V Domenica di Pasqua
I
Lettura (At 6,1-7) Dagli
atti degli Apostoli In quei giorni,
aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro
quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate
le loro vedove. Rit. Il tuo amore, Signore, sia
su di noi:
in te speriamo. Esultate, o giusti, nel Signore; II
Lettura (Pt 2,4-9) Dalla
prima lettera di san Pietro apostolo
Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma
scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi
come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici
spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella
Scrittura: "Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi
crede in essa non resterà deluso".
Rit. Alleluia, alleluia. Io sono la via, la verità e la vita, dice il Signore:
nessuno viene al
Padre se non per mezzo di me. Rit. Alleluia. Vangelo
(Gv 14,1-12) Dal
vangelo secondo Giovanni In quel tempo, Gesù disse ai suoi
discepoli: "Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede
anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai
detto: <Vado a prepararvi un posto>? Quando sarò andato e vi avrò preparato un
posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi.
E del luogo dove io vado, conoscete la via".
Omelia
Quello che non deve mai cessare o subire rallentamenti è l’annuncio del Vangelo. Abbiamo ascoltato il caso del malcontento nelle mense della comunità di Gerusalemme. Un caso grave perché conteneva una trappola per il Vangelo; infatti, la soluzione proposta era quella di coinvolgere direttamente gli apostoli, con il conseguente rallentamento della loro azione evangelizzatrice. Una “trappola”, così mi piace chiamare quella situazione, poiché certamente vi era interessato il Diavolo, fu sventata con l’istituzione, comandata dallo Spirito, di sette diaconi alle dirette dipendenze degli apostoli. Così, l’azione evangelizzatrice della Chiesa non subì rallentamenti, e si rese adeguata anche quanto alle opere. “Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense”; dunque l’annuncio della Parola non può subire rallentamenti a causa delle opere, che certamente vanno fatte, poiché esse scaturiscono dalla Parola. Gli apostoli insieme all’annuncio della Parola evidenziarono il valore fondante della preghiera: “Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola”. Potrebbe essere molto comodo rimanere nelle opere sociali eludendo l'evangelizzazione, e a volte lo si fa. Infatti, la strutturazione di opere sociali riscuote il consenso della gente, e costituisce alla fin fine un recinto sicuro, mentre l'evangelizzazione è esporsi agli urti del mondo, al confronto con culture spesso anticristiane, alla contestazione, alla fatica; ma, certo, anche alla gioia dei risultati. Cristo pregò il Padre, annunciò il Vangelo, compì le opere di soccorso materiale. I cristiani devono fare lo stesso: pregare, annunciare il Vangelo, compiere opere di sollievo delle indigenze umane. Tutte e tre le cose i cristiani devono fare e le fanno se rimangono stretti a Cristo. Centro della Chiesa è Cristo, dal quale prende essere e vita. “Stringetevi a Cristo” ci dice san Pietro, poiché solo in tal modo si cresce nella preghiera, nello slancio apostolico e nella formazione di strutture della carità. Stringersi a Cristo è avere la forza di superare i momenti di paura, di turbamento di fronte agli ostacoli posti dal mondo, di fronte alle reazioni violente del mondo. Quante volte si perde l’audacia, ci si lascia prendere dallo sgomento; quante volte ci viene la voglia di battere in ritirata e di costruirci un castello protettivo, rassicurante. Guardiamo i discepoli. L’ebbrezza dei discepoli per l’ingresso di Gesù a Gerusalemme era terminata, e al suo posto era subentrata in loro la fiacchezza. Si aspettavano un crescendo di trionfi dopo quell'ingresso, e invece niente. I discepoli erano smarriti. Gesù poi segnalò la presenza di un traditore in mezzo a loro, e Pietro si sentì dire che avrebbe rinnegato il Maestro per tre volte. La loro consistenza risultò scossa, ma Gesù li invitò a reggere, a non turbarsi, a stringersi attorno a lui, a lasciare i sogni di grandezza in terra perché la grandezza l’avrebbero avuta in cielo. “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore”. Avere fiducia in Gesù è quanto ci è necessario per seguirlo e raggiungere il cielo. Ma abbiamo ascoltato come Tommaso non ha piena fiducia nelle parole di Gesù; vuole riferimenti tangibili: “Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?”. Filippo, parimenti sembra non ricordare più quanto aveva udito da Gesù: (Gv 8,19; 12,44; 13,20) “Se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio”; “Chi vede me, vede colui che mi ha mandato”; “Chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato”. Filippo all’udire che “nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”, domanda di poter vedere il Padre, vorrebbe l’evidenza tangibile del Padre, e così la sua fede sarebbe sazia, “e ci basta” dice. Pesantezza della carne! L'uomo vuole vedere, toccare, sentire. Ma se potesse vedere, toccare, sentire sulla base di sé allora sarebbe inutile Gesù, il rivelatore del Padre; non sarebbe necessaria la rivelazione se l'uomo potesse accedere al mistero di Dio con la sua sola ragione. Molto chiara l'ammonizione presente nel libro del Siracide (4,23): “Ti è stato mostrato infatti più di quanto possa comprendere la mente umana”. Filippo, non vuole considerare i suoi limiti e, pur senza voler giungere alle estreme conseguenze, vuole essere autonomo da Gesù, vuole arrivare al Padre senza la fede nella parola di Gesù. Gesù lancia a Filippo un interrogativo, la cui risposta è quella di ammettere la propria pesantezza spirituale: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come tu puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?”. Credere in Gesù è vedere Gesù, e vedere Gesù è vedere il Padre. “Credete a me” - dice ancora Gesù -; “Se non altro, credetelo per le opere stesse”. Le opere, i miracoli di Gesù; chiari, evidenti, erano prova di credibilità delle sue parole, poiché Dio non compie miracoli accreditando un menzognero (Cf. Gv 10,31). “Se non altro”, dice Gesù, cioè in fase minimale; ma si può ben meglio elevarsi alla fede in lui, vedendo lui, l’agire di lui, le parole di lui, la carità, la dolcezza di lui, la preghiera di lui. Importanti i miracoli, ma bisogna poi arrivare a cogliere lui, questo vuole la fede viva, solo così si vede il Padre. Credere in Gesù vuol dire imitarlo, e l'imitazione vuol dire comportarsi secondo l'insegnamento di Gesù, dato con l'esempio e la parola. Noi sappiamo che la fede senza le opere è morta in se stessa (Gc 2,17); morta anche se ci si vanta di credere. Ora lo svuotamento della forza della fede è preceduta dalle infermità, e le infermità si accumulano quando poco si imita Cristo, poco si obbedisce alla sua parola. Chi è nelle condizioni di una fede languente, si sostiene guardando alle prove di credibilità: miracoli, storicità dei Vangeli, esistenza dei campioni della fede nella Chiesa, coerenza dogmatica lungo i secoli da parte della Chiesa. Crede, ma crede per via di ragionamento. Non voglio dire che l’intelligenza sia soppressa nel credere, che i miracoli non siano importanti e anche necessari, tutt'altro; ma dico che la fede viva non esiste senza un'intima unione, nel dono dello Spirito Santo, con Cristo. La fede è dono dello Spirito; è unione con Cristo. E la fede esclude il dubbio. Il dubbio mina la fede, ma la fede viva esclude il dubbio. Il dubbio scalza la fede, ma la fede vince il dubbio e lo enuclea come problema da risolvere nell'ascolto della parola di Dio e nella preghiera, nonché nell'accoglienza del mag istero della Chiesa. Chi dà spazio ai dubbi è condannato a vedere la sua anima macinare altri dubbi, in uno sgretolamento ineluttabile della fede. Come conclusione arriva a dire che il dubbio è un test positivo della sua intelligenza; si vanta di avere dubbi, si sente intelligente proprio perché ha dubbi, e ripone nel dubbio l'unico metodo della conoscenza, escludendo così la conoscenza data dalla fede (Eb 11,1). L'uomo avvinto dal dubbio quando vede una persona che crede, poiché la fede esclude il dubbio, definisce quel credente un mistico, o peggio un integralista, dimenticando che ogni cristiano vero è un mistico, anche se non ha doni mistici straordinari e che l'integralista è uno che ha paralizzato la sua fede bloccandole la sua capacità di illuminare. La fede non è un fatto statico, o cresce o decresce; l'integralista la fa decrescere, mentre essa vuole far crescere. Chi “macina e macina” sulle prove di credibilità senza slanciarsi nell’incontro con Cristo, nell'imitazione di Cristo, ha una fede in stato di coma profondo. Certo, ogni credente si trova di fronte ad interrogativi, ma appunto sono tali e chi ha fede viva sa che la parola di Dio lo illuminerà e riuscirà a sciogliere gli interrogativi, e in ciò non manca l'aiuto della Chiesa, mater e magistra. Conserviamo viva la nostra fede, fratelli. La fede è unione a Cristo, il quale è la via che ci conduce al Padre e ai fratelli, ed è la verità che ci libera dalle menzogne. E poi, nessuna avarizia in Gesù, nessuna grettezza: “Chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre”. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù. |