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I Domenica di Avvento I
lettura (Is 2,1-5) Dal
libro del profeta Isaia Messaggio che Isaìa, figlio di Amoz,
ricevette in visione su Giuda e su Gerusalemme.
Rit. Andiamo con gioia incontro
al Signore. Quale gioia, quando mi dissero : “Andremo alla casa del Signore”. Già sono fermi i nostri piedi alle
tue porte, Gerusalemme! Rit. E' là che salgono le tribù,
le tribù del Signore, secondo la legge di Israele,
per
lodare il nome del Signore. Là sono posti i troni del
giudizio, i troni della casa di Davide. Rit. Chiedete pace per Gerusalemme:
Per i miei fratelli e i miei amici Io dirò: “Su di te sia pace!”. Per la casa del Signore nostro
Dio, chiederò per te il bene. Rit. II
Lettura (Rm 13,11-14) Dalla
lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di
svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando
diventammo credenti. Rit. Alleluia, alleluia. Mostraci, Signore, la tua
misericordia e donaci la tua salvezza. Rit. Alleluia. Vangelo
(Mt 24,37-44) Dal
vangelo secondo Matteo In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
Omelia L’Avvento è il tempo di preparazione alla solennità del Natale,
ed ha come caratteristica un’intensa riflessione sul Signore che è venuto, che
viene e che verrà. Si legge nell’Ap (1,7): “Ecco viene sulle nubi e ognuno
lo vedrà”. Egli è già venuto, ma ora, risorto, viene sulle nubi, il che
vuol simboleggiare il suo essere imprendibile e vittorioso; poi concluderà
questo suo venire con la venuta finale, l’apparizione finale, “la parusia”,
“la presenza visibile”, per cui “ognuno lo vedrà”. Egli è “Colui che era, che è e
che viene” come ancora dice l’Ap (4,8). Egli, Capo della Chiesa, viene con la sua grazia, che regge
e anima la Chiesa, a stabilire sulla terra il suo regno; quel regno che si
forma come pasta lievitata dal “regno dei cieli”, cioè dal regno
dell’amore, della comunione con lui e in lui. Questo regno dei cieli
lievita i regni della terra conducendoli a formare la società globale
dell’amore e della verità. L’Avvento è dunque tempo di impegno perché il
Signore viene a trasformare la terra, non disgiuntamente dalla Chiesa sua
sposa. Ma, l’impegno è stimolato dalla contemplazione di Colui che è venuto, che
si è incarnato, che è vissuto in mezzo a noi, colmando la distanza infinita
che c’è tra Dio e noi. L’impegno è stimolato da Colui che darà il premio nell’ultimo giorno nella gloria a coloro che l’avranno servito. L’Avvento è tempo che
promuove l’attesa, che è elemento essenziale della vita cristiana. Chi non
attende il ritorno del Signore è uno che non sa chi è quel Bambino che i presepi
presentano; è uno che non sa che quel legno della
mangiatoia è già prefigurazione di un legno di morte, la croce; è uno che non
sa che il Signore è risorto e siede alla destra del Padre; è uno che non sa che
egli pronuncerà la parola finale su tutta la storia dando a ciascuno premio o
condanna. L’Avvento è tempo liturgico che
ravviva l’attesa, nella consapevolezza della “presenza” di Colui che
viene, e che non solo viene con la grazia dello Spirito Santo, ma che ogni
giorno “scende sugli altari”. E’ un continuo venire sugli altari, per un
perpetuarsi incessante dell’unico sacrificio della croce. L’Avvento non può
essere vissuto senza comunione con questa “presenza”, la quale rende
viva l’attesa rendendola un’attesa di manifestazione. Colui che è
presente, ma nascosto sotto le apparenze del pane e del vino, è Colui che sarà
veduto, perché verrà non più nascosto a donare le ricchezze di grazia dello
Spirito Santo, ma verrà visibile “faccia a faccia” (1Cor 13,12) a donare
ai risorti in lui le ricchezze di gloria dello Spirito Santo. Ma, aderiamo in tutto alla Parola
di vita che la liturgia odierna ci propone. Parola di vita che come tale non è
solo comunicazione di luce alla mente, ma anche di amore al cuore. Da questo
del resto scaturisce l’omelia. L’immagine del monte Sion con il
tempio che viene innalzato su tutti i monti e su tutti i colli, colpisce. Ma
certo, nessuno pensi a un fatto fisico, ad uno sconvolgimento geografico, per
cui sopra l’Everest, prima o poi dobbiamo vedervi il monte Sion, con un bel
tempio di pietra. No; qui la profezia indica il monte, come forza, rifugio,
come il pergamo mondiale di diffusione della parola del Signore, che viene da
un tempio potente, non di pietra; da Cristo, il vero tempio in cui abita la
pienezza della divinità. Le genti andranno ad un “monte”, a una forza, a
una sicurezza, a una vicinanza col cielo; a quell'essere vicini a Dio, uniti a
Dio, che è dato da Cristo. Dunque, fratelli siamo in attesa, ma tuttavia nello
stesso tempo andiamo incontro. Camminiamo in una direzione di vita
accompagnati, sostenuti dal Pane di vita, che al termine del percorso si
svelerà al nostro sguardo, verrà. Sarà come per i discepoli di Emmaus:
camminavano con lui, ma non lo “vedevano”, ma alla fine del viaggio “lo
videro”; ma poi scomparve; ma ecco, alla fine dei tempi non
scomparirà, lo vedremo per sempre, staremo con lui, per sempre. Nell’ultimo
giorno non saremo più attorno all’Eucarestia, al Deus absconditus, ma al
Dio che pienamente si svelerà nella gloria. Così camminiamo imitando e
contemplando Colui che amiamo. Nel tempo dell’Avvento in particolare lo
contempliamo discendere dal cielo e serrarsi, nel grembo verginale di Maria, in
una natura umana, pur rimanendo Dio infinito. Ho detto serrarsi, perché
l’Incarnazione è un fatto definitivo, irreversibile; il Verbo eterno della
gloria si è serrato in una natura umana reale, realissima; è nato da
donna, per opera dello Spirito Santo. Camminiamo imitando e
contemplando, del resto contemplazione e imitazione non possono essere
assolutamente disgiunte: una vive dell’altra. Chi imita contempla e chi
contempla l’amato, il maestro, non può non imitarlo. Contemplazione e
imitazione dettano il cammino, fanno l’azione. Il Vangelo di oggi ci illumina
circa il nostro camminare. Due uomini sono nel campo. Sono curvi per
raccogliere, sono dietro un aratro, falciano il grano. Due che fanno la stessa
cosa, ma uno la fa bene, l’altro la fa male. Uno contempla Cristo che ha voluto
lavorare e lo imita nella generosità e tende a lui, desiderandolo; l’altro
pensa ai quattrini, alle donne, al gioco. Uno salirà con Cristo, l’altro no. E
così le due donne: una gira la mola e l’altra vi mette il grano; sono insieme
per un unico lavoro, ma la loro realtà interiore è distante. Una è con Cristo,
l’altra è contro Cristo. Una ama, l’altra odia l’amore. Una aggredisce, l’altra
sopporta. Una è prepotente, l’altra è mite. Proprio un Vangelo magnifico quello
di oggi, ci parla di Dio presente e nascosto nei cuori; ma quando Cristo
ritornerà nella gloria, noi saremo svelati insieme a lui (Col 3,4). Il Vangelo
presenta una realtà di piena tranquillità, tutto apparentemente omogeneo: si mangia, si beve,
si prende moglie e marito, eppure c’è una diversità profonda, abissale, che si
rivelerà in tutta la sua portata alla fine. Il nostro camminare c’è. Allora, fratelli e sorelle, non è
vero che non succede niente; succede, eccome succede! Il grano cresce in mezzo
alla gramigna; cresce, non dubitate, cresce. Riprendiamo animo ascoltando le
parole di san Paolo che ci dice che “la nostra salvezza è più vicina ora di
quanto diventammo credenti”; certo, il tempo di separazione dal Cristo è
diminuito. Ogni giorno che passa è il giorno di un guadagno depositato in
cielo; ogni giorno che passa è un giorno che ci porta più vicino all’incontro
con Colui che desideriamo. Come è diversa, fratelli e sorelle, la vita in
Cristo. Quelli del mondo guadagnano per la terra, accumulano in terra, per la
terra; ogni giorno che passa è per loro un giorno in meno che hanno, un giorno
che avvicina non ad un incontro, ma a una fine dove tutto quello che si è
accumulato resterà qua, non si avrà con sé. Per quelli del mondo le prime rughe
sono un allarme, i capelli che diventano bianchi sono un’oscura angoscia; ci si
confronta con quelli della stessa età e se si ha un capello nero in più ci si
sente vincenti. Ma per noi “la notte è avanzata e il giorno è vicino”,
perché è al giorno eterno che noi tendiamo. Camminiamo, difendendoci dal mondo;
ma attenti, fratelli e sorelle, la migliore difesa, che pur deve esserci, è
servire sempre più l’opera di Dio nel mondo. Si difende nella miglior maniera
chi cammina, cioè chi procede nella strada di vita tracciata da Cristo,
al cui termine il Signore gli si svelerà. Ora noi sappiamo quando amiamo e
quando odiamo; sappiamo se amiamo poco o molto, ma poi molto nessuno
potrà mai dirlo, solo Dio conosce fino in fondo il nostro cuore. E poi, molto?
Molto? Chi può dire che sta amando molto Dio, meritevole di illimitato amore?
Sappiamo che siamo vivi in Cristo; da come ci comportiamo, dal fatto che
crediamo alla Parola e la mettiamo in pratica, dal fatto che amiamo
sinceramente, e anche dal fatto che se non lo fossimo, vivi in Cristo dico,
non lesineremmo impegno per esserlo; ma al termine del cammino dell’attesa e
dell’azione, ci scopriremo in Cristo, nella Trinità, in un fuoco d’amore,
in una luce di gloria, di cui ci parla la Scrittura, ma di cui ora ci sfugge
l’esperienza, ma questa esperienza sarà eternamente, eternamente sarà.
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