "Noi siamo", dice l'Apostolo, "la carne della sua carne e le ossa delle sue ossa" .

Ora, la vita del Salvatore è stata una vita di RINUNCIA: Christus non sibi placuit. Gesù Cristo non è vissuto per il proprio gusto. Una vita cristiana, deve riprodursi - in esemplare ridotto, certamente, ma sempre somigliante - su quella di Gesù Cristo.

"Intendiamo, o signori, un mistero così grande, entriamo profondamente in questo pensiero. Gesù Cristo sofferente ci porta in se stesso; noi siamo, se oso dirlo, più il suo corpo che il nostro proprio corpo, più le sue membra che le nostre proprie membra. Chiunque abbia lo spirito della carità e della comunicazione cristiana capisce bene quel che voglio dire. Quello che avviene nel suo corpo divino è la figura reale di quello che deve compiersi in noi".

Del resto, è facile capirlo, quando si parla di croci, di mortificazioni, non si tratta di sangue e di austerità da Padri del deserto. Se una schiera eletta aspira alla RINUNCIA a grandi dosi e sogna di essere un altro "Cristo" fino al limite massimo, questo non costituirà mai altro che l'eccezione, e quando Bossuet trascinato dalla sua eloquenza esclama, dopo avere indicato il Salvatore in Croce: "I fedeli che sono sue membra devono stillar sangue da tutte le parti" (Oeuvres oratoires de Bossuet. Ed. Lebarq., t. III. p. 697-698), bisogna intendere quello che le parole significano. Lo spiegheremo tra poco.

Qui non vogliamo dare se non il principio.

La vita soprannaturale si riversa in noi dalle piaghe di Gesù. Queste segnano il punto d'inserzione della nostra miserabile natura sul ceppo della sua santa Umanità. Il punto di inserzione di un innesto è sempre una ferita. Dovremo ammettere che la ferita sia da una sola parte: il tronco lacerato e il ramo intatto; l'Umanità del Salvatore aperta dai chiodi e dalla lancia, e l'umanità nostra ignara delle aperture dolorose del sacrificio?

"O Gesù dolcissimo, poiché ti piace per un eccesso della tua bontà ammirabile di essere nostro capo, e vuoi che noi siamo tuoi membri, concedici, per questa stessa bontà, di vivere la vita del nostro Capo e di morire della sua morte.

“A questo ci hai obbligato, quando ci ha incorporati a Te, mediante il santo Battesimo, nel quale ci hai fatto fare professione e promessa solenne di aderire a Te, di seguirti ovunque e di essere per conseguenza, a tua imitazione, vittime destinate al sacrificio della tua gloria" [S. Giov. Eudes, - Abrégé da Royaume de Dieu, par l'abbé Granger, II ed. (Vic e Amat. 1910). pp. 143. 151].

Con la bella limpidezza di uno sguardo che segue un'idea sino al suo ultimo sviluppo logico, dovesse anche per aprirsi un passaggio, insanguinare la via. S. Giov. Eudes conclude: "La grazia del Battesimo è una grazia di martirio".

Invece di gridare all'esagerazione, constatiamo che abbiamo qui, con un'insistenza forse più manifesta ed una minor preoccupazione delle sfumature, qualche cosa di San Paolo.

 

III. Bisognerà allora chiamare il cristianesimo una religione barbara, una religione d'annientamento, una specie d'apoteosi inumana del dolore? Il Crocifisso, nella dottrina di Gesù Cristo occupa veramente troppo posto. Esso domina, invade, schiaccia... È una singolare "buona novella" il Vangelo! La "novella" di dover trascinare per tutta la vita questa catena da galeotto, la croce!...

Confessiamolo, parlare di "sacrificio" è molto difficile. E questa difficoltà deriva da due sorgenti: da colui che parla e da coloro che ascoltano.

Da colui che parla. Chi è costui che osa ricordare agli altri che la croce è entrata un giorno nel mondo, e che questa croce ciascuno deve a sua volta caricarsela sulle spalle? Qual è il segno della RINUNCIA cristiana nella sua vita? Quale distacco egli pratica per invitare gli altri al distacco? Quando la vita contraddice alla dottrina, la dottrina ha ben poco peso. Occorrerebbe la santità. Ma dove sono i santi?

Oppure, la difficoltà viene da coloro che ascoltano. I quali trovano talora che l'obbligo del sacrificio cristiano si presenta loro troppo ruvidamente, o con troppa insistenza e quindi si rifiutano. O, se si sorvola troppo, s'illudono e si rivestono di un cristianesimo senza la croce.

Vediamo qual è, tra questi due scogli, la posizione vera. Guardiamo da vicino il Vangelo. Vi si parla d'immolazione necessaria: non certo come "fine", ma come "mezzo", il solo mezzo per pervenire a quel "fine" divino, l'unione a Cristo risuscitato.

La RINUNCIA non ha che una bellezza relativa: prende valore da quello che da’ e non da quello di cui priva. Priva di alcuni beni sensibili, ma se spingiamo lo sguardo oltre il sensibile, scopriamo i tesori dei quali il sacrificio del sensibile è la ricompensa.

Lungi dal rattristare la vita, le rinunzie volute dal Salvatore la trasfigurano e l'illuminano..

Bisogna conservare alla parola "Vangelo" il suo valore etimologico. Significa veramente "buona novella". Prima di tutto perché è una speranza: - "quella che è nostra leggera tribolazione momentanea opera in noi sopra ogni misura un peso eterno di gloria" (2 Cor. 4. 17). - Poi perché, fin d'ora,  ci assicura la pienezza della vera vita, le gioie sostanziali che si librano al di sopra delle gioie meschine di questa terra. Ciò che è immolato nell'uomo, è rappresentato solo da valori minimi; ciò che invece nell'uomo è ottenuto mediante il sacrificio è una "deiformazione" più profonda; un poco più di "Dio" in noi.

Ecco quello che bisogna considerare bene. Le formule ci spaventano; guardiamole sino in fondo. Esse ci danno l'impressione di predicare un massacro, mentre, in realtà ci annunziano la fondazione di un regno. Si parla di morte; ma unicamente per assicurare il trionfo della vita, della vita che Cristo è venuto a renderci, della vita che si scrive con una maiuscola, la Sua Vita.

Senza dubbio bisogna insegnare - e come faceva notare San Paolo, importune, opportune, ossia, occorrendo, anche nonostante i desideri contrari del nostro egoismo - che la grazia del Salvatore Gesù è una grazia di morte; che lo spirito del cristianesimo è uno spirito di morte; che il cammino del cristiano deve essere verso la morte; che alla morte - nel senso determinato più sopra - devono mirare le nostre inclinazioni; perché se i cristiani sono membri di Gesù, - necessariamente devono seguire il loro Capo Crocifisso. Ma non bisogna dimenticare, al tempo stesso, di ripetere che la grazia del Salvatore Gesù è, una grazia di Vita; che il cammino del cristiano deve essere verso la Vita; che verso la Vita devono tendere le nostre inclinazioni, perché, membri di Cristo Gesù, siamo membri di Colui che ha detto: "Io che sono la verità, ve lo dichiaro, sono anche la Vita".

E in questo si trova la divina rivincita della religione di gioia, predicata dall'Uomo dei Dolori.

Sublime e consolante paradosso: la vita del cristiano deve essere contemporaneamente una vita e una morte, e una morte perché sia una vita - la vita. Sacrificare non è morire, ma distruggere la morte; è sopprimere, se si vuole, ma unicamente l'ostacolo alla vita; è allargare, rompendo i confini. Tagliate il convolvolo parassitario e invadente; la spiga salirà più diritta, il grano conterrà più linfa.

"Sacrificate la passione del momento e la sensazione presente, il capriccio di ogni ora, vani accidenti della sostanza della vita, e otterrete la vita piena, profonda, centrale e raccolta... Ecco il mistero della croce, il sacrificio cristiano, la mortificazione, la morte in Gesù Cristo. Ed è quello che si chiama pure la vita risuscitata".

Compiamo il pensiero: "L'uomo che oggi non ha praticato il quotidie morior, ha perduto la giornata" (P. Gratry, La Philosophie du Credo, pp. 158, 159).

Meglio ancora dei suoi insegnamenti, San Paolo a convincerci offre il suo esempio. Il "quotidie morior" nessuno l'ha praticato meglio di lui.

 Può esservi disprezzo più grande di tutto il creato, entusiasmo più bello nell'amore della croce?

"Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione o l'angoscia, o la persecuzione o la fame, o la nudità, o il pericolo o la spada?..." (Rom. 8, 35). Il Gesù di cui egli parla, intende che sia proprio Gesù Crocifisso (I Cor. 2, 2). Ma di fronte ai testi suddetti, e ad essi strettamente connessi, eccone altri: "Noi che viviamo, una volta risuscitati saremo per sempre con Cristo" (I Thess. 4, 17). "Quaggiù siamo lontani dal Signore. Preferiamo lasciare questo corpo e abitare vicino al Signore" (II Cor. V, 6-8). Se non fosse stata la custodia del gregge che esigeva la sua presenza quaggiù, si sarebbe augurato "di partire e di essere con il Signore" (Phil. I, 23; II Cor. V, 17). Diventiamo almeno, fin da questa terra, "una nuova creatura nel Signore".

Al termine egli esclamerà: E' fatto! Tutto Paolo è scomparso. - E in una magnifica sfida a tutte le potenze create, confidando nel suo Cristo, divenuto il centro unico di tutto il suo essere, esclama: "Morte, vita, angeli, principati, virtù, altezze, profondità... voi, togliermi il mio Cristo Gesù? - Non mai! - Vi sfido di separarmi, se potete, fosse anche per un solo istante, dall'amore di Dio in Gesù Cristo Signor Nostro" (Rom. 8, 38, 39).

Schiarito questo punto, il pericolo di chiamare la Croce uno scandalo diventa minore; essa non è più scandalo se non per i pagani o per i cristiani paganeggianti. E minore è il pericolo di chiamare la RINUNCIA un'inutile barbarie.

La Croce rimane un mistero, che se spaventa, urta però di meno. La RINUNCIA rimane RINUNCIA, ma si confonde talmente con il bene spirituale della nostra natura che, per i chiaroveggenti, diviene suscettibile di cambiarsi in gioia profonda. Quello che si perde in esuberanza di vita inferiore, si ritrova in ricchezza di vita superiore. Gettare via un poco di terra e surrogarla con larghe zone di cielo, è forse un affare mal riuscito?

Cristiani battezzati, non dimentichiamo che nel giorno del Battesimo è stata pronunziata su di noi dal sacerdote una frase memorabile che ci "consacrava" membri di Gesù Cristo: "Che egli ti serva lietamente nella tua Chiesa". È più di un permesso, è un ordine.

Il cristiano, per vocazione e perché deve vivere da membro di Gesù Cristo, diviene depositario officiale della vera letizia; finché rimane in grazia, nessuno può rapirgli il suo monopolio.

E, infatti, a chi possiede lo Spirito Santo poche cose mancano, anche se vive in mezzo alle più grandi privazioni.

Al Giordano, sopra Cristo battezzato dal Precursore, si fece udire una voce: "Questi è il mio Figlio diletto, sul quale ho posto tutte le mie compiacenze". Queste compiacenze del Padre per il suo Cristo non si limitano alla sola persona del Salvatore Gesù; o piuttosto si estendono a tutto quello che è Cristo; dunque non solamente a Colui che è il Capo, ma, sussidiariamente a noi tutti, suoi membri.

"Venuta la pienezza dei tempi, dice l'Apostolo, Dio ha inviato il Figlio suo, nato da una donna; Egli è stato sottomesso alla legge perché riscattasse coloro che erano sotto alla legge e l'adozione dei figli fosse compiuta in noi"; e quest'adozione divina sorpassa incomparabilmente l'adozione umana, che non può trasmettere nell'adottato nulla della vita di chi lo adotta. Qui, al contrario, grazie a Gesù Cristo al quale siamo incorporati, ci è comunicata la vita stessa di Dio - partecipata senza dubbio, non bisogna mai dimenticarlo - ma, insomma, la sua vita medesima.

Questa sola parola racchiude tutta la teologia della vera letizia.

Sapersi "divini", possessori dello Spirito di Amore, "membri di Cristo Gesù” - le espressioni si equivalgono - e poi mostrarci malinconici, che controsenso! Certamente le miserie di quaggiù possono ancora colpirci, ma abbiamo, in nostro potere, ad ogni istante, il mezzo di dare alle realtà il loro vero valore e le loro giuste dimensioni.

Quando si contempla da vicino e senza occuparsi della decorazione che la circonda, la statua di Giovanna d'Arco nel peristilio di Reims, piedistallo, cavallo e statua sembrano considerevolmente grandi. Scostatevi; inquadratela nella cornice dell'ambiente: la si direbbe una formica ai piedi di un muro.

Così le pene della vita terrena per quelli che non si ostinano a guardarle isolate, ma si abituano a vederle sempre nello sfondo della grande vita divina, che costituisce il nostro ambiente normale.

"Egli ti serva lietamente nella tua Chiesa!".

Spirito di morte, spirito di sacrificio, spirito cristiano, sono una sola e medesima cosa; - così pure: spirito cristiano, spirito di dilatazione e di gioia, spirito di vita, si somigliano al punto da equivalersi perfettamente.

 

 

CAPITOLO III

" Jam non ego, Christus!".

I. - L'ideale cristiano: effettuare il "Non sono più io che vivo" di San Paolo.

II. - Difficoltà di quest'impresa.

III. - Sua grandezza: divenire per Gesù Cristo una "continuazione della sua umanità".

 

I. Il Battesimo è un sacramento di "morte"; e per vivere conforme agl'impegni presi nel Battesimo bisogna perpetuamente morire. Ma in che cosa consiste questa morte di ogni istante, che è la vera vita? Ecco quanto ci rimane da vedere.

Una parola sola dice tutto - facile a capirsi - ma difficile a praticarsi. Questa vita di morte consiste nello spogliamento sempre più perfetto di noi stessi e nella dipendenza sempre più perfetta da Gesù Cristo.

La vita che nel Battesimo ci è data e nello stesso tempo richiesta, è una vita che dovrebbe essere la continuazione di quella dell'Uomo-Dio. Nella generazione naturale, si ricevono le inclinazioni dei propri genitori; nella nostra generazione soprannaturale riceviamo le inclinazioni di Gesù Cristo. Né ci dovremmo compiacere se non in quanto che è rigenerato da Lui. Il mondo?... Non apparteniamo più al mondo. "Esso è tutto quanto nel male", ci avverte San Giovanni (Totus in maligno positas est; Joan. 17, 14; 1 Joan. 5, 19). Non bisogna dunque prendervi parte più di quello che vi prese parte nostro Signore. La nostra vita non deve essere sperperata nel mondo, ma "nascosta in Dio con Gesù Cristo".

Non siamo neppure più "Ebrei o Gentili", nel senso inteso dall'Apostolo. L'ideale?... Divenire una stessa cosa con Cristo.

L'ideale, diciamo; perché nella realtà ben pochi giungeranno a tanta altezza. Ma non è già molto l'aver capito che la vita cristiana, esattamente intesa, deve aspirare a questa? Non è già da considerare come un bel trionfo della grazia che alcuni, nella grande massa, cerchino, in gradi differenti e talora sino al più sublime dono di loro stessi, di effettuare integralmente il loro ideale cristiano?

Le anime poco abituate a dominarsi si meravigliano di vederne altre mirare alle alte vette della RINUNCIA. Non capiscono lo splendore della nostra santa vocazione, non sanno che cosa voglia dire aspirare alla piena vita "nel Cristo".

Visto dal basso, il sacrificio appare come una nube che grava pesantemente sulla vita: ma visto dall'alto, per chi ha penetrato la nube e l'ha messa sotto i piedi, segna la separazione dalle nebbie delle valli e l'accesso verso la luce piena.

Attraversare il sacrificio è scoprire nuovi mondi. Ma bisogna lasciare le pianure, tentare l'ascensione, entrare nella zona dove in un istante tutto svanisce e rassegnarsi a non scoprire più la terra se non da molto lontano...

Parlando sinceramente: la si vedrebbe così meno bene?

La filosofia invita a rinunciare a se stessi per divenire più "uomini". La religione del Salvatore Gesù ci spinge invece ad un'altra cosa: a rinunciare a se stessi per diventare più "Cristo", per non far più se non una sola cosa con Lui.

Cristo e noi, dobbiamo essere uno.

Finché rimaniamo noi, noi e il Cristo; finché la particella copulativa "e" conserva la sua forza, non siamo uno, ma due. Crediamo di aver spiegato sufficientemente come bisogna intendere questa unione, o, se vogliamo, questa identificazione; S. Paolo non pretende affatto di far assorbire la personalità del cristiano dal Cristo fino a sopprimerla. La dottrina dei Corpo Mistico non è un panteismo.

Ora, Cristo dice: "Siate uno".

La soluzione non è possibile se uno dei due non sparisce. Ecco perché San Paolo ripete con tanta energia:.. "Morite"!

Quando c'invita all'ecatombe, di cui abbiamo parlato, che cosa vuole se non mettere in pratica la parola d'ordine che già si era data Giovanni Battista: "Diminuire, perché Egli cresca: Me autem minui "? (Joan. 3. 30).

Diminuire? È proprio questa la parola che adopera San Paolo, e basta al suo amore per il Maestro, all'ideale che egli si è formato del cristiano? No. "Diminuire... Bisogna dire molto di più: sparire! Vivo ego, jam non ego, vivit vero in me Christus. Son io che vivo? No! Non sono più "io". In me c'è soltanto più il Cristo" (Gal, 2, 20).

 

II. Certamente per giungere a questo jam non ego liberatore è necessario lottare; nasconderlo o tacerlo sarebbe sleale. Perciò abbiamo molti cristiani e pochi santi. Quanti, tra i migliori, danno a Dio delle opere perfette? L'amor proprio è tanto sottile!

Claudio Lavergne volendo dipingere per i Padri Domenicani di Tolosa una "donazione del Rosario", prega il P. Lacordaire di dargli una veste bianca fuori d'uso per vestirne il suo modello. "Ho appunto quello che occorre, dice il Padre, e così sentirò alleviata la mia coscienza. Ecco una veste alla quale ho la debolezza di essere affezionato. Non ho voluto che se ne prendesse mai un pezzetto per rattoppare le altre... È quella che indossavo a Notre-Dame, quando pronunziai la orazione funebre di O’ Connell e il mio discorso sulla vocazione della nazione francese. Ormai non ci terrò più. Eccola!".

Se anime grandi possono avere di questi piccoli attaccamenti (salvo pentirsene, dopo, amaramente), che pensare di noi?

Anche quando si crede - quando forse noi stessi crediamo - di dar tutto, quanta mancanza di lealtà si può ancora trovare! Ecco un esempio piccante di slealtà, a cui siamo spesso abituati: Il grande compositore Lulli riceve nella sua ultima malattia la visita del suo confessore e viene obbligato, sotto pena di non ricevere l'assoluzione, a gettare nel fuoco il principio di un'opera abbastanza licenziosa. Si fa pregare lungamente, ma alla fine si arrende, e il confessore se ne va. Ma ecco arrivare un visitatore che rimprovera all'artista il suo sacrificio. Lulli sorride e dice a bassa voce: "Ne ho conservato una seconda copia"! Chi non ha mai "conservato una seconda copia"?

Eppure se aspiriamo alla pienezza della vita, bisogna acconsentire alla pienezza della morte. Con la sua imperturbabile e tranquilla dolcezza l'Imitazione dice: "Devi, figlio mio, darti tutto intero per possedere tutto, e nulla serbare per te medesimo" (Lib. III, cap. XXVII).

Evidentemente questo "tutto" potrà essere e sarà in realtà, molto differente secondo le anime.

Per alcuni sarà un "tutto" assoluto: il distacco completo.

San Francesco d'Assisi, sente il sacerdote recitare alla Messa le parole del Vangelo: "Non possedere né oro, né argento, non aver né borsa né calzatura", e subito, getta via senz'altro e con orrore la borsa, dove raccoglieva l'elemosina. Aveva calzature e se le toglie; un mantello sopra la tunica, e lo getta via...

Poco dopo. Chiara Scifi gli confida che vuole essa pure appartenere a Gesù Cristo: "Se vuoi che abbia fede in te, le risponde Francesco, farai quello che ti dirò: ti vestirai di sacco e anderai per la città mendicando il tuo pane". Chiara obbedì. Gli abitanti non la riconobbero, ma la riconobbe Francesco.

Durante la Quaresima, a Vannes, Caterina di Francheville - il cui nome è inseparabile dall'opera dei Ritiri, - assiste alla predica: "Voi dite di essere di Gesù Cristo. Datene la prova". Queste parole la colpiscono, e va dalle sue amiche per esortarle a servire meglio Dio. "Quanto a me, voglio essere tutta sua, e per dimostrare che lo voglio veramente, vi supplico di tagliarmi i capelli". E, siccome ognuna si sottrae a quest'incarico, l'eseguisce da sé. Da quel giorno "non sentì più il cuore diviso, e sembrava che gli altri sacrifici non le costassero più nulla" (dalla vita scritta dal P. Champion. Mess. da C. d. J., novembre 1909. p. 649).

Per la grande maggioranza delle anime, il "tutto" sarà relativo. Dio non esige da ciascuno una RINUNCIA secondo la stessa misura. Del resto non crediamo di poterci sottoporre a sacrifici anche piccoli, senza sentirci sanguinare.

Acconsentiamo ancora con molta facilità a dare a Dio una quantità di cose, a condizione di serbare per noi la sola che tuttavia Egli vorrebbe. Sant'Ignazio aveva ben capito l'istinto di conservazione e di proprietà che è in fondo ad ogni uomo, ed ecco la ragione della sua meditazione delle tre classi d'uomini, il cui scopo è quello di condurre chi dice: "Tutto, ma non questo", a sacrificare precisamente "questo". "Qualunque altro rimedio anche più doloroso" diceva al Cappellano un giovane, a cui era stato sezionato il nervo sciatico che correva pericolo di non ricuperare i movimenti della gamba, "ma questo rimedio no. Mai!". Si trattava di ricercare con le pinzette le due estremità del nervo, di avvicinarle sapientemente, facendo assegnamento sulla vita stessa per operare la sutura. "Ma, figlio mio, tutti gli altri rimedi sono impotenti. Non c'è altro che questo di efficacia sicura. Sarà penoso, certamente, ma è il solo!". Ma il povero ferito aspettò otto giorni prima di acconsentire! - Se non esitassimo che otto giorni dinanzi ad un sacrificio!

Gli spogliamenti richiesti differiranno spesso da quelli citati. Generalmente saranno, in sé, poco considerevoli. L'amor proprio non rifugge dall'ammettere come possibili anche grossi sacrifici, salvo a sottrarsene al momento buono. Acute osservazioni, intorno a questo punto, si trovano in Fénelon: Avis spiritaels, n. XXII; La parole intérieure (Oeuvres, Ed. Vivès. 1854, t. I, p. 605).

I sacrifici più meschini li stimiamo facilmente indegni di noi, e invece, spesso. Dio non ne vuole altri. Saranno inezie; ma inezie che desolano e talvolta atterrano.

Noi somigliamo a quel bambino che promette di distribuire ai poveri i suoi ricchi giocattoli. Ma poi quando si apre l'armadio che rigurgita e si tenta di fare una scelta esclama subito: "No, questo no. Mi preme troppo!". -

Saper sacrificare i nonnulla è il segno migliore di una grande energia.

Un giorno, mentre Santa Maria Maddalena de' Pazzi meditava su questo versetto d'Isaia: "Prenderanno ali di aquila, voleranno senza venir meno, correranno senza stancarsi", nostro Signore le fece vedere prima quelli che non progrediscono o progrediscono lentamente; e poi quelli che camminano con una certa rapidità. "I primi sono coloro che possiedono la carità, ma non sono affatto morti a se stessi, perché non ricercano puramente e semplicemente la mia volontà in tutto. Cercano qualche cosa fuori di me e nello stesso tempo che me...

"Quelli che corrono - oh! come sono rari! - sono interamente morti a se’ stessi; non cercano punto la cognizione delle cose spirituali per un sentimento d'interesse proprio, né per ottenere qualche consolazione, ma con una perfetta conformità alla mia volontà...

"Ordinariamente la rapidità della corsa materiale è in proporzione con la vitalità del corridore. Qui invece è in proporzione con la morte. E' vero, però, che questa morte è la vera vita che li conduce fin nel mio seno... Ora io voglio darti questa vi morta" (P. III, capo II. - Citato dal Saudreau, La Divina Parola Vol. III. P. 91; Trad. Nivoli, Marietti, 1924).

L'Apostolo aveva ragione di scrivere ai suoi convertiti: "Ponete mente alla vostra vocazione, non la si può mai apprezzare abbastanza" (I Cor. 1, 2).

Questa vocazione consiste nel vivere in comunione con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo (I Joan, 1, 3), "nell'essere una medesima cosa con Gesù Cristo, nel vivere come egli ha vissuto "a imitazione del Santo che ci ha chiamati", "santi come egli stesso è santo" (I Petr. I, 15). vivendo una vita risuscitata, cercando sempre le cose poste in alto (Col, 3, 1), rivolgendo ognora il nostro pensiero al cielo; nostra conversatio in caelis (Phil. 3, 20).

 

III. Poiché, come cristiano, formo una sola persona con Gesù, quali devono essere le mie disposizioni nel momento di operare?

Devo sforzarmi di vivere la vita mia, o di vivere la vita del Figliolo, il quale vive la vita del Padre, la vita delle Tre Persone divine? La mia vita

deve continuare quella di Gesù Cristo, ossia le mie azioni devono essere azioni di Cristo: Christianus, alter Christus.

È veramente così? La parte di "Cristo", nella mia vita, dov'è? È proprio vero che nella mia la vita di Cristo è qualche cosa di vivo, che il principio e la fine dei miei slanci profondi, la regola cercata, riconosciuta, amata di tutte le mie inclinazioni e di tutti i miei movimenti, è il Signore Gesù Cristo? Che la mia preoccupazione costante - non sempre esplicita, ma sempre presente - è di domandarmi: "Al mio posto, che cosa farebbe Gesù Cristo? Dove lo condurrebbe il suo Spirito?" e di comportarmi poi secondo la risposta ricevuta, non dimenticando che "i veri figli del Padre sono coloro che lo Spirito di Dio anima e governa"? (Rom. 8, 14).

Il P. Nadal scrive nella sua Raccolta di meditazioni: "Dobbiamo unirci al Cristo fino a domandarci in tutto: Qui, come farebbe Gesù Cristo, come si comporterebbe? Come se fossimo Lui" (Cfr. Mon. Hist. Soc. Jesu: Epistolae P. Natal. t. IV, p. 684. n. 18).

E aggiunge: "Cercare diligentemente l'unione con Gesù Cristo, mediante lo Spirito Santo; il mio intelletto sia il suo, la mia volontà la sua, tutte le mie fibre le sue, tutta la mia vita la sua: ecco la perfezione stessa della perfezione e la grande dolcezza della vita" (Id.. Ibid. p. 697, n. 163).

Un giorno - era la festa della SS. Trinità - che era andato al Laterano e aveva potuto con sua grande consolazione venerare e toccare le insigni reliquie di nostro Signore, scoprì chiaramente - confessa esagerando la sua umiltà - che la sua vita era cattiva perché non puramente per Dio: "fere omnes operationes suas communiter esse peccata, propterea quod in Deo pure non fierent". E prese immediatamente la risoluzione di cominciare una nuova vita, una vita raccolta, una vita di luce. E come sono belli gli aggettivi che adopera: "quietam, claram, suavem, ex intimo cordis sensu! - una vita di calma e di luce nell'intima unione del cuore con Dio, la vera vita in Cristo" (Id.. ibid., p. 702. n. 201-202).

"In verità, diceva Santa Margherita Maria, mi sembra che nella vita tutto consista nel conformare alla volontà di Dio, poiché chi aderisce a Dio forma un medesimo spirito con Lui". Perciò prese questa risoluzione: "Vorrò sempre quello che Gesù farà, farò sempre quello che Gesù vorrà".

Ecco appunto quello che nostro Signore domanda: che la nostra vita sia una dipendenza diretta della sua, che sia Lui, il Figlio di Dio, con il suo Spirito, a determinare i nostri pensieri, a mettere in moto le nostre energie, a prendere in mano tutte le fila che dirigono la nostra condotta, finché non siamo perfettamente trasformati nella sua immagine.

Allora, e allora soltanto, possederemo il "senso di Cristo" (1 Cor. 2, 16), quella intelligenza cioè che noi siamo un altro Lui stesso, che la nostra umanità ci è data unicamente per offrirla a Lui, perché egli viva in noi e si manifesti per mezzo di noi.

Un pittore, a Roma, in cerca di un modello di Cristo per il suo quadro della Cena, incontra il mendicante Benedetto Labre. Appunto quello che cercava! Benedetto Labre, per carità, accetta. Ora, dopo la morte del Santo, si voleva conservare il ricordo dei suoi tratti, ma come fare? Torno allora alla mente il quadro della Cena; e per ricostruire il volto di Benedetto Labre non si dovè far altro che riprodurre la figura di Cristo.

Allo stesso modo bisognerebbe che la nostra vita fosse la riproduzione, la ripetizione, il "duplicato" di quella di Gesù Cristo; che vedendoci operare, non gli uomini, forse, - che penetrano tanto poco l'invisibile! - ma Dio, almeno, ritrovi in ciascuno di noi i lineamenti del suo Figliolo diletto. Elisabetta della Trinità ambiva di "diventare per Cristo un prolungamento di umanità", ossia di mettere a disposizione del Salvatore tutta se stessa, come l'Umanità Santa era costantemente a disposizione del Verbo.

Quale perfezione non suppone l'esprimere così Gesù Cristo, e, come fece Egli, non operare mai "se non in Dio, ut manifestentur opera ejus, in Deo sunt facta (Joan. 3, 21), non solamente cioè proscrivendo l'influsso di ogni passione sregolata, ma anche l'influsso della "natura", proscrivendo l'umano per costituire, come regola costante dell'umano, il divino.

"Egli mi fece capire, scriveva un'altra carmelitana, che voleva da me una trasformazione così completa in Lui, che le sole apparenze della mia personalità continuassero a sussistere e in un certo senso non fossero più per Lui se non quello che sono gli accidenti del pane e del vino, nel Santissimo Sacramento, un semplice velo sotto il quale, pure nascondendosi, rivela in mille modi la sua presenza" (Maria-Amata di Gesù (Dorotea Quoniam), del Carmelo de l'Avenue de Saxe, t. I della sua Vita, pp. 316, 327. - Si noti l'espressione "in un certo senso". Preso alla lettera, infatti, il paragone non sarebbe esatto. Dopo la consacrazione, la sostanza del pane è interamente scomparsa. La nostra unione invece con il Signore, se deve arrivare fino alla soppressione, in noi, della "creatura di peccato", dell'io corrotto, lascia intatta, però, la sostanza della nostra vita personale).

In qualche rara occasione, Dio si è compiaciuto di rendere palese e sensibile questa trasformazione. Santa Caterina da Siena descrive un giorno al suo confessore, Raimondo da Capua, le meraviglie divine che si operano in lei; ma Raimondo da Capua rimane alquanto scettico. Ed ecco, alzando gli occhi sulla Santa, scorgere sotto i suoi lineamenti lo stesso Gesù.

Evidentemente, qui, siamo fuori delle grazie abituali, delle vie comuni. Ma perché in un'anima "deiformata" Dio non produrrebbe, se vuole, il miracolo di una divina trasparenza? A coloro che negano a priori il "meraviglioso" di questa specie, Hello risponde vittoriosamente: "Se Dio ha messo nell'uomo deificato il suo Spirito, Spirito che fa miracoli, perché gli ricuserebbe poi gli stessi miracoli? Se avete scambiato la vostra vita con la vita di Dio, il che forma una specie d'estasi permanente e insensibile, perché gli proibireste di visitarvi alla sua volta con una specie d'estasi accidentale e sensibile?" (Philosophie et Atheisme, p. 225). Da notarsi le parole così profonde e, intese bene, così esatte: "una specie d'estasi permanente e insensibile" per qualificare la cognizione tanto desiderabile e feconda del sublime mondo invisibile che portiamo in noi, acquistata per mezzo della fede.

L'importante, del resto, non è questa straordinaria manifestazione esterna, ma il fatto intimo - sottolineato in rare occasioni da tale "apparire" inaudito, - ossia la trasformazione più completa che sia possibile in Gesù Cristo.

L'intima trasformazione radicale in nostro Signore non sarà, posta l'intera RINUNCIA che esige (Per conoscere l'intero spogliamento che precede il cambiamento radicale di un battezzato in "un altro Cristo", si può vedere, per esempio, il libro I, cap. XIII di San Giovanni della Croce, nella Salita al Carmelo; o il sostanziale e breve trattato di Sant'Alfonso Rodriguez, l'umile portinaio del collegio di Majorca, sull'unione e trasformazione dell'anima in Gesù Cristo. In questo particolarmente (cap. III) c'è un parallelo tra il morto e il mortificato che dà quasi le vertigini. Sarebbe ridicolo aspirare all'unione divina senza voler prima distruggere in noi qualunque ostacolo a Gesù Cristo), se non il fatto di un piccolissimo numero. Resta però immutata l'espressione della vita cristiana integrale: che, cioè, non vi sia in ciascun cristiano altro che Gesù Cristo.

"L'uomo deve separarsi da tutto ciò che divide" (Sant'Angela da Foligno (p. 218). - Ella aggiungeva: "Riflettete, fratelli miei, riflettete. Come bisogna amare, come bisogna servire questo geloso che vuol possedere, questo Dio che si dà, questo Dio che chiede!"). "Bisogna che nel vostro cuore non vi sia più un sol posto, dove si possa murare un anello e porre una catena" (P. di Ravignan. Simile a questa una frase del P. Varin: "Io mi sono sbarazzato interamente di me stesso, e me ne trovo bene", Vita scritta dal P. Cuidée. Poussielgue, 1854. p. 147).

Ad ogni passo, negli autori, ritroviamo questo consiglio, ed è bene sentircelo ripetere, perché stentiamo molto ad esserne praticamente convinti. Tutti vogliamo esser grandi santi, ma vorremmo divenirlo senz'esser costretti a dar tutto. Tagliare i ponti è tanto difficile! Eppure "lo Spirito Santo non può possedervi interamente se non distruggendovi interamente". Così parlava il grande missionario bretone, P. Vincenzo Huby, ad una persona che faceva il ritiro e che egli voleva radicare nell'amore di Dio (Retraite sur l'amour de Dieu, 7° g., 3a med. 2° punto).

"Se vuoi imitare l'esempio del tuo Salvatore, e fare la mia volontà, la quale racchiude ogni bene, diceva nostro Signore a Santa Caterina da Siena, è necessario che in tutte le cose tu rinunzi alla tua volontà, la disprezzi e la rinneghi. Più morrai a te stessa, più rigetterai accuratamente quello che è te, e più ti darò con abbondanza quello che è me...".

La medesima sentenza in altre parole: "Qualunque sia il nostro genere di vita, e l'abito che ci copre, bisogna che ognuno divenga il santo di Dio. Finché preferiamo metterci al sicuro, finché la nostra volontà ha capricci estranei all'unione divina, fantasie di sì o di no, restiamo allo stato d'infanzia, non camminiamo a passi da gigante nell'amore; perché il fuoco non ha ancor bruciato ogni lega; l'oro non è puro; ricerchiamo ancora noi stessi; Dio non ha consumato ogni nostra ostilità verso di Lui" (Ruysbrock, Morceaux choisis, trad. Hello, p. 157).

Più brevemente, il Tauler diceva: "Dove non sei tu, c'è Dio". - E un'anima santa: "Dove finisco io, c'è Lui... Conservarmi morta".

Nel suo Ritiro del Terz'Anno (7° giorno), il P. de la Colombière, non si fissava altro ideale: "Condurre una vita morta".

Non si può tradur meglio il: "Jam non ego...: Christus! Non più io; ma Gesù Cristo solo!".

Poiché, non dimentichiamolo: Mors et vita. Morte e vita. E nel fatto, in pratica, queste due realtà sono vicine quanto, nell'espressione, le due parole; più ancora: non vi è tra loro neppure lo spazio di una particella di due lettere. Morte, vita, si toccano o piuttosto non fanno se non una sola cosa. "Il Santo, è stato scritto audacemente, è colui che non esiste più: Dio vive in esso". Ecco la morte ed ecco la vita!

Chi potrebbe dire di perdere nello scambio?

 

 

 

 

LIBRO QUINTO

Le esigenze della nostra Incorporazione a Gesù Cristo.

 

 

CAPITOLO I

La Fedeltà alla Grazia.

 

1. - PSICOLOGIA DELLO SPIRITO SANTO OPERANTE NELL'ANIMA.

I. - Dolcezza e forza.

II. - Persistenza instancabile e ovvietà ingegnosa.

III. - Il mistero delle venute divine.

 

La vera devozione pratica al Figlio è la devozione allo Spirito del Figlio; e la devozione allo Spirito del Figlio è la devozione alla docilità verso lo Spirito Santo.

Nostro Signore era per eccellenza docibilis Dei, di una docilità pieghevole e premurosa nel seguire in tutto le ispirazioni dall'alto. Ogni azione di Gesù lo dimostra chiaramente: se gli è rivolta una preghiera, se è invocata la sua potenza. Egli alza gli occhi al cielo e non opera più se non sotto l'influsso della "virtù dell'Altissimo". Così pure prima dei suoi miracoli, prima dell'istituzione della Santa Eucaristia, prima degli ultimi insegnamenti ai suoi Apostoli. In molte circostanze (le abbiamo ricordate nel lib. II, cap, II, § 2) la Scrittura nota espressamente che era condotto dallo Spirito Santo.

Quale il capo, tali devono essere le membra.

 

I. Evitare il peccato mortale è il minimo indispensabile, ma non sorpassa il valore di un minimo; è il primo stadio di quelli che Sant'Ignazio chiama, negli Esercizi, i tre gradi d'umiltà, o meglio di riconoscimento del sovrano dominio di Dio.

Un'anima generosa, per lasciare nella sua vita un posto maggiore alla vita del Cristo eviterà anche ogni affetto al peccato veniale.

Farà anzi più ancora, eviterà qualunque resistenza alle minime chiamate dello Spirito Santo, ai più impercettibili inviti a salire.

"Ci si preserva facilmente dalle grandi cadute, scriveva un tenente della grande guerra, ma quante sfumature e quante delicatezze inosservate!... E pure proprio questo dà all'anima la vera vitalità!" (il tenente Giuseppe da Boury, 1890-1915. Notizia raccolta da C. M. Derely. p. 44).

Quel soldato aveva ragione. La devozione perfetta allo stato di grazia è la devozione all'intera fedeltà alla grazia.

Terminando una predica sulla Stanchezza nella Via del Bene all'oratorio di Londra, il P. Faber faceva al suo uditorio questa domanda: "C'è nessuno tra voi, che sarebbe contento di morire senza fare per Iddio più di quello che ora non fa?" (Conferenze spirituali, Marietti, Torino. 1919). Lo Spirito Santo ci chiama instancabilmente. Quale eco trovano in noi "i suoi gemiti ineffabili"?

È necessario che ognuno di noi lo cerchi e perciò faccia, se possiamo dir così, la psicologia dello Spirito Santo vivente nell'anima, mettendola a riscontro della psicologia dell'anima vivente nello Spirito Santo.

Santa Maria Maddalena de' Pazzi descrive, con frasi fortunate e con espressione singolare, l'azione dello Spirito Santo nel nostro intimo.

"Ho visto, dice la Santa, un ospite divino seduto sopra un trono. Quest'ospite più nobile e più degno di tutti gli ospiti, è lo Spirito Santo, il quale con la agilità della sua bontà e del suo amore per noi, si reca rapidamente verso tutte le anime disposte a riceverlo. Chi potrebbe dire gli effetti meravigliosi prodotti dov'è ricevuto? Esso parla senza dir nulla, e il suo sublime silenzio è inteso da per tutto.

"È sempre immobile e sempre in movimento e, nella sua mobile immobilità, si comunica a tutti.

"È sempre in riposo e tuttavia sempre attivo; e, nel suo riposo, compie le più grandi, le più degne, le più ammirabili opere. Sempre in cammino, senza però cambiar posto, dovunque penetra, afferma, conserva, e nello stesso tempo distrugge ogni cosa. La sua scienza immensa e penetrante conosce tutto, intende tutto, penetra tutto. Senza ascoltar nulla, ode la minima parola detta nel più intimo dei cuori".

Nell'azione dello Spirito Santo nelle nostre anime si possono discernere delle costanti e delle variabili, un modo di procedere sempre eguale e un modo di procedere spesso differente.

In primo luogo le costanti.

Sul principio, un misto di dolcezza e di forza. Di forza: "Vox Domini in magnificentia". Colui che parla è la Potenza medesima, quindi quel non so che d'irresistibile, di soavemente violento, che costringe a salire.

 Dico soavemente violento, perché mentre è molto forte, è pure molto soave. Soave, quasi impercettibile è il primo invito del Maestro alla conversione in un uomo che non possiede la fede. Sarà così tenue, così delicato che, poco dopo, quando vorremo segnare il punto di partenza, ci troveremo inceppati, impotenti. Non sarà possibile determinare in modo esatto quando, dove e come, lo Spirito Santo ha cominciato a chiamare.

Si tratta della vocazione? La tattica del Maestro non cambia: dolcezza e forza: "Va, figlia di Dio, va, va". Nostro Signore passa accanto a un'anima, la sfiora misteriosamente con quella parola di luce e d'ombra: "Se tu volessi!... Lo vuoi? Se lo vuoi, sequere! vieni, seguimi!".

Molto dolce parimenti - e al tempo stesso fortissima - al dire di quelli che sperimentano la dolcezza di quella forza e la forza di quella dolcezza - la chiamata dello Spirito Santo ad una di quelle ascensioni mistiche, di cui parlano gli autori, poiché per descriverle si adopereranno parole attenuate come “quiete", parole dominatrici come "legatura".

Che cosa di più dolcemente imperioso di quei lampi nell'anima, che si chiamano ispirazioni della grazia? Di più dolce, perché non bisogna costringere la libertà. Lo Spirito Santo prende il largo; se parlasse troppo da vicino, s'imporrebbe. Sant'Agostino cercando la sua via riconosce la parole dell'Altissimo, ma la grande voce divina è ridotta ad una debole eco: "E tu mi hai risposto, o Signore, gridando come da molto lontano". Che cosa di più imperioso, al tempo stesso? L'anima non esita: "Mi ha parlato il Dio d'Israele, il forte di Israele, il dominatore degli uomini" (II Reg. 23, 3).

Semen est verbum Dei. Qualunque chiamata di Dio somiglia ad un seme, a quel nulla impercettibile che s'insinua tra due zolle, a quel nulla trionfante che con gesto da gigante solleva il suolo e talvolta attraversa i più duri cementi, simile a quel seme d'albero nel cimitero di Friburgo, che ha spezzato in due la lapide di un sepolcro, sulla quale stava scritto: "Proibisco per sempre che si tocchi la mia tomba".

Però, come in tutte le cose vive, nel mezzo stesso di queste costanti, ecco insinuarsi le variabili. Talora dominerà la forza: Javè, sul Sinai parla con voce tale che Mosè s'inabissa nella polvere. E talora la dolcezza: quando Dio vuol parlare a Elia, suscita prima un violento uragano: "Dio non era nei lampi e nella tempesta". Poi una raffica formidabile di vento: "Dio non era nel vento". Finalmente una brezza leggera: "Questa volta, nella brezza che passava si trovava Dio".

Talora il soffio è così debole che bisogna chiamarlo "gemitus". È vero: San Paolo corregge "gemito", aggiungendo inenarrabile. Accanto alla dolcezza la forza, ma accompagnata da una discrezione delicatissima. All'origine dell'umanità, nel Paradiso terrestre. Dio camminava senza rumore sulla sabbia. Egli ha conservato le sue abitudini e per udire scricchiolare la sabbia al suo avvicinarsi, bisogna avere un orecchio esercitato e attento. Il nostro Dio è un Dio che circola, un Dio che si muove, ma il suo passo sembra il mormorio di una musica delicata:

"Odo in me cantare uno straniero sublime

"Che m'ha sempre nascosto la sua patria e il nome"

Solo il primo verso è esatto. Il nome e la patria invece del divino straniero li conosciamo; ma occorre il silenzio per cogliere il suo canto profondo. I distratti o i chiassosi non lo colgono.

 

II. Un'altra abitudine dello Spirito Santo è la persistenza nelle sue chiamate.

Non vi è una sola nostra azione nella quale Egli non desideri insinuare la sua parola. Gesù, nel Vangelo, appare qualche volta stanco. Lo Spirito Santo, nella nostra vita, non si mostra mai stanco; non ha bisogno di riprendere fiato accanto al pozzo.

Pochi si accorgono di questa fedeltà che non viene mai meno, e la colpa non è dello Spirito Santo, ma piuttosto dell'anima che vive distratta (Non pretendiamo affatto che se l'anima ascolta, percepirà sperimentalmente e come tale, lo Spirito Santo. Questo non è il caso se non di alcuni “stati” o dei quali ora non ci occupiamo. Parliamo unicamente di quelle mozioni interiori di PURA FEDE studiate dal Discernimento degli Spiriti e che costituiscono l'azione normale della grazia attuale, di quei perpetui inviti a salire, che qualunque anima vigilante non può non udire in fondo a se stessa ogni volta che seriamente si raccoglie. Questa osservazione importantissima è necessaria in tutto questo capitolo).

E la musica dolcissima della voce divina in fondo a noi possiede le tonalità più diverse. Talora sono le note gaie della "consolazione" che canta, talora le note basse della "desolazione" che geme.

L'azione dello Spirito Santo si rivela dunque così: persistente e uguale a se’ stessa nella sua azione invisibile e di pura fede, intermittente e svariata nelle sue manifestazioni sensibili.

Il P. Faber paragona quest'azione a quella di nostro Signore: "Lo Spirito Santo parla più di Gesù", o meglio, fa ad ogni anima, secondo il suo temperamento e la sua stessa fedeltà, l'applicazione delle parole che Gesù ha detto a tutti e per tutti.

"Lo Spirito Santo prende più spesso l'iniziativa... sembra affrettarsi di più...; pare che nonostante tutto il suo affetto per i peccatori, l'abbia ancor più grande per i santi: questo era meno visibile in nostro Signore". E aggiunge: "Esso è più suscettibile, e più sensibile, se possiamo adoperare simili espressioni".

Non è forse vero, infatti, che l'azione dello Spirito Santo si manifesta nella misura del rispetto che gli è tributato? "Ha piacere che lo consultiamo e se l'aspetta... Si contenta di poco... ricompensa minuziosamente e, insomma,, da’ alle piccole cose una maggior importanza che noi" (P. Faber, Euvres Posthumes, Lethielleux, 1906, t. 1. p. 125; t. II. p. 242).

Comprendendo con estrema sensibilità le minime sfumature, Egli esulta nel sapersi udito, ascoltato, seguito; si affligge nel vedersi bandito, o anche solamente dimenticato. Per un nulla ricolma di grazie e per un nulla scompare. Se è ascoltato, è riconoscente; se allontanato, non conserva rancore e aspetta l'ora di ritornare. Qualche volta abbiamo conservato tutta l'attenzione possibile, ma Egli, per procurarsi la gioia di essere cercato, si dilegua, si ritira; ad un tratto, con un guizzo di luce, scopre dei mondi; poi di nuovo svanisce per riapparire ancora, mettendo tra ciascuna visita un intervallo più o meno lungo. Sembrerebbero un capriccio questi sistemi apparentemente tanto mutevoli, che noi chiamiamo le variabili; e invece sono un prodigio di conoscenza delle anime, dello spirito di ordine e di abilità.

Qui, è più adatta una spinta lenta, senza rumore un lavoro nascosto; là, il lampo sfolgorante che atterra in un istante. Ora gl'inviti ripetuti, che perseverando, vanno ad urtare la roccia senza intaccarla; ora un sol colpo di bacchetta sulla parete che docilmente si apre. Ora prende il sopravvento il cave Jesum praetereuntem et non redeuntem: il soccorso passa e non torna; ora trionfa il "picchiate e vi sarà aperto", e lo Spirito Santo, venti volte respinto, ricomincia venti volte l'assedio dell'anima.

Questo secondo metodo ha le sue preferenze. Che sarebbe di noi, di ciascuno di noi, se lo Spirito Santo, dopo il primo rifiuto, se ne fosse andato? Ma Egli sa che siamo scortesi, poco intelligenti, dimentichi: e non si offende. È troppo grande perché le nostre debolezze l'adombrino; possiede il segreto di una pazienza inaudita.

Guardate la grazia alle prese con Raimondo Lullo. Ammogliato, s'invaghisce di una donna, e le scrive dei versi. Nostro Signore gli si manifesta in croce; Raimondo abbandona il suo lavoro, ma non la sua passione e il giorno dopo si rimette a "fantasticare". Cristo si fa vedere di nuovo, e l'infelice poeta abbandona di nuovo il suo lavoro, ma solo il suo lavoro. Quattro volte i versi infiammati sono interrotti; ma la passione non fa altro che crescere. Un giorno Lullo incontra Ambrosia e la insegue a cavallo persino nella chiesa. Allora quella donna virtuosa per liberarsi di lui, l'invita a casa sua e gli scopre il seno roso da un orribile cancro. - Piacque a Gesù Cristo, per sua grande misericordia, di apparire una quinta volta: "Raimondo, seguimi". - Questa volta Raimondo è vinto; e segue il Cristo senza più indugiare.

Leggendo un fatto simile, non bisognerebbe dire piuttosto: "Cave Jesum transeuntem et in indefinitum redeuntem: Guardati da questi eccessi di un amore che non cessa di tornare"? Devi guardartene non per interesse, ma per delicatezza. Se un Dio è instancabile a questo punto, tu non devi stancarti di essere pronto ad ubbidirgli.

Si ammira quanto merita, questa incapacità dello Spirito Santo a scoraggiarsi? Quante villanie, quanti disgusti, quanti rifiuti non subisce! Le porte delle anime si sbattono dinanzi a Lui, come si rinchiusero dinanzi a Gesù quando cercò a Betlemme un asilo per nascere. Chi dunque calcolerà il numero di volte che lo Spirito Santo non è accolto, anche dai più generosi? Dove il Maestro è pienamente Maestro?

"Io sto alla porta, e picchio" (Ecce sto ad ostium et pulso, Apoc. 3, 20). Mentre era intento ai suoi giuochi, il piccolo Antonio da Padova vede un giorno un bambino della sua età, con il grembiulino rialzato e come desideroso di raccogliere qualcosa di prezioso: "Come ti chiami, donde vieni, che cosa vuoi?". - "Donde vengo?... Dal cielo, alla ricerca di tutti i cuori degli uomini. Il mio nome lo troverai scritto in lettere di fuoco sopra la grotta di Betlemme, in lettere di sangue sopra la croce del Calvario, in lettere di oro sopra la porta del Tabernacolo. Sono Gesù... Antonio, dammi il tuo cuore!...".

Semplice leggenda, si dirà. Quando si tratta dello Spirito Santo e di noi, è storia vera.

Noi siamo perpetuamente stimolati a dare il nostro cuore. Ahimè!... Se avessimo da fare con qualunque altro che non fosse lo Spirito d'Amore, quante volte lo stancheremmo! Il suo unico lamento, un giorno, per tutte le gradazioni della nostra infedeltà, sarà di lasciar cadere questa parola così desolante: "Avevo sognato di essere vostro ospite. Voi non mi avete voluto" (Hospes eram et non collegistis me; Matth. XXV, 43). Non è applicabile ai soli peccatori la parola dolorosa - la più dolorosa dì tutta la Storia: - "Egli è venuto nella propria casa e i suoi non l'hanno ricevuto!".

Nelle anime interamente fedeli, dove lo Spirito Santo si trova a suo agio, quali meraviglie non compie l'operaio divino, Spirìtus Creator, lo Spirito Creatore? Anche durante il suo lavoro in noi, non sempre ci rendiamo esatto conto dello scopo che si propone. Quando Dio opera, l'uomo - e giustamente - è spesso sconcertato nei suoi disegni.

"Dio, come gli arazzieri dei Cobelins, lavora frequentemente dalla parte rovescia e senza che il lavoro appaia. Quello che si vede è una confusione orribile e sembra non avere alcun valore; quando invece l'opera è finita, si rivolta la tela e si vede un capolavoro" (Mons. Gay, A sua sorella, 12 maggio 1878; Correspondence, t. II. pp. 291-292).

 

III. Ma perché, a proposito delle manifestazioni divine della grazia attuale in noi (conosciamo la differenza tra la grazia abituale e l'attuale. Perciò non v'insistiamo), o, se si vuole, delle ispirazioni divine che ci stimolano durante il giorno, parlare di "venute" dello Spirito Santo nell'anima? Se l'anima è in grazia, non si tratta propriamente parlando d'una "venuta". Di chi abita già, non si può dire che "venga".

Certo, a rigore di termini è così; ma siccome, psicologicamente, la presenza in noi dello Spirito Santo rimane spesso inosservata, il fatto di

accorgercene produce in noi il medesimo effetto di una vera venuta. In realtà Egli non viene, perché c'è già; siamo noi che veniamo, che ce lo rendiamo presente. E poi, ogni volta, il beneficio è tanto grande che è paragonabile ad un primo arrivo.

Non si mediterà mai abbastanza sulle missioni invisibili dello Spirito Santo. "Se un'anima fa nuovi progressi nell'amore di Dio, subito acquista una nuova grazia e per conseguenza un merito maggiore; si produce in essa una nuova missione dello Spirito Santo... Riceve, insieme con lo Spirito Santo, tutta l'adorabile Trinità; può conversare familiarmente con le Persone divine e prendere santamente tutti quei godimenti che un possesso così fortunato è capace di darle.

"E, quello che è ancor più meraviglioso, essa non riceve questo dono una volta sola; ma tutte le volte che fa nuovi progressi nell'amor di Dio e acquista nuovi gradi di grazia, si forma in essa, insieme con una nuova missione dello Spirito Santo, una nuova presenza della SS. Trinità" (Massoulié, O. P., Traité de la veritable oraison. Parte II, capo X e XI).

Nessuno ha parlato meglio di questa presenza, considerata come una venuta perpetua, che San Bernardo (In cantica, serm. 74. Il Santo descrive benissimo il flusso e riflusso delle presenze divine avvertite e nota come lo Spirito Santo vada e venga; le disposizioni che bisogna avere in questo tempo, ecc... Documento di prim'ordine per chi vuole studiare a fondo il Discernimento degli Spiriti). Il Bossuet nel suo Discorso sull'unione di Gesù Cristo con l'anima fedele, non fa altro che commentarlo. Meravigliandosi che Dio parli in noi, senza che ci siamo accorti della sua entrata: "Non c'era bisogno che entrasse, egli osserva, perché non era fuori. Non è estraneo in noi, e richiamando la mia vista al di dentro, ho avvertito che era più intimo al mio cuore del mio cuore medesimo" (Doctrine spirituelle; Téqui, 1908; IV ed,, p. 168).

Parlando della Pentecoste, San Leone Magno osserva: "Gli Apostoli aspettavano lo Spirito; non che non lo avessero già, ma per inondare l'anima loro di una nuova effusione; non si trattava di una prima venuta, ma di un perfezionamento" (San Leone Magno, Secondo Discorso per la festa di Pentecoste).

In questo senso Origene aveva ragione di dire: "Per un cristiano, ogni giorno è una perpetua Pentecoste" (Contra Celsum, P. G.. t. VIII. Col. 846).

"Cammina con la lampada accesa e piena d'olio, il cuore più occupato dello Sposo che viene sempre, che di tutto il resto" scriveva Mons. Gay alla sorella. E al Sacerdote Pedrau: "Chi è venuto, vien sempre; ecco il segreto del progresso dei santi nella virtù" (Correspondance, t. II, pp. 133 e 307).

I grandi mistici compiono queste spiegazioni; Ruysbrock, per esempio, nota, dopo il Tauler: "Il mistero della rapidità divina è tale, che lo Sposo arriva continuamente e dimora continuamente. Arriva sempre per la prima volta, come se non fosse mai venuto; perché il suo arrivo, indipendente dal tempo, consiste in un eterno presente; e un eterno desiderio rinnova eternamente la gioia dell'arrivo" (Euvres choisies, t. I, p. 73. - Il Tauler parla allo stesso modo; vedasi la spiegazione del P. Bernadot, La vie Spirituelle, décembre 1919; A propos du Mystère de Noel).

 

 

CAPITOLO II

La Fedeltà alla Grazia

(continuazione).

 

II. - PSICOLOGIA DELL'ANIMA SOTTO L'AZIONE DELLO SPIRITO SANTO.

I. - Disposizioni prima di operare.

II. - Disposizioni mentre si opera

III. - La FEDELTÀ, vero segno e termine ultimo dell'amore.

 

I. Suor Elisabetta della Trinità, nella bella preghiera, che conosciamo, ha inventato questo commovente barbarismo: "Voglio passare la mia vita nell'ascoltarti, voglio farmi tutta istruibile, per imparare tutto da Te".

La prima disposizione essenziale per approfittare dei passaggi di Dio, delle venute di Dio, o piuttosto, se si vive in stato di grazia, del suo continuo soggiorno, è appunto questa: stare in ascolto, desiderare di udire, cercare di percepire gl'insegnamenti del Maestro interiore. Quanti sono che porgono l'orecchio?

S. Geltrude gemeva sul "fitto cuoio della sua negligenza" (Insinuazioni, lib. II, cap. VIII. Questo libro II è il solo che sia certamente e esclusivamente suo) che faceva da tramezzo fra essa e Dio. Ad ogni istante una voce ci dice: "Se tu volessi!"; ma per non aver da volere, soffochiamo la voce nel rumore, non sempre con piena coscienza, ma con quella mezza buona fede di cui abbiamo il segreto, ed è tanto funesta.

"Se tu senti te stesso, fermati; se senti Dio, abbandonati", consigliava il Tauler.

Essere avidi dei più piccoli lumi e camminare sempre con tutta la luce che si possiede, ecco la regola che fa i santi. Dio non dice a tutti le medesime cose; ma di quello che ci è detto dobbiamo essere abbastanza raccolti per sentir tutto; questo prima di operare. Così quando convenga operare ci troveremo nelle condizioni migliori per non trascurare nulla.

E ciò è raro, ancor più raro che ascoltare tutto.

Quanti somigliano a quelle persone dei tempi delle Crociate, che ricusarono d'imbarcarsi per la Terra Santa, la terra dei nobili doveri! Riposano in morbidi tettucci; dietro ad essi una finestra aperta e, in lontananza, il mare, da cui salpa la nave di coloro che partono volonterosi... Un vago istinto ci ferma... accetterei, sì, volentieri l'invito coraggioso che con la larga vela distesa nell'orizzonte, mi rivolge la nave d'un generoso dovere. Ma dove andrei a finire?  "... Restiamo sui molli cuscini".

Triste pusillanimità! Dio sarebbe dunque un barbaro che prepara al nostro slancio invisibili tranelli?

- No. Egli esige però ch'io m'imbarchi nella notte. Non so dove la sua volontà vuoi condurmi. Se lo sapessi!

- Tu sai almeno che Dio è infinitamente buono; che vuole il tuo bene e null'altro che il tuo bene. Che cosa vuoi di più? Anche nell'oscurità un fanciullo non ha fiducia nel padre suo? E non è vero, anzi, che più la notte si fa oscura, e più si abbandona alla mano che lo guida?

"Volere quello che Dio vuole, significa esser forte; non volere altro che quello che Dio vuole, significa esser libero; esser libero e esser forte, vuol dire esser capace di tutto" (Mons. Gay).

Abbiamo questo spirito di libertà e di pieno abbandono. Lungi da noi le apprensioni inutili e ingiuriose per il Maestro. "Il passato, e il futuro non sono altro che forme dell'io" (P. Faber). Disprezziamo questo assurdo amore di noi stessi, e siamo pronti fin d'ora - senza cercare di conoscerne il modo - a gettare in mare tutto quello che occorrerà, per arrivare al termine dove Dio ci vuole.

 

II. Cercare di veder bene quella che il Signore vuole, e non limitare fin dal principio la nostra generosità alle strette dimensioni di una pusillanimità avida di servirlo con poca spesa, non costituisce ancora se non il lato preliminare.

Dio ci aspetta all'opera per giudicare se siamo veramente "anime grandi, e cuori volonterosi, animo magno et corde volenti" (II Mach. I, 3).

Una Domenica delle Palme, Santa Geltrude bramava ardentemente di offrire a Gesù l'ospitalità che aveva ricevuto in quel giorno a Betania: "Eccomi, disse subito l'ospite divino del suo cuore. E che cosa mi darai?

- Mia unica salvezza, essa rispose, non ho nulla in me di confacente alla tua divina magnificenza, ma ti offro interamente tutto quello che sono. Prepara in me quello che giudicherai capace di piacerti.

- Per questo dammi la chiave del tuo cuore.

- Che cosa è questa chiave? - domanda Geltrude.

- È, replico Gesù, la tua volontà" (Insinuations, l. XIV. cap. XXIII. Ed, Lecoffre. pp. 110, 111).

"Non vi è altro bisogno che di un buon "io voglio" per darci tutte a Dio", scriveva Santa Margherita Maria a un'Orsolina sua amica. "Vi auguro una fedele corrispondenza alla grazia secondo i lumi che Dio vi dà" (Vita della Santa (Paray, 1876) t. II. lett. CXXI e CXXIII, pp. 305-309. Essa aggiunge per stimolare ancora lo zelo della sua corrispondente: "Credo che nostro Signore non sia punto contento del vostro modo di fare, e temo che non si stanchi della vostra resistenza, e che, dopo aver tentato invano di conquistare il vostro cuore, bussando incessantemente alla porta senza potervi entrare, non si ritiri abbandonandovi ai vostri nemici, perché non vuole affatto un cuore diviso! Vuoi possedere tutto o lasciar tutto... Quale confusione se nell'ora della morte ci fosse detto: "Lascia quell'abito che non ha coperto altro che un fantasma di religione"! (Id., ibid.. pp. 304-308. - Paragonare con i consigli a Suor Le Barile per incoraggiarla alla vita fervorosa. Lett. XC e XCII, pp. 169 a 179).

"Felice colui che non esita mai, che teme solo di non seguire abbastanza prontamente, che preferisce far troppo piuttosto che troppo poco contro se stesso! Felice colui che offre arditamente tutta la pezza, appena gli si chiede un campione e lascia che Dio tagli in pieno! Felice colui che, non badando a se’, non mette mai Dio nella necessità di risparmiarlo!" (Fénelon, Avis spirituels, n. XXII, La parole intérieure (Oeuvres, t. I, Ed. Vivès, 1854, pag. 611). Egli aggiunge: "Quando si resiste, si trovano pretesti per coprire la propria resistenza e per autorizzarla, ma qualunque sforzo facciamo per ingannarci. non siamo affatto in pace; vi è sempre nel fondo della coscienza qualche cosa che rimprovera di aver mancato a Dio. L'anima non è più in pace, ma non cerca la vera pace; al contrario, "e ne allontana sempre più cercandola dove non è. E' come un osso slogato che procura sempre un dolore segreto; ma sebbene sia in uno stato violento, fuori di posto, non mira affatto a rientrarvi, e invece si afferma nella sua cattiva situazione.

"Oh! quanto è degna di pietà un'anima quando comincia a ricusare gl'inviti segreti di Dio il quale chiede che essa muoia a tutto! Sul principio è solo un atomo, ma quest'atomo diviene una montagna e forma presto una specie di caos impenetrabile tra Dio ed essa. Si fa il sordo quando Dio chiede; si teme di udirlo: si vorrebbe poter dire a se stesso dì non aver udito; si dice anche, ma senza esserne persuasi. Quante anime, dopo grandi sacrifici, cadono in queste resistenze!").

E in una pagina di slancio magnifico il P. Gratry, commenta la parola di nostro Signore: "Jerusalem, jerusalem, qui occidis prophetas. Gerusalemme, che uccidi i profeti".

Gerusalemme è l'anima!... i profeti, gl'inviati di Dio, sono gl'impulsi che Dio non cessa d'inviare all'anima.

"Tutto sta qui: Che cosa farò degli impulsi che Dio dà? Che cosa farò delle iniziative e dei germi che Egli non cessa di gettare in me, e che si succedono come flutti o piuttosto come una voce continua? La voce griderà nel deserto? Respingerò la voce, soffocherò l'ispirazione, calpesterò i germi, pervertirò, devierò gli slanci? Lapiderò, infine, i profeti, e ucciderò gl'inviati di Dio? Un'anima che sapesse ascoltare, seguire, obbedire, compiere, sviluppare, nella ragione e nella libertà, quello che Dio ispira e comincia, sarebbe troppo bella, troppo divina! Ma che! Quest'abitudine di uccidere e di soffocare i dati della vita, respingerà forse Dio e vincerà il suo sforzo? No, perché mentre le forze dell'anima, i suoi desideri, i suoi slanci, i suoi pensieri e i suoi atti non cessano di allontanarla da Dio, e di disperdersi nell'egoismo e nella sensualità; mentre fra il santuario dov'è Dio, e la superficie abitata dall'anima si estende il deserto; mentre l'anima si adorna all'esterno e dentro si trascura; mentre costruisce e imbianca il sepolcro, sotto il quale lavora la morte; Dio, pieno com'è di amore, non cessa con qualche nuovo sforzo, con qualche grido potente, con qualche lampo luminoso, di richiamare a sé l'anima e le sue forze.

"Quante volte non ho voluto accogliere i tuoi figli sotto le mie ali, come la gallina raccoglie i suoi pulcini!" (Commentario sul Vangelo secondo San Matteo, vol. II; Marietti, Torino, 1923).

Infatti la storia della nostra vita si riassume molto spesso nella storia di perpetue infedeltà. Dio ha su noi magnifici disegni, ma noi lo forziamo costantemente a modificarli. Questa o quella grazia che si preparava a darci, deve alfine sospenderla, perché abbiamo omesso o trascurato di meritarla. E i ritocchi si aggiungono ai ritocchi... Che rimane ancora del disegno primitivo?

"Dio vive in se stesso, anticipatamente ed eternamente quello che vuol farci vivere nel tempo. L'idea che ha di noi, la sua eterna volontà su di noi, costituiscono la nostra storia ideale, il grande poema possibile della nostra vita. Questo bel poema, il Padre nostro pieno di amore non cessa d'ispirarcelo nella coscienza... Ogni vibrazione impercettibile è un dono, un talento che devo ricevere, un impulso che devo seguire, un'iniziativa che devo compiere, che devo far valere. E tu sai, o Padre, la resistenza, le incomprensioni dell'intelligenza. le perversioni. A ogni resistenza o mancanza d'intelligenza, la tua idea sostituisce un altro poema, poema diminuito ma sempre magnifico, a quelli, a tutti quelli di cui ho trascurato l'ispirazione" (Gratry, ibid. - Cfr. pure Les Sources, P. II, p. 278).

Molte anime non arrivano alla santità perché un giorno, in un dato momento, non hanno saputo corrispondere pienamente a un'offerta divina. Il nostro avvenire dipende talvolta da due o tre "sì” e da due o tre "no" che bisognava dire e che non abbiamo detto, ed ai quali erano sospese generosità o debolezze senza numero.

A quali altezze perverremmo, se prendessimo la risoluzione di camminare sempre allo stesso passo della magnificenza divina! La nostra viltà preferisce i passi da nani.

Chi sa a quale mediocrità siamo condannati, forse peggio, per non aver risposto attentamente alle chiamate dall'Alto! Abbiamo già udito le parole di nostro Signore a Santa Margherita Maria sul pericolo di non essere fedeli. E queste, non meno insistenti: "Stai bene attenta a non lasciar mai spegnere questa lampada (il tuo cuore), perché una volta spenta non avrai più fuoco per riaccenderla".

Non falsi timori, ma nemmeno false presunzioni. Non bisogna scherzare con la grazia di Dio Essa passa, e se è vero che ritorna spesso, è pure vero che non ritorna sempre. Se ritorna e, supponiamolo, potente quanto la prima volta, trova un cuore già indebolito dalla viltà, dunque meno disposto a corrisponderle. E poi, Dio è forse obbligato a darci un'altra grazia? Per aver la sorte della precedente? A che pro? Quali testimoni inquietanti al tribunale di Dio saranno quella grazia non usufruita, quell'ispirazione disprezzata, quell'inqualificabile negligenza!

I Santi tremavano al pensiero del male cagionato dalle infedeltà alle profferte divine.

"Ho visto, scrive Santa Teresa, alcune persone collocate molto in alto, cadere nei tranelli del nemico. Tutto l'inferno si collega contro di esse; i demoni sanno che queste anime non si perdono sole; ma che un grande numero le segue. Quante volte un'anima sola basta a convertire una moltitudine!

"Nostro Signore è pronto, ora come allora, a concederci grandi grazie; che dico?... ancor di più, perché il numero delle persone che non vivono altro che per la sua gloria è molto ristretto oggi. Ma ahimè! ci amiamo troppo; vi è in noi un eccesso di prudenza per non perdere nulla dei nostri diritti; oh! qual profondo errore!

"Un'anima che pretende essere la sposa di un Dio, e alla quale Dio si è già comunicato con singolari favori, non potrebbe senza infedeltà, abbandonarsi al sonno" (Santa Teresa, Il castello interiore, quinto; Dimora, cap IV).

Le parole d'Angela da Foligno non sono meno dolorosamente terribili:

"Un giorno, ero in orazione... e udii: Coloro che hanno il Signore per illuminatore scoprono la loro via particolare in una luce interiore e spirituale. Ma alcuni di essi chiudono le orecchie per paura di udire e gli occhi per paura di vedere. Non volendo ascoltare le parole di Colui che parla nell'anima, benché sentano da quella parte il sapore divino, se ne distolgono, nonostante la voce intima; e seguono la via comune. Questi sono maledetti dal Dio onnipotente.

"Udii queste parole, non una volta, ma mille volte. Assalita da una tentazione violenta, presi quest'insegnamento come illusione. Come? Dicevo. Ecco un'anima che Dio illumina con la sua luce, ricolma dei suoi doni, e poi perché percorre una via ordinaria, la maledice? Questa parola mi parve troppo terribile. Ricusai perfino con orrore di ascoltare la voce che parlava.

"Allora, per condiscendenza verso la mia debolezza, mi fu offerto un esempio grossolano: Un padre vuol fare del figlio suo un dotto. Moltiplica le spese, fissa professori scelti... Risultato: terminata l'educazione, il figlio senza gratitudine come senza intelligenza, s'impiega nella bottega di un volgare artigiano.

 "Il figlio è l'anima, la quale, illuminata prima dalle Prediche e dalla Scrittura, è ammessa nel santuario dove risuona la parola di Dio; scopre nella luce spirituale come deve seguire la via del Cristo e ne è commossa interiormente. Dio, che prima l'ha affidata agli uomini e ai libri, interviene ora direttamente e le fa vedere la luce che Egli solo può farle vedere. Da’ l'alta scienza, affinché colui, che avrà visto la sua via tanto magnificamente, divenga la luce degli altri uomini.

"Ma se questo prediletto trascura il dono di Dio, se si fossilizza, se s'appesantisce, se respinge la luce e la scienza di Dio e la sua ispirazione. Dio gli sottrae la luce e lo maledice.

"Ho ricevuto l'ordine di scrivere queste parole e di farle vedere al Padre che mi confessava, perché si riferiscono a lui personalmente".

Se meditassimo questo avvertimento, saremmo meno vili.

Un'infedeltà alla grazia pare ad alcuni un'inezia! Alfonso Rodriguez, il santo portinaio del collegio di Maiorca e amico dell'apostolo dei negri, Pietro Claver, non passava mai da un certo corridoio della casa senza gettarsi in ginocchio a pregare per domandare perdono a nostro Signore di una negligenza che credeva di avere commessa, un giorno, in quel luogo. Pur troppo noi siamo molto lontani da un simile gesto!

Sappiamo trar profitto da questi sublimi esempi. Non costringiamo Dio a correggere l'opera sua e viviamo la nostra storia divina quale Egli l'ha concepita. Non resistiamo mai a "questa forte persecuzione della grazia". Le colpe dei peccatori sono le disubbidienze ai comandamenti, le colpe dei buoni la poca docilità allo Spirito Santo.

"Noi non corrispondiamo che ad un ventesimo delle grazie che ci arrivano a centinaia, notava con tristezza, nel suo Diario, il Card. Manning; oppure non ne contiamo che venti, e non corrispondiamo che ad una".

La nostra devozione allo stato di grazia sia ormai, in noi, la devozione ad una perfetta fedeltà alla grazia.

 

III. L'anima che ogni momento da’ il suo consenso a quello che Dio vuole, possiede l'amore perfetto.

Poco importa che questa volontà di Dio sulla nostra vita abbia per oggetto un'azione umilissima o un gesto clamoroso. Ciò che importa non è l'azione in se stessa, ma il fatto che in un determinato momento quest'azione sia voluta da Dio.

Quindi la necessità di un giusto concetto per alcune anime inclinate a mettere la santità dove non è, ad immaginarsi chi sa quali eroismi a tinte smaglianti ed a colpi fragorosi, cosa ben diversa dalla prosa monotona di ogni giorno, dalla osservanza esatta dei doveri minuti, dalla energica resistenza all'amor proprio, dalla fedeltà nel respingere le tentazioni della strada, della casa, dell'officina, del salotto o dell'ufficio.

Esse collocano il loro ideale molto in alto e ciò le lusinga; è molto lontano e ciò le rassicura.

La vera santità non si perde nella nebbia. È qualche cosa di meno rilucente e di più difficile; di afferrabile e di umilmente mortificante al tempo stesso.

Che si attinga dal mondo lirico una letteratura cavalleresca, dove tornano, come un bello strepito d'armi e un fremito di gonfaloni, le parole di mischie sanguinose, di assalti, di ecatombe, si spiega facilmente. Nulla è più degno della vera poesia quanto il vero dramma, e il vero dramma è quello che si vive in ciascuno di noi di fronte alla tentazione o alla perfezione.

Non prendiamo, dunque, equivoci. Il dramma quotidiano delle nostre lotte soprannaturali si scrive in prosa, in una prosa insignificante, senza stile elevato, né rime sonore, senza grandi ritmi... salvo ciò che ad esso proviene da ogni battito d'amore del povero cuore assetato di quanto c'è di meglio e ridotto, nella sua debolezza, a quasi nulla.

L'anima illuminata e fervorosa concilia benissimo quello che a prima vista sembra inconciliabile: un ideale eminente di santità e una vita piena di umili particolari; e capisce che pochi materiali, per edificare la santità, valgono quanto questi umili particolari. L'ideale vero si combina colla realtà, se pure non è il suo sinonimo. Ce l'attestano l'arte e la spiritualità.

Dio ci chiama a un eroismo più esteriore? Allora la precedente valentìa nascosta sarà la garanzia più sicura di una fedeltà divenuta se non più costosa, almeno più brillante. L'occasione fa talvolta il ladro, ma soprattutto il ladro crea l'occasione. L'abitudine alla viltà non dispone affatto alla bravura. Le grandi generosità di un unico minuto sono quasi sempre precedute da un noviziato di piccole generosità di tutti gli istanti.

Aspiriamo a cose grandi? Ebbene non lasciamone passare nessuna di quelle piccole che si offrono, e mettiamo sullo stretto nastro di vita che si svolge dinanzi a noi come una striscia telegrafica, il segno minuto, indefinitamente ripetuto, del dono totale di noi medesimi.

E stiamo attenti a non credere che questo sia poco! "Fedeltà in tutti i tempi, in tutti i luoghi, in tutti gl'impieghi; fedeltà nel giorno e nella notte, fedeltà interna, fedeltà esterna, fedeltà di tutte le ore, di tutti i minuti, di tutti i secondi; fedeltà a qualunque costo. Vuol dir molto! O fedeltà, che dai la perfezione a ogni virtù man mano che questa si offre alla pratica, tu sei l'amore stesso in quello che vi è di più eroico, di più attento, di più delicato, di più puro e di più forte; tu conduci direttamente alla riproduzione di Gesù Cristo, di cui il Vangelo dice "che ha fatto bene tutte le cose "(Soeur Marie-Aimèe da Jésus. t. 1. pp. 281. 282. Vedasi in nota il suo regolamento per assicurare la fedeltà, e questa frase tanto eloquente: "Innanzi tutto, soprattutto, nonostante tutto, l'orazione").

Nella parola fedeltà, non tutti mettono la stessa pienezza di significato. L'anima, abituata a lasciar campo libero allo Spirito Santo, sognerà di dare la misura massima.

Spesso si offriranno due azioni, buone ambedue, ma di cui l'una si apprende come più gradita a Dio. Per istinto - per istinto soprannaturale, s'intende -, per istinto laboriosamente acquistato, ma del quale l'amore ormai rende spontaneo l'esercizio l'anima si rivolgerà verso quella dove Dio troverà più gloria. Nella pratica, ciò equivarrà spesso a scegliere l'azione più mortificante, La logica della fedeltà conduce sino a sorpassare la fedeltà medesima, la fedeltà sola, e a mirare al più perfetto.

"Quando vedo il meglio, diceva un giovane alunno, il bene non mi basta più”. Dio aveva rivelato a quel fanciullo un grande segreto.

Alcuni cercheranno anzi d'impegnarsi con voto alla scelta di ciò che è più gradito a Dio. Il grande nemico della santità, è il capriccio; quel capriccio s'imprigionerà nelle maglie di una rete, della quale la volontà ha tessuto il filo, e l'amore ha stretto i nodi.

Abbiamo detto altrove (L'Idea Riparatrice, ultimo capitolo; Marietti, Torino 1944), e tutti gli autori sono d'accordo, che non bisogna impegnarsi al voto del più perfetto senza discernimento, né controllo, senza un giudizioso equilibrio e una lunga esperienza delle proprie energie e delle chiamate di Dio. Ma che qualunque anima avida di una generosità senza restrizioni né limiti possa mirare alla pratica del più perfetto, non è forse quello che la logica del suo amore le farà scoprire da se stessa?


LIBRO SESTO

Il ricordo più eloquente e l'agente più efficace della nostra incorporazione a Cristo Gesù: l'Eucaristia

 

CAPITOLO I

Offrire a Dio Gesù Cristo.

I. - L'atto essenziale del culto cristiano è l'offerta di Gesù Cristo a Dio.

II. - Il momento, nel quale questo culto è reso perfettamente è la Messa.

III. -Anche fuori della Messa, pregare in questo modo.

 

Cedere a nostro Signore, a prezzo di un'immolazione risoluta e totale, il nostro spirito, il nostro cuore, il nostro corpo, sacrificando tutto quello che non è Lui; divenire per il Padre un "Gesù"; o meglio divenire per Lui, senz'altro, "Gesù", ma non un Gesù differente dal Grande, Unico Gesù, bensì un essere nel quale Cristo sia talmente tutto, che non rimanga più nulla di noi tale è lo scopo ideale della nostra perfetta trasformazione in Gesù Cristo mediante la continua mortificazione e l'assoluta purezza di vita.

Il Battesimo ha segnato il punto di origine di questa vocazione alla morte totale dell'io mediante una vita che sia unicamente e totalmente "in Cristo".

E non soltanto ha messo nell'anima nostra una esigenza a tale stato, ma ha operato già fondamentalmente la separazione dalla corruzione.

Ma se nella radice della nostra individualità siamo purificati, vivificati e separati dai germi di morte, resta però che questi stessi germi li abbiamo radicati fin dall'origine e possono sempre, al contatto dei miasmi deleteri, riprendere forza.

Quanti cristiani vivono senza peccato grave? Quanti senza peccato veniale acconsentito? Quanti distaccati e viventi sulla terra, come se non vi vivessero affatto?

Noi siamo "deiformati" nel principio, ma quanto poco "deiformati" nel fatto e nella pratica!

Bisogna ricominciare ogni giorno la nostra trasformazione in Gesù Cristo. Dobbiamo mirare a essere "Lui" sotto le apparenze di "noi". Sotto le apparenze di "noi", non siamo invece rimasti interamente "noi", e diventati finora molto poco "Lui"? Chi ci aiuterà meglio ad operare, nelle realtà profonde del nostro essere morale, i cambiamenti, le modificazioni, la sostituzione - bisogna pure arrivare fino a questa parola - chi transustanzierà, - se ci è permesso adoperare il termine eucaristico suggerito da "specie o apparenze", termine da non prendersi nel senso riservato e unico della Messa, ma espressivo del pensiero di S. Paolo - chi transustanzierà il nostro povero essere di fango, e talvolta di peccato, in questa realtà sublime di "membro di Gesù Cristo", se non precisamente il sacramento di transustanziazione per eccellenza, l'Eucaristia? (A questo proposito notiamo che può valere per la dottrina dell'Incorporazione, presa nel complesso, l'osservazione del Padre Giuseppe Huby su San Giovanni in particolare (Etudes. 5 Novembre 1921. p. 28): questa dottrina non volatilizza affatto l'elemento esteriore e sensibile, che una religione fatta per gli uomini, composti di corpo e di anima, necessariamente richiede: riti, sacramenti, autorità visibile. San Giovanni è un grande spirituale: "Dio è spirito e quelli che l'adorano devono adorarlo in spirito e verità", ma anche un grande sacramentalista: "Se non mangiate, ecc...". Nessuno ha dimostrato più vivamente l'universale necessità della vita sacramentale per la nascita e lo sviluppo in noi del a seme del Padre").

All'altare, il cambiamento si opera in un istante. Il Sacerdote pronunzia le parole e il pane non è più pane; ma in luogo di esso c'è ormai Gesù Cristo tutto intero. Nella pratica della vita, invece, la nostra conversione adeguata in membri di Cristo avviene lentamente, ahimè, molto lentamente!

Ma nulla ci ricorda di più l'obbligo di mirare a questa sublime sostituzione; anzi, nulla ci aiuta più efficacemente a metterla in atto nella nostra povera vita umana, quanto il Sacramento che, sotto specie fragili e morte, nasconde, per volontà dell'onnipotenza divina soggetta alla volontà del consacratore, la vita stessa di Gesù Cristo.

 

I. Una sola cosa è importante nel mondo: che Dio sia glorificato.

Chi può glorificare Dio come Egli si merita? Non altri che Gesù.

Eguale al Padre, Egli si è abbassato al livello della nostra umanità. Sotto questo aspetto può riconoscere nel Padre "uno più Grande"; può, dinanzi a questo più Grande, inchinarsi e, quindi, rendere a questo Grande un vero culto d'umiltà, di sottomissione, d'obbedienza.

D'altra parte Egli solo può offrire al Padre un omaggio degno dell'Altissimo. Eguale al Padre come Verbo, partecipa con Lui il titolo d'Infinito. L'umanità santa, unita al Verbo nell'unità d'una sola persona, può offrire al Padre un omaggio di valore infinito.

Gesù Cristo ha dunque in mano tutto il culto, e il solo culto che Dio merita.

Il culto nostro, perciò, non sarà veramente cristiano, o meglio non sarà un culto, se non nell'offerta al Padre di Colui che può procurargli quello che Egli aspetta; nell'offerta al Padre di Gesù Cristo.

La sola persona dell'universo che pratichi adeguatamente la virtù di religione, il solo vero "religioso", secondo l'espressione di Olier, è Gesù Cristo.

Non vi è "religione" se non in Lui; non vi è "religione" se non per mezzo dì Lui. Tutto il culto cristiano si riepiloga in queste due proposizioni:

 - offrire incessantemente al Padre Gesù Cristo;

- offrirci insieme con Lui nella sottomissione e nell'intera immolazione di noi medesimi in modo da formare una sola cosa con Gesù Cristo.

Da questo si vede che il esulto cristiano consiste in un'azione eminentemente sacerdotale, in un contegno morale di doppia e perpetua offerta; l'offerta a Dio di Cristo, non solamente del Cristo storico, il Gesù della Santa Vergine, ma del Cristo "completo", del Cristo plenario "Plenarium Corpus Christi" (Sant'Agostino, In Ps. CX), il quale comprende il Capo e tutti i suoi membri, ossia il Salvatore e noi tutti che con Lui formiamo una cosa sola.

Insomma, per chi le intende a fondo, queste tre parole: Religione, Culto, Sacerdozio s'equivalgono.

L'ultima espressione: "sacerdozio" ha preso un significato particolare nella nostra lingua attuale; ma accanto al sacerdozio ufficiale del prete, chiamato con Gesù e dopo di Lui, a consacrare il pane e il vino, e che si distingue così per la dignità incomparabile e il potere sovrano dal resto dei fedeli, vi è il sacerdozio mistico di tutti i cristiani; sacerdozio d'altro ordine, senza dubbio, l'abbiamo già osservato, ma sempre reale, - la parola è di San Pietro, come quella, del resto, di sacerdozio applicata ai fedeli, - e che consiste "nell'offrire a Dio per mezzo di Gesù Cristo ostie spirituali che gli siano gradite" (I Petr. 2, 5).

La nostra vita dovrebbe essere un perpetuo Gloria in excelsis Deo, una lode di Dio perpetua, non necessariamente con la bocca, ma con le azioni. Essenzialmente siamo esseri creati per la gloria di Dio, per la sua glorificazione; l'uomo è messo da Dio sulla terra, "ut laudet", dice Sant'Ignazio con tutti i catechismi, dando alla parola "lode" la sua maggiore estensione, e includendovi perciò l'idea di servizio, di un servizio interamente dipendente, interamente riferito a Colui che è il solo Padrone.

Ma come, con la nostra debole voce e le nostre azioni da nani, dare a Dio, in excelsis, una gloria che non sia cosa da nulla? Ecco, Cristo si farà uno di noi: farà di noi "qualche cosa di Lui". Come dalla terra potrà mai salire a Dio un omaggio degno di Dio?

Dio stesso verrà sulla terra. "Ti occorreva un'offerta degna di Dio: Eccola". L'Incarnazione è Gesù, che è dato a noi, non per conservarlo come un bene proprio, ma per restituirlo al Padre in un gesto d'offerta filiale. Gesù ci è prestato per darci la possibilità di offrire a Dio, noi così poveri, un omaggio infinito.

Con sublime artificio Dio con una mano ci offre il tesoro, lo lascia un istante tra le nostre braccia, poi, con l'altra mano, ce lo richiede; in questo ciclo dell'offerta trova una gloria che corrisponde alla sua grandezza.

 

II. Dunque dobbiamo all'Incarnazione se ci è data la possibilità di offrire a Dio lo stesso Dio, nella persona di Gesù fattosi uno di noi.

Troppo spesso dimentichiamo questo annientamento. Il Salvatore ha creato un mezzo - il mezzo per eccellenza - di ricordarcelo, riproducendo sopra gli altari una nuova venuta della sua persona in mezzo a noi in un abbassamento rinnovato. Il pensiero di offrirlo al Padre ci sfuggirebbe; Egli ha voluto che sotto ai nostri occhi, in ogni Messa, si ripetesse l'offerta del suo sacrificio.

Molti hanno dell'Eucaristia un'idea se non falsa, almeno incompleta e dimenticano quello che vi è d'essenziale e di originario nell'intenzione di Dio e del Cristo.

Nostro Signore non è venuto sulla terra, e non viene in ogni Messa sull'altare, non risiede in ogni minuto nel Tabernacolo, unicamente e principalmente per darsi a noi, ma per offrirsi al Padre, o meglio perché noi lo diamo al Padre, al quale si offre.

In altre parole, l'Incarnazione e l'Eucaristia non hanno per ultimo termine l'onore del Figlio incarnato o la felicità dell'uomo, ma l'onore del Padre la gloria del Dio Altissimo. Qualunque posizione si prenda nella questione del movente principale dell'Incarnazione è certo che post factum, operatasi l'Incarnazione, nostro Signore non è qui, unicamente per noi, ma anche e principalmente per la gloria del Padre suo.

Cristo, venendo, non viene unicamente per sé o per noi. Viene, in ultima analisi, perché l'infinita Maestà, della quale, con questo singolare modo di procedere, si è istituito il Pontefice, sia glorificata.

In altre parole, diremo che la Persona dominante nel culto eucaristico, al disopra di Gesù Verbo fatto carne, Verbo fatto pane, è il Padre, o meglio la Santissima Trinità. Limitare la nostra devozione all'ostia, all'adorazione di nostro Signore e non estenderla all'offerta di nostro Signore al Padre, alla Santissima Trinità, non è intendere tutta la Eucaristia, non è intendere tutto nostro Signore, non è abbracciare tutta la ragione della sua venuta.

Senza dubbio, il momento per eccellenza, in cui lo spirito d'oblazione dovrà animare il cristiano, sarà il santo Sacrificio.

Alla Messa, la "persona principale" è Dio, la Santissima Trinità. Gesù esercita il suo ufficio di mediatore, di persona al servizio di uno "Più Grande", offrendosi a questo Più Grande per infinitamente glorificarlo. Molti artisti hanno rappresentato sopra l'altare dove celebra il Sacerdote, il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo; il che interpreta esattamente il pensiero della Chiesa, il cui sguardo, ad ogni Messa, oltrepassando la Vittima, sale a Colui al quale è offerta:

Ricevi, Trinità Santa...

O Dio che... ecc...;

Ricevi, Padre Santo...

Tu, dunque, o Padre clementissimo... ecc.
tale è il principio delle preghiere principali. In origine, quest'idea era talmente fuori di discussione, che non si era neppur pensato all'Elevazione. Fino all'undicesimo secolo, la Messa non comportò questo rito, nel quale sembra veramente che nostro Signore sia il termine e l'oggetto proprio delle nostre adorazioni. Siccome l'eretico Béranger aveva messo in dubbio la presenza reale, la Chiesa, per affermare questa presenza reale, volle che l'ostia e il calice fossero mostrati a tutti, subito dopo la consacrazione, affinché tutti potessero adorare il Corpo e il Sangue di Cristo.

E in questo gesto del Sacerdote, in questo gesto delle mani che si stendono verso il cielo, la Chiesa vuol mostrare Gesù ai fedeli, ma altresì manifestare egualmente, in un simbolo facile a capirsi l'offerta di Gesù al Padre suo.

Nella Messa solenne, prevalse l'uso, per quelli che assistevano nel coro, di rimanere, dopo la Consacrazione, in piedi.

L'atteggiamento di Colui che offre è infatti questo. Il Sacerdote è in piedi. Maria sul Calvario è in piedi. L'atteggiamento sacerdotale, nel momento stesso dell'offerta a Dio della Vittima, è di stare in piedi.

Non esageriamo questo simbolismo, che però ha il suo valore. Del resto, l'importante non è l'atteggiamento esterno, sebbene fornisca, occorrendo, un aiuto; ma l'atteggiamento dell'anima.

Santa Geltrude racconta di aver veduto, in una delle sue rivelazioni, il Signore Gesù, vero Sacerdote e sublime Pontefice, drizzarsi sul suo trono in cielo, e alzando con le proprie mani il suo Cuore sacratissimo, offrirlo a Dio suo Padre, immolandolo da se stesso.

E Geltrude aggiunge: "Nel momento in cui il Figlio di Dio offrì a Dio Padre il suo divin Cuore, suonava il campanello, all'elevazione dell'ostia, nella chiesa".

Questo gesto rivelato alla Santa esprime a perfezione il mistero del sacrificio rinnovato dal Salvatore medesimo, tra le mani del celebrante (lasciamo qui da parte la questione di sapere se l'essenza del sacrificio della Messa sia unicamente in questa offerta).

Molte anime soffrono nel sentirsi impotente di offrire a Dio un omaggio degno di Lui! S'ingegnano e lottano, ardenti e generose; ma come, con i loro meschini meriti personali - e sono persuase di non poter offrire altro - costituire un dono, che ne valga la pena? Come, con la loro vita, con i miserabili particolari della loro miserabile vita, comporre un'offerta, di cui Dio sia soddisfatto, soddisfatto pienamente, come un Dio può essere soddisfatto? Tanto varrebbe, con gocce da nulla, ricolmare un abisso infinito. E il sentimento della loro miseria le tortura, sino, talvolta, a deprimerle.

Per di più, la nostra grettezza non cerca sempre di diminuire i nostri doni migliori? Si dà così poco; e in ogni cosa si cerca ancora di ridurre. Anche quando si dà tutto, il tutto è presso che nulla.

E’ perché c'illudiamo di procurare gloria a Dio con i soli nostri meriti, non progrediamo, o progrediamo senza dilatazione e larghezza d'anima e con qualche po' di sentimento di intima angoscia!

Perché non spostare il problema, non cercare di dimenticarsi un istante? Ho sete di procurare la gloria al Padre, non voglio altro che questo, è la mia più cara ambizione. Come "io" potrò arrivarci? Ma non ho Gesù? Perché non occuparmi, prima di ogni altra cosa, d'offrire Gesù al Padre?

Saremmo allora ben lontani dall'abitudine di recitare, durante la Messa, non so quali preghiere scelte a caso; ad ogni modo, scelte fuori di quello spirito di cui parliamo, oppure di recitare le preghiere stesse della Messa, ma senza lo spirito che ne comprende il pieno significato.

 

III. Anche fuori dell'assistenza al divin Sacrificio, quando si venera soprattutto la Presenza - nella visita al Santissimo Sacramento, per esempio - è conveniente non dimenticare mai l'Oblazione. L'abitudine di offrire Gesù al Padre dovrebbe diventare la grande abitudine cristiana, perché è l'esercizio di "religione" per eccellenza.

Ad ogni istante il Figlio si offre al Padre per la redenzione del mondo. Si contano nelle 24 ore 350.000 Messe, ossia quattro elevazioni per secondo. Ogni volta che il mio cuore batte, e ancor più spesso, posso dirmi; Gesù si offre.

Mi accade di cadere in qualche colpa?... offro il prezioso Sangue in riparazione.

Mi è accordata una grazia? Offro l'Ostia divina come il solo ringraziamento degno di Dio.

Una sofferenza mi sfiora? In quel minuto stesso la Vittima Santa s'immola su molti altari. Perché non unire la mia immolazione alla sua?

Non ho bisogno ad ogni istante di pregare per la Chiesa, per i grandi interessi di Dio nelle anime, per i peccatori, per le missioni, per i Sacerdoti? Mi unisco all'impetrazione divina del Salvatore, per mezzo del quale ogni grazia discende.

Terminata la Messa, nostro Signore non cessa dal fondo del suo Tabernacolo di offrirsi al Padre suo, di tributargli durante il giorno e durante la notte lodi infinite, un culto ineffabile, ringraziamenti superiori ad ogni espressione, un'adorazione senza limiti.

Perché non prendiamo maggiormente l'abitudine d'impadronirci di quest'azione di grazie non interrotta e sublime? Eucaristia vuol dire "ringraziamento". La devozione all'Eucaristia include necessariamente la sete di offrire a Dio, per mezzo di Gesù Cristo nel divin Sacramento, "un ringraziamento" infinito.

Un eroico missionario del Canada nel diciassettesimo secolo, il P. Chaumonot, scriveva:

"Sono più di quarantasei anni che, colpito dalle parole di nostro Signore: "Ego honorifico Patrem meum", presi la risoluzione che, d'allora in poi per nessun altro motivo avrei amato il dolce Gesù, quanto per avere Egli amato e onorato il Padre suo divino. Non so esprimere il profitto ricavato dall'anima mia con questa devozione" (Il modo, secondo cui egli comprendeva la Messa, illuminerà con un bell'esempio quello che dicevamo più sopra: "Quando all'altare faccio l'offerta dell'Ostia, sento una gioia grandissima di avere nel mio Gesù che sto per immolare, un immenso tesoro di soddisfazione per espiare tutti i miei peccati e rendere a Dio, con questo sacrificio, molta più gloria di quella che io peccatore, e tutti gli altri peccatori, gli abbiamo rapita.

... Mi rallegro di poter offrire al mio Creatore le adorazioni e gli omaggi del suo proprio Figlio, per supplire ai doveri di riconoscenza e di culto che tutte le creature, o non possono o non vogliono, o non sanno rendergli...Non so concepire onore più grande per una creatura di quello di poter rendere al suo Creatore tutti gli omaggi, tutti ringraziamenti e tutte le soddisfazioni che sono degne di Lui. Ecco intanto quello che gli rendiamo offrendogli il suo caro Figlio sui nostri altari", Vita, scritta dal F. Martin; Audin1885, pp. 247. 260).

Certamente anche tutti noi ricaveremmo da questa pratica il medesimo profitto. Ecco quello che scriveva S. Margherita Maria: rendendo conto un giorno della sua orazione:

"Spesso la finisco senza fare alcuna... domanda, né offerta, all'infuori di quella del mio Gesù al suo eterno Padre, in questo modo: Mio Dio, io ti offro il Figlio tuo diletto per ringraziamento di tutto il bene che mi fai, per mia domanda, mia offerta, mia adorazione, per tutte le mie risoluzioni; e infine te l'offro per mio amore e per mio tutto. Ricevilo, o eterno Padre, per tutto quello che desideri da me, perché non ho nulla da offrirti che non sia indegno di te, se non Colui del quale mi dai il godimento con tanto amore" (Vie et Oeuvres par les Contemporaines. Ed. de Paray. t. 1, p. 90 (Poussielgue. 1876); vedasi pure pp. 95 e 97. e t. Il, lett. CXX a Suor Le Barge: "Quanto alla pena che sentite per una vita languida, non turbatevene... unitevi in tutto quello che farete al Sacro Cuore di Gesù Cristo nostro Signore, sul principio per servirvi di deposizione e alla fine per soddisfazione. Come, per esempio, non potete far nulla nell'orazione? Contentatevi di offrire quella che il Divino Salvatore fa per noi nel Santissimo Sacramento dell'altare, offrendo i vostri ardori per riparare tutte le vostre tiepidezze").

Tra molte altre, come non ricordare la formula con la quale la venerabile Madre Maria dell'Incarnazione, delle Orsoline di Québec, riepilogava la sua grande e forte devozione a Cristo "mediatore di religione"?

"Io m'avvicino a Te, o eterno Padre, mediante il Cuore del mio Gesù. Per mezzo di questo divin Cuore, ti adoro per tutti quelli che non ti adorano; ti amo per tutti quelli che non ti amano; ti riconosco per tanti ciechi volontari i quali, sia per disprezzo, sia per indifferenza, non ti riconoscono. Voglio, con questo divin Cuore, pagare il debito di tutti gli uomini. Facendo in spirito il giro del mondo, cerco tutte le anime riscattate dal Sangue prezioso del mio Salvatore, per soddisfare per tutte mediante i meriti del suo Cuore adorabile" (Vita, scritta da una religiosa del medesimo Ordine).

Qual differenza tra simili accenti e la preghiera meschina, ristretta, egoistica di tanti cristiani! E non si parli di devozione eccezionale, di pietà straordinaria; si tratta del fiore medesimo della pietà cattolica.

Quando la Chiesa prega, prega in questo modo: Essa offre sempre Gesù Cristo e se offre altri, lo fa sempre in Gesù Cristo e per mezzo di Gesù Cristo: Per Dominum nostrum Jesum Christum. Sforziamoci di pregare con la Chiesa e come la Chiesa.

 

CAPITOLO I.

Offrirci a Dio con Gesù Cristo.

I. - Offrire Gesù Cristo al Padre è farsi partecipi del sacrificio. Gesù Cristo è nostro Signore più noi.

II. - Il momento più indicato per questa offerta di noi stessi con Gesù Cristo, è la Messa.

III. - La persona, a cui spetta maggiormente di offrirsi con Gesù Cristo, è il sacerdote, dopo di lui, ogni assistente della Messa. Partecipare al sacrificio.

 

I. Ma, si dirà, quest'offerta di nostro Signore fatta a Dio, non nasconde forse un atto di pigrizia; non si riduce semplicemente ad un sistema elegante per non offrire noi stessi? Non ho nulla, mi rassegno. Non soltanto mi rassegno, ma non tento alcun sforzo per acquistare meriti. Nostro Signore li possiede, e all'infinito. Offro i suoi: è più facile e meno costoso. E poiché Dio non può trovare gloria in altra cosa che nei meriti di Cristo, a quale scopo quelle austere virtù d'abnegazione, di rinuncia, di lavoro su me stesso? Vivo a modo mio e perché no? nel peccato. In qualunque eventualità avrà sempre Gesù Cristo da offrire a Dio, ed Egli salverà la situazione, pagherà i miei debiti. Poiché Egli solo conta, avrei torto di mettermi in pensiero. Ed ecco tutta la vita cristiana ridotta all'offerta a Dio puramente platonica di un'altra persona, diversa da noi.

Lasciamo questa dottrina ai seguaci di Lutero. Offrire Gesù a Dio, non è affatto offrire qualcuno interamente diverso da noi. Abbiamo già dimenticato che il Cristo totale non comprende solamente Gesù, Figlio di Maria, ma ciascuno di noi, chiamato come cristiano a costituire il suo corpo mistico?

Il capo solo non è tutto Gesù. Il capo e le membra, ecco il corpo intero.

Ora a Dio si offre il Cristo completo.

Rimanere estranei all'oblazione secondo l'energica espressione di Bossuet è mutilare Gesù Cristo:

"Noi ti preghiamo, o Dio - diciamo ogni giorno nell'orazione "Supplices" di comandare che queste cose siano portate al tuo sublime altare, ecc...". Queste cose, nota il grande Vescovo, sono, nella realtà, il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo; ma sono quel Corpo e quel Sangue con noi tutti, e tutto questo forma una medesima oblazione.

Faccio "parte di Gesù Cristo"; questo spiega come posso offrire Gesù al Padre, e perché devo offrirmi al Padre con Gesù.

Per qual ragione, infatti, è permesso a me, povero nulla, di prendere Gesù Cristo, e di farne omaggio al Dio altissimo? Per qual ragione un gesto come questo non è un sacrilegio? Perché io non faccio se non una cosa sola con l'Offerente.

Per qual ragione mi è prescritto, offrendo Gesù Cristo, di non separare la mia oblazione dalla sua? Perché l'Offerto è il Cristo totale, e perché nel Cristo totale sono compreso io pure.

L'olocausto del Salvatore comprende Gesù Cristo tutto intero, ossia Egli e la moltitudine di tutti i giusti dei vari secoli uniti al loro Capo con vincoli strettissimi, che partecipano ai suoi patimenti e offrono in tal modo un sacrificio perpetuo.

L'immolazione del Salvatore - il Salvatore ha voluto così - non basta. Bisogna aggiungervi la nostra: Crux Christi sine tua non sufficit. Nostro Signore ha meritato infinitamente, ma perché i suoi meriti arrivino alle anime, è necessario il concorso dei nostri: Gesù ha effettuato la parte principale; ma non tutto; spetta a ciascuno di noi di recarvi il proprio contributo. L'opera del Salvatore non basta se non per chi la completa per conto proprio (Cfr. S. Gregorio Magno. In lib. I Reg., lib. IV).

Nostro Signore si è imposta la missione di "ricapitolare tutto in Sé". Ognuno di noi deve fornire le poche linee di testo che Egli esige; in Gesù Cristo si riepiloga tutta la umanità riscattata e fedele, la Chiesa intera, la società dei Santi. Noi siamo compresi tanto in Lui che offre, quanto in quello che offre.

Gesù Sacerdote principale; noi sacerdoti (nel senso di San Pietro: il sacerdozio mistico di tutti i cristiani) secondari; Gesù vittima principale, noi vittime secondarie. Ma Gesù e noi, sacerdote completo, vittima completa.

L'atto costante di Cristo di fronte al Padre suo è di offrirsi e di offrirci. L'atto costante del cristiano di fronte a Gesù è di offrirlo e di offrirsi con Lui.

 

II. Lo spirito d'offerta sotto la sua doppia forma: offerta di Gesù, offerta di noi medesimi con Gesù, deve ispirare la nostra pietà, soprattutto alla Messa.

Abbiamo già parlato della prima, svolgendo il regale sacerdotium di San Pietro.

I fedeli dimenticano questa eminente dignità che appartiene loro, e si teme spesso di ricordarla, con il pretesto di possibili equivoci.

Vi sono differenze abbastanza notevoli fra i due sacerdozi, quello del cristiano e quello del prete, per evitare la confusione; non abbiamo dunque paura di far conoscere le somiglianze. Non lasciamo nell'ombra verità tanto fondamentali e di tanta conseguenza per la pratica della vita cristiana e della vera devozione. Vi sarebbe meno "sentimento" in molti, se a tutti s'inculcasse la dottrina cattolica nella sua ampiezza e Secondo l'idea madre che domina tutto. Ma se i fedeli dimenticano troppo alla Messa di offrire nostro Signore, quanto più ancora dimenticano o trascurano di offrirsi con Gesù?

Si acconsentirebbe volentieri a prendere sull'altare la Vittima divina e offrirla a Dio; ma prendere se’ stessi e porsi sull'altare accanto alla Vittima con l'intenzione di partecipare al suo olocausto, ecco quello che, se non richiede una quantità minore di spirito cristiano, suppone però una generosità ancor più grande. Eppure s'è capito ben poco la Messa, se non vi si assiste con queste disposizioni.

L'unico sacerdote del Santo Sacrificio è il Cristo; dunque - per mezzo del ministro rivestito ufficialmente di carattere sacerdotale - anche ciascuno di noi nella misura in cui "è" Cristo; parimenti, l'unica vittima della Messa è Gesù Cristo; dunque, eminentemente, il sacerdote; poi, al nostro posto, ciascuno di noi.

Consideriamo la Messa come una pratica di devozione, ma non ne facciamo affatto quello che deve essere innanzi tutto: una pratica d'oblazione. E il nostro inganno sembra talora così pieno, che le parole di coloro che si sono maggiormente addentrati nella vera intelligenza del divin Sacrificio ci stupiscono, e facilmente li accusiamo di esagerazione e di misticismo eccessivo.

"O mio Salvatore - dirà per esempio S. Giovanni Eudes, in una Elevazione a Gesù, considerato come ostia sacrificata a Dio nella santa Messa (Abrègè du Royaume de Dieu, par l’abbè Granger, II ed. Amat, 1910, p. 487) - in onore e in unione dell'oblazione e del sacrificio che fai di te stesso al Padre, io mi offro a Te per essere ormai un'ostia sanguinosa della tua volontà, una vittima immolata alla tua gloria e alla gloria del Padre tuo. Uniscimi a Te in questa qualità, o buon Gesù, attirami nel tuo sacrificio, affinché io sia sacrificato con Te e per mezzo di Te. E poiché bisogna che l'ostia sia sacrificata, sgozzata e consumata dal fuoco, fammi morire a me stesso, ossia ai miei vizi e alle mie passioni, a tutto quello che ti dispiace; consumami interamente nel fuoco sacro del tuo divino amore; e fai in modo che d'ora innanzi tutta la mia vita sia un continuo sacrificio di lode, di gloria e di amore per il Padre tuo e per Te".

Simile modo di pregare esce forse dalle nostre abitudini ordinarie. Ma le nostre abitudini ordinarie sono proprio tutte buone?

I nostri esercizi di pietà non si limitano forse quasi esclusivamente ad esercizi di domande, e di domande che hanno per oggetto i nostri soli interessi? E’ già molto se i nostri interessi spirituali... Come se della definizione: la preghiera è un moto dell'anima verso Dio per adorarlo, ringraziarlo, implorare il suo perdono e domandare i suoi benefici, non avessimo ritenuto altro che il "quarto punto", perché questo ci tocca più da vicino? Gli altri interessano Dio; sono meno urgenti!

Senza dubbio, abbiamo il diritto e il dovere di chiedere a Dio i suoi favori per noi. Ma non dimentichiamo che nel Pater, - modello tipico di preghiera lasciato da Cristo, - la parola "dacci" non viene che tardi nella formula, e non prima che il cristiano, pregando come desidera il suo Maestro, abbia implorato innanzi tutto "che il nome di Dio, sia santificato, che venga il suo Regno e sia fatta la sua Volontà".

Pensiamo a noi nella preghiera, sì, certamente; ma pensiamo a un altro grande Bisognoso, all'Altissimo. Nella sua vita intima Egli non richiede nulla, perché è infinito. Nella gloria esterna che gli spetta, invece, quanti deficit prodigiosi!

Quale più grande proscritto di questo esiliato da tanti cuori! Quale indigente più afflitto di questo Maestro, al quale un capriccio d'uomo può resistere e che, dai suoi migliori amici, i buoni cristiani. riceve troppo spesso un culto diminuito, omaggi sempre interessati, un amore senza slancio, inetto ai magnanimi voli.

Non limitiamo in modo così meschino i nostri orizzonti spirituali. Allarghiamo invece le nostre viste e il nostro cuore, e rispetto alla Messa, in particolare, andiamovi perché Dio ci dia le sue grazie, ma soprattutto per dare noi stessi a Dio.

 

III. Il Sacerdote, più di ogni altro, perché destinato ad illuminare la religione dei fedeli, deve penetrare sino all'intimo la sua religione, e, ben inteso, far di tutto per viverne.

Un ufficio unico gli incombe nella missione "d'offrire". - Sublime contrapposto: una parte preponderante gli corrisponde anche nell'obbligo di "offrirsi".

Immolazione nella castità che lo separa dal mondo! Immolazione nell'esercizio costante della carità nel mondo, fino a dar la vita, se occorre, per le sue pecorelle; tale è il suo programma obbligatorio; il vescovo glielo ha eloquentemente ricordato il giorno della sua ordinazione. L'oblazione mistica dell'altare non è compiuta se il ministro dell'altare non vi aggiunge il sacrificio completo e costante di se’ stesso.

Ogni vero Sacerdote somiglia a San Luciano. Il vecchio vescovo di Nicomedia era stato gettato in prigione. Alcuni cristiani a forza di danaro, si fanno aprire le porte: "Vogliamo assolutamente comunicarci. Ecco tutto quello che occorre per il Sacrificio". - "Ahimè! non vi è altare". Il Santo, allora, si stende per terra; il suo petto servirà da mensa per il sacrificio; non sarà infatti martire tra qualche ora? E, con le sue due mani libere celebra così i Sacri Misteri.

Il cuore del sacerdote deve rassomigliare ad una pietra d'altare: essere contrassegnato da cinque croci e racchiudere reliquie di martiri.

San Francesco Borgia, nelle sue note, ha concretato l'ideale della vita del sacerdote quale egli l'intendeva, in queste brevi parole colore di sangue: "Tenendo tra le mani il Calice, ho chiesto il calice" (Cit. da Brou, La Spiritualité de Saint Ignace, Appendice, p. 123).

Ma se il Sacerdote è più specialmente obbligato ad offrirsi in sacrificio ad ogni Messa, non è da augurarsi che anche ciascun fedele, quando va a partecipare ai Santi Misteri, rechi "un cuore di vittima unito a mani di sacrificatore?".

Il sacerdote, all'Orate fratres, si volge agli astanti: "Pregate, Fratelli, perché il mio sacrificio, che è pure il vostro...". L'Immolato della Messa, è Gesù, più il sacerdote, più noi; - in altre parole: Gesù solo, ma tutto Gesù.

Qualche volta, parlando di un sacerdote che celebra all'altare, i cristiani adoperano queste parole: "Egli sta dicendo la sua Messa".

La maggior parte pensa: "La Messa è qualche cosa nella quale non siamo per nulla attivi; è un affare tra il Sacerdote e Dio. Assistere, sì; ma prendere parte, è cosa che non ci riguarda affatto.

Idea falsissima, Anticamente, ogni fedele recava una porzione della materia medesima del sacrificio, un poco di pane e un poco di vino. Quest'uso non si è conservato se non per la Messa della Consacrazione del Vescovo, nella quale il nuovo eletto porta al suo consacratore, seduto dinanzi al centro dell'altare, due ceri, due pani, un bariletto di vino.

Quando, per la composizione delle ostie, il pane ordinario fu surrogato dal pane azzimo, divenne difficile chiedere ai fedeli la loro offerta in natura, ma non si cessò, tuttavia, di richiedere la loro oblazione interiore. Nel Concilio romano del 1078, il Papa Gregorio VII fa un dovere a tutti i cristiani di offrire qualche cosa a Dio durante la santa Messa, e di non venire mai al Sacrificio colle mani vuote: vino e frumento, sì, se è possibile e quando se ne da l'occasione; però, un cuore ben disposto, sempre.

E vediamo nella storia, un Santo, Wenceslao di Boemia, farsi un onore di seminare egli stesso il grano, e spremere l'uva che dovevano servire all'altare.

Un uso antico voleva che, subito dopo la Consacrazione, un diacono, per meglio inculcare agli assistenti l'obbligo di partecipare all'offerta di Cristo in sacrificio, andasse sull'ambone, e di là, con voce alta, dicesse a tutta l'assemblea: "Il sacrificio di Cristo e il vostro". - Si accendeva un cero che si spegneva dopo la comunione dei fedeli, e che, rispetto a Gesù Cristo sacrificio, presente sull'altare, faceva l'ufficio della piccola lampada dinanzi al Tabernacolo. Ciascuna di queste pratiche ripete a modo proprio il medesimo costante invito.

San Giovanni descrive nell'Apocalisse, il cielo: "Sull'altare, l'Agnello immolato ma vivo; intorno ventiquattro seniori, vestiti di abiti bianchi e sulla loro testa corone d'oro; e come assistenti, migliaia d'angioli in atto di cantare il sacrificio dell'Agnello e il suo trionfo".

La scena grandiosa intravista dall'Apostolo si effettua sulla terra nella Messa, se i cristiani partecipano all'immolazione che vi si opera.

Donde viene che dopo tante Messe ascoltate, e, come diremo tra breve, dopo tante Comunioni ricevute, abbiamo così poco spirito di sacrificio? Non è in parte, e forse soprattutto, perché non abbiamo lo spirito che si addice al Santo Sacrificio?

Chi prega bene alla Messa, ossia con l'intelligenza della propria funzione di vittima nel mistero che gli si svolge dinanzi, è insensibilmente e invincibilmente indotto a vivere la sua Messa, introducendo nelle sue giornate la parte di sacrificio richiesta come minimo, per non essere mai infedele, o meglio ancora, per essere fedele al massimo.

Sant'Angela da Foligno non capiva come si potesse assistere al Santo Sacrificio senza sentir sviluppare in sé il culto dell'immolazione: "L'Immolazione Eucaristica, secondo la sua energica espressione, provoca l'anima".

È stato ristampato sotto il titolo: l'Ame chrétienne au Sacrifice de la Messe, il "Libro di preghiere di Luisa di Francia", figlia di Luigi XV, entrata nel Carmelo per espiare le colpe del padre suo (la ristampa del volume è di C. Bousier. 1912; Lib. Lardanchet, Lione). Questo libro di preghiere era stato compilato dietro sua richiesta da un certo Padre le Chapelain, morto nell'anno 1779.

Pochi libri sulla Messa riflettono con la stessa intensità la teologia del sacrificio, e non si può fare a meno di pensare che ispirò, in gran parte le magnanime riparazioni che tutti conosciamo (Bisogna leggere la Vie de Madame Louise de France pubblicata nella collezione "I Santi", di Goffredo de Grand-maison).

Ora, ecco i consigli che da: Assistere alla Santa Messa in spirito di olocausto. Darsi fin dal principio con un atto esplicito d'offerta. Il sacrificio sarà "non meno universale di quello di Gesù Cristo per l'estensione, sebbene ineguale per la vittima". Corpo, sensi, spirito, memoria, libertà, tutto sarà offerto, sempre con uno sforzo, per contemplare nello stato di vittima, all'altare, il modello compiuto di tale donazione. Andremo anche più oltre. Non contenti d'immolare a Dio "tutti i magnifici nulla" - il nulla agghindato è sempre nulla - faremo il sacrificio della nostra vita stessa, e, se Dio ci spinge, il sacrificio delle "consolazioni spirituali" ("Nulla è più adatto alla creatura di una pietà sprovvista di dolcezze, di una vita di lutto e di tristezza, quando vede il suo Creatore insultato, oltraggiato, disonorato da tutte le parti dai suoi discepoli. Vi acconsento dunque, o mio Dio, in riparazione di quello che devi soffrire nello stato di vittima").

Come conclusione, questa bella preghiera:

"Oserò unirmi a Te, Signore, per amarti quanto devi essere amato; e prenderò dal tuo Cuore divino, quel fuoco sacro di cui deve bruciare il nostro" (di simile oblazione, l'Imitazione da’ una formula più conosciuta, l. IV, cap, IX).

Intesa così, la Messa è realmente il centro del dogma e dell'ascesi cattolica, e, al tempo stesso, il riepilogo completo della dottrina e il richiamo eminentemente suggestivo dei nostri doveri pratici.

 

 

CAPITOLO III

"Ostia con l'Ostia".

I. - Lo spirito di abbandono.

II. - Lo spirito di ricerca del sacrificio.

III. - Il momento della Messa, dove questo doppio spirito si manifesta maggiormente: la Comunione.

 

I. Le parole non bastano, ci vogliono i fatti. Come, vivere la propria Messa nella pratica tutti i giorni? In che maniera mettere in atto, nei particolari della vita quotidiana, questa vocazione di vittima, inseparabile dalla nostra stessa vocazione di cristiano, prolungamento naturale e per nulla eccentrico della religione di Gesù Cristo, fine normale dello "spirito di morte" richiesto già dal Battesimo, fine normale, e nello stesso tempo così sublime che pochi, ben pochi lo raggiungono?

L'Eucaristia è, per nostro Signore, il sacramento dell'annientamento e il sacramento del dono totale.

Secondo che le anime si fisseranno sull'uno o sull'altro di questi due punti, ne trarranno di preferenza ispirazione della loro vita. e vedremo le une insistere sull'aspetto: abbandono, le altre sull'aspetto: ricerca del sacrificio.

"O Signore Gesù, non voglio più scelta, dirà Santa Chantal; tocca quella corda del mio liuto che ti piacerà; d'ora innanzi e per sempre non suonerà che questa sola armonia: Sì, Signore Gesù, senza "se", senza "ma", senza eccezioni, sia fatta la tua volontà, sul padre, sui figli, su tutte le cose e su me stessa".

Sappiamo come suo marito fosse ferito gravemente durante una caccia. Ora, partecipando allo spirito di abbandono della moglie, egli dice, subito dopo l'incidente: "Questo colpo è stato tirato dall'alto. Ci è venuto dalla Provvidenza".

"Abbandonatevi ciecamente a Gesù, dirà un'altra anima santa, per essere cosa sua, suo bene, di cui usi a suo talento, senza scomodarsi, senza calcolare, senza timore di farvi pena e diverrete strumento nelle sue mani divine. Gli mancano strumenti abbandonati ai suoi voleri. Egli deve fare i suoi calcoli con ciascuno, perché non si vuole spezzare la propria volontà, e il nostro io si pone dinanzi al suo volere.

"Siamo ostie sotto le quali Egli viva liberamente" (Thérèse Durnerin. di F. Hamez, p. 335. Essa diceva ancora, p. 366, e nessuno si farà vittima di un equivoco intorno al suo concetto: "L'atto di abbandono perfetto, ossia il dono intero di se stesso, ha, per fare scendete Gesù Cristo in un cuore, qualche cosa della virtù delle parole della Consacrazione").

"Io lo metto a destra, osservava il Santo Curato d'Ars, parlando di nostro Signore sotto le apparenze dell'ostia. Egli sta a destra; lo metto a sinistra, sta a sinistra".

Molti aspirano ad un abbandono come questo; e siamo ben lontani dall'inerzia. Chi ha meditato "l'indifferenza", quale la descrive Sant'Ignazio, sa quanta attività si nasconda in quest'assoluta sottomissione al buon volere di Dio.

"Così sia! Così sia! Chi crederebbe che un ritornello tanto breve sia così difficile a impararsi a memoria? scriveva Luigi Veuillot (Luigi Veuillot, ça et Là, t. II, p. 494). Ma vi si riesce con l'applicazione, l'aiuto di Dio ed il buon uso della ragione".

E un altro grande cristiano. Federico Ozanam, qualche mese prima di morire: “Io compio oggi il mio quarantesimo anno, e sono colpito da un male grave, ostinato. Bisogna dunque lasciare tutti quei beni che Tu stesso, o mio Dio, mi hai dati? Non vuoi, Signore, contentarti di una parte del sacrificio? Non accetteresti l'olocausto del mio amor proprio letterario, dei miei stessi disegni di studio? Se vendessi la metà dei miei libri per darne il prezzo ai poveri, e se limitandomi a compiere i doveri del mio ufficio, consacrassi il resto della mia vita a visitare gl'indigenti, a istruire gli operai e i soldati, saresti soddisfatto. Signore, e mi lasceresti la dolcezza d'invecchiare accanto a mia moglie e di compiere l'educazione del mio figliuolo? Forse, mio Dio. Non lo vuoi? Tu chiedi me... Vengo, se mi chiami! Ah! se queste pagine sono le ultime, che scrivo, siano un inno alla tua bontà!"

Più vicino a noi, un'anima eletta, vissuta egualmente nel matrimonio, la Signora Maria Lucia Vrau, morta nel 1913. Dopo un ritiro alle Figlie di Maria di San Mauro, nel marzo 1878, fa a nostro Signore l'intero abbandono di se stessa:

 "... Io mi spoglio e mi spossesso tra le tue mani, quanto posso farlo, delle mie facoltà, dei miei beni dell'anima e del corpo, e ti proclamo e riconosco come l'unico padrone e guida della mia vita e nelle mie azioni, e l'unico proprietario di tutto quello che ho e potrei acquistare.

"... Rinunzio dunque a guidarmi da me stessa. Voglio essere guidata unicamente da Te; le tue leggi, gli avvenimenti della tua Provvidenza, gli ordini di coloro nei quali risiede la tua autorità, le ispirazioni della tua grazia, tutto io accetto anticipatamente senza riserva né condizioni.

"... Sii Tu in me, o Gesù-Ostia, la persona, il principio, la sostanza e la fine; che io non sia se non il tuo involucro, le tue membra, il tuo strumento e come le umili e pure specie del tuo Sacramento".

E come non citare, per invitare alla pratica dell'abbandono, quell'anima squisita di cui abbiamo pubblicato il Diario sotto il titolo: "Jusq'au sommet de l'union divine; CONSUMMATA" ("Consummata", voll. 2; Marietti,  Torino), la quale diceva:

"Vivo con gli occhi fissi su di Lui, per potere spiare i suoi minimi desideri ed eseguirli subito...Attraverso tutte le grazie di orazione, attraverso la sofferenza, attraverso tutto, si trova Dio. Io sono come un bambino, cui la mamma abbia donato molte belle cose; che invece di guardare ciò che gli è dato, non può guardare se non colei che glielo da...".

La sua ambizione era di praticare alla lettera i due versetti d'Isaia: "Sarai chiamata: "la mia volontà è in essa"... Il Signore si compiacerà in te... Così sarai la gioia del tuo Dio" (LXII. 4, 5).

 

II. Altri sognano non già di andare più lontano, ma in una direzione un poco differente. Ammirano non tanto l'immobilità dell'ostia quanto l'attività suprema di Gesù che si offre. Si capisce in qual senso adoperiamo queste due parole quale intimo e continuo slancio dell'anima suppongono.

Quello che maggiormente li colpisce, è la sete di Gesù di prolungare il suo sacrificio, il suo desiderio di svelarsi continuamente a noi nella sua attitudine di vittima. Non contenti di accettare ciò che piace a Dio d'inviare, ambiscono di cercare, e di riprodurre nella loro persona per quanto è possibile e sempre nella misura della discrezione e dell'obbedienza il sacrificio del Capo divino.

Nell'Ostia, Gesù è nascosto; ma soprattutto questo Gesù nascosto è quello del Calvario, il Gesù tanto amato dell'Agonia e del Golgota. Ecco ciò che domina per costoro.

Negli antichi messali, al principio del Canone, la lettera T del "Te igitur" non era illustrata come ora, con una riproduzione di Cristo in Croce. La lettera, soltanto un poco ingrandita, ricordava senz'altro le due traverse della crocifissione. A poco a poco, gli artisti ornarono l'iniziale; il disegno s'allargò, e finì con il rappresentare tutta la scena del Calvario. Poi si venne nella determinazione che il soggetto meritava una pagina separata, e oggi, ogni messale completo contiene al principio del Canone una riproduzione del Crocifisso.

Lo stesso crescendo si verifica in certe anime abituate a frequentare l'Eucarestia.

Fin dal principio il Cristo in Croce ebbe un posto nella loro vita, ma non occupava tutto lo spazio. A poco a poco esse hanno capito che bisognava lasciarlo crescere, e l'iniziale con le due traverse incrociate ha talmente invaso tutto, che le altre lettere sono scomparse. Non parlate più di sacrificio fatto a metà! Per loro, occorre dar tutto.

Del vescovo Cassio di Narni, San Cregorio osserva: "Ecco come egli praticava l'immolazione, tutto quello che aveva, lo dava. E aggiungeva allo spogliamento esterno la contrizione del cuore".

E appoggiandosi su questo testo, rivolto al gruppo eletto di fedeli che l'ascoltano. San Gregorio esclama: "Se alcuni di voi sentono il desiderio di lasciar tutto, seguano la chiamata. Se non è questo che Dio chiede loro, non hanno lacrime, elemosine, doni di ostie? O almeno disposizioni interiori di vera rinuncia?". E dinanzi all'espressione, che molti credono moderna e di ascetismo dubbioso: "farci ostie": egli non esita a dire: "Tunc vere pro nobis erit Deo cum nos ipsos hostiam fecerimus (Dial., Cap. LIX, col. 348: Ed. Parigi. 1629). Gesù sarà veramente la nostra ostia dinanzi a Dio, se noi stessi ci faremo ostie".

Senza andare fino a questi sacrifici che forse non sono a nostra portata, quante occasioni mortificanti potremmo afferrare, che invece trascuriamo per incuria, od omettiamo per viltà!

Un'ostia si fabbrica con chicchi di grano minuti, di cui ciascuno è poca cosa. Se ne mettono quanti occorre per fare una farina bianchissima, che si espone al calore di un fuoco mite ma costante. L'intenzione di unirci a Gesù immolato imprime a questi chicchi di grano triturati il segno della croce.

All'avvicinarsi della prima Messa di suo fratello, una povera ragazza di campagna andò dietro ai mietitori a raccogliere alcune belle spighe. Le portò poi alle suore del villaggio, che ne fecero un'ostia con la quale il nuovo sacerdote celebrò nel giorno delle sue primizie.

Nulla simboleggia meglio con quale slancio dovremmo andare a spigolare i sacrifici. Ogni volta che assisteremmo alla Messa, parteciperemmo veramente al Sacrificio; accanto al Salvatore immolato, vi sarebbe, sotto forma effettiva, aspettata dal Maestro, palpabile, la nostra immolazione.

Osare di presentarsi al divin Sacrificio e non aver nulla da offrire, equivale a dire a nostro Signore: "Immolati, offriti, ti lascio fare. Io, non c'entro per nulla; sono testimone della tua donazione, ma non fare assegnamento su di me per farne parte...".

Una pietà illuminata parla ben altro linguaggio.

 

III. In qual momento soprattutto, durante la Messa, dovrà essere fatta oblazione di tutti noi stessi a nostro Signore, o meglio si dovrà fare la unione delle due oblazioni, quella del Cristo e la nostra?

Evidentemente, nell'istante, sacro tra tutti, della Santa Comunione. Fino allora abbiamo potuto offrirci - abbiamo dovuto offrirci - ma l'offerta era puramente spirituale, la partecipazione alla immolazione del Salvatore puramente interiore.

Ora è venuto il momento di consacrare, con un rito esteriore, la nostra intenzione di entrare nello stato di vittima con Cristo. Gesù sta per darsi, sta per darsi com'Egli è, ossia nell'atto medesimo del rinnovamento del suo sacrificio. Il Gesù che scenderà in chi si comunica, è il Gesù immolato, il quale perpetua sull'altare il suo sacrificio. E viene perché insieme ad Esso, non più soltanto spiritualmente ma corporalmente, non facciamo se non una sola cosa nell'unità di una medesima ostia.

Da ciò deriva come prima conseguenza, che assistere alla Messa e non comunicarsi, è ricusare di andare sino in fondo ai desideri del Cristo, e all'aspettativa del Padre; restare a mezza strada nella devozione bene intesa verso l'Eucaristia. Nei primi tempi del cristianesimo era inaudito che un fedele assistesse al Sacrificio Eucaristico e non si comunicasse... Talvolta questo avveniva, ed era quando il fedele aveva meritato, con una colpa esteriore, di essere allontanato per un certo tempo dalla Comunione dell'Ostia. Quanti cristiani s'infliggono ai giorni nostri questa "punizione", per incomprensione, negligenza o viltà!

Altra conseguenza. Il momento normale per ricevere l'Ostia santa, non è prima o dopo la Messa, ma durante la medesima, nel momento che segue la Comunione del Sacerdote. Senza dubbio bisogna adattarsi alle circostanze, ed è meglio, bene inteso, comunicarsi fuori della Messa che astenersene, quando non si può assistere al Sacrificio. La Chiesa, del resto, ha previsto l'ipotesi, poiché il Rituale contiene, pubblica le formule per questo caso. Ma bisognerebbe augurarsi che ciò fosse l'eccezione. I fedeli sono troppo inclinati a credere che li comunichiamo solo perché ricevano... E ricevere, non è vero, si può anche fuori del Sacrificio. Dimenticano troppo che comunicarsi, è pure voler dare; che il momento della nostra donazione, poiché la nostra offerta non vale se non per e in Gesù Cristo, deve essere di preferenza il momento, in cui Gesù Cristo medesimo si offre e si dà.

Il che ci suggerisce la terza conseguenza: non solamente comunicarsi a ciascuna Messa: non solamente, se ci comunichiamo, farlo durante la Messa; ma quando ci comunichiamo farlo "in spirito di ostia", ossia con il desiderio di dare a nostro Signore il supplemento di sacrificio necessario, perché il Padre sia pienamente glorificato e le anime più largamente salvate.

Molti vanno alla Sacra Mensa come dei ricchi eredi andrebbero ad uno sportello di banca. Si riceve l'Ostia come una cedola di rendita. C'è là una fortuna e me ne valgo. Di dare me stesso in cambio, non se ne parla.

In tal modo si diminuisce la Comunione. Comunicarsi è fare uno scambio. Ricevere, sì, e che tesoro!... Ma anche dare (abbiamo insistito su questo punto nell'Idea Riparatrice n. 11, cap, III. pp. 121 segg.; Marietti - Torino, 1944), e dare qualche cosa che faccia di noi e della Vittima ricevuta, una cosa sola.

Come fare una cosa sola con un'ostia, senza essere noi pure un'"ostia"? Per ricevere nostro Signore senza peccato, occorre lo stato di grazia; per riceverlo con il massimo di profitto, lo stato di sacrificio. La santa Chiesa lo ricorda con singolare insistenza. La Messa, con l'esteriorità della liturgia, l'altare, gli ornamenti, e più ancora per la sua intima natura, ci ricorda la Croce. Anche prima che il Sacerdote, nel momento della Comunione, scenda dall'altare per darci Gesù, traccia da lontano, su tutti i comunicandi, il segno della Croce. Poi si avvicina e dinanzi a ciascun fedele, di nuovo, prima di distribuire l'Ostia, fa con essa il segno della Croce. Dopo, se è fuori della Messa, benedice nuovamente i comunicati.

La croce prima, la croce durante, la croce dopo, e sappiamo che in altri tempi, alla Sacra Mensa, i primi fedeli che ricevevano nostro Signore, non sulle labbra ma sulle mani per comunicarsi da se stessi, stendevano le due palme in forma di croce, affinché tutto ricordasse loro vivamente l'obbligo di sacrificarsi,

Questo gesto dei primi cristiani per ricevere Gesù, dobbiamo ripeterlo ora dopo averlo ricevuto.

Al ritorno dalla Comunione, teniamo, se si vuole, le braccia incrociate o le mani giunte: questo per l'esterno. Interiormente la sola attitudine che convenga, sono le due mani aperte e le due braccia stese: "Signore, prendi...".

"Vieni, vieni. Carne del mio Salvatore, esclama il Bossuet; carbone ardente, purifica le mie labbra, bruciami con l'amore che ti dà alla morte. Vieni. Sangue che l'amore ha fatto spargere; scorri nel mio cuore, torrente di fiamma. O Salvatore, è dunque qui il tuo Corpo, quel medesimo Corpo trafitto da piaghe. Io mi unisco a tutte; per esse tutto il tuo sangue si è riversato su di me... Sono crocifisso al mondo, e il mondo a me. Esso non mi gusta; tanto meglio per me, purché io pure non lo gusti; la rottura si è operata da una parte e dall'altra. Addio, addio, me ne vado; non sono più nulla, non sono più per me: io vivo per Gesù Cristo, Gesù Cristo vive in me. Così bisognerebbe essere; è il frutto dell'Eucaristia. Ah! quanto ne sono lontano! Ma non vi perverrò se non per mezzo di Essa".

Per qual ragione molte anime arrivano a questo controsenso pratico: comunicarsi frequentemente e permettersi tutti i capricci; assistere alla Messa tutti i giorni e non aver mai da offrire a Dio se non una vita molle e senza energia? Nature spontaneamente buone e senza grandi difficoltà; la frequenza con nostro Signore pare loro desiderabile, quasi un atto di buona educazione, e non la trascurano affatto; ma se una qualsiasi ragione - o un semplice pretesto - si offre, lasciano la Messa e la Comunione con notevole facilità, e preferiscono il guanciale, all'ostia.

"Una delle cose che maggiormente mi stupiscono, scriveva un grande cristiano del diciassettesimo secolo, è che Gesù ricevuto nella Santa Comunione opera tanto pochi cambiamenti in me. Perché la sua presenza non opera meraviglie?

Egli deve essere come un chicco di buon seme che produce molto. Gesù dovrebbe produrre una germinazione ammirabile. Gesù dovrebbe formare in noi Gesù, e produrvi con la sua grazia tutti i suoi sentimenti, riempire la nostra vita di tutti gli stati della sua; eppure in me non fa nulla, non mi spoglia delle mie miserie per vivere la vita di Gesù, e questo mi da un grande timore che io non mi prepari abbastanza e mi fa chiedere insistentemente la misericordia di Dio...".

- "Che cosa fare per comunicarsi bene?" fu domandato un giorno al venerabile Padre Libermann. - "Sacrificarsi" fu la risposta.

Ed è talmente lo spirito stesso della Chiesa, che frequentemente il POSTCOMMUNIO avrà per scopo di ricordarci questo grande dovere: "Che divenuti una sola ostia con Te... Che possiamo essere ostie degne di esserti offerte eternamente... ecc...".

Donde ci verrà la forza di - compiere questo programma? Dalla nostra Comunione medesima. Gesù si da per aiutare noi a darci. Mentre ci ripete l'obbligo del sacrificio, ci reca la forza per votarci ad esso...

Nell'offensiva del settembre 1915, nella Champagne, l'Aspirante Guido du Bouillonney, del 26° battaglione cacciatori a piedi, viceparroco alla Madonna di Mortagne, è gravemente ferito e rimane tre giorni sul campo di battaglia: morirà in conseguenza delle sue ferite qualche mese più tardi. (Biografia scritta dal canonico Guesdon, Tip. Montligeon 1919).

"Ad un tratto, egli scrive, odo dietro di me: "Reverendo, mi dia l'assoluzione!... È un seminarista della diocesi di Nantes, Pietro Jagot.

"Mi dia il buon Dio!.. - Sapeva che portavo il SS. Sacramento su di me. Traggo penosamente la teca dalla mia tasca e prendo con le dita piene di terra l'Ostia Santa. Egli era troppo lontano perché potessi comunicarlo. Posi l'Ostia sulla sua povera gamba fracassata la cui arteria era aperta. Credo che un goccia di sangue venisse ad arrossare l'Ostia bianca... -- "Mio caro, comunicati da te stesso". - "Dirà a mia madre che ho ricevuto nostro Signore prima di morire". - Soffrì tutto il pomeriggio e morì la sera".

Ecco che cosa vuol dire comunicarsi. Una comunione ben fatta suppone due ostie. Qui le abbiamo: Gesù e chi lo riceveva formavano una cosa sola.

Senza dubbio non pretendiamo che per dare pieno valore alla propria Comunione sia necessario di farla da feriti, sopra un terreno d'assalto, devastato e sanguinante... Vi può essere qualche cosa di più o di meno nel sacrificio, e si è ben capito. Gli eroismi non sono tutti visibili. Il valore è spesso oscuro, e si trova in campi di battaglia di vario genere, ma è salutare veder magnifici esempi molto lontano, molto in alto: si arrossisce maggiormente delle proprie viltà.

Le anime che considerano l'Eucaristia nella grande maniera - nella vera maniera - provano, ardente fino all'angoscia, il desiderio di spogliarsi, delle "loro umanità", di tutto quell'io cattivo che le impedisce - e se ne rendono conto tanto bene - di essere pienamente di Gesù Cristo.

Vivere nell'atmosfera dell'altare non significherà altro che vivere nella cerchia del sacrificio, e ricevere l'ostia si tradurrà nell’animare tutta la propria vita dello "Spirito di ostia".

Infatti, la maggior parte delle anime che si abbandonano senza riserva, hanno imparato a farlo andando spesso vicino al Calice e al Ciborio. Riusciremo mai a sapere quanto spesso quel piccolo disco bianco dell'ostia ha suscitato nelle anime il desiderio di essere ostie?

Essere ostia! L'ostia è originariamente grano triturato: "Signore, prendi questo povero grano. E' tuo. Sotto la macina dei doveri del proprio stato, delle sofferenze provvidenziali e delle penitenze volontarie permessemi dall'obbedienza, che io sia triturato per te, e che il fuoco dell'amore faccia di me un pane senza macchia".

Essere ostia! L'ostia è un umile pezzetto di pane che cessa, nella Consacrazione, di essere pane. "Signore, voglio ormai cessare di vivere una vita terrena, una vita di vanità, di cupidigia, di sensualità. Non voglio esser più io che vivo in me".

Essere ostia! L'ostia è un pezzetto di pane divenuto Gesù Cristo. "Non essere più io. Signore, è la parte negativa del mio lavoro. Non voglio compierla se non per divenire Te. L'ostia sei Tu; la tua ostia viva, sia anch'essa Te, o Gesù, e unicamente Te" .


LIBRO SETTIMO

Il termine ultimo della nostra Incorporazione a Cristo Gesù.

 

CAPITOLO I

La nostra morte "in Cristo".

I. La morte, castigo per tutti, non è veramente terribile se non per l'uomo affezionato alla terra.

II. Il cristiano fedele non deve temerla, ma approfittare di quel mezzo supremo d'unione a Cristo.

III. Insistere sulle gioie della morte.

 

"Oltre alla vita dei sensi, oltre alla vita naturale dell'intelligenza e della volontà, le anime in grazia hanno una vita che supera le capacità e le aspirazioni della natura, è la vita che in unione a Cristo viviamo misteriosamente in Dio: vita vestra est abscondita cum Christo in Deo (Col. III, 3); vita di Dio. mediante Cristo e il suo Spirito, in noi; vita dell'anima nostra trasformata dallo Spirito Santo e unita a Cristo, in Dio. Vita nascosta, oggetto di fede finché dura il nostro pellegrinaggio terreno; ma vita destinata ad espandersi con Cristo, nello stato di gloria, nell'ultimo avvento di Cristo Salvatore" (Mons. Mercier, La vie intérieure: Appel aux Ames sacerdotales, pp. 302-303).

Queste parole denotano a perfezione il termine, a cui tende la nostra incorporazione a Gesù Cristo.

Per andare in Paradiso insieme con il nostro Capo, bisogna, prima di tutto, risuscitare con Lui.

La nostra unica ragione d'essere sulla terra è questa: morire con Cristo per poter vivere in Lui.

Prima di possedere, risuscitare; prima di risuscitare, e per poter risuscitare, morire spiritualmente al mondo. Per chi avrà, così, tagliato anticipatamente le gomene, nel momento di partire da questa terra la morte temporale sarà dolce, la risurrezione gloriosa, e il Cielo assicurato.

 

I.  Il P. Suarez, nelle ultime ore della sua vita dichiarava: "Non credevo che fosse tanto soave il morire...".

Questa, nella storia delle anime, non è una esclamazione senza eco. Quanti sul punto di lasciare questo mondo, hanno espresso il medesimo sentimento! Gli è che in tutta la loro vita si sono applicati a "far germinare in un pugno di humus la semenza dell'eterno paradiso"; è venuto perciò il momento, per questa semenza, di uscire infine dalla terra e di apparire al gran sole di Dio, perché piangere?

Certamente dobbiamo molto faticare per a farci l'eternità con un pugno di tempo impastato colla propria mano! Imitando lo scultore bisogna lavorare senza tregua e moltiplicare i ritocchi, poiché manca sempre qualche cosa per raggiungere la perfezione del modello. Il Dubois impiegò sette anni nel correggere l'abbozzo di cera sul quale doveva modellarsi la sua Giovanna d'Arco. Un giorno finalmente, compiuto il modello, e giunto il gesso al grado di cottura desiderato, fu fatta fondere la cera e colato il bronzo. La graziosa statua del peristilio di Reims apparve raggiante.

Gesso e cera, materie impassibili. Quando Dio spezza per ognuno di noi l'ostacolo che c'impedisce "la Gloria"; quando la nostra veste di carne deve cadere, la nostra sensibilità colpita nel vivo, si spaventa. Dal peccato originale in poi la morte è un castigo. Si spiega facilmente come anche se buoni, anche non avendo da temere il castigo di Dio, si provi timore.

Ma ci abbandoniamo troppo a questa paura. I buoni cristiani temono troppo il momento in cui devono cambiare questa vita peritura con l'altra, quella che non finisce mai.

Che gli uomini affezionati al nulla temano il momento di romperla con il nulla, che cosa di più naturale? Tesi tutti verso quello che devono lasciare, quando poi devono abbandonare tutto, sono presi da un'angoscia indicibile. Ma il vero discepolo di Cristo, il quale si e sempre orientato verso il divino, nel momento di raggiungere finalmente questo divino tanto bramato non può provare altro che una gioia senza limiti.

Il Cardinale Mazarino è vicino a morire; ed ecco: si alza nonostante la proibizione dei medici. sfugge alla sorveglianza dei servi per andare solo, in pantofole, tremante di freddo, avvolto nella veste da camera infilata in fretta, a gettare uno sguardo lungo le gallerie del suo palazzo, sulle meraviglie che vi ha accumulato, dalle quali si sente trascinare via, lontano, da mani inesorabili. Davanti a ciascun quadro, a ciascuna statua, ferma i suoi passi tremanti e sospira profondamente: "E così, è proprio vero? Bisognerà lasciare tutte queste belle cose?". Il dolore lo soffoca e trascinandosi dal piano di un cassettone al marmo di una mensola o a quello di un imperatore, abbracciando le ginocchia di un dio, aggrappandosi alle tappezzerie, chiamando a nome gli oggetti, toccando il bronzo, l'oro, l'argento, accarezzando ogni oggetto con l'occhio e colla mano, "non dicendo arrivederci a nulla e gridando addio a tutto, prosegue la sua visita quasi postuma in un'agonia di rimpianti".

E il cronista osserva: "A che giova ostinarsi in quello che ci sfugge? ... Liquidando, si fa posto nella propria casa e nel proprio cuore, per potervi mettere poi altre cose: i beni di un ordine speciale che non sono in commercio, che valgono maggiormente e che siamo sicuri di portare con noi il giorno che l'ultimo colpo di martello ci fisserà".

Staccarsi da tutto quello che non è la Vita, farsi morire prima che la morte arrivi - vero senso della parola mortificarsi - è il solo mezzo di "sorprendere" la morte, di procedere verso di essa, come troppo spesso essa procede verso di noi: sicut fur, e di toglierle in precedenza tutto quello che ha in sé dì terribile. Nessuno più del Vieyra, il grande predicatore portoghese ha messo in evidenza questo pensiero: "Terribile, la morte?.. Perché? Per chi non muore se non quando muore, sì. Colui però che muore prima di morire, si burla dello spauracchio della morte. Che m'importa che non vi sia altro che una morte, se posso fare che ve ne siano due? Dopo la morte, non più rimedi, ma prima ve ne sono. La morte è un termine al di là del quale non si può andare, ma al di qua del quale si può anticipare... Nulla diviene capolavoro ad un tratto; con più forte ragione la cosa più grande di tutte, che è quella di ben morire... Nulla s'impara se non con l'esercizio e con la pratica. Come s'impara a fabbricare? fabbricando. Cosi, s'impara a morire bene, non solo meditando, ma anche morendo. Dobbiamo dunque morire, una volta per provare un'altra per riuscire bene" (Opere complete, I vol., Secondo Discorso per le Ceneri).

Sulla tomba del celebre teologo Duns Scoto, furono incise queste parole: "Semel sepultus bis mortuus: Una doppia morte ha preceduto la sua sepoltura".

 

Felici coloro che la volontà, aiutata o no da circostanze provvidenziali, distacca da questo mondo. Quando viene la morte, quello che rimane da infrangere non è più niente, tutte le funi sono tagliate, nulla trattiene più lo slancio verso la grande libertà dell'aria.

Durante la guerra 1915-18 un valoroso cristiano (G. Willot, professore di farmacologia alle Facoltà cattoliche di Lilla. Morì in conseguenza della sua prigionia, poco dopo l'armistizio ) imprigionato in Germania per avere stampato e propagato in paese occupato l'Oiseau de France, scriveva a sua moglie: "Io ragiono delle cose della terra come farebbe un morto; credo di essere così nel vero. Credi pure che quando saremo morti, vedremo le cose della terra come le vediamo ora. Quelle terribili visioni d'oltretomba, il buon Dio ha voluto accordarmele quaggiù permettendo che entri vivo nella morte.

"Non credere che sotto l'azione dei patimenti, io sia divenuto.. un illuminato o un mistico... No, sono rimasto l'uomo delle realtà che tu hai conosciuto. Ma l'uomo vecchio si è un poco depurato e, a forza di soffrire, i miei occhi si sono aperti alla luce, all'intera luce. Non ne ho alcun merito, perché è la sofferenza non voluta, ma soltanto accettata, quella che ha operato in me questa trasformazione radicale".

Nulla, meglio che la sofferenza, può ricordarci che siamo ospiti quaggiù: advena ego sum in terra.

Il paese del pieno possesso non è la terra. Il paese "dove tutto è", come parla Bossuet. è il Cielo. Come aggrapparsi al fango, quando, lassù, tu ci chiami "o principio che non ha principio", quando c'inviti ad immergerci nella tua umiltà?

"O momento felice quando usciremo dalle ombre e dagli enigmi per vedere la verità manifesta! Andiamogli incontro con ardore. Ivi è il termine del viaggio; ivi finiscono i gemiti; ivi si compie il lavoro della fede, quando da questa nascerà, per così dire. una vista chiara. Felice momento, ancora una volta, aggiunge il grande vescovo, chi non ti desidera, non è cristiano.

"Io cado, quest'edificio mortale va in pezzi ma se questa casa si rovescia e cade sulle proprie rovine, ho un'altra casa celeste ove tu prometti di ricevermi... O Signore! io vi corro, vi volo, vi sono già trasportato colla parte migliore di me stesso. Mi piace di sentir dire: Anderò nella casa del Signore; sono alla tua porta, o Gerusalemme!".

 

II. Ecco l'idea cristiana della morte; l'idea di Cristo: intra in gaudium "entra nella gioia", e del salmo: In domum Domini ibimus, "andremo nella casa del Signore";
- l'idea di S. Paolo: "Il mio corpo cada pure in rovina!". "Chi mi separerà dalla sua servitù?". "La morte è un guadagno per me" (
Cupio dissolvi... Quis me liberabit... Mori lucrum (Phil., I, 23 Rom. 7, 24; Phil. 1, 21). Nel 1794. nelle galere di Brest un giovane ufficiale di marina, il Signor di Montecler, all'alba del suo ultimo giorno, scrisse a sua madre: "Tra otto ore, godrò dunque la felicità di vedere il mio Creatore, di adorarlo per sempre e di cantare le sue lodi", De la Gorce, Le Clergé en 1794 (Rev. Hebd., 24 Nov. 1917. p. 446). Perché non abbiamo più radicata l'impressione che il nostro corpo è per noi un carcere, o la morte una liberazione?);
- l'idea di San Cipriano e di Sant'Ambrogio, il primo nella sua Exhortatio ad martyres e nel suo De mortalitate, dove in occasione di una persecuzione e di una peste scrive una lettera per dire: che la morte è più da desiderare che da temere; il secondo nel suo De bono mortis "Del bene che è la morte";
- l'idea di Santa Teresa: "Io muoio di non poter morire!"
- l'idea di tutti i santi e di tutti i grandi cristiani.

"Quando sarà, scriveva dal fondo della prigione, il vecchio vescovo Ignazio di Antiochia, quando sarà che godrò della felicità di essere dilaniato dalle bestie feroci delle quali sono minacciato? Ah! si affrettino pure a farmi morire e a tormentarmi; non mi risparmino; sono risoluto, se non vengono da me, di assalirle e obbligarle a divorarmi. Perdonatemi questi trasporti, figlioletti miei, so quello che è bene per me: comincio ora ad essere discepolo di Gesù Cristo, non desiderando più nulla delle cose visibili e non avendo se non il solo desiderio di trovare Gesù Cristo. Mi si faccia pure soffrire il fuoco, le croci, le zanne delle bestie feroci, tutti i tormenti che i demoni possono ispirare ai carnefici vengano a piombare su me; sono pronto a tutto, purché possa godere Gesù Cristo" (Ep. ad Rom.).

Qualche secolo più tardi, dalla cella di una terziaria domenicana, sgorgheranno i medesimi slanci come dalla prigione del martire:

"O Trinità eterna! Tu sei un mare profondo, dove più m'immergo e più ti trovo; più ti trovo e più ti cerco.

"Tu sei inesauribile e saziando l'anima nelle tue profondità, non la sazi mai; essa è sempre affamata di Te, eterna Trinità; essa desidera vederti con la Luce, nella tua Luce.

"Come il cervo sospira l'acqua viva della fontana. l'anima mia desidera uscire dall'oscura prigione del suo corpo per vederti nella verità del tuo essere. Quanto tempo ancora il tuo volto sarà nascosto ai miei sguardi, o eterna Trinità! Fuoco e abisso della carità, dissipa dunque questa nube del mio corpo, perché la conoscenza che mi hai dato di Te nella tua Verità mi fa violentemente desiderare di deporre il carico del mio corpo, e dare la mia vita per l'onore e la gloria del tuo nome" (Santa Caterina da Siena; Dialogo, cap. CLXVII).

Questa comprensione cristiana della morte che conduce a non temerla più, spinge i più logici a desiderarla, perché la stimano come stimano un bene grandissimo.

"Fa stupire vedere come la nostra immaginazione possa essere ancora tormentata dal pensiero della morte; come siamo ancora senza intelligenza al punto da reputare morboso essere innamorati della morte, mentre è molto più morboso averne paura" (Mons. Benson, Paradoxes du catholicisme, p. 205 (Trad. Grelleau, Crès, 1919). - Lasciamo da parte quel certo disgusto nevrastenico della vita di quaggiù che non ha nulla da vedere con l'intelligenza del cupio dissolvi et esse cum Christo, morire per essere di Cristo" di San Paolo. Parliamo delle anime sane e per le anime sane).

La giovane infermiera di guerra, Genoveffa Hennet de Goutel, l'aveva capito: "Chi esiste, sono i morti; e chi non esiste ancora sono i vivi".

Senza dubbio il Purgatorio, il Purgatorio possibile. quasi certo...

Ma dopo di esso il Cielo! Perché ipnotizzarsi dinanzi alle prime stazioni?

"L'Eternità! Un'eternità con Te! Quale felicità. mio Dio!".

Tale è il grido di tutti coloro che vedono chiaro, perché vedono lontano e possiedono il vero senso delle prospettive ("Oso chiederti, Signore, scriveva Enrico Perreyve, la grazia di amare la morte... Che cosa sarà, mio Dio, se i tuoi sacerdoti la considerano come una nemica? Se la temono? Se la fuggono? Se ne paventano il minimo avvicinarsi come atroci e intollerabili visioni? Che sarà, mio Dio se invece di amare e rispettare la morte come la più solenne funzione dei tuoi giorni di festa e il più degno sacrificio della i nostra vita, la temiamo? (Med. sopra i Santi Ordini: La Morte)).

I cristiani magnanimi si rattristano nella morte, non perché lasciano questo mondo o perché debbono affrontare la giustizia divina, ma perché lo lasciano senza aver lavorato abbastanza per Iddio, senza avere sufficientemente soddisfatto alle esigenze del suo amore.

Conseguenza infatti ineluttabile - e quanto dolorosa! - l'eternità rende stabile per sempre il grado della nostra capacità di possedere Dio. Loderò Dio eternamente con i mezzi di lodarlo che avrò voluto acquistare sulla terra. Avrò lassù il posto che mi sono fatto. La sola cosa che può rattristare le gioie della morte è pensare che essa è la fine del mio lavoro d'accrescimento. Impossibile dopo questo taglio di aggiungere un iota al mio merito, ossia alla mia possibilità di amare maggiormente Dio in eterno. Per mezzo di essa s'entra nella regione delle cose stabili, definitive, immutabili. Nulla ormai cambierà più. "Allora non ci sarà più altro che da adorare; ora c'è da lavorare" (Teodolinda Dubouché, fondatrice dell'adorazione riparatrice).

Si annunzia ad una carmelitana la sua prossima morte: "Tra qualche giorno, il medico ha detto tra qualche giorno!”. Essa assaporava la sua felicità. Poi: "Eppure! È dunque finito. Non l'amerò mai di più?... O mio Gesù, Tu sai i miei desideri. Fai tutto in me, perché dopo questo po' di tempo non potrò fare più nulla" (Marie-Aimée de Jesus, t. II. p. 411).

Ecco dove dovrebbe condurre l'intelligenza della morte: ad essere di giorno in giorno più generosi.

E poi, venuto il momento, a far sì che la morte dia il suo massimo rendimento.  Non è essa, infatti, per noi, il mezzo di offrire a Dio un ultimo atto d'amore perfetto, d'abbandono totale?

La morte mi sarà imposta. Io l'accetto in precedenza e liberamente, e intendo darle, quando si presenterà, tutto il suo intimo significato.

Ben pochi capiscono che cos'è la morte di un membro di Cristo!

Apriamo le Riflessioni sull'Agonia di Gesù Cristo (Bossuet, Doctrine Spirituelle, Téqui. P. 243, IV Ed.; o Ed. Lebel, 1815, t. X. opuscoli, p. 588). Vi troveremo la famosa frase: "Nulla vi è di più grande nell'universo che Gesù Cristo; nulla di più grande in Gesù Cristo che il suo sacrificio: nulla di più grande nel suo sacrificio che il suo ultimo sospiro e il momento prezioso, che separò l'anima dal suo corpo adorabile".

Morendo, nostro Signore vuol morire tutto intero. Il suo sacrificio si corona con la morte di tutto quello che è Lui.

Il suo essere fisico muore in Croce; resta che muoia il suo essere mistico nella successione di tutte le nostre morti individuali. Il suo sacrificio per divenire totale, esige che siano offerti tutti e due. Del resto, l'offerta del secondo non ha valore se non in virtù dell'offerta del primo e in quanto è unito al primo. La nostra morte, la quale fino allora non poteva chiamarsi altro che un castigo, può in virtù della nostra unione con nostro Signore, dell'unione della nostra offerta con la sua, del nostro ultimo sospiro con il suo, chiamarsi sacrificio.

Alla morte di nostro Signore, "tutti i figli della promessa presero il loro posto con il Salvatore; e, divenendo vittime, la loro morte, che non avrebbe potuto essere fino allora se non una pena del peccato, fu cambiata - in quella di Gesù Cristo - in un sacrificio".

Tutto è consumato, esclama nostro Signore. "E la morte delle mie membra mistiche essendo unita alla mia, non sarà ormai se non il compimento dei miei divisamenti su di esse. Tutto è consumato; e la consumazione della loro vita, nell'ultimo momento, deve ricevere dalla mia morte la virtù di essere un sacrificio perfetto, il quale renda omaggio a tutte le perfezioni della Divinità".

"Qui dunque terminano tutte le agonie... Uno dei grandi uffici del sacrificio di Gesù Cristo, sino alla fine dei secoli, sarà di rinnovare e perpetuare il suo sacrificio; non solamente nel mistero della divina Eucaristia, ma anche nella morte di tutti i veri cristiani".

Ecco come si penetra a fondo la dottrina della nostra incorporazione al Salvatore. Noi soffriamo: Gesù Cristo compie in noi la sua passione. Più ancora, noi moriamo: Gesù Cristo compie la sua morte.

La nostra morte non ha valore se non unita al sacrificio di nostro Signore. Il sacrificio di nostro Signore non ha tutta la sua estensione se non assorbendo le nostre morti.

Vivi, noi siamo Lui: moribondi, siamo ancora Lui. Egli da’ alla nostra morte il suo valore, noi diamo al suo sacrificio la sua pienezza.

"Bisogna ricevere il Santo Viatico, con questo spirito. Quando Gesù-Ostia viene nell'anima, vi offre prima di tutto il sacrificio di sé stesso, essendovi in stato di vittima mediante il Sacramento e rappresentandovi la distruzione della sua vita naturale avvenuta sul Calvario".

Bisogna in quel momento unirsi ad Esso e al suo sacrificio. Così si diviene immediatamente "sacerdoti e vittime con Lui".

Ma Gesù vittima viene da chi è parimenti vittima. Non si tratta dunque soltanto di essere immolato per procura, ma in realtà; di accettare volontariamente quello che è obbligatoriamente imposto. Dio con la malattia ci fa ostie. Di queste ostie quali noi siamo, bisogna essere noi medesimi i sacerdoti, offrendoci pienamente a Dio per il compimento di tutte le sue volontà amorosamente distruttive.

Perciò "il cristiano unendosi allora, non solamente al corpo adorabile di Gesù Cristo nel suo sacramento, ma anche al suo spirito e al suo cuore; entrando per sottomissione e per adesione, in tutte le sue intenzioni; volendo disporre di se e della sua vita come il grande sacrificatore ne dispone, diviene sacerdote con Esso nella sua morte, e compie in

quell'ultimo momento, il sacrificio verso il quale era stato avviato nel Battesimo, e che ha dovuto continuare in tutti i momenti della sua vita".

 

III. Di quale consolazione non si privano le anime quando non si scoprano loro queste ricchezze! La morte non è solo terribile; è pure preziosa. La liturgia importa i due aspetti, si direbbe l'oscillazione di un pendolo.

Durante l'ufficio dei morti, essa conduce dal terrore dei giudizi di Dio alla lieta speranza del pieno riposo: "Dies irae, dies illa...", al quale risponde "proficiscere... requiem...".

Ora avviene spesso che i buoni, i quali dovrebbero principalmente fermarsi sull'aspetto gioioso della morte, sono colpiti soprattutto dall'aspetto terribile che essa offre al peccatore. Non sanno far risuonare di alleluia i loro de profundis. Certo, dal pulpito o nei ritiri, è cosa buona di ricordare la giustizia divina, ma molte anime pie prendono per sé gli insegnamenti destinati soprattutto ad altri, destinati ai peccatori che forse sono presenti, e a quelli, più numerosi che non vi sono; e si formano talora, per questo motivo, l'idea di un Javè implacabile chiuso alla misericordia, abbastanza desideroso di cogliere in fallo i suoi più fedeli amici, senza stabilire distinzione tra le nostre colpe di pura debolezza e i peggiori peccati di malizia.

Aggiungiamo la lettura senza discernimento di autori un poco troppo assoluti, e c'è quanto basta per turbare.

Il timore è la virtù che più spesso manca alla generalità dei peccatori ma la dilatazione è sicuramente la virtù che più spesso manca alla generalità dei cristiani fervorosi.

Senza dubbio, per entrare nel Regno si richiede una purezza perfetta; dobbiamo dunque evitare anche le più piccole colpe. Lungi da noi l'idea di sopprimere, sia pure per un istante, questo primo principio della vita spirituale!

Ma non dimentichiamo, di grazia, che Dio non si cura affatto di guardare perpetuamente le nostre miserie con il telescopio. Ha altre cose da fare! Le anime inclinate all'introspezione esagerata e debilitante gli procurerebbero una gloria certamente più grande, se gli offrissero ogni volta che ricadono nei loro esami cento volte ripresi e perpetuamente angosciosi - un buon atto d'amore confidente.

Se al termine delle nostre riflessioni cerchiamo noi stessi, incontriamo per forza una piccolezza. Mettiamo Dio in cima ai nostri pensieri, e il nostro orizzonte si allargherà.

E questo Dio sia il nostro vero Dio, ossia il buon Dio. Da quel giorno la morte ci apparirà per quello che realmente è per i figli di Dio rimasti fedeli, per i diletti fratelli di Cristo: l'arrivo nella dimora di Colui, che da tanto tempo ci aspetta e che è "nostro Padre".

 - Oh! mio buon Padre, domandava a Dio un fanciullo, i bambini che sono nel Cielo, dormiranno in una culla o nelle tue braccia?
- Nelle mie braccia, gli rispose il Signore.

- Quando arriverai in Paradiso, che cosa farai? domanda una religiosa Ausiliatrice a un piccolo girovago che essa prepara alla prima Comunione.

- Io? Salterò al collo del Signore.

Vi è più verità nelle parole di questo piccolino che nelle idee sulla morte e su Dio di molti cristiani.

Nel momento del "passaggio" questo solo pensiero c'illumini: "Tutto svanisce intorno a noi come fumo; ma io vado dove tutto è...

"Mio Salvatore, mi rallegro perché il peccato sta per finire in me; ti ho tanto offeso, mio buon Padre, buon Giudice, buon Salvatore, perdono! Ma il peccato sta per finire; la morte non sarà la fine della mia vita, sarà la fine del mio peccato. O morte, io ti amo proprio per questo motivo! O morte, non sei più la mia morte, sei il principio della mia liberazione!...

 "Non ho nulla da temere, se non di non abbandonarmi abbastanza a Dio per mezzo di Gesù Cristo" (Bossuet, Réflexions sur l'Agonie).

San Carlo Borromeo soleva passare spesso, nel suo palazzo episcopale, dinanzi ad un quadro rappresentante la morte armata di una falce; egli fece cancellare la falce e ordinò di sostituirla con una chiave d'oro.

"Ho un bel cercare, scriveva un santo religioso morto recentemente, quello che mi costerebbe di abbandonare morendo, o quello che mi turberebbe; non ho trovato nell'anima mia che uno slancio verso il buon Maestro, verso il divino Sposo. Veni, Domine Jesu. Mi affido in tutto a Lui; mi riposo di tutto in Lui. In pace in idipsum dormiam et requiescam.

"Non saremo veramente noi se non nell'altra vita. Gli uomini contano gli anni della loro esistenza dal giorno della loro nascita, dimenticando il tempo nel quale la loro vita si preparava. Orbene tutta questa nostra vita effimera conviene contarla per nulla. La morte è la nascita vera: dies natalis".

E la giovane carmelitana di Lisieux confidava al cappellano che l'assisteva: "Padre mio, mi pare che non vi sia bisogno di rassegnazione se non per vivere... Per morire, io provo gioia. Non muoio, entro nella vita" (Santa Teresa del Bambino Cesù, cap. XII. - Santa Teresa d'Avila non parlava altrimenti: "Morire mi sembra ora la cosa più facile del mondo per l'anima fedele a Dio, perché in un momento essa si vede libera della sua prigione e introdotta nell'eterno riposo". (Vita scritta da lei stessa, cap. XXXVIII). Con qual onore ella "aiutava la messaggiera della liberazione: "Finalmente, Signore! è venuta l'ora di vederci. Da tanto tempo l'aspettavo!").

 

CAPITOLO II

La nostra risurrezione "in Cristo".

I. - Uniti a Gesù Cristo nella sua morte, siamo solidali con Lui nella sua Risurrezione.

II. - Solidità e felicità della Speranza cristiana.

 

I. Il distacco dal creato quale l'esigono i comandamenti di Dio e il dovere del proprio stato, facilita le separazioni degli ultimi momenti. Fa anche di più, prepara e molto direttamente il lavoro della Risurrezione.

Nostro Signore l'ha detto: Morire con Lui è acquistare la certezza di vivere un giorno con Lui. La morte in due, condizione dell'immortalità in due: Pati... Gloriam. Soffrire per entrare nella gloria.

"La risurrezione di Gesù non è un lusso soprannaturale offerto all'ammirazione degli eletti, né una semplice ricompensa accordata ai suoi meriti, né solamente il sostegno della nostra fede e il pegno della nostra speranza; è un compimento essenziale, è una parte integrante della stessa redenzione” (Prat, Saint Paul, t. II, p. 304).

Così Paolo stabilisce il fatto della risurrezione, poi il perché e il come.

Non insistiamo sul fatto e sul come. Ma quale ragione ci dà del perché? Noi risusciteremo perché Cristo è risuscitato.

Si ritrova in questa risposta la grande idea dominante dell'Apostolo: la nostra stretta solidarietà con Cristo.

Noi, siamo Lui. Egli è risuscitato, dunque anche noi risusciteremo. O meglio: noi siamo risuscitati con Lui, ossia Egli ci ha meritato la grazia e assicurato il mezzo di risuscitare con Lui.

Uniti ad Adamo, abbiamo partecipato alla sorte di Adamo; e siamo condannati, come esso, a morire. Uniti al nuovo Adamo, partecipiamo alla sorte del nuovo Adamo; come Esso siamo chiamati a risuscitare, per vivere in eterno.

Molti Corinti ricusavano di credere al dogma della risurrezione della carne. Ma l'Apostolo rispondeva loro: "Se non vi è risurrezione dei morti, neppur Cristo è risuscitato!". No, no, continua, "Cristo è risuscitato, e come tale è la primizia di coloro che si sono addormentati. Tutti sono morti in Adamo, tutti saranno vivificati in Cristo" (1 Cor. XV. 2-13).

Riprendendo il medesimo pensiero, ai Colossesi: "Quando Cristo, vostra vita, comparirà, allora anche voi comparirete con Lui nella gloria" (Coloss. 3, 4).

"Paolo non stabilisce mai una linea di divisione rigida tra la grazia e la gloria che ne è il termine tardivo, ma assicurato. Chiunque è innestato sul Cristo è perciò stesso associato alla sua vita Immortale e glorificata" (Prat, t. II, p. 503).

Ed è talmente fermo nella sua bella certezza che esclama, provocante e sdegnoso: "O morte, dov'è la tua vittoria, o morte, dov'è il tuo pungolo?".

Il trionfo di Cristo sulla morte non è un trionfo individuale ma collettivo: il trionfo del corpo intero della Chiesa, di cui Cristo è la testa. Morendo, Cristo era il nostro sostituto, il nostro rappresentante, Colui che teneva il nostro posto: non nel senso che ci dispensa dal dover morire, ma che ci obbliga al contrario di morire con Lui. Infatti, non sostituzione, ma solidarietà. L'abbiamo sufficientemente notato. Il secondo Adamo conteneva in sé tutta la sua comunità. Tutta l'umanità è morta sulla Croce nello stesso tempo che Gesù suo Capo.

Così pure, risuscitando. Cristo è il nostro sostituto. Colui che tiene il nostro posto, il nostro rappresentante. Il parallelismo è assoluto. Secondo Adamo. Egli conteneva in Sé la sua comunità. Tutta l'umanità è risuscitata con Lui nel mattino di Pasqua. Abbiamo già ricordato come l'antico uso cristiano del Battesimo esclusivamente amministrato nella notte del Sabato Santo, manifestasse con evidenza la mescolanza, si potrebbe dire la identificazione, delle due uscite dalla tomba, l'uscita dei cristiani fuori del battistero, l'uscita di Cristo fuori della cripta di Giuseppe d'Arimatea.

Come diritto, la morte del Cristo completo - Christus totus - si è operata sul Calvario: come fatto, richiede di effettuarsi a mano a mano nella vita di ciascun cristiano nel corso dei tempi.

Parimenti come diritto, la risurrezione di Cristo con il suo corpo mistico si è operata nel mattino di Pasqua; come fatto si compie in ogni ingresso di un cristiano nella gloria.

Nell'assedio di Costantina, Lamoricière per trascinare i suoi soldati getta il bastone del comando nei fossati di fronte alla breccia praticata nel muro e si slancia. Dopo di lui, passa tutta la sua gente.

Lo stesso ha fatto Gesù per conquistarci il Cielo; ha gettato la sua Croce nel retroterra: "Chi mi vuol bene, mi segua! Più potente dell'angelo della sua tomba, ha rovesciato la pietra che c'impediva l'ingresso alla vita. Per merito suo è stata fatta una breccia in tutti i sepolcri, e in un dato giorno, alla sua parola, quando la tromba suonerà: "In piedi i morti, - la parola è di San Paolo; surgent mortui! - non avremo altro che da seguirlo per conseguire la vittoria. Uniti a Lui nella grazia, sarà ormai l'unione nella gloria: "Il principio formava già una stupenda unione; la consumazione deve formarne una ancor più stretta. Se questo grande capitano ha vinto, continua il Bossuet, ha vinto tanto per noi quanto per sé; e oso dire più per noi che per sé: "Io mi sacrifico per essi, pro eis sanctifico meipsum". E riprendendo la preghiera sacerdotale di Gesù. l'oratore parafrasa così i versetti di San Giovanni (Cap. XVII, 23 e segg).

"Ecco il tuo disegno, quando mi hai inviato: consumare tutto in uno. Perciò, Pater, quos dedisti, "Padre, quelli che tu mi hai dato", non solamente come miei compagni e miei fratelli, ma "come mie membra”, volo "io voglio"; ah! Sono mie membra, se Tu mi lasci disporre di me, devi lasciarmi disporre anche delle mie membra: "volo ut ubi sum ego, et illi sint”. Voglio che dove io sono, siano essi pure. Se sono nella gloria bisogna che vi siano mecum, mecum, "con me, per unità con me"; affinché conoscano la luce che Tu mi hai data, la conoscano in se stessi, e ne vedano la grandezza mediante la sua estensione e la sua comunicazione: quam dedisti mihi; "da Te l'ho ricevuta. Padre mio". Per questo, "perché tu mi amavi prima della creazione del mondo": quia tu me dilexisti a constitutione mundi, me l'hai data intera, capace di comunicarsi e di diffondersi; "affinché dove sono io, siano essi pure con me, perché vedano la gloria che Tu mi hai data ": ut ubi ego sum, et illi sint mecum, ut videant claritatem meam quam dedisti mihi; "Io mi sacrifico per essi e per i loro peccati". Ego pro eis sanctifico meipsum. Erano vittime dovute alla tua collera, io mi metto al loro posto, pro eis, "per essi" affinché siano santi e consacrati alla tua maestà, mentre sacrifico me stesso...

"Padre mio, io sono in essi: bisogna dunque che sia in essi l'amore, che hai per me; Dilectio, qua dilexisti me, in ipsis sit, et ego in eis, e bisogna pure che siano in essi la gioia e la gloria che mi darai, affinché in essi la mia gioia sia completa: ut habeant gloriam impletam in semetipsis. Mea omnia tua sunt et tua mea sunt; et ego clarificatus sum in eis. Tutto quello che è mio, è tuo, e tutto quello che è tuo, è mio, e mi sono glorificato in essi..." (Secondo Discorso per la festa di tatti i Santi).

Nelle sue Meditazioni sul Vangelo il Bossuet riprende la medesima idea. In questa materia non si segue mai abbastanza un Maestro, come lui, e di lui si può dire quello che egli dice di nostro Signore: "ritorna sempre a questa unità".

 

II. E "perché richiamarci sempre ad un così sublime mistero?".

"Perché esso è tutta la sorgente della nostra felicità". La sorgente della nostra felicità, è che questo Figlio che Dio ama... "si sia fatto uomo; di modo che, non facendo che una sola e medesima persona con l'uomo che gli è unito, ami questo tutto come suo Figliolo: donde consegue che, diffondendo sugli uomini, che sono i suoi membri, il medesimo amore che ha per Lui, consegue, dico, che, l'amore che ha per noi, è un'estensione e un'effusione di quello che porta, nell'eternità, al suo unico Figlio".

Quando abbiamo parlato della RINUNCIA cristiana, dell'abnegazione necessaria a chi pretende essere membro di Gesù Cristo, abbiamo ricordato che RINUNCIA non significa affatto vita cupa, né abnegazione o tristezza.

Anzi il contrario: già il cristiano in grazia deve esser lieto per tutto quello che possiede. Ma quanto più per quello che ha il dovere di sperare! Se la vita può essere già piena di vera felicità, che cosa sarà il termine?

Senza dubbio avviene che qualche volta questo termine sembra perdersi in lontananza. In certi giorni la croce pesa gravemente. Un nulla ancora; e un colpo di spalla farà cadere il legno dai nodi troppo prominenti...

- Non ne posso più! Le mie forze mi tradiscono.

- Coraggio, figliolo, tu non sei solo. Guarda Cristo...

Una tradizione riferisce che una donna di Betania, informata troppo tardi dell'arresto del Maestro, arrivò in Gerusalemme quando già nostro Signore era in cima al Calvario... Ma ne scorse sulle pietre della via il sangue: "Il sangue! Il Maestro è passato di qui!". Seguì la striscia rossa, e al termine trovò il Salvatore in Croce.

C'è una striscia di sofferenze lungo la tue strada. Gli è che il Maestro ha attraversato la tua vita. Cammina coraggiosamente.

- Sarà penoso...

- Egli ti precede, tu non devi far altro che seguirlo. E se talvolta vieni meno, pensa a Cristo caduto tre volte. Riprendi, insieme con Lui, il tuo legno di dolore. Al termine tu lo vedrai sulle due traverse incrociate che sbarrano l'orizzonte... Tutto quello che puoi sopportare - e molto di più! - Egli l'ha sofferto prima di te.. 

- Anche insieme con Lui la sofferenza mi spaventa...

 - Egli ha voluto conoscere questo sentimento nell'Agonia... Fagli credito... Aspetta tre giorni.. l'hanno deposto dalla croce e portato al sepolcro. Vai fin là, è molto vicino. Il luogo dove si soffre non è lontano dal luogo dove si risuscita.

Cristiano, tu non fai se non una sola persona con il Cristo. Tu soffri ora; Egli soffre in tè. Pazienza! verrà la fine: La Pasqua già si annunzia.

- Lo credo, ma il prezzo è caro!

- Tu dici come quella povera fanciulla soffocata da un male implacabile, alla quale si parlava delle gioie della Risurrezione. Ma hai contro di te i santi; domanda un po' loro se rimpiangono di aver fatto troppo. Io me li immagino, quando erano sulla terra, simili ad un certo capitano del genio, vecchio alsaziano di Saverne, il quale in mezzo allo sconvolgimento della guerra di mine, aveva risoluto di stabilire il suo soggiorno in un cantuccio desolato per rimettere in ordine il settore, a mano a mano che veniva devastato: "Ma voi dovete avere dei momenti terribili!". - "Sì, certo, ma ad ogni colpo di piccone, mi dico: si va a Saverne" (Madelin, Le chemin de la Victoire, I, pp. 8-9. - Questo ricordo della campagna, ne richiama un altro, quello d'Yves de Joannis, alunno del Seminario francese a Roma. Brigadiere d'artiglieria; Colpito al petto da un proiettile l’8 settembre 1914, viene ricondotto indietro sopra un carro, in mezzo a terribili scosse. Sua madre, accorsa all'ambulanza, lo previene che è gravemente ferito e che sarebbe bene ricevere l'Olio Santo, - "Come? ecco una sorpresa! E' proprio vero? Non soffrirò certo più di così per andare dal buon Dio!").

Si è potuto definire il cristiano così: "Il cristiano è un uomo che aspetta". Parole profonde. E nessuno più di San Paolo ha esaltato la grandezza e la gioia senza eguali della speranza.

Evidentemente se la nostra speranza fosse vana - ossia se non vi fosse risurrezione - saremmo gli uomini più infelici. Avere scommesso sopra un'eternità che non passa; sacrificare, per conquistarla, quello che passa, e poi vedersi delusi, non è forse essere due volte vittime? (Newman, ancor protestante, mise in particolare evidenza in un discorso di Oxford, intitolato I rischi della fede, questa audacia cristiana fondata sulla speranza della Risurrezione: si veda il suo volume di discorsi, edito dal Bremond con il titolo: La vie chretienne, Beauchesne).

Ma quest'ipotesi è un'invenzione! Come potrebbe la nostra speranza essere vana?, riprende l'Apostolo. E' tanto poco vana che è già cominciata. Il Cristo integrale è Testa e Corpo. Ora la Testa, il Capo, è resuscitato; da ciò la nostra certezza per il Corpo. Se restiamo membri vivi, la logica della nostra incorporazione a Cristo ci obbliga a concludere alla nostra risurrezione. Ecco come argomenta San Tommaso: I membri devono essere conformi alla testa. Ora, Cristo, nostro capo, è vivo: vivo in corpo e in anima, perché Cristo risuscitato da morte non muore più (Rom., 6, 9). Per conseguenza gli uomini, i quali sono membri di Cristo, vivranno essi pure nei loro corpi e nelle loro anime: e per conseguenza la risurrezione della carne è necessaria (Suppl. P. III, q. 65, art. I). E per la questione in generale, vedasi q. 65 a., 71).

E' un futuro certo e assicurato, perché è già un passato indiscutibile: Deus... convivificavit nos in Christo... et conresuscitavit et consedere fecit in caelestibus in Christo Jesu, "Dio ci ha, in Cristo, resa la vita", - ci ha risuscitati, ci ha fatto sedere in Cielo" (Eph. 11. 4-6), - tutto al passato, come una serie d'operazioni già compiute, per il fatto che la causa già esiste e porta in se, salvo l'intervento in senso contrario della nostra cattiva libertà, tutti gli effetti che deve produrre.

La nostra speranza dunque, non è vana. Ma, allora, se non è vana, che cosa è il sacrificio di tutto quello che è vano, quando si tratta di renderne sicura la riuscita? M'è assicurato un avvenire di felicità; che m'importa la tribolazione presente? Nessuna relazione tra un dolore che passa e una gloria che non passa: "Tengo per certo, che i patimenti del tempo presente non han che fare con la futura gloria, che in noi si scoprirà" (Rom., 8, 18). O piuttosto, "una relazione c'è", sì; perché appunto con questo dolore che passa e con gli altri io compro, lo so, la gloria che non passa mai.

Colui che ha fatto il Cielo ha fatto parimenti la via del Cielo; ora, la via e il termine non si somigliano affatto. Laggiù, pure delizie; ma per arrivare laggiù, sudore e sangue, lunghi sforzi e pazienza instancabile.

Un giorno a San Giovanni fu concesso di contemplare i beati nella gloria. E uno di essi, vedendo senza dubbio lo stupore dell'Apostolo, gli domandò: "Questi che vedi vestiti di bianche stole, chi sono? E donde vennero?". E Giovanni dovette confessare la propria ignoranza, "Sappi, gli fu allora dichiarato, che essi sono venuti da una grande tribolazione" (Apoc. 7, 13-14).

Venire dalla tribolazione, ecco il miglior titolo d'origine, la migliore credenziale; e più abbiamo coraggiosamente sofferto per Gesù Cristo, più abbiamo diritto di esser vicini al trono di Dio e tra quelli che lo servono giorno e notte nel santuario della sua gloria.

 

Perché Gesù Cristo ha insegnato la rassegnazione, alcuni tacciano la sua dottrina di pessimismo.

Un pessimismo, la religione che fa della risurrezione un dogma, della speranza una virtù teologale, e per la quale le porte della morte sono un arco trionfale? Singolare accusa, che il semplice buon senso obbliga a rivolgere contro coloro per i quali tutto lo scopo della vita è unicamente in questa povera vita; e i cui paradisi dozzinali sono deplorevoli "turlupinature" senza consistenza e senza credito!

Un pessimismo, la religione che certo non sopprime la sofferenza, ma è la sola a darle un significato, ad assicurarle un termine e a prometterle una ricompensa? Che madornale assurdità!

"Vado a preparare un luogo per voi, diceva, la sera del Giovedì Santo, nostro Signore. E quando me ne sarò andato, e avrò preparato il luogo per voi. verrò di nuovo e vi prenderò con me, affinché dove sono io, siate anche voi. E dove io vado, lo sapete; e la via la sapete... Queste cose vi ho detto, affinché godiate dello stesso mio gaudio e il gaudio vostro sia completo" (Joan. 14, 2-4; 15, 11). Nostro Signore non mentiva.

E' impossibile ad un vero cristiano non sentirsi l'uomo più felice; e più è vero cristiano, più conosce e assapora la pace di Dio, perché più vive nell'assoluta confidenza. La nostra gioia è proporzionata alla nostra fede.

Fortifichiamo dunque la nostra speranza, intensificando la nostra fede. Non siamo sulla terra per rimanervi, ma per uscirne. La nostra vita terrena si orienta verso un termine; non bisogna mai dimenticarlo.

Quando, nel giorno dell'Ascensione, nostro Signore s'alzò dal suolo, una tradizione più o meno accertata racconta che sulla roccia rimase una traccia, il segno dei sandali, ultima vestigio umana del Cristo, quaggiù. Questo segno sarebbe come una freccia che indica la direzione della via: "Per andare verso Dio, prendere di lì".

Del resto possediamo qualche cosa di meglio che questi indizi più o meno inventati.

Nel Sahara, per timore del vento che sposta le dune, modifica ad ogni istante il rilievo e ricopre le piste, il viaggiatore per indicare la via traccia talora le indicazioni necessarie sopra alcuni cartellini che dissemina qua e là m posti sicuri, fermandoli con due pietre là dove meglio si possono vedere.

Perché, sulla terra, l'uomo non perda la direzione. Dio ha seminato i versetti del Vangelo - i versetti della sua "Buona Novella". - Sono abbastanza appariscenti: ognuno può scoprirli e gli interpreti sono pronti per rivelarne tutto il senso. Non si deve fare altro che seguire la pista, assolutamente sicura. Nessun altro sentiero è buono; questo soltanto conduce alla vita, la quale non è più altro che Vita.

 

CAPITOLO III

La nostra vita "in Cristo" nel cielo.

I. - Che cos'è il Cielo della Gloria.

II. - Noi possediamo già mediante la grazia una specie di Cielo sulla terra.

 

I. Molte volte è stato riprodotto il quadro di Ary Sheffer, al Louvre: Sant'Agostino e Santa Monica, ad Ostia, nell'atteggiamento di contemplare il cielo.

Nel seguire la direzione di quello sguardo, non ci sentiamo presi dal desiderio invincibile di lacerare il velo che nasconde Dio e la casa di Dio? Giovanni l'aveva vista, questa dimora dei santi, un giorno d'estasi a Patmos; e l'Apocalisse grandiosa e timida tenta di descrivere gli splendori intraveduti.

San Paolo parimenti aveva contemplato il Cielo... Ne aveva scoperto almeno, come Giovanni, qualche cosa... E senza dubbio la sua penna ardita squarcerà per noi le nubi... Ahimè! Anche quando si tratta dell'oggetto più volgare, è già tanto difficile darne una descrizione a coloro che non l'hanno avvicinato!

I versi più belli sono quelli che non sono mai stati scritti.

Più la realtà ci trascende, più sfugge alla nostra descrizione. Più è spirituale, più cresce la difficoltà. Da ciò l'impotenza di tutti i mistici a parlarci di quello che essi gustano e vedono.

Che cosa dire qui? Possiamo spiegarci: era qualche cosa di grande, di lungo, di alto, immenso: Ut sciatis quae sit latitudo, longitudo, sublimitas et profundum (Eph. 3, 18).

Queste parole da agrimensore sembrano balbettamenti infantili, e non ne sappiamo più di prima. Gli occhi, le orecchie, la lingua, tutto viene meno... è troppo chiaro che non abbiamo detto nulla: Nec oculus vidit, nec auris audivit, nec lingua valet dicere (1 Cor. 2, 9). Un solo elemento di valutazione, tutto negativo.

Quando, dopo aver visto l'Immacolata, Bernardetta si volge, il sole le pare "tutto nero": un giorno, un viaggiatore di stoffe le fa vedere alcuni campioni bianchi, cominciando dai meno freschi e meno lucidi: "Era bianca come questo la veste della Madonna? - Oh! molto bianca! - Come questo allora? - Oh! Molto più bianca!" Era molto più bianca di tutta le nostre bianchezze della terra.
Paolo avendo contemplato la maestà di Dio riprende contatto con le cose, e tutto gli sembra concime: stercora.

Ma se è difficile immaginarsi la felicità del Cielo, abbiamo per apprezzarla al suo giusto valore i dati della fede.

Il Cielo, prima di tutto è l'eredità. Poiché siamo adottati dal Padre, siamo stati ricevuti nella famiglia del Padre, più ancora, siamo divenuti della famiglia del Padre, abbiamo diritto all'eredità del Padre: "Dammi la parte del bene che mi spetta!" (Lc. 15, 12).

Chi muore in stato di grazia, non può più recitare il Pater intero. Solo le prime domande rimangono d'attualità, perché, come Dio, eterne: "Padre, sia santificato il nome tuo, venga il regno tuo, sia fatta la tua volontà!". Ma per il resto, non si tratta più di chiedere il pane o l'aiuto contro la tentazione. Si dice ancora:

"Dacci!", ma è la domanda dei figli arrivati al termine della corsa: "Dacci l'eredità promessa...". E Dio pronunzia l'Amen. Il Cielo consiste nella risposta di Dio ai suoi figli: "Diletti miei, filioli, sia così... Sì, lo voglio. Amen, Amen".

La speranza della nostra vocazione di cristiani, eccola. La ricchezza di gloria della nostra eredità, eccola; ricchezza di gloria che viene a noi per estensione delle grandezze operate da Dio in Gesù Cristo (Ef. 1, 17-20).

Le nozze dell'Agnello, dei fratelli Van Eyck nella chiesa di Saint-Bavon a Gand, rappresentano - oh! molto da lontano - ma con una concezione perfetta e una finezza di particolari prodigiosa, l'idea cristiana della Gloria. Cristo trionfa, ma non solo; tutti noi siamo chiamati a trionfare con Lui. Risuscitati con Lui, vivremo con Lui. Chiamati a partecipare della sua vita. siamo ammessi a regnare con Lui. E questo è il frutto della immensa bontà di Dio per noi in Cristo (Ef., 2, 7).

Un soldato moribondo diceva: "Vado in casa nostra". Il Cielo è veramente "casa nostra", perché formiamo una sola cosa con Gesù, e il Cielo è la sua dimora. Lassù siamo in "casa nostra" perché siamo "in Lui". Eredi dì Dio perché coeredi di Gesù Cristo (Rom., 7, 17; Cfr, Lc 22, 29; Ap 3, 4).

Nei Santi Padri troviamo tracce continue di quest'argomentazione sempre eguale e tanto curiosamente caratteristica.

Noi siamo "in Cristo". Ora Cristo, dirà San Giovanni Damasceno, è in Cielo, dunque essendo una sola cosa con Lui, siamo già in Cielo: "Jam sumus in caelo, quatenus sumus in Christo.

E Sant'Agostino: "In Lui siamo in Cielo, non ancora con le nostre persone, ma con la sua: sedere nos dixit in coelestibus, nondum in nobis sed jam in illo. Noi, grazie alla nostra carità, siamo già con Lui nella felicità eterna. Egli, grazie al suo amore, dimora con noi sulla terra finché vi sarà terra" (Cfr. Enarr. II in Ps. XXVI, 11).

Con quel gusto delle formule esaurienti, che è un segreto del suo genio, il vescovo d'Ippona riepiloga tutta la felicità celeste in queste parole scultorie: Habitabimus et habitabimur: abiteremo e saremo abitati. Abiteremo pienamente in Dio; Dio abiterà pienamente in noi.

Sulla terra non raggiungiamo Dio se non attraverso gli oggetti che ci rivelano la sua bellezza, la sua potenza, la sua verità; lassù prenderemo possesso di Dio senza intermediari.

Sarà finita la cognizione astratta del Padrone universale, mediante le sue opere e nelle sue opere. Vedremo quello che crediamo: Dio nella sua essenza e nella Trinità delle Persone, tutto Dio; - senza però penetrare il tutto di Dio; altrimenti non saremmo più "deiformati", ma Dio. - Quelle "Tre Persone", così misteriosamente presenti in noi e tanto impercettibili, tanto al di sopra della nostra capacità intellettuale; tanto vicine e tanto lontane al tempo stesso; tanto immediatamente unite a noi, e alle quali noi ci uniamo tanto poco immediatamente; le vedremo finalmente! Aiutati dal "lume della gloria" che sarà in Cielo quello che la grazia e sulla terra, potremo vivere faccia a faccia con Esse. Vedremo Dio, e tutto il resto in Lui. La misura della nostra potenza visiva, in Cielo, sarà la misura della nostra santità quaggiù. Vedremo lassù quanto sulla terra avremo acconsentito a voler vedere.

E non soltanto vedremo, ma anche ameremo. Confermati nella carità, ameremo le "Tre Persone ") con la potenza di amare condensata nel nostro ultimo momento. E tutto quello che ameremo oltre a Dio,- poiché non cesseremo di amare quello che sulla terra abbiamo legittimamente amato, - l'ameremo in Lui.

E l'amore sgorgato da questa visione farà nascere una gioia illimitata, gaudium Domini, una gioia tale, che nulla quaggiù può darne l'idea. Se anche sulla terra le grandi gioie divine sorpassano ogni sentimento; se quando piace a Dio di unire a Sé, nel grado più elevato che sia possibile sulla terra, l'anima di un santo, quell'anima sotto l'impero della stretta divina è obbligata a gridare verso Dio, - come San Francesco Saverio: - "Basta, Signore, basta!" tanto ne esulta; se, al dire dei grandi mistici, i tocchi divini nell'unione consumata sono talmente sublimi che l'anima, fortemente infiammata, non ha più nulla di sé medesima, e senza essere ancora in Cielo non è più sulla terra (si veda per esempio San Giovanni della Croce: La salita al Carmelo, 1. II. cap. XXVI), che cosa dire di quel possesso senza ostacoli di Dio, che rompe le dighe e sommerge tutte le nostre potenze; che cosa dire delle gioie di lassù, gioia del bello svelato senz'ombre, gioia del vero scorto senza errore né limite, gioia del bene posseduto senza possibili lacune? E tutto questo, visione, amore e gioie, vissuto in un atto unico, non mai interrotto, eterno!

E tutto questo posseduto non come qualche cosa fuori di noi - habitabimus, abiteremo - ma come qualche cosa in noi: habitabimur: Dio abiterà in noi.

Sulla terra il grande segreto della vita cristiana è il possesso, mediante la grazia, di Dio, il quale vive in fondo a noi; in Cielo, il grande segreto della vita trionfante sarà il possesso, mediante la gloria, di Dio, il quale sviluppa quella presenza che Egli ha voluto procurarsi, mediante la grazia, nelle anime nostre.

Di Dio che dimora in modo soprannaturale in noi. Agostino diceva: Intimo meo intimior, e più intimo in me, che me medesimo. Questo rimarrà vero in Cielo, o piuttosto rivestirà un carattere di verità infinitamente più splendido. L'interno di ogni anima non sarà più se non il fulgore di Dio. Habitabimur. Dio abiterà in noi non più, come sulla terra, con quella presenza oscura, già tanto magnifica, - ma perché oscura, così dolorosa per chi cerca penetrarne il mistero; - ma piuttosto con una presenza luminosa, trasparente, sfolgoreggiante. Sulla terra il corpo, con il suo fitto velo, mi fa da schermo; esso è il muro che mi nasconde il mio Dio. Dio è il Dio del mio cuore, ma il mio corpo m'impedisce di arrivare sino al mio cuore. In Cielo. il corpo, risuscitato e glorioso, non sarà barriera, ma mezzo trasparente. Il grande Vivo che abita in me, io lo vedrò. Habitabimur... et videbimus!

Evidentemente, dopo avere balbettato così bisogna confessare di non aver detto nulla... Nec lingua valet dicere... Un minuto di preghiera vera è più eloquente di un lungo capitolo. Non bisognerebbe studiare la grazia, e soprattutto la gloria, se non in ginocchio.

 

II. Un'idea, almeno, sulla quale vogliamo insistere. poco familiare a molti cristiani e tuttavia capitale, è quella che non toglie nulla alla bellezza della Gloria, ma aumenta singolarmente il valore della grazia: si tratta della somiglianza profonda, essenziale, tra le due vite, la vita soprannaturale di lassù e la vita soprannaturale di quaggiù.

Senza dubbio, tra la grazia e la gloria vi sono molteplici differenze accidentali, che appaiono a prima vista e non sfuggono a nessuno. Ma appunto perché sono manifeste e si offrono a prima vista e in prima linea, distruggono la prospettiva e minacciano di lasciar nell'ombra il fondo del quadro. Mediante la grazia, come mediante la gloria, il bene che si dà è il medesimo; è Dio, e Dio posseduto qui e là con un possesso amichevole. Non vi è differenza se non nel modo del possesso.

Dicevamo poco fa del Cielo: Habitabimus et habitabimur. Noi abiteremo presso Dio, e Dio abiterà in noi. Di questi due verbi il secondo solo è vero sulla terra. Noi non abitiamo ancora nella dimora del Padre, se non con la speranza; ma Dio già abita in noi, e questo appunto è la grazia. Habitabimur, o piuttosto al presente: habitamur. Senza dubbio, e bisogna ripeterlo, non di un'abitazione accompagnata da chiara vista e da perfetto godimento; ma di una presenza certa, affermata dalla fede. Noi siamo templi di Dio. Lassù, templi di gloria; qui templi di fango, ma templi in ambedue i luoghi; in ambedue i luoghi tabernacoli; in ambedue i luoghi dimora di Dio: Habitabimur, o meglio habitamur, Dio presentemente abita in noi.

"La vita della grazia e quella della gloria, spiegava il Bossuet ai suoi fedeli nella festa di Tutti i Santi, è la medesima; non vi è altra differenza tra l'una e l'altra se non quella che si trova tra l'adolescenza e l'età virile".

Quaggiù il germe; lassù il fiore pienamente sbocciato. Quaggiù il possesso nell'oscurità, lassù nella luce. Quaggiù "davanti alla faccia di Dio", lassù, "faccia a faccia con Dio". Salvi, lo siamo già: rimane che la salvezza sia consumata. "Voi avete ricevuto lo spirito d'adozione", dirà San Paolo, e quasi subito: "Noi gemiamo aspettando l'adozione". Oppure: "Siamo salvi, sì, ma nella speranza" (Rom. V, 15-25, 24); ossia in un passato che estende il suo impero sul nostro presente e sul nostro avvenire, a condizione, tuttavia, che questo presente e questo avvenire siano un presente e un avvenire "in Cristo Gesù".

San Giovanni non parlerà diversamente. Egli mischierà passato e futuro: "Egli ci ha promesso la vita eterna. Egli ci ha dato la vita eterna" (1 Joan; 2, 25 e V, 11).

Il fuoco è acceso, soltanto un poco di cenere lo ricopre. Quando il soffio delle ultime trombe passerà sulle ceneri, il fuoco s'innalzerà in fiamme ardenti. Noi abbiamo, ma è giusto aggiungere: noi avremo. Se vi è già tanta differenza tra un grado l'altro di gloria, che cosa sarà tra la grazia e la gloria? Quaggiù e lassù la medesima vita; l'abbiamo già insistentemente ripetuto.

Ma quaggiù, fede; lassù, visione. Quaggiù, viaggio; e lassù arrivo. Quaggiù il parziale, lassù la pienezza. Quaggiù il variabile, lassù la stabilità. Quaggiù lo sforzo, lassù la perfezione. Quaggiù la lotta, lassù la vittoria. Quaggiù l'avvenire incerto, lassù l'avvenire assicurato.

Ameremo quello che già amiamo, ma senza ostacolo.

Abbiamo già Dio in noi, ma invece di crederlo soltanto, lo vedremo. Vedremo Dio fatto nostro e in noi; lo vedremo come Egli è in Se stesso.

Nonostante tali differenze, non esageriamo la imperfezione del nostro stato presente. Il credere è più vicino al vedere di quello che si pensi, se alla parola credere si da il suo significato più pieno. Aspettare è già possedere, quando si tratta di un bene sicuramente promesso. Amare, sia sulla terra o lassù, è sempre amare.

Senza dubbio, non è ancora la visione di Dio, ma la certezza che Lo vedremo, se restiamo fedeli. La speranza non ha per oggetto il desiderio di aver Dio, perché per la grazia lo possediamo già, ma solamente il desiderio di vederlo.

La grande miseria della terra non è tanto di non vedere. Abbiamo; che importa il resto? La grande miseria è che possiamo perdere quello che abbiamo; e la grande gioia del Cielo non è forse la sola visione, ma anche la certezza che il bene posseduto è acquistato per sempre senza poterlo perdere mai più.

 

 Le conclusioni vengono da se stesse, e dopo quello che abbiamo detto, non sembreranno contraddittorie.

 Si riducono a due:

 - Incoraggiarsi con il pensiero di quello che sarà;

 - Consolarsi con il pensiero di quello che già è.

O se si vuole: animarsi con il pensiero del Cielo futuro; trovare la gioia nel pensiero del Cielo presente. Più tardi, la cosa sarà, sì, differente; ma ora, è già, sostanzialmente, molto somigliante.

Prima di tutto mettere nella propria vita la speranza eterna. In mezzo ai nulla che passano, evitare di lasciarsi assorbire dal nulla. Ricusare d'occuparsi talmente di quaggiù, da non occuparsi mai del Cielo. Tante persone somigliano al Duca d'Alba, alla battaglia di Vittemberg, il quale, dopo aver combattuto per nove ore, interrogato dal re di Francia se fosse vero, secondo quanto alcuni asserivano, che il sole si fosse fermato un istante durante il combattimento: "Sire, rispose, in questa giornata ho avuto tanto da fare sulla terra! Non ho avuto il tempo di guardare il cielo!".

Assicuriamoci qualche minuto ogni giorno ed anche di più, se possiamo, per guardare in alto. Si sta così bene, e in ogni caso è così utile, in certe ore, "evadere dal carcere delle contingenze" e vivere nel tempo qualche minuto d'eternità!

Ma bisogna dir di più. La vita celeste non deve essere considerata soltanto come un avvenire da sperarsi, ma come un presente da viversi.

Se sono in stato di grazia, infatti, ho già il Cielo sulla terra, perché "il Cielo è Dio, e Dio è nell'anima mia".

Guardato a questa luce, - ed è il solo modo di veder giusto, -  quanto diviene amabile "il nostro piccolo Pianeta di Redenzione", e chi vorrebbe più vedere in esso una semplice valle di lacrime?

Per chi sa vedere, e per chi sa volere, tutto è Cielo: o Cielo di grazia, o Cielo di gloria.

E se si riflette che quanto al Cielo di gloria, spetta a noi prepararne la bellezza nel cielo di quaggiù, quale grandezza insospettata e qual gioia permessa! Non solamente permessa, ma obbligatoria...

Sarò più tardi un individuo meraviglioso, ma fin d'ora ho in mano quello che occorre per farmi meraviglioso quanto desidero: Caelum es et in caelum ibis. Fatto per il Cielo, tu sei già in Cielo (S. Agostino).

Siamo immersi nel Paradiso. E' facile ora capire i primitivi cristiani che mettevano intorno ai martiri e ai santi un'atmosfera luminosa.

Ogni anima in grazia è contrassegnata da una aureola invisibile. Noi non la scorgiamo, ma Dio la vede; chi non ha tal contrassegno del giusto, Dio non lo riconosce. Non andranno in Cielo, se non quelli che sono in Cielo.

Sant'Agostino, commentando il testo dell'Apostolo: "Quello che l'occhio non ha visto, ecc.. dava ai cristiani che avidamente l'ascoltavano, questa ultima materia di riflessione: "Il Cielo non è se non quello che Dio prepara a coloro che Egli ama. Volete saperne di più? Interrogate Colui che abita già in voi" (Sermo CCCXXXI, In natali martyrum, 3, 4).

Non vogliamo terminare con nessun altro pensiero. L'idea più alta, più comprensiva, più giusta del Cielo di Gloria se la farà chi cerca di vivere più che può nel cielo dell'anima sua e vi interroga Colui che vive in esso. La nostra "Patria" la portiamo con noi, perché in noi vive Dio.

Il Cielo non sarà una cosa diversa, sarà un modo diverso. Vivere interiormente, è già vivere, sulla terra, in excelsis.

 

CONCLUSIONE

Nei nostri tempi, molti cristiani sono sempre più avidi di una pietà illuminata.

Non vogliono soltanto amare molto, ma aspirano, altresì, a conoscere meglio l'oggetto del loro amore.

* * *

Questo libro è scritto per essi.

Dio conceda a queste pagine di non essere troppo inferiori al loro intento.

L'Apostolo San Paolo, che per l'ultima volta vogliamo invocare qui a testimone, dice "Loquimur Dei sapientiam in mysterio, quae abscondita est. Per molti il mistero che annunziamo è nascosto".

Auguriamoci di aver fatto conoscere un po' meglio "il Mistero nascosto"!

Ma per ottenere questo risaltato abbiamo molto meno fiducia nelle nostre parole, che nella meditazione attenta di ogni lettore, rinforzata dalla preghiera.

La sola curiosità o il solo studio non bastano a penetrare Gesù Cristo, soprattutto il Gesù Cristo unito così intimamente alla nostra vita quale ce la rivela il dogma del Corpo Mistico. Anche tanto vicino a noi, Cristo sfugge a chi non gli domanda spesso: "Maestro, dove abiti?".

 

Com'è facile capire, questo studio sulle relazioni di ogni cristiano con Gesù Cristo per il fatto della nostra incorporazione individuale al Salvatore, chiama - l'abbiamo osservato nel cominciare - un lavoro parallelo sulle relazioni tra loro di tutti i cristiani, per il fatto della loro incorporazione comune a Gesù Cristo.

Allora la sintesi sarà compiuta.

Questo lavoro parallelo è pronto (Cristo nei nostri fratelli. Marietti - Torino, 1944); nostro Signore si degni benedirlo.

 

FINE
* Altre opere del Padre Plus S.I. presso lo stesso editore *


R. PLUS (P. Rodolfo S.J.),
LA FEDELTÀ ALLA GRAZIA - In-16, 1948, pag. 166.

È uno dei migliori libri del P. Plus. La dottrina vi è, come sempre, sicura e pratica, aderente alla realtà vissuta, esposta con precisione e calore, convincente ed avvincente.

Ecco le grandi linee della trattazione:

Qualunque sia la nostra via nella vita. Dio non ci richiede altro che di essere fedeli al nostro dovere e alla grazia a noi concessa per tale adempimento. Tre sono le condizioni per obbedire a questa grazia: il silenzio interiore o raccoglimento per udire la voce dall'alto, la chiaroveggenza per distinguere questa voce da quella del tentatore o del proprio io, la generosità per seguirla senza compromessi né tiepidezze nonostante le cadute e lo scoraggiamento. La grazia divina non essendo poi "standardizzata" fa sì che la santità sia un'opera squisitamente personale, in cui la serenità, conseguenza della fedeltà saggia e generosa, ha un compito di basilare importanza.

 In questo eccellente piccolo libro si trova tutta l'esperienza, lo zelo apostolico e il moderno dinamismo che hanno costituito il successo dei molti altri volumi di formazione spirituale dello stesso autore. Anzi diremmo quasi che egli ha voluto condensare in queste poche pagine l'essenziale della suggestiva e conquistatrice dottrina ascetica, sparsa nei molti suoi scritti, per fissarne le basi con limpida linearità e dimostrarci come essa possa essere attuabile e perfettamente aderente alle esigenze di una soda spiritualità, vissuta nel nostro tempo, desiderosa di svincolarsi i dal grigiore della mediocrità.

Osservatore Romano

 

PLUS (P. Rodolfo,- S. J.). LA SEMPLICITA'. In-16 II ediz.. 1947, pag. 132.

La semplicità era una virtù che attendeva ancora il suo apologeta: non poteva trovarlo più convincente e brillante del simpatico gesuita francese. Essa è una virtù squisitamente cristiana perché è intimamente unita a quella che di tutte le virtù cristiane è il fondamento: l'umiltà; anzi si può dire che di essa è l'espressione più genuina. Il dotto Autore dopo aver cercato di fissare le reali caratteristiche, che non la lasciano confondere con la stoltezza o la dabbenaggine, di cui è tacciata, sposta subito la sua trattazione, com'è suo solito, sul terreno pratico. Ne contempla allora la meravigliosa fecondità nei rapporti con Dio, il prossimo e noi stessi, vivificando le sue affermazioni con continui suggestivi riferimenti ai grandi seguaci della semplicità, S. Francesco di Sales, S. Francesco di Assisi, S. Caterina, S. Giovanni Bosco, il Cottolengo e tante altre figure di dotti e grandi che seppero meravigliosamente impregnare la loro grandezza di questa attraente virtù. Termina l'interessante suo volumetto con le norme pratiche su come conquistare l'abitudine alla semplicità e qui non poteva mancare il ricorso all'eterna saggezza delle Sacre Scritture e a quell'inno della semplicità che è il Vangelo stesso.

 Oggi che una vita artificiosamente innaturale ha precipitato l'umanità in un oscuro caos morale e materiale, questo appello alla valorizzazione di questa luminosa dote evangelica tanto misconosciuta, anzi disprezzata, ci appare modesto ma efficace contributo per tracciare l'itinerario verso un avvenire migliore.